L’ITALIA NON E’ IN GUERRA , MA  LE SUE BOMBE CONTINUANO A MIETERE VITTIME. ANCORA FERITI  SAHARAWI AL MURO NEL SAHARA OCCIDENTALE CHE SEPARA  I TERRITORI OCCUPATI DAL MAROCCO, DALLA ZONE LIBERATE DAL FRONTE POLISARIO,

DUE GIOVANI DI CUI UNO IN GRAVI CONDIZIONI ALL’ARRIVO DELLA DELEGAZIONE DI COOPERANTI ITALIANI.

 Giungiamo a Mheriz (uno dei pochi villaggi nel sud del Sahara Occidentale) la sera del 18 marzo, dopo un trasferimento di otto ore in jeep dai campi profughi saharawi in territorio algerino verso sud in direzione della Mauritania attraversando da nord a sud il Sahara occidentale liberato. Siamo una delegazione del movimento della Cooperazione Internazionale Decentrata (associazioni, enti locali impegnati in progetti di solidarietà internazionale, in questo caso Emiliano-romagnole, Venete e Toscane). Obiettivo; raccogliere dati ed attivare un progetto umanitario per favorire la scolarizzazione di base nei territori Saharawi liberi.

A Mheriz dovremmo fare un sopralluogo nella scuola esistente, ma i prefabbricati che fungono da aule sono occupati dal nucleo per lo sminamento del territorio. 

Abbiamo in testa il progetto da realizzare, ma le prime notizie che raccogliamo riguardano feriti da scoppi di mine antiuomo disseminate nella zona. Chiediamo informazioni e notizie  ed in tarda serata veniamo ricevuti da Lekalifa Hemdi responsabile sul posto di United Nations Mine Action Service (UNMAS)  e chiediamo di poterlo intervistare.

Ci conferma che sono stati evacuati gli ultimi due feriti da mina antiuomo; si tratta di un pastore nomade ed un giovane di 22 anni a cui è stato amputato un piede ed ha gravi ferite ad un occhio. Sono rimasti feriti dallo scoppio di due mine antiuomo disseminate dall’esercito marocchino prima della ritirata da questi territori.

Facciamo presente di essere una delegazione che ha come obiettivo la realizzazione di un progetto che prevede la fornitura di alimenti agli alunni nomadi che frequentano le scuole con l’obiettivo di favorire la scolarizzazione e l’insediamento delle popolazioni nomadi del deserto attorno a centri abitati nei quali vengono erogati servizi di base come scuola ed assistenza sanitaria. Ci spiega che la scuola, in questi giorni di vacanza scolastica, è stata utilizzata come base operativa per il gruppo di sminatori. Si tratta di un progetto attivato nel 2006 dalle  Nazioni Unite http://www.mineaction.org/unmas suddiviso in due fasi operative; la prima  per la mappatura delle zone a più alto rischio la seconda per lo sminamento delle prime zone individuate. Gli ordigni presenti risalgono all’occupazione dell’esercito del Marocco che alla fine degli anni settanta ha occupato il Sahara Occidentale immediatamente dopo la fine della colonizzazione spagnola.

Il Sahara  Occidentale è l’ultimo Stato Africano a non aver raggiunto ancora la propria indipendenza. Ultimo Stato ad essere abbandonato dalle potenze coloniali (in questo caso la Spagna nel 1975), venne invaso all’indomani dalle truppe marocchine con al seguito alcune centinaia di migliaia di coloni che presero possesso dei territori occupati militarmente. La costituzione di un esercito di liberazione da parte del Fronte Polisario portò alla liberazione della parte ovest del Sahara Occidentale ed alla costituzione della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica). La liberazione del territorio da parte del Fronte Polisario si arrestò nel 1991 con la firma di un trattato di armistizio in cambio dell’impegno ad indire un referendum per l’autodeterminazione delle popolazioni coinvolte. Questo referendum approvato dall’ONU che da allora ha insediato una missione militare (MINURSO) con lo specifico ed unico mandato di vigilare sul corretto svolgimento delle operazioni di voto, non è mai stato fatto.

Chiediamo a  Lekalifa Hemdi l’origine e la dislocazione degli ordigni.

“Si tratta di ordigni rimasti inesplosi a seguito dei bombardamenti effettuati dall’aviazione marocchina e da un enorme quantitativo di mine antiuomo lasciate dall’esercito di terra durante il ritiro. Gli ordigni sono disseminati su tutto il territorio in quanto i bombardamenti furono estremamente vasti e le mine vennero usate e disseminate sia durante l’occupazione da parte dell’esercito di terra sia a difesa del muro, che divide in due il paese, eretto dall’esercito Marocchino lungo la linea di demarcazione al momento del cessate il fuoco.

Al responsabile di United Nations Mine Action Service (UNMAS) chiediamo se esistono stime sulla quantità di ordigni:

“il progetto è partito nel 2006, la prima fase ha occupato cinque anni di lavoro, i primi dati sul numero di ordigni recuperati relativi al 2010 parlano di 10.000 ordigni recuperati e fatti brillare. Sono stati recuperati attorno ai siti ritenuti più a rischio e ritenuti prioritari nella messa in sicurezza. Si tratta delle zone attorni ai pozzi d’acqua ed ai centri abitati. E’ un lavoro immane e senza fine, con la consapevolezza che per la vastità del territorio e la quantità di mine sarà impossibile stabilire un livello di sicurezza totale.

m2 bonificati

25.587.000

km di piste e strade controllati

8.000

Ordigni rimossi e fatti brillare

 

ordigni aerei inesplosi

6.517

bombe antiuomo a grappolo

13.507

Fonte http://www.mineaction.org/programmes/westernsahara

Tornando ai feriti. Abbiamo incontrato i due feriti, si tratta di incidenti occasionali?

“purtroppo no. Dall’inizio delle operazioni abbiamo registrato due morti, ma è altissima l’incidenza dei feriti. Circa ogni settimana registriamo un caso di esplosione di ordigni con feriti tra la popolazione, senza contare le vittime tra gli animali dei nomadi che vivono e si spostano nel deserto in cerca di cibo.

Infatti le vittime sono in gran parte pastori nomadi che accompagnano i loro dromedari alla ricerca di cibo, ma tra i più esposti dobbiamo considerare i bambini che subiscono molte volte devastanti conseguenze anche agli arti superiori.”

Lekalifa Hemdi continua parlarci con passione del lavoro che sta portando avanti, ma anche con una vena di amarezza dovuta alla consapevolezza di non poter raggiungere un livello di sicurezza totale per il suo popolo. Ci ringrazia dell’attività che la cooperazione internazionale svolge, spera di poter contare sugli aiuti internazionali per proseguire quest’opera, possibilmente con attrezzature più evolute. Attualmente hanno a disposizione metal-detector, ma potrebbero essere molto più efficaci se disponessero di strumentazione per rilevare la presenze di esplosivi.

budget 2013 previsto:

$ 6.100.000

copertura assicurata da fondi stanziati:

$ 2.860.187

deficit :

$ 3.239.813

Fonte www.mineaction.org/programmes/westernsahara

 Chiudiamo la breve intervista con un domanda tecnica, dopo aver fatto una semplice  verifica della stima che viene fatta sul numero di mine antiuomo presenti solo davanti al muro eretto dal Marocco e lungo più di 2.700 Km; più di 5.000.000 di ordigni esplosivi

Lekalifa Hemdi, ci saluta ringraziando per il lavoro che anche noi stiamo facendo, riconoscendo l’importanza dei progetti di aiuti alle popolazioni che stiamo portando avanti per permettere a questa popolazione di riappropriarsi del suo territorio. Ha parole di riconoscenza per la cooperazione internazionale ed italiana in particolare.

 L’ultima domanda che poniamo riguarda l’origine degli ordigni:

 “le bombe inesplose sono di origine francese e statunitense, le mine antiuomo hanno origine diverse, tra cui alcuni paesi europei” sempre preciso nelle risposte lo vediamo in imbarazzo.

Chiediamo se ve ne sono di origine italiana:

“si “

insistiamo; in che quantità?

“la maggior parte”.

 (Claudio Cantù;  cantu.claude@gmail.com )

 

 

 

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