di Pietro Del Repubblicato su “La Repubblica”  lunedì 5 gennaio 2015

In un mondo frammentato in recinti, alcuni sono più dolorosi degli altri. Come quello che imprigiona i Sharawi.  «Costruita a difesa dell’ultima colonia d’Africa,  questa barriera tiene prigioniero tutto un popolo, impedendogli l’accesso alle ricche miniere di fosfati e alle pescosissime coste dell’Atlantico, entrambe nella porzione di Sahara occidentale “occupata” dai marocchini nel 1975».

Rabouni (Algeria meridionale). VISTO da lontano più che di un’invalicabile barriera militarizzata il “muro della vergogna” ha l’aspetto di una duna giallognola che si erge di pochi metri chiudendo allo sguardo l’orizzonte esagerato del Sahara. A un paio di chilometri riesci appena a scorgere i cavalli di frisia che lo precedono e le parabole dei radar posti a scandagliare il nulla di un deserto punteggiato da acacie contorte e spinosissime. Per via delle mine anti-uomo con cui sono state lardate queste sabbie è impossibile avvicinarsi ulteriormente. Mohammed, la nostra guida sahrawi, ci indica un sentiero segnato con piccoli massi a uso delle poche delegazioni di politici o di attivisti che si spingono fin qui: «Questa strada è “pulita”, ma non possiamo percorrerla perché i marocchini ci hanno appena individuati ». Infatti, accanto a una garitta, indoviniamo le sagome di tre o quattro soldati.

Assieme a quello di Cipro e a quello israeliano, il valico che separa il Sahara Occidentale “occupato” da quello “liberato” è una delle ultime, spietate barriere che nel pianeta tagliano in due una comunità o un’intera nazione. Lungo 2720 chilometri, il “muro” nel deserto è senz’altro il più armato e il meglio presidiato. Dice Mohammed: «È protetto da 160mila soldati marocchini, 240 batterie di artiglieria pesante, 20mila chilometri di filo spinato e 7 milioni di mine anti-uomo e anti-carro. A Rabat costa 4 milioni di dollari al giorno». Costruita a difesa dell’ultima colonia d’Africa, per i sahrawi questa barriera tiene prigioniero tutto un popolo, impedendogli l’accesso alle ricche miniere di fosfati e alle pescosissime coste dell’Atlantico, entrambe nella porzione di Sahara occidentale “occupata” dai marocchini nel 1975. Per Rabat, invece, si tratta di una “cinta di protezione” eretta per arginare le falangi del Fronte Polisario, movimento in lotta per l’autodeterminazione dei sahrawi in quelle terre. Quel movimento, però, ha rinunciato alla lotta armata quasi un quarto di secolo fa, quando, nel 1991, optò per la via diplomatica nella speranza che grazie all’aiuto della comunità internazionale venisse indetto un referendum sul Sahara Occidentale. Un sogno ancora irrealizzato.

Mohamed Abdelaziz, segretario generale del Fronte Polisario e presidente in esilio della Repubblica araba sahrawi democratica, ci riceve a Rabouni, campo profughi nel Sud. L’ex combattente Abdelaziz, che vanta 13 cicatrici di guerra e una presidenza da primato, cominciata nel 1978, considera il “muro” il simbolo della separazione. «Rabat ha chiuso la porta a ogni soluzione pacifica e calpesta i diritti della nostra comunità. Siamo stanchi dello status quo e nei campi profughi i nostri giovani invocano la ripresa della lotta armata. Siamo noi sahrawi che dobbiamo decidere che cosa fare della nostra terra. Non il Marocco che la occupa illegalmente, come sancì la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ».

Dal presidente Abdelaziz è andata una nostra delegazione parlamentare capeggiata dal senatore Pd Stefano Vaccari. All’Italia, il presidente chiede il riconoscimento della Repubblica araba sahrawi, come hanno già fatto un’ottantina di Paesi, e la condanna della Francia, «che da membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha sempre usato del suo diritto di veto per favorire la monarchia marocchina».

Anche per il primo ministro sahrawi, Abdelkader Taleb Omar, senza una risoluzione dell’Onu il suo popolo ricomincerà presto a guerreggiare. «I giovani non hanno lavoro e per loro l’unica soluzione è il ritorno alle armi. Insomma, o patria o morte». Taleb Omar dà tutte le colpe all’intransigenza del Marocco «che da sei mesi non riceve Christopher Ross, inviato del segretario generale dell’Onu Ban Kimoon, che blocca l’ingresso nel Sahara occidentale alle delegazioni straniere, ai giornalisti e alle ong, e che impedisce persino l’arrivo nel capoluogo El Ayun del nuovo capo della Minurso, l’agenzia delle Nazioni Unite per il referendum ».

Il Sahara occidentale ha anche altri problemi, quelli che nascono alle sue frontiere: con la Libia nelle mani delle milizie, diventata un gigantesco mercato di armi, con il Mali, roccaforte di Al Qaeda, con il Marocco da dove i narco-trafficanti sperimentano nuove rotte per il trasporto della droga verso l’Europa. «Se i negoziati non dovessero trovare uno sbocco, i giovani sahrawi che scalpitano per tornare a combattere potrebbero finire nelle fila dei jihadisti, aggiungendo instabilità a una regione di per sé già incandescente», sostiene Abdeslam Omar Lahsem, presidente dell’Associazione delle famiglie dei prigionieri e dei desaparecidos. «Nel 1975 fu un’invasione barbara, con ammazzamenti e deportazioni di massa. Con la repressione marocchina sono già scomparse almeno 500 persone».

L’8 ottobre 2010, a pochi chilometri da El Ayun, nel Sahara occidentale “occupato”, 20mila sahrawi montarono 7000 tende in località Gdein Izik. Fu l’equivalente di una locale piazza Taksim, in anticipo di tre anni sulla rivolta turca. I manifestanti chiedevano case e lavoro al “tiranno” marocchino. Un mese dopo le forze di sicurezza sgomberarono l’accampamento. Secondo il linguista statunitense Chomsky fu quell’episodio, e non un mese dopo l’immolazione del tunisino Mohamed Bouazizi, a segnare l’inizio delle primavere arabe.

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