Riportiamo l’intervista di Emanuela Zuccalà ad Aminatou Haidar estratta dall’articolo pubblicato il 27 novembre su “io donna” il femminile del Corriere della sera e invitiamo a vedere il video.

AMINATOU HAIDAR
La “Gandhi del Sahara Occidentale” è stata una dei premiati dal R. F. Kennedy Center per la sua battaglia in difesa dei diritti umani.
Info: rfkennedyeurope.org

Una donna esile allo stremo delle forze. Lo sguardo sgomento, il volto scavato e macchiato di sangue. È il ritratto più tristemente noto di Aminatou Haidar: risale al 2005, lei era stata picchiata dalla polizia e poco dopo scomparve per sette mesi in una prigione segreta. Anche grazie a quella foto raggelante, il mondo apprendeva l’esistenza di una terra chiamata Sahara Occidentale, occupata dal Marocco nel 1975. E l’esistenza del suo popolo, i Saharawi, spezzato in due da un muro di 2.700 chilometri: metà rifugiati in Algeria, metà in Sahara Occidentale nell’attesa di un referendum per l’indipendenza promesso dall’Onu, mentre i gendarmi marocchini soffocano ogni rigurgito di protesta. Aminatou Haidar ha 47 anni, due figli, due carcerazioni alle spalle senza processi, un lungo sciopero della fame all’aeroporto di Lanzarote, dove le autorità marocchine l’avevano bloccata nel 2009. È il volto-simbolo del suo popolo, nota come la “Gandhi del Sahara Occidentale”, attraverso di lei si sono mobilitate per i Saharawi le principali organizzazioni mondiali per i diritti umani, compreso il Robert F. Kennedy Center.

Quando aveva 20 anni, lei è stata incarcerata per la prima volta, e per quattro anni la sua famiglia l’ha creduta morta. Come si supera un’esperienza simile?
Migliaia di Saharawi sono stati vittime di sparizioni forzate. Quando mi hanno rilasciata non ero in grado di camminare, la mia colonna vertebrale era danneggiata. Uscivo da un inferno senza nome: rinchiusa con gli occhi bendati, mentre le guardie minacciavano di stuprarmi… Si supera parlando al mondo delle violazioni dei diritti umani in Sahara Occidentale. E continuando a credere che la società civile possa cambiare la politica dei governi.

Com’è la sua vita quotidiana a Laayoune, in Sahara Occidentale?
Ogni volta che vado all’estero a parlare del mio popolo, subisco minacce e non so mai se le autorità marocchine mi faranno rientrare, com’è accaduto nel 2009 a Lanzarote. Nel novembre 2012, dopo l’incontro con il rappresentante speciale dell’Onu che visitava Laayoune, sono stata aggredita dalla polizia e c’è stato un lancio di sassi contro le mie finestre: i miei figli erano terrorizzati.

I media internazionali si occupano poco dei Saharawi. Perché, secondo lei?
Eppure ci sarebbe tanto da scrivere. Siamo un popolo africano e beduino con valori universali; le donne sono emancipate e protagoniste nella società. Io sono divorziata, da noi è normalissimo. Inoltre il Sahara Occidentale e i nostri campi profughi stanno in un’area instabile dell’Africa, al crocevia con i ribelli tuareg e le bande di Al Qaeda: portare pace e indipendenza da noi contribuirà alla stabilità dell’intera regione.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di abbandonare la battaglia civile per il bene dei suoi figli?
Quando mi hanno incarcerata nel 2005, loro erano piccoli e soffrivo pensandoli continuamente. Ma se mi fermo, resterò viva perdendo la dignità: i miei figli sopravvivranno anche da orfani, mentre senza dignità nessuno può continuare a vivere.

 

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