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Il popolo Saharawi

Haminatou e San Suu Kyi, il rumore del silenzio

di Nella Condorelli

Non si sono certamente mai conosciute, Haminatou Haidar e Aung San Suu Kyi. Saharawi e musulmana, la prima; birmana e buddista, la seconda. C’e’ un tratto pero’ che lega queste due donne, diverse tra loro, e distanti per tutto; un dato che riguarda in prima battuta la cronaca politica visto che Aminatou e San Suu Kyi sono due donne leader, da anni alla testa delle lotte per l’indipendenza e la democrazia dei rispettivi popoli. Quel che colpisce pero’, nelle loro vite parallele che parallele non sono, e’ la voce del silenzio che le circonda entrambe. Una voce assordante. Un rumore senza suoni. Specchio della censura che controlla il flusso informativo da e per i loro Paesi. Specchio delle compiacenti, tragiche, amnesie dell’Occidente all’alba del terzo millennio. Ma anche specchio che un altro mondo e’ possibile. A questo ho pensato, sabato scorso, leggendo su “La Repubblica” l’articolo di Garton Ash su Aung San Suu Kyi in occasione del sessantunesimo solitario compleanno della leader birmana. A questo avevo pensato la sera prima quando, grazie all’invito dell’Associazione Nazionale per il Sostegno al Popolo Saharawi, ho potuto incontrare e intervistare Haminatou Haidar, fortunosamente uscita dal Marocco e arrivata in Europa per sollecitare ancora una volta la comunita’ internazionale a prendere posizione sulla questione del Sahara occidentale. Il rumore assordante del silenzio: cornice di un ritratto per due leader, nel turbinio politico del sud del mondo. Haminatou Haidar ha trentanove anni, vive con i due figli nella citta’ di El Aioun, e’ una leader della lotta d’indipendenza del Sahara occidentale, estrema cuspide del deserto africano lungo le coste atlantiche, al confine con la Mauritania a sud e con l’Algeria ad est. Dal 1976, questa vasta regione, terra avita dei Saharawi, e’ sotto l’occupazione politica e militare del Marocco, arbitrariamente ridotta a colonia-provincia, nonostante le decine di risoluzioni ONU che dal 1950 sanciscono la piena legittimita’ delle rivendicazioni indipendentiste dei Saharawi, ed il loro diritto ad autodeterminare il futuro politico e amministrativo della terra che gli appartiene da sempre. L’anno scorso, era il mese di maggio, e l’aria e’ gia’ rovente nelle citta’ del deserto dalle mille sabbie, quando la foto del volto tumefatto di Haminatou, labbra e occhi spaccati, una maschera di sangue rappreso, e’ riuscita ad arrivare in Europa, nonostante i duri controlli e la censura del governo di Rabat. Veniva dalla prigione sotterranea di El Aioun, la “prigione nera” delle forze speciali marocchine piu’ volte denunciata anche dai rapporti di Amnesty International, dove Haminatou era stata di nuovo rinchiusa e torturata. Questa volta, con l’accusa di aver organizzato le manifestazioni pacifiche di protesta con cui migliaia di Sarawi l’anno scorso hanno chiesto a Rabat il rispetto degli accordi internazionali sottoscritti nel 1988, che comprendono anche il referendum ratificato dall’ONU per l’autodeterminazione del Sahara occidentale. Aung San Suu Kyi compie oggi sessantuno anni, ha due figli lontani, e’ la leader dell’opposizione democratica birmana. Da tredici anni e’ostaggio dei militari che l’hanno arrestata subito dopo le elezioni nazionali del 1990, vinte dal suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, con l’82% delle preferenze. Da anni vive prigioniera nella casa semidiroccata che fu della sua famiglia, sulle rive del lago Inya, nell’ex Birmania ribattezzata Nyanmar dalla giunta militare che governa il Paese con pugno di ferro. Nel 1991, San Suu Kyi ha ricevuto il Premio Nobel per la pace, ma non ha potuto ritirarlo perche’ era in prigione; non ha potuto ritirare neanche il Premio Sacharov per la liberta’ di pensiero attribuito dal Parlamento europeo, e la laurea honoris causa per l’attivita’ a difesa dei diritti umani conferitale dall’Universita’ di Bologna. Non ci sono fotografie recenti, di Aung San Suu Kyi; le ultime, sono quelle che la ritraggono in mezzo alla folla dei suoi sostenitori; risalgono a tanti anni fa, e mostrano una donna esile, il viso ovale perfetto delle orientali, una mezza frangetta di capelli neri sulla fronte. Questa primavera, alla fine del mese di maggio, scadeva il periodo della sua ultima detenzione. Ma invece della notizia della scarcerazione, e’ arrivata ai giornali la notizia che la giunta militare aveva deciso di rinnovare l’arresto domiciliare di Aung San Suu Kyi almeno per un altro anno ancora. “La signora sta bene”, si e limitato a dire il portavoce dei militari.

LA TESTIMONIANZA DI HAMINATOU

Signora Haidar, qual’e’ oggi la condizione di vita dei Sarawi nei territori occupati? “Le condizioni di vita quotidiana sono molto peggiorate, l’avvento al trono di Mohamed VI non ha portato alcun cambiamento nella politica del governo di Rabat rispetto alla questione del Sahara occidentale anzi, se e’ possibile, ha ancor piu’ inasprito la situazione generale. I Saharawi, adulti, bambini, uomini e donne, sono oggetto di soprusi e atti di violenza continua da parte delle forze di occupazione. Durante l’ultima visita dell’ONU, la polizia ha lanciato le auto addosso alla gente che manifestava pacificamente per la strada; un ragazzo di appena sedici anni e’ morto bruciato vivo. Basta essere Saharawi per essere oggetto di gravi discriminazioni, ci sono casi di studenti universitari, come e’ avvenuto a Casablanca, all’Universita’ Hassan II, che sono stati picchiati a sangue e poi arrestati al posto di coloro che li avevano massacrati. Si puo’ dire che nessuno sfugga alle atrocità delle forze di occupazi one’, parlo di torture fisiche ma anche di torture psicologiche. Quello che fa piu’ male e’ vedere i maltrattamenti inflitti ai nostri figli. Posso raccontare un’episodio che mi riguarda: a mia figlia, che ha poco piu’ di dieci anni, e’ stato impedito di chiudere l’anno scolastico, e quando l’anno scorso sono stata arrestata, l’unica cosa che le e’ stata consegnata e’ stata la mia borsa insanguinata. Mi appello alle donne, chiedo alle madri italiane di capire la nostra sofferenza, la violenza sui nostri figli e’ violenza doppia su di noi.

Come si comportano gli organi di stampa, e la televisione pubblica marocchina?

“Organi di stampa e televisione pubblica marocchina censurano le informazioni politiche dai territori occupati, e fanno finta di ignorare quanto avviene alla gente Saharawi. Nei fatti, quando qualche notizia viene fuori e’ costruita in maniera tale da suscitare odio e risentimento nei nostri confronti, oppure si tenta di screditare la nostra lotta mentre tutti sanno che il popolo sahrawi è nella grande maggioranza a favore dell’indipendenza. Questo tipo di disinformazione, orchestrata dalla macchina della propaganda marocchina insieme alla censura, finisce per alimentare il processo di criminalizzazione e di persecuzione contro chiunque si dichiari a favore del referendum, quindi dell’applicazione delle risoluzioni dell’ONU. Ma a dispetto del black-out mediatico che ci e’ stato imposto, sono nati movimenti di contestazione nelle universita’ di Marrakesh, Casablanca e Rabat, si chiede l’indipendenza in più regioni del sud marocchino; il potere di Rabat potrebbe vacillare. ’. Quali sono le cifre in vostro possesso sulla violazione dei diritti umani nelle prigioni? “I rapporti di Amnesty International, e i dossier redatti dalle associazioni internazionali sul campo parlano chiaro. Solo l’anno scorso, dopo lo sciopero della fame dei detenuti, le manifestazioni pacifiche che le forze speciali marocchine hanno trasformato in un carnaio, le centinaia di arresti, le detenzioni illegali -, io stessa sono stata detenuta per mesi -, contiamo oggi almeno 550 militanti sarawi dipersi, tutti difensori dei diritti umani di cui non si piu’ nulla. Vorrei ricordare le torture inflitte ad un vecchio di 70 anni, “un saggio” di una tribù, arrestato senza colpa alcuna. Chiedo alla comunita’ internazionale che venga aperta un’indagine sull’assassinio di giovani saharawi nella prigione di Kalaat Mgouna. Mi appello a voi e alle organizzazioni umanitarie affinché un giorno i responsabili di queste atrocità possano essere giudicati.”. Da ventanni, lei e’ una leader della lotta d’indipendenza sarawi e una difensora dei diritti umani. Com’e’ nato il suo impegno politico? Era 1987, novembre, avevo appunto venti anni, decisi di partecipare ad una marcia pacifista che chiedeva il rispetto dei diritti umani nei territori saharawi occupati. Le forze speciali marocchine ci assalirono, fui arrestata, condotta in prigione, torturata, offesa nella mia dignita’ di donna e di persona umana. La mia famiglia rimase senza notizie per settimane. Sono stata detenuta per tre anni e sette mesi, con gli occhi sempre bendati. Ho vissuto l’infelicità e le sofferenze dei miei compatrioti, alcuni dei quali morti sotto le mani dei loro carnefici, e altri sotterrati vivi in fosse comuni, all’insaputa delle loro famiglie. Qual’e’ il suo punto di vista oggi sulla questione saharawi, e l’umore della gente? Noi denunciamo con forza il terrorismo di stato del governo marocchino, come denunciamo il silenzio e la complicità di alcuni Stati con questa occupazione illegale, e l’atteggiamento delle Nazioni Unite che non riesce a far applicare le proprie raccomandazioni. La gente saharawi non si fida piu’ dell’ONU, l’intifada pacifica che e’ scoppiata nelle citta’ da piu’ di un anno vuole attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, e’ quello che ho detto al Parlamento europeo: chiediamo agli osservatori internazionali ed alle delegazioni straniere di venire nel Sahara occidentale;non ci stancheremo di chiedere ai Governi di fare pressioni sul Marocco perche’ organizzi il referendum. Siamo assolutamente contrari a qualsiasi progetto di autonomia deciso unilateralmente perche’ esso non risponde al desiderio del popolo saharawi che aspira alla propria indipendenza totale. ”. Secondo alcune indiscrezioni, per lei sarebbe gia’ pronto un nuovo mandato di arresto, tanto che alcune associazioni internazionali si starebbero organizzando per accompagnare il suo ritorno, e’ vero? Ha paura? Ho saputo anch’io di queste indiscrezioni, non ho paura. Non e’ la mia vita la questione piu’ importante ma il futuro delle popolazioni saharawi. Vorrei lanciare un appello alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie perche’ esercitino le dovute pressioni sul Marocco al fine di far rispettare la legalità internazionale, e di mettere fine ai soprusi contro il popolo sahrawi. Se la situazione attuale dovesse perdurare, si rischierebbe la radicalizzazione dei movimenti pacifisti e la ripresa delle ostilita’. ‘”.

DIETRO IL SILENZIO DI AUNG SAN SUU KYI

Nel Paese delle mille pagode d’oro, meglio noto negli anni Ottanta come una delle tre punte del “triangolo della morte”, i Paesi asiatici ad alta coltivazione di papavero da oppio e produzione di eroina, Aung San Suu Kyi e’ molto piu’ di una leader politica. Aung San, suo padre, e’ l’eroe nazionale dell’indipendenza birmana, lei aveva solo due anni quando venne assassinato. Era il 1947, tre mesi dopo la Birmania, colonia inglese da piu’ di un secolo, avrebbe firmato la dichiarazione ufficiale d’indipendenza dalla Gran Bretagna. La biografia di San Suu Kyi la racconta ragazzina in India dove la madre, Ma Khin Kyi, che aveva sposato Aung San nel 1942 al Rangoon General Hospital della capitale birmana, oggi rinominata Yangon, era stata inviata come ambasciatrice. Poi l’universita’ ad Oxford, dove San Suu Kyi studia filosofia, economia e politica; nel 1969 il primo lavoro, alle Nazioni Unite a New York; nel ‘72, il matrimonio. Sposa Michael Aris, professore di letteratura tibetana a Oxford, nascono due figli. Forse, racconta sempre la sua biografia, la vita di San Suu Kyi sarebbe rimasta quella di una intellettuale molto speciale, sul palcoscenico della fine del colonialismo storico britannico, se nel 1988 non fosse tornata a Rangoon, per assistere la madre malata. E’ la prima volta che torna nella sua terra, dal quei lontani fatti del ’47. Possiamo immaginarla, mentre cammina per strade che le sono ignote, eppure conosciute, una per una. Rangoon, la capitale, e’ attraversata da una rivolta studentesca e popolare in difesa della democrazia. Il Consiglio di Stato per il Ripristino della Legge e dell’Ordine, SLORC, che pochi mesi prima, con un fittizio colpo di stato, ha ereditato il potere dal generale NeWin, scatena una brutale repressione, sono migliaia i manifestanti uccisi, San Suu Kyi sta dalla loro parte. Nel settembre 1988, fonda con Tin Oo, anziano leader democratico, la Lega Nazionale per la Democrazia. La gente la adora, la vuole a capo dell’opposizione democratica; per prima cosa, lei denuncia il generale NeWin, ufficialmente in pensione, accusandolo pubblicamente di essere la vera mente politica del Consiglio di Stato. Aggiunge anche che qualsiasi utopia di trasferimento del potere ai civili e’ per l’appunto un’utopia: i militari non se ne andranno mai. Viene arrestata, per protesta rimane nove giorni chiusa nella sua automobile, ma e’ solo la prima di una lunga serie di arresti e condanne. In Inghilterra non tornera’ piu’, neanche per la morte del marito, ucciso nel 1999 dal cancro. Nel 1990, il suo partito vince le elezioni nazionali, e conquista 382 seggi su poco piu’ di 400, la giunta militare annulla le elezioni, e l’arresta di nuovo. Nel 2003, l’opposizione birmana in esilio denuncia che almeno 70 persone, tra cui il vicepresidente della lega Nazionale per la Democrazia, sono rimaste uccise nel corso di un’imboscata tesa da un gruppo di militari per assassinarla mentre, temporaneamente libera, San Suu Kyi va in villaggio in villaggio, sulle strade del nord del Paese con la carovana della Lega Nazionale per la Democrazia.

Da allora, il silenzio totale e’ sceso su di lei, e nel cono d’ombra che avvolge la sua vita sprofonda ogni giorno di piu’ la vita della Birmania. Il Paese e’ precipitato ormai da anni nella poverta’ totale e nelle malattie, con un sistema sanitario che l’Organizzazione mondiale della Sanita’colloca all’ultimo posto, il 190esimo, su 190 Paesi presi in considerazione. Mentre anche l’Aids miete vittime, la giunta militare si dedica ad ogni sorta di traffici illegali. Oggi l’onnipotente si chiama Than Shgwe, capo del Governo e ministro della difesa. A lui vengono accreditati business di ogni tipo, in particolare nel settore alberghiero, turistico e del divertimento. Dopo lo tsunami, saltò fuori che un albergo-casinò di sua proprietà, meta di piacere per molti tailandesi, rispondeva a un prefisso telefonico thai pur essendo in territorio birmano. La giunta gestisce prostituzione e gioco d’azzardo anche sul confine cinese, ed ha in mano il contrabbando del legname che, con piu’ di un milione di metri cubi trasportati illegalmente ogni anno in Cina, rappresenta una delle sue maggiori entrate illegali. L’altra, la principale, e’ il traffico della droga pesante: il Nyanmar e’ il secondo produttore mondiale di oppio, il primo e’ l’Afghanistan. Forte di un apparato tentacolare di spie a caccia di ogni forma di dissenso, la giunta militare birmana e’ tristemente nota anche la sistematica violazione dei diritti umani e civili. Il rapporto “Otto minuti di silenzio” redatto dall’Associazione di Assistenza dei Prigionieri Politici stima che le persone attualmente detenute, uomini e donne, senza accesso alle garanzie di equo processo per avere esercitato i loro diritti politici, sarebbero 1154; e 130 i militanti democratici e i difensori dei diritti umani morti in carcere per torture e maltrattamenti nel corso degli ultimi quindici anni. Caso unico nella storia dell’Onu, la Myanmar-Birmania è stata esclusa dai lavori dell’Ilo, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro, con l’accusa di aver ridotto in schiavitù almeno 800.000 dei suoi cittadini. Due anni fa, con una decisione a sorpresa, la giunta militare ha trasferito la capitale da Yangon, l’antica Rangoon, a Pyinmana, 400 chilometri piu’ a nord, nel cuore del Paese, ed ha invitato i diplomatici stranieri a far le valige. Che cosa ci sia dietro questa decisione, rimane ancora oggi un mistero tutto da interpretare, uno dei tanti nelle faccende politiche di questo Paese. C’e’ chi e’ convinto che Than Shgwe abbia deciso di imitare i re delle grandi dinastie storiche, che trasferivano le capitali ad un cenno degli indovini e dei maghi, pilastri della cultura nazionale. Divinazione ed interpretazione del moto stellare e degli astri, rappresentano per i birmani molto piu’ di un semplice passatempo, insieme con la meditazione sono alla base del rapporto con se stessi e con la natura. Il giornale degli esiliati birmani in Tailandia, Irrawaddy, mantiene in piedi la teoria avanzata in quei mesi, e sostiene che “Yangon e’ diventata una citta’ di attivisti, leader studenteschi, politici, partiti d’opposizione, diplomatici, agenzie ONU, organizzazioni non governative, e secondo la visione del regime, di elementi intestini distruttivi.”. Insomma, una citta’ assai pericolosa per generali che vogliano conservare il potere a tutti i costi. La terza teoria corrente e’ quella di Kyaing, giornalista democratica che ha scelto l’esilio in Europa. Nonostante alcuni analisti politici di origine birmana si dicano scettici, Kyaing continua a pensare che il regime militare consideri la nuova capitale Pyinmana, ex quartier generale della resistenza ai tempi di Aung San, piu’ difendibile in caso di un’attacco dall’esterno, un pensiero rivolto innanzitutto agli Stati Uniti che hanno inserito il Nyanmar nella lista degli stati canaglia. Di certo, secondo Kyaing, i vicini di casa, dalla Tailandia alla Malesya, dall’India alla Cina, che rimane il principale partner economico e politico della Birmania, sembrano oggi un po’piu’ attenti alla faccende interne birmane, pur mantenendo il principio della non-ingerenza, e la vicenda di Aung San Suu Kyi, rinchiusa nella sua casa sul lago vicino Yangon, sta sempre piu’ a cuore a tanti. Naw Zipporah Sein, 51 anni, e’ la responsabile dell’Organizzazione delle Donne Karen. Nel 1999, dopo aver vissuto e insegnato per 23 anni nel distretto di Kler Lwee Htoe, ha deciso di trasferirsi in territorio tailandese, in un’area in cui si concentrano campi profughi e organizzazioni di esuli e dissidenti birmani. Intervenendo ad un incontro internazionale, ha denunciato le violenze continue dei militari birmani contro le donne Karen, minoranza etnica del Paese, che conta almeno un centinaio di etnie, il 35 % dell’intera popolazione birmana, cinquanta milioni di abitanti, concentrate negli stati di Shan, Chin, Kayah, e Karen. L’organizzazione di Naw Zipporah fa parte della “Lega per le donne birmane”, un’associazione di 12 piccoli gruppi che cerca di aiutare le donne sopravvissute a gravi violenze.

“Molte donne Karen, ha raccontato Naw Zipporah, sono state uccise o stuprate dai soldati del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo, come ora e’ chiamata la giunta militare, altre sono rimaste vedove o hanno visto uccidere i loro figli, oppure sono state costrette a lasciare le loro case e le loro terre. I soldati distruggono i villaggi e bruciano le scorte di cibo. I bambini muoiono per carenza di cure mediche e di assistenza. Il mio fidanzato, il marito e il ragazzo delle mie sorelle sono morti in combattimento, con i gruppi autonomisti armati”, ha concluso Naw Zipporah, “ma io sogno una vita senza guerra e sostengo coloro che come San Suu Kyi lottano per la pace e la giustizia.”.

”Ciò che la gente della Birmania vuole oggi è democrazia; una volta raggiunta avremo tutti i mezzi per risolvere le questioni che affliggono il Paese", disse anni addietro Aung San Suu Kyi ad uno dei pochi giornalisti riusciti ad intervistarla. Parlo’ anche di Gandhi e di suo padre, modelli di riferimento politico. Parlo’ di democrazia, di non violenza, di rispetto dei diritti umani. Infine, anche di paura, soglia della corruzione e della violenza nel potere. “Mi sono impegnata con il mio popolo ad agire senza paura”, disse. Se il silenzio puo’ essere assordante, le storie politiche di Haminatou e di Aung San Suu Kyi certamente lo sono.

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