![]() |
Attività dell'associazione |
Attualità Saharawi |
Documentazione sui Saharawi |
Rassegna stampa |
Archivio notizie |
|
|
|
All’interno della classe politica marocchina, la questione del Sahara occidentale ha rivestito un’importanza considerevole; é quindi pertinente analizzare il ruolo del conflitto sahariano nel riequilibrio del sistema politico marocchino e osservare come la questione sahariana generi un consenso politico e conduca al reinserimento dei partiti dell’opposizione.
L’opposizione di sinistra, tra cui l’Unione socialista delle forze popolari, ha adottato nei confronti del Sahara occidentale delle posizioni più nazionaliste di quelle della monarchia stessa, dal momento che si é opposta diverse volte a che il monarca marocchino si conformi alle risoluzioni delle Nazioni unite.
Presso i movimenti più moderati, come il Fronte per la difesa delle istituzioni costituzionali (FIDC), il programma politico delle elezioni del maggio 1963 stipulava: “Il Marocco, a causa della politica del protettorato, è stato privato di una parte delle sue frontiere originarie. Il sacro dovere della nostra generazione è di ottenere che il Marocco ritrovi i suoi territori. Per questo, confidiamo nella via della negoziazione pacifica e rifuggiamo ogni forma di violenza”.
I partiti progressisti, dal canto loro, hanno mostrato discrezione e moderazione rispetto alla questione delle frontiere. A questo scopo, l’Unione nazionale delle forze popolari ha emesso diverse riflessioni rispetto all’integrità territoriale, nel suo manifesto costitutivo del 6 settembre 1959, stimando che “la Mauritania, terra marocchina, dovrebbe ritornare al Marocco, ma solo la lunga via delle negoziazione e degli accordi di cooperazione può preparare efficacemente questo ritorno alla madre-patria.”
Quanto al partito comunista, mostrava un nazionalismo molto pronunciato e si mostrò fervente difensore delle rivendicazioni territoriali. Nel maggio 1963, il suo Segretario generale, Ali Yata, affermava che la Mauritania, Rio de Oro, El Hamra, Ifni, Ceuta, costituivano delle autentiche provincie marocchine, delle porzioni di territorio marocchino ancora sotto occupazione spagnola. Ali Yata integrava la lotta per la liberazione del Sahara occidentale al combattimento per il trionfo della rivoluzione nazionale democratica. Secondo lui, il carattere marocchino di questa regione riposava su legami geografici, etnici, storici, culturali e religiosi. Considerava che il fatto di riattaccare il Sahara occidentale al Marocco rappresentava l’espressione di un’aspirazione popolare e costituiva un imperativo per la realizzazione dell’integrità territoriale, alla quale tutte le componenti della società civile dovevano essere associate. Inoltre, occorre menzionare il fatto che, il 24 novembre 1974, Ali Yata partecipò, in veste di consigliere della delegazione marocchina, ai lavori della quarta Commissione dell’ONU sulla questione del Sahara occidentale.
Allo stesso modo, il principale sindacato marocchino, l’Unione nazionale degli studenti marocchini, si pronunciò per il ritorno del Marocco alle sue frontiere tradizionali, a condizione che queste rivendicazioni non si opponessero alle aspirazioni delle popolazioni in questione. Il sindacato precisò la sua posizione con una serie di disposizioni prese nel corso di diversi congressi e, nel 1958, chiese al governo marocchino di adottare i mezzi politici adeguati affinché le province sotto occupazione spagnola reintegrassero il regno marocchino.
Il partito dell’Unione socialista delle forze popolari (USFP) si allineò sulla stessa corrente di pensiero, adottando un’attitudine più moderata che prendeva in considerazione alcune peculiarità del popolo sahrawi. Per l’USFP, la specificità delle province sahariane poteva essere tenuta in conto nell’ambito di un potere decentralizzato, per poter stabilire la comunicazione e rinforzare i legami con la popolazione. Questa prospettiva è stata violentemente condannata e denunciata dall’opinione pubblica e stampa marocchine come un atto di tradimento. L’UFSFP finì per cedere alle pressioni e, nel 1967, uno dei suoi membri, Abderrahim Bouabid, dichiarò che sarebbe stato pericoloso fare del Rio de Oro uno stato fantoccio, oggetto delle mire delle grandi potenze, e che ciò non avrebbe fatto altro che favorire diverse gravi tensioni nel Maghreb.
Una delle correnti del movimento marxista-leninista, Ilal-Amam, è una delle rare organizzazioni politiche marocchine a pronunciarsi in favore di uno stato sahrawi indipendente; denunciò la Marcia verde nel 1975 e chiese il ritiro dell’esercito marocchino dal Sahara. Inoltre, il movimento si oppose alle posizioni consensuali dell’insieme della classe politica sahrawi che negava il diritto del popolo sahrawi a esprimersi sul suo proprio destino. Riguardo all’accordo tripartito concluso del 1975 tra la Spagna, il Marocco e la Mauritania, quest’organizzazione politica considerava che quest’atto non realizzava né l’integrazione territoriale, né l’unione popolare, e costituiva una minaccia per l’unità del popolo marocchino e del popolo sahrawi.
Al difuori del movimento marxista Ilal Amam che si oppose alle rivendicazioni territoriali, Abdelkrim Moutii, uno dei leaders dell’Assoiazione della gioventù islamica, dichiarava nel 1975, al momento della Marcia Verde: “Storicamente, i Saharawi esistono da molto prima della monarchia marocchina, e esisteranno dopo la sua liberazione”.
Il tema dell’integrità territoriale era contenuto nel programma dei principali partiti politici, compresi quelli all’opposizione. La questione rappresentò una grande opportunità per la monarchia, essendo un vettore di coesione, ed ebbe come conseguenza di riunire l’insieme della società civile e delle forze politiche del paese. Queste ultime hanno rivendicato con violenza e determinazione il Sahara occidentale sulla base dell’unità e dell’interezza del paese; si trattava di realizzare l’unità territoriale a partire da quelle che si consideravano le autentiche frontiere, naturali e storiche. Questo consenso ebbe come effetto quello di generare un’apertura del regime nei riguardi dei partiti all’opposizione, che fu in ogni caso molto controllata. Ad esempio, il partito UNPF-Rabat, vietato in seguito al complotto del marzo 1973, ritrovò il suo status legale. Allo stesso modo, Ali Yata, leader del partito comunista sospeso, fu autorizzato a creare una nuova formazione politica, battezzata con il nome di Partito del progresso e del socialismo (PPS). Inoltre, la stampa dei partiti all’opposizione riapparve, anche se fu ridotta e sottomessa a determinate condizioni.
Il recupero del Sahara occidentale diventerà un elemento di mobilizzazione, che contribuirà a rinforzare l’idea di un’union sacrée dell’insieme della classe politica attorno alla monarchia marocchina. In questo clima di convergenza, il re Hassan II organizzò la Marcia Verde per il recupero delle “province sahariane” nel novembre 1975.
Nel contesto attuale, occorre rilevare che esistono scambi e forme di sostegno tra la società civile marocchina e la popolazione sahrawi che vive nelle zone occupate. Ad esempio, l’Associazione dei sindacati dei diritti dell’uomo marocchini ha una sezione nella città di El Ayoun. Inoltre, l’Associazione marocchina dei diritti dell’uomo (AMDH), denuncia frequentemente le violazioni dei diritti dell’uomo di cui i Sahrawi sono vittime, e, a questo scopo, ha interpellato il ministro marocchino della giustizia a proposito dei prigionieri sahrawi attualmente in sciopero della fame. Dal canto suo, l’Organizzazione marocchina dei diritti dell’uomo (OMDH) ha richiesto la liberazione dei prigionieri politici sahrawi, come Brahim Sabbar. L’Associazione marocchina delle vittime di mine antiuomo agisce in favore della distruzione delle mine nel Sahara occidentale. Altre associazioni condannano le violazioni dei diritti dell’uomo perpetrate nel Sahara occidentale, come il Forum marocchino per la verità e la giustizia; il Forum sociale Marocco offre inoltre la possibilità ai Sahrawi di esprimersi e di partecipare ai dibattiti su questa tematica. Un nuovo sindacato, l’ODT (organizzazione democratica del lavoro), nato dalla scissione della CDT (Confederazione democratica del lavoro), ha accettato al suo interno alcuni militanti sahrawi. Questo sindacato difende le rivendicazioni sindacali dei lavoratori sahrawi senza tuttavia posizionarsi sulla questione dell’indipendenza del Sahara occidentale.
A livello della stampa nazionale, alcune rare testate pubblicano le interviste dei militanti sahrawi dei diritti dell’uomo, come Tamek o
Moutawakil, ma nessuno ha tuttavia evocato la questione sahrawi con termini favorevoli e impegnati. All’opposto, Le Journal mostra una grande temerarietà, poiché diffonde articoli di ricercatori che poggiano la legittimità delle rivendicazioni d’indipendenza del popolo sahrawi, come quelli del politologo americano Stephen Zunes.
Infine, all’interno della classe politica marocchina attuale, occorre notare che solo il partito “La Voie démocratique” sostiene il diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione ed ha preso pubblicamente posizione a favore dell’indipendenza del popolo sahrawi. In reazione, l’Associazione Sahara marocchino ha richiesto la condanna di questo partito politico per mancato rispetto della Costituzione marocchina in conformità con la legge in vigore che vieta di rimettere in causa la marocchinità del Sahara occidentale.
Keltoum Irbah, sociologa.
(*) I titoli e le legende sono della Redazione
| I nostri obiettivi | Lo scenario | Progetti in corso | Mailing list | Per contattarci | Collegamenti ad altri siti | Privacy e copyright |