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Tutto è
cominciato domenica scorsa, quando il Marocco ha respinto con sdegno le
conclusioni del rapporto di Louise Arbour, Alto Commissariato delle
Nazioni unite per i diritti dell'uomo (Hchd), nel
quale si riaffermava il diritto inalienabile del popolo saharawi
all'autodeterminazione. Benché segreto, il documento è stato diffuso da
quotidiano spagnolo El
Pais
sabato scorso
Il governo marocchino l’ha definito “compiacente” verso il Fronte
Polisario, organizzazione politico militare dei saharawi, e l'Algeria,
storico alleato di quest’ultimo e contendente del Marocco per il ruolo
di Paese leader del Maghreb.

Una
lunga storia. Il
conflitto tra il Marocco e i saharawi, che hanno visto occupata la loro
terra dai militari di Rabat a metà degli anni Settanta, vive di
fiammate improvvise, almeno dopo il ‘cessate il fuoco’ degli anni
Novanta. Periodi di tensione si alternano a periodi di relativa calma.
Questo è un periodo di alta tensione. Le Nazioni Unite hanno analizzato
la situazione nell'ex colonia spagnola, che il Marocco amministra dal
1975, e l'hanno definita ‘”preoccupante”, con riferimento alle
condizioni dei detenuti saharawi e al rispetto dei diritti del popolo
del Sahara. Mohamed Benaissa, ministro degli Esteri
di Rabat, ha reagito indignato, affermando che “le presunte violazioni
dei diritti umani nel Sahara marocchino sono false, mentre nessuno
sforzo di verifica è stato fatto riguardo alle affermazioni di
violazioni commesse nei campi di Tindouf”. Benaissa si riferisce ai 5
campi profughi, situati in territorio algerino, dove la popolazione
civile saharawi si è rifugiata dopo i bombardamenti dell’aviazione
marocchina negli anni Settanta. E dove vivono ancora, in precarie
condizioni d’igiene, con scarse risorse alimentari e idriche. Non si
capisce bene, anche perché il ministro marocchino non le ha
specificate, quali siano queste violazioni commesse.
Cresce la protesta. La diffusione del rapporto Onu ha
rinvigorito la protesta saharawi e ieri, per le strade di El Aaiun, la
capitale del Sahara Occidentale occupato, centinaia di giovani sono
scesi in piazza per manifestare e chiedere la fine dell’occupazione. La
polizia marocchina ha caricato i dimostranti e arrestato dieci giovani saharawi, in
quanto i ragazzi sventolavano bandiere della Repubblica Democratica Araba Saharawi (Rasd),
quella del Sahara liberato. I saharawi hanno scandito slogan contro
l’occupazione marocchina e hanno solidarizzato con i detenuti politici
rinchiusi nelle carceri di Inzegan, Ait Melloul, Kénitra e Tiznit, i
quali, in un comunicato, hanno denunciato il rifiuto posto dal Marocco
all’ingresso di una delegazione ad hoc del Parlamento europeo che
doveva arrivare giovedì. La rappresentanza degli europarlamentari
doveva verificare le condizioni di prigionia dei saharawi, ma è stato
negato loro il visto d’ingresso dal governo marocchino.
La
guerra delle bandiere. Lo
stesso governo è davvero infuriato per la pubblica condanna dell’Onu e,
per rappresaglia, ha circondato con le sue bandiere la sede della Minurso
a El Aaiun. La Minurso è la missione che comprende il contingente dei
caschi blu impegnati nell'antica colonia spagnola e gli osservatori
delle Nazioni Unite, creata per vigilare sul ‘cessate il fuoco’. Il
generale danese Kart Mosgaard, che comanda la Minurso, ha chiesto al
Marocco, una settimana fa, di ammainare la bandiera marocchina situata
da 15 anni, accanto a quella dell'Onu, nel quartier generale della
missione.
Mosgaard
ha fatto la stessa richiesta al Fronte Polisario, le cui bandiere
sventolavano a fianco di quella delle Nazioni Unite, dall'altra parte
del muro militare, nel territorio del Sahara controllato dagli
indipendentisti saharawi. L’iniziativa era stata presa dal comandante
per sottolineare l’imparzialità delle Nazioni Unite, ma l'iniziativa
non è piaciuta al Marocco. Anche un giornale marocchino moderato come L'Économiste
ha denunciato la "provocazione" dell'Onu. Rabat ha reagito facendo
installare decine di bandiere marocchine attorno all'edificio delle
Nazioni Unite nella capitale del Sahara. La situazione resta fluida,
anche perché il tema del Sahara Occidentale sembra essere scomparso
dall’agenda Onu e, fino almeno al termine del mandato di Kofi Annan,
non ci sono molte speranze di trovare una soluzione.
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