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| Oggetto: | Saharawi: un popolo che chiede di vivere in libertà |
|---|---|
| Data: | Fri, 17 Nov 2006 23:06:34 +0100 |
| Da: | saharawi <rasdroma@saharawi.it> |
| A: | <rasdroma@saharawi.it> |
Tutti
i popoli hanno diritto di determinarsi
liberamente
Saharawi: un popolo
che chiede di
vivere in libertà
giovedì
:: Enrica Sbordone
Aminatu Haidar, leadr
saharawi ha
partecipato a Napoli, lo scorso 23 ottobre, ad un incontro in cui ha
raccontato
la gravità delle violazioni dei diritti umani subite dal suo popolo
“Tutti i popoli hanno
diritto
di determinarsi liberamente”. Nero su bianco, questa è la frase
stampata
su centinaia di cartoline che, indirizzate al segretario generale delle
Nazioni
Unite Kofi Annan, chiedono di essere spedite per mandare un messaggio,
un
appello per la libertà del popolo Sahrawi.
Da 15 anni Aminatu Haidar,
una giovane donna nata ad El Aiun nel Sahara Occidentale, madre di
figli da cui
spesso è stata con violenza separata, lotta per la difesa dei diritti
umani del
suo popolo e per la liberazione di quei territori del deserto, che
ancora oggi
vivono sotto l’occupazione marocchina. A
bbiamo incontrato
Aminatu il 23
ottobre, nell’Antisala dei Baroni del Maschio Angioino di Napoli, tappa
di un convegno internazionale che dalla Spagna al Belgio, dall’Italia
al
Sudafrica, dagli Stati Uniti alla Svizzera, dalla Francia giunge
nuovamente in
Italia.
Insieme a lei, per
testimoniare e
dare voce a questo movimento di protesta pacifista, sono intervenuti il
Presidente della Commissione Relazioni Internazionali del
“L’autorità
marocchina ha
commesso dei crimini contro l’umanità”,
con questa frase Aminatu inizia a parlare, trasmettendoci la forza
delle sue parole,
nonostante il suo fisico sia provato dalle violenze e dalle torture di
anni di
segregazione e interrogatori.
“Erano le
“Il popolo Saharawi
è diviso in
due a causa dell’occupazione del Marocco, e
migliaia di cittadini hanno deciso di fuggire e vivere in esilio in
campi
nomadi” spiega con parole che non nascondono il suo risentimento.
“Io personalmente ho vissuto questa separazione. Sottomessa a
interrogatori di tre settimane, e portata in un posto segreto senza
contatti
con la mia famiglia e senza nessun giudizio”.
Nonostante tutto,
Aminatu è sempre
più determinata a lottare e, dopo la liberazione, prende contatto con
diverse
associazioni per la difesa dei diritti umani nel mondo.
Il 17 giugno del 2005,
durante una
manifestazione pacifista, viene picchiata e ferita dalla polizia
marocchina, e
arrestata di nuovo mentre si trova nell’Ospedale di El Aiun per farsi
medicare. Trasferita nel tristemente noto “Carcel Negro”, dove si
trovano numerosi detenuti sahrawi, Aminatu l’8 agosto del 2005 inizia,
insieme ad un gruppo di 37 detenuti, uno sciopero della fame,
che
terminerà solo il 29 settembre, dopo ben 51 giorni. Dopo una prigionia
di 7
mesi e un processo irregolare, termina la sua condanna il 17 gennaio, e
solo
grazie a un premio di un’associazione spagnola riesce ad ottenere il
passaporto che la porterà a intraprendere il suo viaggio di
testimonianza nel
mondo.
A Napoli,
nell’Antisala dei
Baroni, sono in molti ad ascoltare la sua storia, mentre rivolge un
pensiero
che è anche un appello verso le cittadine napoletane che con lei
condividono
l’essere donna e madre: “Qui a Napoli ho trovato una grande generosità
e un grande sostegno, soprattutto dalle donne. Ho incontrato il sindaco
Rosa
Russo Iervolino, che mi ha parlato come una madre. Ed è alle madri che
rivolgo in
particolare il mio appello, dato che possono
comprendere, più di chiunque altro, la grande sofferenza di essere
separate dai
propri figli”.
Abbiamo chiesto ad
Aminatu dove
trova tutta questa forza e lei, portando una mano sul busto che indossa
a causa
delle torture che le sono state inflitte, ci dice con fermezza: “Ho la
convinzione di lottare per la giusta causa del mio popolo e la forza mi
arriva
anche dalla consapevolezza che altre donne, come me, hanno affrontato e
lottato
per cause simili. Quello che chiede il mio popolo è di vivere in
libertà”.
Enrica Sbordone
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