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Il popolo Saharawi
FRONTE POLISARIO
Western Sahara, lo scambio di visite riaccende le speranze
I profughi saharawi d'Algeria tornano nell'area occupata per vedere i
familiari (e viceversa)
FRANCESCA GHIRARDELLI
A bordo di un aereo Antonov delle Nazioni unite, decollato una mattina di
marzo dal sud dell'Algeria, c'era chi temeva di non poter riconoscere la
madre e chi non avrebbe immaginato di trovare il fratello minore con i
capelli bianchi. Tra gli anziani e una mezza dozzina di bambini sotto i 10
anni, c'era anche chi, arrivato ai 30 anni, conosceva la terra d'origine
solo dai racconti ripetuti all'infinito sotto una tenda nel deserto. Da quel
primo volo tra Tindouf in Algeria a El Ayoun, nei Territori del Sahara
occidentale occupati dal Marocco, sono passati 6 mesi e sono stati centinaia
i saharawi ad aver ritrovato parenti e amici dopo una separazione durata
quasi 30 anni. Il Piano di scambi di visita tra famiglie saharawi doveva
durare sei settimane, ma continua anche oggi sotto l'egida dell'Alto
commissariato delle Nazioni unite: le liste d'attesa sono talmente lunghe
che, per accontentare tutti, si prevedono voli fino alla fine dell'anno. Chi
vive nei campi profughi nel sud dell'Algeria può raggiungere i Territori
occupati e, viceversa, chi sta nei Territori può far visita ai campi. La
popolazione è spaccata in due da quando il Marocco ha invaso l'ex colonia
spagnola del Sahara occidentale, a nord della Mauritania. La maggior parte
dei saharawi è rimasta sotto il regime d'occupazione, gli altri sono
scappati in Algeria. Lì si trovano da allora, in una regione inospitale, con
punte di 50 gradi d'estate. «Lo scambio di visite - racconta Omar Mih,
rappresentante in Italia del Fronte Polisario, movimento di liberazione
saharawi - è uno dei capitoli del piano per risolvere la nostra situazione.
Chi ha padre, madre, figli o fratelli lontani può passare 5 giorni con loro
nei campi o nei Territori. Fino a marzo il Marocco aveva bloccato le
partenze, anche se da molti anni l'Alto commissariato delle Nazioni unite
chiedeva un provvedimento del genere».

La Missione Onu alla fine ha ottenuto l'adesione di uno scetticissimo
Marocco che continua ad opporsi alla cessione della sovranità nell'area. Con
la promessa di un referendum, nel `91 i Saharawi per primi hanno applicato
un «cessate il fuoco», affidandosi alla diplomazia internazionale. Dopo 13
anni, 34 risoluzioni e 600 milioni di dollari spesi, all'orizzonte dei campi
non si intravede ancora nessuna consultazione referendaria. Eppure il popolo
del Sahara Occidentale resta lì, tenta di coltivare pomodori sulla sabbia e
aspetta. Ha organizzato un modello di stato laico dove la popolazione è
musulmana, dove non c'è traccia di fondamentalismo e nessuno si sogna di
commettere atti di terrorismo. «Siamo la barriera contro il
fondamentalismo», dice Mih. «Sarebbe bene premiare quest'esperienza oppure
bisogna aspettare che, delusi, migliaia di giovani nei campi si ribellino,
per poi dire che abbiamo perso un'occasione per mantenere la pace? Nessuno
può obiettare niente sul metodo di battaglia del mio popolo. I saharawi
hanno pazienza, però siamo delusi da tante promesse mai mantenute. I ragazzi
partono per studiare in Spagna, in Algeria e a Cuba. Tornano ingegneri o
medici e aspettano, come se da un anno all'altro, da una risoluzione
all'altra, fosse possibile rientrare nel paese. Così passano gli anni e alla
fine non ci credono più».

Alle difficoltà della vita quotidiana e alle prospettive di quella futura si
aggiungono le contraddizioni internazionali: mentre la propaganda diffusa in
Maghreb da al Qaeda definisce «pericolosi» i saharawi e il loro modello di
stato laico, l'Unione europea dimezza gli aiuti umanitari, rischiando di
strozzare chi già soffoca nella sabbia. «I 200 mila saharawi rifugiati -
continua Mih - vivono soprattutto del sostegno delle Nazioni unite e del
Programma alimentare mondiale (Pam). Arrivano anche aiuti bilaterali di
alcuni governi, tra cui l'Italia. E poi c'è la Commissione europea che nel
2003 ha stanziato 14 milioni di euro, mentre quest'anno solo 8 milioni».
Intanto, ad aprile è arrivata una nuova risoluzione Onu, la
trentaquattresima. Viene da pensare che siano così numerose perché non
costano nulla, soprattutto quando rimangono sulla carta. L'ultima battuta
d'arresto è datata 11 giugno: l'inviato speciale dell'Onu, l'ex Segretario
di Stato James Baker si è dimesso dall'impegno nel Sahara Occidentale dopo 7
anni. Il Piano che porta il suo nome, elaborato appena un anno fa, adesso è
ancora più a rischio. 
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