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Settanta
tra feriti e arrestati a El Aaiun
El Aaiun (territori occupati), 18/05/2006
Settanta saharawi, tra feriti e arrestati, è il bilancio non ancora definitivo della repressione marocchina delle manifestazioni a El Aaiun di mercoledì sera, tra gli arrestati anche 5 ex prigionieri politici. Le manifestazioni erano organizzate per esigere l’organizzazione del referendum di autodeterminazione e chiedere all’Onu di proteggere la popolazione civile dalla brutale repressione marocchina.
Le manifestazioni si sono sviluppate in varie zone della città,nel quartiere"Hay Maatalla", nei viali "Smara" e "Sidi Mohamed Dedech". Le forze di repressione marocchina composte dai GUS, da polizia, gendarmeria, forze ausiliari e dell'esercito marocchino, sono intervenute selvaggiamente contro i cittadini saharawi senza difesa, con un bilancio provvisorio di 53 feriti, 18 arresti e una dozzina di case saccheggiate.
Gli attivi saharawi dei diritti umani Bachir Lekfauni, Daha Rahmouni e Mohamed Fadel El Hairech, sono stati fermati per più di un'ora, subito dopo l'incontro con i membri della commissione Onu dei diritti umani. È da martedì che appartenenti alle varie forze di polizia e dei corpi paramilitari travestiti con abiti tradizionali saharawi sono in tutte le vie della città di El Aaiun, con bandiere, marocchine per dare l'impressione alla commissione Onu che che vi fossero manifestazioni in favore del Marocco.
Informata dagli attivisti saharawi dei diritti umani di queste pratiche repressive che si svolgono sotto i suoi occhi, la commissione dell'ONU è rimasta chiusa in hotel. Un atteggiamento incomprensibile per gli attivisti saharawi dei diritti uomini che hanno protestato presso la stessa commissione che da martedì si trova a El Aaiun per indagare sulle violazioni dei diritti umani su raccomandazione del SG dell'ONU Kofi Annan.
Le
autorità marocchine fermano sette saharawi prima dell’arrivo della
delegazione ONU.
L'AAIUN, 17 maggio di 2006
Le autorità marocchine hanno fermato ieri sette giovane saharawi a L'Aaiún, la capitale occupata del Sahara Occidentale, nel tentativo di evitare ogni tipo di manifestazione pacifica durante la visita di una delegazione dell’Alto Commissariato dell'ONU per i Diritti umani che ha iniziato oggi una serie di consultazioni con i rappresentanti della società civile.
Si tratta di Kara Lembarek, Mohamed Salek Mohaimdat, Jamaa Salek Mohaimdat, Hamza Ayach, Ghali Bouhel-la, Said Lumadi y Benfus Faraji.
Secondo fonti SPS effettivi dei vari corpi di sicurezza marocchini sono stati spiegati in tutta L'Aaiún, procedendo a registrare i cittadini saharawi ed i loro veicoli, "avvisandoli di non uscire di casa".
I dipendenti dell'impresa Fos-Bucraa, in lotta da mesi, che dovevano organizzare una manifestazione davanti alla Commissione dell'ONU, sono rimasti sorpresi per la promessa del Marocco di accogliere le loro richieste se rinunceranno alla loro manifestazione davanti alla commissione Onu.
Intervista con Aminetu Haidar, attivista saharawi
"Preferiamo la morte che vivere sotto i marocchini"
Nuria Navarro
El Periódico
18-05-2006
L'Aaiún, 1967 Ex
funzionario
municipale, sposata e madre di due figli. Magra, alta, aristocratica
nella sua
melhfa colorata. Nessuno direbbe che Aminetu Haidar è stata torturata
per
difendere i diritti umani nel Sahara occidentale, la terra che sogna
indipendente.
Nuria: Lei ha iniziato a lottare molto presto.
Aminetu: A 12 anni ero una bambina viziata. La primogenita. Il primo schiaffo me lo ha dato un poliziotto marocchino! A quell'età compresi che qualcosa stava succedendo. Sentivo le bombe. Vedevo circolare le truppe. Mio nonno apparteneva all'Esercito marocchino, vivevamo nel quartiere militare.
N: All'Esercito marocchino, dice?
A: Sì. Vedevo i veicoli militari pieni di sangue, e chiedevo all’autista cosa succedeva. Mi resi conto che i marocchini erano arrivati nel Sahara occidentale in maniera illegale. Avevo paura. Per ascoltare la radio nazionale saharawi dovevamo chiudere le finestre. A 17 anni seppi che eravamo un paese occupato. Formammo cellule clandestine.
N: E finì per passare tre anni e sette mesi con gli occhi bendati.
A: Avevo 20 anni. Nel 1987 venimmo a sapere che sarebbe arrivata a L'Aaiún una commissione delle Nazioni Unite per verificare quale la volontà era dei saharawi. Decidemmo di manifestare. Ma i marocchini sciolsero il concentramento, arrestando 400 persone. Li liberarono tutti, meno a 64.
N: Lei era tra loro.
A: Sì. Mi tirarono fuori di casa alle 3.30 del mattino. Mi portarono in una sala di tortura, mi legarono le mani ed i piedi con corde e mi gettarono sopra sostanze pestilenziali. Quando perdevo coscienza, mi
svegliavano a schiaffi, minacciandomi di violentarmi ed ammazzarmi. Passai tre anni e sette mesi in una prigione sotterranea piena di insetti, senza giudizio, senza sapere niente dell'esterno. Mi liberarono nel
1991.
N: Come uscì dalla prigione?
A: Malata. Piena di dolore. Mi operarono alla schiena e di emorroidi, perché in tutto quel periodo mangiai solo legumi secchi. L'unica carne era quella degli insetti.
N: Ripugnante. Tuttavia, l'esperienza non la raggrinzì.
A: No. Costruimmo comitati per denunciare la violazione dei diritti umani ed il crimine contro l'umanità commessi dallo Stato marocchino. Quando potemmo rompere il blocco mediatico, ci privarono del
passaporto. Ed il 17 giugno del 2005 ci fu una nuova manifestazione.
N: Tornò ad essere un bersaglio ?
A: Mi ruppero la testa e mi lasciarono per strada. All'ospedale mi diedero 10 punti ma, prima di dimettermi, mi portarono alla polizia giudiziale marocchina. Dopo tre giorni di interrogatori, rifiutai di firmare un verbale pieno di bugie.
N: Che tipo di bugie?
A: Scrissero che io affermavo di appartenere ad una banda criminale e che incitavo la gente alla violenza. È il Governo marocchino quello che esercita il terrorismo di Stato! Per me fu un onore stare sette mesi
nella Prigione Nera. Potei costatare la sofferenza dei prigionieri.
N: Oggi l'intifada continua.
A: Dal 21 di maggio del 2005 è una continua insurrezione popolare pacifica. Di fronte alla miseria, di fronte allo sfruttamento, di fronte alle violazioni dei diritti di espressione, manifestazione ed associazione,
di fronte al silenzio della comunità internazionale. Le Nazioni Unite non sono arrivate ad una soluzione del conflitto. E noi ci aggrappiamo al nostro diritto inalienabile di autodeterminazione.
N: Alzando le bandiere.
A: E ripetendo slogan contro l'occupazione marocchina. Ma la risposta è sempre perversa, brutale, selvaggia... A forza di repressione e di silenzio, la situazione si aggraverà. Non escludo che qualcuno pensi ad un'azione aggressiva... Noi invitiamo alla calma. Preferiamo essere vittime della violenza che praticarla.
N: Lei si lamenta amaramente della Francia e della Spagna.
A:
occupante repressore. Non può tacere!
N: Si spiega il disinteresse?
A: Avranno interessi... Sappiamo che il popolo spagnolo ci appoggia. Se non ci fosse la sua solidarietà, saremmo morti. Al Governo spagnolo chiediamo solo che faccia pressione sul governo marocchino affinché ci lasci esercitare il nostro diritto all'autodeterminazione.
N: Non corra tanti rischi, Aminetu...
A: So che, quando tornerò a casa, mi rinchiuderanno ancora in prigione. Il nostro obbligo è sacrificare le nostre vite affinché gli altri vivano. Arrivare fino alla morte se è necessario. Preferiamo la morte che vivere sotto i marocchini.
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