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Il popolo Saharawi

Saharawi, inchiesta sulle stragi Il giudice spagnolo Garzón ha aperto un procedimento contro 13 funzionari marocchini che sarebbero coinvolti in crimini commessi tra gli anni 70 e 90 contro le popolazioni locali che rivendicano l’indipendenza

Articolo de L'Avvenire del 2 Novembre 2007

DI EMANUELA ZUCCALÀ

Torture e genocidio. Sono le ipotesi per le quali il giudice spagnolo Baltasar Garzón sta indagando su 13 alti funzionari della sicurezza marocchina per presunti crimini commessi tra gli anni 70 e 90 ai danni dei saharawi, le popolazioni del Sahara Occidentale che da decenni chiedono un referendum per decidere della propria indipendenza da Rabat. Un’inchiesta che è solo alle prime fasi e che è stata annunciata proprio mentre l’Onu ha rinnovato la presenza di un contingente (Minurso) nella regione.

Il territorio compreso tra Marocco e Mauritania ha una storia lunga e complessa, che a metà novembre registrerà la sua ennesima tappa: riprendono sotto l’egida dell’Onu i negoziati tra saharawi e marocchini, inaugurati la scorsa estate e sospesi a pedine ferme. «Ma è importante che il processo di pace sia stato avviato» dice Mohamed Abdelaziz, segretario del Fronte Polisario (il movimento di liberazione dei saharawi) e presidente della Rasd, la Repubblica fondata nel ’76 dai saharawi profughi a Tindouf, in Algeria. Abdelaziz è appena stato in Italia, dove ha incontrato anche il ministro degli Esteri e il presidente della Camera.

Il Marocco è disposto a concedere al Sahara Occidentale l’autonomia ma non l’indipendenza, affermando che il referendum è irrealistico perché non è più possibile identificare gli aventi diritto al voto. Come superare questo muro contro muro?

Dal ’94 al ’99 la missione Onu nel Sahara Occidentale ha lavorato per identificare gli aventi diritto al voto, producendo un elenco a suo tempo accettato dal Marocco. L’autonomia non può essere l’unica soluzione, in quanto aggira le risoluzioni dell’Onu che ribadiscono il diritto all’autodeterminazione dei saharawi, attuabile solo con un referendum.

La comunità internazionale, però, non fa pressioni...

Il fatto stesso che l’Onu sia presente in Sahara Occidentale con la Minurso, la sua «missione per il referendum», significa che quel territorio non è del Marocco ma è sotto la responsabilità dell’Onu in attesa dell’autodeterminazione. Certo, la pressione internazionale potrebbe essere più forte, come fu per il Kuwait invaso dall’Iraq.

Il Marocco accusa il Fronte Polisario di essere un fantoccio dell’Algeria, che ha sequestrato i saharawi nei campi profughi di Tindouf. Come risponde?

Sono bugie. Trent’anni fa Rabat negava la nostra esistenza, dicendo che il conflitto, in realtà, era con l’Algeria e con il blocco sovietico. Quest’anno ha dovuto sedersi di fronte a noi per i negoziati di pace, riconoscendoci di fatto. Nella nostra proposta di referendum, accettiamo che il Marocco vi presenzi con 65mila soldati, le sue autorità e i suoi coloni. L’Algeria sarà assente, dunque non ci sono irregolarità da temere da parte nostra. Quanto ai profughi «sequestrati» a Tindouf, nel mondo arabo la società saharawi è quella che ha più contatti con l’esterno. Nelle nostre tende accogliamo associazioni, giornalisti, studiosi e amici da ogni parte del mondo, e i nostri bambini sono ospiti in tutta Europa per le vacanze. Se fosse in atto un sequestro il mondo lo saprebbe.

Tra voi ci sono frange estremiste che invocano la guerra come soluzione?

Noi saharawi rifiutiamo ogni estremismo religioso e ideologico, e rispettiamo le leggi internazionali. Ma è naturale che siamo tutti stanchi e delusi. Il referendum era previsto per il ’92: dopo 15 anni vi siamo più lontani che in qualsiasi altro momento. I giovani mi chiedono perché abbiamo accettato la tregua, perché permettiamo al Marocco di sfruttare le risorse naturali del Sahara Occidentale. Ma il Polisario manterrà una linea pacifica. E so che arriverà il giorno in cui il Marocco aprirà la sua ambasciata a Elayoun, capitale del Sahara Occidentale, e la Rasd avrà la sua a Rabat.

Un braccio di ferro che si trascina da quarant’anni

Per Mohamed VI, re del Marocco, si tratta di «un conflitto artificiale». Per i saharawi, da 31 anni profughi in Algeria, è l’ultimo caso africano di decolonizzazione incompiuta.

La questione del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, si trascina dal 1966, da quando l’Onu chiede alla Spagna di organizzare un referendum per l’autodeterminazione delle popolazioni di quella terra.

Appello disatteso: nel ’75 Madrid cede a Marocco e Mauritania il controllo del territorio. Quando Rabat vi invia i suoi coloni, molti degli abitanti, i saharawi, si rifugiano nel sudovest dell’Algeria dove nel ’76 proclamano la Repubblica araba saharawi democratica (Rasd). È guerra. La Mauritania si ritira; marocchini e saharawi combattono fino al ’91, quando l’Onu istituisce una missione in Sahara Occidentale (Minurso) e fissa il referendum per il ’92.

Rabat contesta i criteri di identificazione dei votanti e la situazione stagna da allora, tra piani di pace falliti e rigurgiti di violenza. Nel 2006 Mohamed VI propone l’autonomia per il Sahara Occidentale, sempre sotto la sovranità marocchina, e libera gli ultimi prigionieri di guerra. Nell’estate 2007, per la prima volta, Marocco e Rasd s’incontrano a due riprese per negoziare un accordo. Ma le posizioni restano distanti: i saharawi chiedono il referendum; Rabat non va oltre l’autonomia. A metà novembre il terzo round. ( E.Zu.)

IL PERSONAGGIO

Baltasar, il magistrato che accusa i potenti grazie alle nuove leggi Il magistrato spagnolo Baltasar Garzón (nella foto) indagherà sul presunto genocidio del popolo saharawi compiuto dal Marocco fra gli anni Settanta e Novanta. Il procedimento riguarda 13 alti funzionari della sicurezza e dell’intelligence, fra cui l’ex ministro del’Interno Dris Basri (morto ad agosto) e il generale maggiore Hosni Ben Sliman, condecorato dal governo spagnolo nel 2005.

Secondo le associazioni per i diritti umani, le autorità di Rabat sarebbero responsabili di oltre 500 desaparecidos. Per qualcuno Garzón è una sorta di don Chisciotte giudiziario, altri pensano che sia un giudice in cerca di fama. Divenne celebre soprattutto dopo il mandato di cattura contro l’ex dittatore cileno Augusto Pinochet. Successivamente ha processato l’ex capitano argentino Adolfo Scilingo – che confessò l’orrore dei “voli della morte” – e si è occupato del genocidio in Guatemala. Il suo lavoro contro l’impunità ha segnato la giurisprudenza spagnola.

Infatti, secondo una sentenza della Corte costituzionale del 2005, i giudici del Paese iberico possono istruire casi per crimini contro l’umanità compiuti in qualsiasi angolo del mondo, anche se le vittime non sono cittadini spagnoli. ( M.Cor.)

Rabat insiste: «L’unica via è l’autonomia»

La scorsa estate l’Italia ha sfiorato l’attrito diplomatico con il Marocco per via della questione saharawi. La Camera aveva votato una mozione che impegna il nostro governo a riconoscere alla rappresentanza in Italia del Fronte Polisario lo status diplomatico. E l’ambasciatore marocchino a Roma, Tajeddine Baddou, aveva commentato. «Fareste ridere tutto il mondo e il giorno dopo io preparerei i bagagli». La questione è rimasta sospesa, ma Baddou ci tiene a far conoscere la posizione del Marocco sul Sahara Occidentale, e senza mezzi termini: «Il territorio conteso fa parte del nostro regno ed è abitato da marocchini – dice –. La verità è che, mentre negoziavamo con la Spagna perché lasciasse il Sahara, l’Algeria si alleò con la Libia, con Cuba e altri Paesi del blocco comunista per creare quel soggetto che chiamarono Fronte Polisario e che, armato dall’Algeria, attaccò il Marocco. Oggi l’unica soluzione seria e durevole per il Sahara marocchino è l’autonomia: il referendum non è praticabile, la minoranza non può decidere per la maggioranza. E oggi la maggioranza degli abitanti di quel territorio è marocchina». Sulle violazioni dei diritti umani dei saharawi in Sahara Occidentale, denunciate anche da Amnesty International, l’ambasciatore risponde che «quella terra è sicura e pacifica. Nel nostro processo di democratizzazione abbiamo stabilito che ogni popolazione ha il diritto di esprimere la propria cultura, promuovere le proprie arti, parlare la propria lingua. La democrazia marocchina è l’unica soluzione al problema dell’ex Sahara spagnolo. Non ce n’è altre». ( E.Zu.)

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