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Il popolo Saharawi

Il Fronte Polisario chiede alle Nazioni Unite di applicare le risoluzioni contro il Marocco

Saharawi, appello all’Onu:«Non lasciateci o sarà guerra»

Emanuele Piano

Ombre di guerra aleggiano sul Sahara Occidentale occupato, ultimo caso di decolonizzazione nel continente africano. A scatenarle sembra essere l’ultimo rapporto redatto, lo scorso 12 aprile, dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ed un’impasse politica estenuante che si trascina da oltre 30 anni.

La contesa risale agli anni Settanta quando la Spagna, allora potenza coloniale, avvallò la spartizione del Sahara occidentale tra Mauritania e Marocco. Alla ritirata spagnola nel 1975 e alla “Marcia Verde” guidata dal padre dell’attuale sovrano Mohamed VI, Hassan II, che portò 300mila marocchini ad occupare il territorio facendo valere un presunto “diritto storico” sulla zona, seguì l’insurrezione e la guerra. I nazionalisti saharawi fondarono il Fronte Polisario (acronomino di fronte popolare per la liberazione di Saguia el Hamra e del Rio de Oro) respingendo la Mauritania - che si ritirò dalla contesa nel 1979 - mentre migliaia di persone fuggivano per il deserto in balia dei bombardamenti aerei marocchini e delle distese sconfinate di sabbia. Seguì un conflitto a bassa intensità con attacchi di guerriglia e la costruzione di un muro di difesa lungo 2500 chilometri che taglia in due il Sahara occidentale e che delimita la porzione occupata da quella “liberata” e sotto controllo del Polisario e della sua repubblica in esili, la Rasd (Repubblica araba democratica saharawi). Dagli accordi di pace di Houston nel 1992, che seguivano al cessate-il-fuoco negoziato un anno prima, a più riprese le risoluzioni dell’Onu hanno richiesto che si svolga il referendum per l’autodeterminazione del Sahara occidentale. Era stata anche creata una missione ad hoc, la Minurso, il cui compito è di monitorare il rispetto degli accordi sul piano militare e predisporre le condizioni per un regolare svolgimento del voto. La missione Onu ha ormai da anni completato il censimento dei potenziali votanti, anzi, negli ultimi anni, si sta procendendo alla digitalizzazione degli archivi cartacei che stanno lentamente ammuffendosi negli scaffali. Il personale Onu sul terreno, demotivato, sembra vivere esclusivamente per quei quattro milioni di dollari che mensilmente la missione costa. Somma che, evidentemente, lava la coscienza di quanti non vogliono prendere una decisione sulla questione.

L’ultimo piano messo in campo dalle Nazioni Unite è stato quello dell’ex segretario di Stato americano, James Baker. Denominati “Piano Baker” I e II, prevedevano una soluzione di compromesso: autonomia sotto la corona marocchina per il Sahara occidentale per un periodo di cinque anni alla fine dei quali si sarebbe dovuto tenere il referendum per l’autodeterminazione. Ipotesi accolta dal Polisario, ma rifiutata, ancora una volta, dal Marocco. L’intrasigenza marocchina - sostenuta dalla Francia, mentre la Spagna appoggia i Saharawi e gli Stati Uniti cercano una mediazione - ha portato alle dimissioni di Baker lo scorso anno ed alla nomina dell’attuale inviato, il diplomatico olandese Peter van Walsum.

E’ lui ad aver redatto il rapporto presentato al Consiglio di sicurezza da Annan dove prende atto dell’immobilismo politico delle parti. Nelle osservazioni contenute nel testo emergono tutte le contraddizioni dell’Onu: «Dall'aprile 2004 - si legge -, quando il Marocco ha rifiutato il piano di pace (quello di Baker ndr) perché non accettava il referendum per l’indipendenza nessun paese ha usato la sua influenza per persuadere il paese a riconsiderare la propria posizione». Van Walsum ne deduce che non si faranno ulteriori passi avanti «senza una soluzione consensuale alla questione del Sahara occidentale».

Escludendo l’ipotesi di un ritiro delle Nazioni Unite, Annan propone quindi la tenuta di «negoziati diretti senza precondizioni» sotto l’egida o comunque all’interno del quadro Onu e che, oltre alle parti, vedano l’ingresso dell’Algeria e la pressione delle capitali straniere amiche.

Il Fronte Polisario ha preso molto male li suggerimenti contenuti nel rapporto definendolo, per bocca del suo presidente, Mohamed Abdelaziz, «un complotto contro la causa Saharawi ed il diritto dei popoli all’autodeterminazione». Abdelaziz, peraltro, è andato anche oltre nella sua analisi affermando che se «l’Onu dovesse fare dei passi indietro sui suoi principi ed impegni, questo sarebbe un serio ed ingiustificabile precedente» e potrebbe rappresentare un pericoloso viatico per un ritorno alle armi «perché se non possiamo difendere i nostri diritti in maniera pacifica saremo costretti alla lotta armata». Dal canto suo il Marocco ha definito «piuttosto positivo» il rapporto in quanto «non propone nessun nuovo piano e preconizza dei negoziati tra il Marocco ed il fronte Polisario per una soluzione politica giusta e durevole e mutualmente accettabile al conflitto nel Sahara», ha detto un alto responsabile marocchino. Per il regno che si affaccia sull’Atlantico, questa sarebbe la morte definitiva del piano Baker che «non teneva conto delle condizioni poste da tutte le parti».

Negli ultimi mesi, Rabat ha lanciato una vasta campagna diplomatica per promuovere il suo progetto di «ampia autonomia» del Sahara occidentale che, neanche a volerlo, ricalca le proposizioni transitorie del piano Baker. Ovvero, autonomia che significa una sorta di statuto speciale per la regione dove però la moneta, la bandiera, la politica estera, l’utilizzo delle risorse naturali e le forze di sicurezza restano sotto il controllo del governo centrale. Sullo sfondo le risorse del Sahara occidentale: pesce, fosfati, ma soprattutto petrolio. Negli ultimi anni diverse compagnie, tra cui alcune americane, come la Kerr-McGee, legate allo stesso inviato del segretario generale, James Baker, avevano firmato accordi di esplorazione con il regno Alawita. Questi contratti sono però stati dichiarati nulli dall’ufficio legale delle Nazioni Unite nel gennaio 2002 che non ha riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio conteso e quindi invalidato le decisioni che lo riguardavano. Le riserve di greggio stimate si aggirerebbero intorno ai 14 milioni di barili e oltre due miliardi di metri cubici di gas.

E mentre la politica non trova una soluzione, continua, sempre più pesante, la repressione nei territori occupati. Durante le celebrazioni per il trentennale della Marcia Verde le manifestazioni organizzate dai saharawi sono state, ancora una volta, disperse dalla polizia e dall’esercito, dispiegato nel Sahara occidentale da dicembre e per la prima volta dal 1999. Annan si è detto «preoccupato per la dura risposta alle manifestazioni ed ai presunti abusi dei diritti umani». Su tutto questo pesa il destino dei 170mila rifugiati, ma l’Onu ha recentemente abbassato la sua copertura assistenziale a soli 90 mila, di cui il 56% con meno di 17 anni che dal 1976 (anche se i primi aiuti umanitari sono arrivati dieci anni dopo) vivono una situazione che doveva essere transitoria. Il tutto in una distesa desertica di sabbia e pietre, che in Hassanya chiamano «hamada» (letteralmente il deserto nel deserto ndr), con costruzioni in fango, edifici pubblici, scuole ed ospedali fatiscenti. E se l’ambiente circostante offre poco, ancora di meno fanno i donatori internazionali. La mancanza di aiuti, come la malnutrizione che colpisce il 35% dei bambini con meno di cinque anni, sono croniche. Al Programma Alimentare Mondiale mancano oggi ancora 17 milioni di dollari, pari al 42% di quanto richiesto, per dare da mangiare ai profughi da qui ad agosto.

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