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Il popolo Saharawi
Oggetto: Saharawi: un popolo che chiede di vivere in libertà
Data: Fri, 17 Nov 2006 23:06:34 +0100
Da: saharawi <rasdroma@saharawi.it>
A: <rasdroma@saharawi.it>


Tutti i popoli hanno diritto di determinarsi liberamente

Saharawi: un popolo che chiede di vivere in libertà

giovedì 16 novembre 2006

:: Enrica Sbordone

Aminatu Haidar, leadr saharawi ha partecipato a Napoli, lo scorso 23 ottobre, ad un incontro in cui ha raccontato la gravità delle violazioni dei diritti umani subite dal suo popolo

“Tutti i popoli hanno diritto di determinarsi liberamente”. Nero su bianco, questa è la frase stampata su centinaia di cartoline che, indirizzate al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, chiedono di essere spedite per mandare un messaggio, un appello per la libertà del popolo Sahrawi.

Da 15 anni Aminatu Haidar, una giovane donna nata ad El Aiun nel Sahara Occidentale, madre di figli da cui spesso è stata con violenza separata, lotta per la difesa dei diritti umani del suo popolo e per la liberazione di quei territori del deserto, che ancora oggi vivono sotto l’occupazione marocchina. A

bbiamo incontrato Aminatu il 23 ottobre, nell’Antisala dei Baroni del Maschio Angioino di Napoli, tappa di un convegno internazionale che dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Sudafrica, dagli Stati Uniti alla Svizzera, dalla Francia giunge nuovamente in Italia.

Insieme a lei, per testimoniare e dare voce a questo movimento di protesta pacifista, sono intervenuti il Presidente della Commissione Relazioni Internazionali del Consiglio comunale di Napoli, Alessandro Fucito, il magistrato Nicola Quatrano dell’Osservatorio di giuristi in difesa dei diritti umani, Francesco Esposito, responsabile dell’Associazione Haima, associazione campana di solidarietà con il popolo saharawi, Fulvio Rino, presidente dell’Associazione “Bambini senza confini”, il presidente dell’ANSPS (Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Sahrawi) Luciano Ardesi e la responsabile per i diritti umani dell’ANSPS Jacqueline Pampiglione.

L’autorità marocchina ha commesso dei crimini contro l’umanità”, con questa frase Aminatu inizia a parlare, trasmettendoci la forza delle sue parole, nonostante il suo fisico sia provato dalle violenze e dalle torture di anni di segregazione e interrogatori.

“Erano le 3.30 del mattino, nel novembre 1987, quando fui arrestata, insieme ad altre 340 persone, di cui 74 donne” racconta riferendosi alla repressione del governo marocchino contro gli organizzatori di una manifestazione pacifista in occasione dell’arrivo di una missione delle Nazioni Unite. Obbligata a portare per 3 anni e 6 mesi una benda sugli occhi, Aminatu sarà liberata solo il 22 giugno 1991, senza processo.

Il popolo Saharawi è diviso in due a causa dell’occupazione del Marocco, e migliaia di cittadini hanno deciso di fuggire e vivere in esilio in campi nomadi” spiega con parole che non nascondono il suo risentimento. “Io personalmente ho vissuto questa separazione. Sottomessa a interrogatori di tre settimane, e portata in un posto segreto senza contatti con la mia famiglia e senza nessun giudizio”.

Nonostante tutto, Aminatu è sempre più determinata a lottare e, dopo la liberazione, prende contatto con diverse associazioni per la difesa dei diritti umani nel mondo.

Il 17 giugno del 2005, durante una manifestazione pacifista, viene picchiata e ferita dalla polizia marocchina, e arrestata di nuovo mentre si trova nell’Ospedale di El Aiun per farsi medicare. Trasferita nel tristemente noto “Carcel Negro”, dove si trovano numerosi detenuti sahrawi, Aminatu l’8 agosto del 2005 inizia, insieme ad un gruppo di 37 detenuti, uno sciopero della fame, che terminerà solo il 29 settembre, dopo ben 51 giorni. Dopo una prigionia di 7 mesi e un processo irregolare, termina la sua condanna il 17 gennaio, e solo grazie a un premio di un’associazione spagnola riesce ad ottenere il passaporto che la porterà a intraprendere il suo viaggio di testimonianza nel mondo.

A Napoli, nell’Antisala dei Baroni, sono in molti ad ascoltare la sua storia, mentre rivolge un pensiero che è anche un appello verso le cittadine napoletane che con lei condividono l’essere donna e madre: “Qui a Napoli ho trovato una grande generosità e un grande sostegno, soprattutto dalle donne. Ho incontrato il sindaco Rosa Russo Iervolino, che mi ha parlato come una madre. Ed è alle madri che rivolgo in particolare il mio appello, dato che possono comprendere, più di chiunque altro, la grande sofferenza di essere separate dai propri figli”.

Abbiamo chiesto ad Aminatu dove trova tutta questa forza e lei, portando una mano sul busto che indossa a causa delle torture che le sono state inflitte, ci dice con fermezza: “Ho la convinzione di lottare per la giusta causa del mio popolo e la forza mi arriva anche dalla consapevolezza che altre donne, come me, hanno affrontato e lottato per cause simili. Quello che chiede il mio popolo è di vivere in libertà”.

Enrica Sbordone

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