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Il popolo Saharawi

Rabat si sforza per annullare agli attivisti della "nuovo elite" saharaui

Il "caso Haidar" spiega la nuova strategia marocchina per imporre il suo piano di autonomia agli indipendentisti

ABC. Luis De Vega RABAT 22 novembre 2009. "La soluzione è un ritorno nel Sahara occupato (dal Marocco) con o senza passaporto. Se no, continuerò qui lo sciopero della fame fino alla morte", ha affermato ieri ad ABC Aminatu Haidar per telefono dall'aeroporto di Lanzarote. Il suo caso si è trasformato in una patata b tra bollente tra Rabat e Madrid.

In questo modo l'attivista, espulsa otto giorni fa da L'Aaiún senza documenti, vuole dire "chiaro" che rifiuta di chiedere a Rabat un altro passaporto, perché dice che il suo - con numero R559514 - ha validità fino a maggio di 2010. Respinge inoltre di essere considerata rifugiata, come gli offre il Governo spagnolo, "perché non sono venuta a chiedere asilo politico." Per questo motivo esige dalla Spagna che le permetta di ritornare nell'ex colonia.

Aminatu Haidar è la più nota e premiata attivista di quelli che il Governo del Marocco qualifica come "nuova elite" di saharauis i cui movimenti si devono fermare affinché non intorpidiscano il piano di autonomia di Mohamed VI per l'ex colonia spagnola.

Questa nuova strategia marocchina è raccolta in uno scottante documento, del quale ABC è venuta in posseso, consegnato ai diplomatici dell'UE dalel ministro degli Esteri, Taieb Fassi Fihri, il passato 9 di ottobre, un giorno dopo l’arresto a Casablanca del gruppo di sette saharauis che erano andati da L'Aaiún a Tinduf (Algeria) per riunirsi col Fronte Polisario.

Si avvantaggiano, dice la relazione, di una libertà quasi totale di "movimento" nei loro viaggi "all’estero dove ricevono appoggio dai servizi algerini o da ONG pro Polisario". Sono come "eroi che sfidano l'autorità dell'occupante" ed escono in prima pagina di determinata stampa, "specialmente la spagnola". Per dare più forza a questa strategia, Mohamed VI ha insistito su questo il 6 di novembre, nel suo discorso per il 34 anniversario della Marcia Verde. Qualificò al gruppo di Haidar, benché senza fare nomi, di "avversari della nostra integrità territoriale" nei confronti dei quali bisogna "raddoppiare la vigilanza e la mobilitazione per contrastarli" A L'Aaiún, la Polizia impedisce da settimane che questi attivisti ricevano visite da stranieri.

"Questa strategia conferma per me che il margine di movimento che ci hanno dato negli ultimi anni era solo un'operazione d’immagine", dice Haidar. Il "Marocco continua gli anni di piombo" di Hasán II.

Quello che hanno fatto le autorità marocchine a Haidar è "illegale, immorale e stupido", scrive nel prestigioso settimanale "Lei Journal" Aboubakr Jamai senza smettere di difendere la posizione di un Sahara sotto bandiera marocchina. L'ambasciatore in Spagna, Omar Azziman, ha detto ieri che Haidar si è trasformata in un agente del Polisario.

Il nome di Aminatu Haidar ed altri difensori della causa saharaui sono stati al centro della politica internazionale nel 2005. Rabat li accusa di essere dietro l'organizzazione della cosiddetta Intifada, una serie di manifestazioni nelle città saharuis e campus universitari marocchini dove studiano giovani originari dell'ex colonia spagnola. Denunciavano la violazione dei diritti umani e l'impossibilità di reclamare la libera autodeterminazione del territorio.

Il movimento di protesta venne accompagnato da una rivoluzione informativa a base di comunicati, foto e videocassette che distribuivano a tutto il mondo attraverso internet in forma anonima o firmato da organizzazioni come ASVDH, Codesa o Codapso che non sono riconosciute da Rabat.

Quello gruppo di persone è legato a Haidar, tra gli altri, Brahim Dahane, Hamad Hmad, Mohamed Dadach, Ali Salem Tamek o Ghalia Eljimi. Dahane e Tamek si trovano nel gruppo delle sette persone arrestate l’8 di ottobre. Sono nella prigione di Salè, vicino a Rabat, in attesa di essere giudicati da un tribunale militare marocchino.

Non li si vede in prima linea nelle manifestazioni, né tirano molotov né sfidando con bandiere del Polisario le Forze di Sicurezza marocchine che occupano il Sahara. La loro arma, a differenza di altri giovani più impulsivi, è la dialettica. Ma Rabat che li ha imprigionati per lunghi periodi , insiste nel dire che sono quelli che muovono tutti i fili coi loro discorsi , i loro contatti con la Stampa e dimostrando che sono immuni alle minacce, gli interrogatori e le detenzioni.

Prigione Nera

Durante i convulsi mesi dell'Intifada Haidar, Hmad, Dahane e Tamek finirono nella prigione Nera di L'Aaiún assieme ad altri noti attivisti come Mohamed Mutawakil, Hussein Lidri, Larbi Messaud o Brahim Numría. Spesso erano portati davanti al giudice feriti per le bastonate degli interrogatori, come denunciarono. Tra uno sciopero della fame e l’altro, le autorità marocchine li visitavano nelle celle per tentare di negoziare con loro la pace nelle strade.

Ma il perdono di Mohamed VI nel 2006 che non sollecitarono mai, non li frenò. Incominciarono a viaggiare all’estero invitati da associazioni pro Polisario per reclamare l'autodeterminazione, reclamare diritti umani e ricevere premi o attenzione medica. Rabat vuole ora mettere fine a questi movimenti.

Riassunto e traduzione a cura dell’ass.El Ouali

La consegna ai saharauis da parte di una diplomatica svedese di una relazione sul Sahara Occidentale elaborata dal Governo del Marocco ha aperto una crisi tra Stoccolma e Rabat.

Per questo motivo il Marocco "esige" l'uscita immediata di Anna Block-Mazoyer, il numero due dell'Ambasciata svedese a Rabat, accusandola di aver passato il documento in questione a "elementi separatisti legati all’Algeria e al Polisario", secondo il Ministero degli Affari Esteri marocchino. Il ministro , Taieb Fassi Fihri, ha convocato l'ambasciatore svedese, Michael Odevall, per dirgli che si tratta di "una mancanza grave" e "un errore inammissibile."

La Svezia occupa la presidenza dell'Unione Europea.

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