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"Viva la lotta del popolo saharawi! Sahara libero!." I nove accusati, otto di essi sono studenti, entrano nell’aula del tribunale gridando in spagnolo. Dopo due lunghe sessioni martedì sono stati condannati ad otto mesi di prigione in prima istanza, senza che nessuno dei testimone riuscisse a riconoscerli come responsabili dei danni prodotti durante le manifestazioni a favore dell’indipendenza, nell'università di Rabat. L'amministrazione della Giustizia è una delle grandi zavorre che impediscono al Marocco di intraprendere il sentiero della democrazia, come ricordano sistematicamente organizzazioni come Amnesty International. Alla vigilia degli incontri, che inizieranno lunedì a New York, saharawi e marocchini cercheranno di trovare un'improbabile soluzione al conflitto dell'ex colonia spagnola, il Fronte Polisario ha chiesto che cessi la repressione contro gli studenti saharawi in Marocco.
Nel Sahara Occidentale non ci sono università e, sotto l'occupazione, l unica cosa che rimane ai giovani è iscriversi nel Regno alauita. Molti di essi, un terzo approssimativamente, sono sovvenzionati, agli occhi di marocchine li trasforma in una specie di protetti del sistema, affinché non creino problemi. Marce di protesta. Le marce, a favore dell'autodeterminazione del Sahara e contro il piano di autonomia che propone Rabat per l'ex colonia, si ripetono nei campus di Agadir o Marraquech. In questa città si trovava Sultana Jaya, di 27 anni, alla quale i suoi genitori avevano ordinato di studiare francese in un centro privato perchè non continuasse a guidare le proteste nella sua città, Bojador (Sahara Occidentale). Ma il rimedio è stato peggiore della malattia e i poliziotti antisommossa si accanirono con lei durante una carica, come spiega ad ABC nel suo attuale rifugio a Casablanca. "Uno di loro mi picchiava col manganello sul viso. Noti che mi era caduto l'occhio destro e sentivo un altro poliziotto che incoraggiava il suo compagno a continuare con il sinistro", racconta Sultana, che nasconde sotto una benda la sua irrecuperabile vista che dà per sacrificata alla causa saharawi. "Quando arrivai al commissariato continuò la tortura. Ero quasi nuda per terra, sul mio vomito e il mio sangue", continua. "Poi mi portarono all'ospedale e continuarono a picchiarmi davanti agli altri malati. Alla fine mi portarono in una stanza sola. Mi tirarono per i capelli e mi obbligarono, con calci, a raccogliere con la lingua il mio sangue e il mio vomito. Non posso dimenticare i gatti che se li mangiavano". Anche Sultana è stata condannata ad otto mesi di prigione, è già il nuovo simbolo della resistenza saharawi in Marocco, le hanno anche dedicato delle poesie.
Gli studenti di Marraquech hanno appeso alla parete una bandiera artigianale del Polisario che la cucito a mano dalla loro eroina. Alcuni portano al polso braccialetti di gomma con colori nazionali e la parola "sahara". Un comitato coordinatore “che deve curare che non ci siano infiltrati", raggruppa gli studenti saharawi di tutte le università. "Lottiamo con le idee del Fronte Polisario che è il nostro unico rappresentante", commenta Hassana Abba, studente di Geografia di 24 anni originario di L'Aaiún. È in case come questo di Marraquech dove ci ricevono una quindicina di saharawi che si organizzano le manifestazioni, gli scioperi, mostre ed altre iniziative.
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