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Il popolo Saharawi

El Mundo.es 04.07.06

L'amara gloria del “bruciato di L'Aaiún”

Salek Saidi, di 21 anni, fu fermato per aver urlato slogan contro l’occupazione ed alzato una bandiera del Polisario uscendo da un matrimonio

ALI LMRABET. Corrispondente in Marocco

RABAT - Si chiama Salek Saidi, ha 21 anni, è saharawi. Benché, secondo la classica espressione, ha tutta la vita davanti, ma non sarà mai più come prima. Salek ha il corpo completamente bruciato dalla vita alla testa. Il suo viso è devastato e l'unico gesto che concede al raro visitatore è un sguardo rassegnato. Ma non si lamenta. Come se la distruzione dei tessuti della metà del suo corpo (e nella parte più visibile) fosse una vittoria, un sacrificio fatto per la causa. Salek Saidi è un indipendentista saharawi, sicuramente un simpatizzante del Fronte Polisario. E’ successo il 28 di maggio. Alle due del mattino, uscendo da un matrimonio in una sala per le feste di L'Aaiún, Salek ha fatto quello che fanno molti ragazzi della sua età nel Sahara Occidentale: unirsi ad un gruppo di giovani, urlare slogan a favore dell'indipendenza del territorio conteso ed alzare alcune bandiere del Polisario. Secondo i suoi amici, il concentramento fu solo un'allegra e piccola processione per le strade. Nessun edificio statale o privato fu attaccato né si provocarono le forze dell'ordine. "Inoltre a quell’ora non c’era nessuno nelle strade", dice Hammud Iguilid, responsabile della sezione locale dell’Associazione Marocchina di Diritti umani (AMDH).

Questo non servì a niente. In pochi minuti, le forze dell'ordine tra le le quali c’erano i GUS (Gruppi Urbani di Sicurezza), una nuova ed odiata squadra poliziesca che ha sul suo conto la morte di vari cittadini, attaccarono la piccola manifestazione, la dispersero e si portarono via come trofeo di guerra tre saharawis, uno di essi era Salek Saidi. Secondo un comunicato diffuso il giorno dopo dal Collettivo dei Difensori Saharawi dei Diritti umani, i tre ragazzi furono trasportati al Commissariato Centrale di L'Aaiún e "aggrediti nei locali della polizia." Alle nove, li consegnarono alla Polizia Giudiziale per essere interrogati. L'incidente sarebbe potuto finire lì, in quel commissariato, dove i colpi ed gli insulti agli indipendentisti sono la norma, ma senza che le condeguenze fossero maggiori. Ma qualcosa successe nel locale della Polizia Giudiziale. Durante la mattina, i parenti dei detenuti, radunati davanti alla porta del commissariato per conoscere la sorte dei loro figli, videro un'ambulanza che si presentò inaspettatamente ed uscì a sirene spiegate verso l'ospedale.

Secondo il racconto fatto dai due saharawi arrestati con Salek Saidi, Malaainin Sargni e Hama Abih, che furono liberati successivamente senza accuse “la polizia aveva bruciato a Salek”.

Che cosa successe nei locali della Polizia Giudiziale di L'Aaiún? Secondo il racconto dei testimoni raccolte nella denuncia del padre di Salek, si arrivò al dramma per un miscuglio di "bravata" poliziesca e di criminale irresponsabilità. Durante l'interrogatorio condotto da due ufficiali di polizia - un saharawi chiamato Mulud Diraa ed un collega marocchino di nome Aziz, soprannominato Tuhima -, Salek Saidi fu cosparso con un liquido infiammabile e minacciato di dargli fuoco.

Quello che è successo dopo è un mistero, ma il risultato fu che Salek bruciò come una torcia. Di fronte alle sue grida di terrore e di dolore un ufficiale di polizia, un certo Hamid Bahri, non si sa se partecipava all'interrogatorio, si lanciò sul saharawi per spegnere il fuoco e si ustionò le braccia. Salek Saidi fu immediatamente portato al pronto soccorso dell'ospedale di L'Aaiún, e di fronte alla gravità delle sue ustioni, trasportato in aereo nel reparto riservato ai membri delle forze dell'ordine nell'ospedale Ibn Rochd di Casablanca. Per non dovere spiegare perchè un detenuto era stato bruciato in un posto di polizia, le autorità marocchine, assecondate dalla stampa filogovernativa, cercarono di camuffare la tragedia spiegando con incredibile disinvoltura che l'ufficiale Hamid Bahri era stato vittima di un tentativo di aggressione da parte di... Salek Saidi.

La versione ufficiale non spiegava come un uom, ammanettato, in stato di arresto e che, come esigono le regole, era stato perquisito varie volte, aveva potuto possedere ed aggredire qualcuno con una bottiglia di liquido infiammabile. Lo scandalo era servito, ma come succede con gli incidenti che riguardano il Sahara Occidentale, il silenzio informativo si è imposto nella stampa filogovernativa marocchina.

E quella indipendente, sicuramente per paura di una manipolazione del Polisario, non raccolse la notizia. Non se ne è più parlato, come della querela presentata dal padre del giovane davanti alla procura di El Aaiún. Alcuni giorni fa Salek Saidi è tornato a casa sua nel quartiere Al Hajari di L'Aaiún.

Le autorità marocchine hanno fatto il gesto di trasportarlo in aeroplano da Casablanca fino all'umile domicilio dei suoi genitori. Fino a oggi non c’è stata nessuna denuncia contro di lui per la supposta aggressione contro il funzionario Hamid Bahri. Questa dubbiosa benevolenza nasconde la mancata apertura di una inchiesta contro i due poliziotti che interrogarono il giovane. In una foto diffusa dal suo volenteroso comitato di appoggio si può vedere quello che è già un soprannome per i suoi compagni Il Bruciato di L'Aaiún che fa il segno della vittoria. Ma Salek non sorride.

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