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Nessun passo avanti concreto, ma un incontro comunque importante. Al termine dei negoziati di due giorni a Manhasset, una località alla periferia di New York, la delegazione del Marocco e quella del Fronte Polisario, il movimento sahrawi che rivendica l'indipendenza del Sahara occidentale, sono rimaste sostanzialmente sulle proprie rispettive posizioni. Rabat spinge per un piano di «ampia autonomia» nell'ambito della sovranità marocchina presentato dal re Mohammed VI poche settimane fa. Il Polisario ribadisce la sua volontà di convocare un referendum in cui sia prevista, tra le varie opzioni possibili, anche quella dell'indipendenza dell'ex colonia spagnola occupata dal 1975 dalle forze di Rabat.
Un negoziato difficile, quindi, ma che segna comunque un importante passo avanti in un conflitto che dura da trentadue anni e che vive dal 1991 in una sorta di strano statu quo congelato: dopo la firma di un cessate il fuoco in attesa di un referendum sull'autodeterminazione che non si è mai tenuto per le manovre dilatorie di Rabat, metà della regione rimane occupata dai marocchini, l'altra metà è controllata dal Fronte Polisario, che ha costituito la Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd) nell'esilio algerino di Tindouf, dove migliaia di rifugiati vivono in accampamenti di fortuna. L'occupazione marocchina del territorio non è riconosciuta da nessuno, mentre diversi paesi (e l'Unione africana) riconoscono ufficialmente la Rasd. Tra i due belligeranti si erge un lungo muro costruito dai marocchini negli anni Ottanta e si aggirano un pugno di caschi blu della Minurso, la missione Onu incaricata di vigilare sulla tregua e di organizzare l'ipotetico referendum.
L'incontro di questa settimana - il primo faccia a faccia diretto da dieci anni - è quindi di per sé una svolta e testimonia la volontà della comunità internazionale nel trovare una soluzione al conflitto. La volontà innazitutto degli Stati uniti che, per le proprie paranoie anti-terrorismo, temono regioni turbolente e dall'autorità non chiara in mezzo al Sahara. Ma anche la volontà della regione intera, che si trova impantanata in un conflitto che avvelena i rapporti tra gli stati - in particolare tra Algeria e Marocco, le cui frontiere rimangono chiuse - e impedisce lo sviluppo di forme di cooperazione.
Le due parti si sono accordate per reincontrarsi nella seconda settimana di agosto, come ha indicato al termine dei due giorni Peter Van Walsum, l'inviato speciale del segretario generale dell'Onu per il Sahara occidentale che presiedeva i colloqui.
Come ampiamente previsto, l'incontro si è chiuso in un clima abbastanza teso, con i delegati che si lanciavano accuse reciproche. Il Marocco, per bocca del suo ministro degli interni Chakib Benmoussa, ha rimproverato al Polisario di «non misurare l'opportunità storica di porre fine alle sofferenze di una parte della popolazione sahrawi che si ritrova oggi a vivere nei campi». Il rappresentante del Polisario all'Onu, Ahmed Bujari, ha da parte sua stigmatizzato «l'intransigenza» marocchina. «La sola proposta che vogliono fare è il referendum sull'autonomia. Che, dal loro punto di vista, vuol dire che il territorio è marocchino», ha detto Bujari.
Per capire se la situazione potrà effettivamente sbloccarsi, bisognerà aspettare i prossimi mesi. E vedere quale impegno e quali pressioni vorrà dispiegare la comunità internazionale - in primis gli Stati uniti - nella risoluzione della contesa. S. Li.
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