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Fabio Amato Fabio de Nardis
Due giorni di trattative la scorsa settimana a Manhasset, vicino New York, tra Fronte Polisario e Marocco sulla spinosa questione del Sahara Occidentale concluse con un rimando per ulteriori negoziati che avranno luogo la seconda settimana di agosto. Questa la sintesi del primo incontro - erano sette anni che Rabat e Polisario non siedevano attorno ad un tavolo - per risolvere l'ultimo caso di decolonizzazione ancora aperto nel continente africano. Una realtà di cui si sa pochissimo ma in cui si consuma da decenni uno dei peggiori crimini contro l'umanità e una delle lotte più dignitose di un popolo per l'autodeterminazione.
Il Sahara Occidentale è un territorio di circa 266mila Kmq che si affaccia sull'Atlantico per un migliaio di chilometri, confina con il Marocco, l'Algeria e la Mauritania. E' in gran parte desertico, ma ricchissimo di risorse minerarie (soprattutto fosfati). La popolazione appartiene al complesso delle tribù Saharawi. Prima dell'arrivo dei colonizzatori spagnoli se ne contavano 40 riunite in una confederazione. La loro origine si può ricondurre all'immigrazione degli arabi Maquil, provenienti dallo Yemen. L'arabizzazione ha lasciato una traccia profonda nella lingua hassaniya molto vicina all'arabo classico.
Il primo nucleo nazionalista si crea intorno alla figura di Mohamed Bassiri che nel 1967 diventa un punto di riferimento di quello che prenderà il nome di Movimento di Liberazione del Sahara (Mls). Nel 1970, usciti dalla clandestinità, diventano oggetto di una durissima repressione militare. Nel maggio del 1973 un piccolo nucleo di nazionalisti Saharawi costituisce il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saguìa el Hamra e Rio de Oro). Il nome di Fronte vuole esprimere l'opposizione al colonialismo, scegliendo le armi come strumento di lotta. Ma solo nell'agosto del 1974 il Polisario individua l'indipendenza come obiettivo fondamentale, mentre la lotta armata, insieme al lavoro politico tra le masse, rimane lo strumento principale.
La Spagna, in cambio di una sostanziosa buona uscita, cede i territori a Marocco e Mauritania (Accordo di Madrid l975). La preoccupazione principale del Polisario diventa quindi la protezione della popolazione civile dagli attacchi dell'esercito marocchino. Migliaia di persone si danno alla fuga attraverso il deserto fino al confine algerino, dove nei pressi di Tindouf viene allestita una prima tendopoli di accoglienza. Nel 1976 il Fronte Polisario decide di proclamare l'indipendenza e la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd). La Mauritania , dopo il cambio di regime interno, nel '79 ratifica con il Fronte Polisario un accordo di pace. Il Marocco invece raddoppia lo sforzo bellico per occupare tutto il territorio dell'ex Sahara spagnolo. Il Fronte ha sempre inteso la sua lotta come una battaglia di liberazione e non ha mai utilizzato metodi terroristici, né in Marocco né altrove. Nei primi anni ottanta le rappresentanze del Polisario bussano a tutte le sedi internazionali; all'inizio si aprono le porte dell'Organizzazione dell'Unità Africana (Oua), poi dell'Onu; solo più tardi quelle del Parlamento Europeo. Il successo più clamoroso è l'ammissione della Rasd all'Oua come stato membro nell'1982. Il Polisario chiede il referendum per l'autodeterminazione come unico strumento per risolvere la controversia sotto gli auspici dell'Onu, aggira l'indifferenza o le dichiarazioni di impotenza dei governi svolgendo un lavoro capillare a tutti i livelli della società civile, illustrando la situazione dei profughi e chiedendo solidarietà sul piano dell'informazione e dell'aiuto materiale. I circa 200mila Saharawi dei campi profughi di Tindouf (Algeria) hanno realizzato una delle esperienze politiche e sociali più interessanti del nostro secolo: la costruzione di uno «Stato in esilio».
I rifugiati sono distribuiti in 40 distinte tendopoli, ciascuna delle quali assume ai fini amministrativi il nome e le funzioni di un distretto regionale (Wilaya): El Aayun, Smara, Dakhla, Ausserd. Ogni wilaya è divisa in 6 o 7 province, anch'esse con il nome di una provincia saharawi (daira). In questo modo, attraverso l'organizzazione spaziale dei campi, si ricrea l'identificazione e il legame con la patria di origine. I Saharawi hanno voluto costruire un'organizzazione sociale dove tutti sono chiamati a ruolo attivo, dove sono valorizzati gli anziani e dove le donne condividono responsabilità a tutti i livelli.
I saharawi sono costretti a vivere quasi completamente di aiuti umanitari, troppo poco per vivere.
Il loro cuore è rivolto a Ovest verso quelle zone ancora occupate dal Marocco e dove i pochi saharawi non fuggiti nel '75 vivono in condizioni disumane, separati dai propri cari da un muro alto sei metri e lungo 2.700 Km , costruito tra il 1980 e il 1987 dai marocchini e ben protetto da campi minati e torrette di avvistamento. Nel 1991 il Fronte ha deciso di interrompere la lotta armata in attesa di quel referendum per l'autodeterminazione che l'Onu propose e che il Marocco non ha mai concesso. Sono passati sedici anni.
La crisi non complica solo i rapporti tra Marocco e Algeria, ma rende problematico lo sviluppo economico dell'intera area maghrebina per via della chiusura delle frontiere tra i due paesi. Oggi il Marocco si presenta alle trattative con un nuovo progetto di soluzione che non cambia nella sostanza la natura della sua posizione per quanto il Consiglio di Sicurezza dell'Onu lo abbia definito «credibile e serio». Questo rende i dirigenti del Polisario scettici sulla riuscita del negoziato ma hanno comunque deciso di partecipare alle trattative rinnovando la propria richiesta di un referendum per l'autodeterminazione. Il Partito della Rifondazione Comunista è da sempre amico del popolo saharawi e auspica che il negoziato abbia esiti positivi per risolvere quello che si configura come una degli ultimi avamposti coloniali del mondo contemporaneo. Ci aspettiamo che il Governo italiano che, in quanto membro di turno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha contribuito a creare le condizioni per la ripresa del dialogo, si adoperi oggi per sostenere politicamente un grande processo di liberazione che ha scelto da anni la via del dialogo e della non violenza per potersi realizzare.
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