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di Stefano Liberti SAHRAWI AMINATOU HAIDAR La sequestrata dell isola Lanzarote L'attivista espulsa dal Marocco e bloccata in Spagna Deportata e trattenuta alle Canarie contro la sua volontà, la Gandhi del Sahara Occidentale è in sciopero della fame da dieci giorni. La sua espulsione si inserisce in un giro di vite di Rabat contro gli attivisti della regione. Altri sette sono in attesa di giudizio nel carcere di Salé. Il re Mohammed VI lo ha detto chiaramente: «Nessuna indulgenza per i traditori dell'integrità nazionale» Era arrivata venerdì 13 novembre ad Al Aaiun, la capitale amministrativa del Sahara Occidentale, dopo un lungo giro per ritirare premi internazionali a lei assegnati. Sbarcata nella città dove vive, è stata trattenuta all'aeroporto, interrogata, privata del passaporto e poi reimbarcata su un aereo in direzione di Lanzarote, nelle isole Canarie spagnole. Aminatou Haidar, presidente del Collettivo dei difensori sahrawi dei diritti umani (Codesa) e nota come la Gandhi sahrawi, è stata espulsa dal Marocco. La sua colpa aver dichiarato - come sempre fa quando rientra nella sua città - che il suo paese di residenza è il Sahara occidentale, e non il Marocco, che occupa il territorio dal 1975. A differenza dal passato, questa volta Haidar è stata allontanata e rimandata in Spagna, nonostante fosse priva di passaporto. A Lanzarote, si è poi consumata la seconda parte della sua odissea, ancora in corso. Malgrado avesse fatto presente di non avere passaporto, Aminatou è stata imbarcata sul volo per le Canarie. Arrivata a Lanzarote, ha tentato di acquistare un biglietto per tornare ad Al Aaioun. Ma le è stato impedito, dal momento che - le ha spiegato la polizia - «non era in possesso di un documento di viaggio internazionale». Da allora Haidar, che accusa la Spagna di connivenza con il Marocco in quella che sembra una vera e propria trappola, è bloccata all'aeroporto di Lanzarote, dove porta avanti uno sciopero della fame, arrivato ieri al decimo giorno. Aminatou non è nuova a proteste di questo tipo. L'ultimo sciopero della fame lo ha portato avanti «per 50 giorni» nel 2005, mentre scontava una condanna nella famigerata «prigione nera» di Al Aaiun. Questa signora di 42 anni, dal fisico esile ma dall'ostinazione d'acciaio, ha una lunga consuetudine con le carceri marocchine. Già ai tempi bui di Hassan II ha passato quattro anni detenuta senza vedere avvocati né essere sottoposta a processi. Negli ultimi anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, fra cui il Premio per i diritti umani della Fondazione Robert Kennedy e quello al Coraggio civile della Fondazione Train, ritirato a New York pochi giorni prima di imbarcarsi nel viaggio che si sarebbe concluso con la sua espulsione. La mossa del Marocco si inserisce in un giro di vite che sta colpendo negli ultimi mesi gli attivisti sahrawi che vivono nella parte occupata del Sahara occidentale. L'8 ottobre scorso, sette militanti - tra cui il vice-presidente della Codesa Ali Salem Tamek e Brahim Dahane, presidente dell'Associazione sahrawi delle vittime di violazioni dei diritti umani (Asvdh) - sono stati arrestati al loro ritorno da un viaggio negli accampamenti di Tindouf, in Algeria, dove vivono 200mila rifugiati sahrawi. Detenuti nel carcere di Salé, saranno processati a Rabat per attentato alla sicurezza dello stato. Dahane è tra l'altro al centro di uno scontro diplomatico con la Svezia: il 3 novembre scorso, il governo di Stoccolma gli ha assegnato un premio per i diritti umani. Il giorno successivo, Rabat ha preteso l'allontanamento del numero due dell'ambasciata svedese. Pochi giorni dopo il re Mohammed VI ha pronunciato un discorso in cui fustigava i «traditori dell'integrità nazionale», suggellando la «nuova linea» nei confronti degli attivisti sahrawi. Ma la cosa che più colpisce è il ruolo della Spagna. Nella vicenda di Aminatou, il ministro degli esteri Miguel Angel Moratinos ha detto che è pronto a darle lo status di rifugiata e ad accoglierla, facendo di fatto il gioco del Marocco, che si libererebbe così di una spina nel fianco. Ma lei non vuole vivere in Spagna. Vuole tornare nel suo paese e continuare a lottare per la causa a cui ha dedicato la vita intera. di S. Li. SAHARA OCCIDENTALE Un conflitto dimenticato lungo 35 anni Quella del Sahara occidentale è la storia di una decolonizzazione mancata e di un'occupazione che dura ormai da quasi 35 anni. Era il 1975 quando, mentre la Spagna usciva dagli anni bui della dittatura per la «morte naturale» del generalissimo Francisco Franco, il re marocchino Hassan II lanciava «la marcia verde», una grande manifestazione di popolo alla conquista delle province del Sud, fino ad allora amministrate da Madrid sotto il nome di Sahara spagnolo e abitate prevalentemente dalle popolazioni sahrawi. La marcia - preceduta da un'accurata campagna di bombardamenti e da operazioni militari - portò all'occupazione della regione e all'inizio di una guerra che, tra alterne vicende, è stata combattuta fino al 1991, data di un cessate-il-fuoco che ancora perdura. Una guerra nel deserto che ha visto opporsi da un lato le forze di occupazione marocchine, dall'altro i combattenti sahrawi del Fronte Polisario, stabiliti in campi profughi nei pressi della città algerina di Tindouf dove vivono da ormai più di tre decenni 200mila persone in fuga dall'occupazione. Se i guerriglieri del Polisario hanno instaurato in esilio la Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), riconosciuta dall'Unione africana, i marocchini hanno di fatto assunto il controllo della «parte buona» del Sahara occidentale (la zona costiera ricca di prodotti ittici ma anche, a quanto sembra, di idrocarburi). Un lungo muro di 2720 km - costruito con l'assistenza di tecnici israeliani - divide le due parti e mantiene uno status quo di né guerra né pace su cui vigila uno sparuto gruppo di caschi blu della Minurso, la missione Onu incaricata di preparare un referendum che probabilmente non avrà mai luogo. Perché, in effetti, il cessate-il-fuoco firmato nel 1991 prevedeva che da lì a poco si sarebbe dovuta tenere una consultazione per decidere il futuro della ex colonia spagnola; se cioè dovesse essere annessa al Marocco, godere di larga autonomia all'interno del regno cherifiano o essere tout court indipendente. Il referendum si è arenato sulle manovre dilatorie di Rabat e sull'identificazione degli aventi diritto al voto, mentre le città delle province del Sud (come le chiamano in Marocco) si andavano popolando di coloni appositamente trasferiti e coccolati con facilitazioni fiscali e indennizzi. Oggi Al Aaioun, la capitale amministrativa della regione, è una tipica città marocchina, con un surplus abbastanza evidente di militari e poliziotti, che tengono sotto sorveglianza i militanti sahrawi più agguerriti, come Aminatou Haidar e gli altri sette che a tutt'oggi languono nel carcere di Salé in attesa dell'ennesimo processo per alto tradimento. Lo stallo di questi diciotto anni ha congelato una situazione di cui il Marocco cerca di far valere la propria autorità e sfruttare i propri alleati tradizionali nelle sede internazionali (in primis la Francia), di fronte allo scarso peso negoziale del governo della Rasd, che di fatto amministra uno stato-fantasma dipendente in tutto e per tutto dagli aiuti internazionali e dal sostegno algerino. Se l'accordo per il referendum sembra ormai passato in cavalleria, Rabat sembra tornata ai modi bellicosi degli anni di Hassan II. Dopo primi segnali di distensione, il nuovo sovrano marocchino Mohammed VI, che ha da poco festeggiato i primi dieci anni di regno, ha assunto gli stessi toni minacciosi del padre. In un discorso alla nazione il 6 novembre scorso ha detto senza mezzi termini che bisogna essere intransigenti con «gli avversari dell'integrità territoriali». I sahrawi da parte loro hanno perso uno dei loro più preziosi alleati, quella Spagna che un po' per senso di colpa anti-coloniale un po' per sentimento anti-marocchino ne appoggiava le istanze. Con l'arrivo al potere nel 2004 del socialista José Luis Rodriguez Zapatero, Madrid ha sacrificato la solidarietà sahrawi alla ragion di stato dei buoni rapporti di vicinato con il Marocco. Troppe le questioni sul tavolo per mantenere quelle relazioni burrascose che nel luglio 2002, durante il governo di José Maria Aznar, avevano quasi portato a una guerra aperta sul possesso del minuscolo scoglio di Leila-Perejil, un'isoletta senza qualità nello stretto di Gibilterra. Dall'immigrazione alla pesca, fino al terrorismo che ha colpito la Spagna nel 2004 proprio alla vigilia delle elezioni, Zapatero ha scelto di avere «un rapporto privilegiato» con Rabat. Il Marocco, dal canto suo, ha abbassato i toni delle rivendicazioni su Ceuta e Melilla, le due enclave che Madrid mantiene in territorio africano. Una delle poste dello scambio è stata senz'altro la questione sahrawi, come dimostra la vicenda di Haidar, espulsa dal proprio paese con il placet di Madrid e trattenuta contro la propria volontà a Lanzarote, normalmente assai poco incline ad accogliere i cittadini degli stati africani. di José Saramago SOLIDARIETÀ «Sono con te» Una lettera di Saramago Cara Aminatou Haidar, se fossi a Lanzarote sarei al tuo fianco. E non perché tu sia una militante separatista, come ti ha definito l'ambasciatore del Marocco, ma esattamente per il contrario: credo che il pianeta sia di tutti e tutti abbiamo il diritto al nostro spazio per poter vivere in armonia. Credo che i separatisti sono quelli che separano le persone dalla loro terra, le cacciano, cercano di sradicarle perché, divenendo qualcosa di diverso da quello che sono, gli uni acquisiscano maggior potere e gli altri perdano la loro auto-stima e finiscano per essere inghiottiti dalla sopraffazione. Il Marocco con il Sahara viola tutte le regole della buona condotta. Disprezzare i sahrawi è la dimostrazione che la carta dei diritti umani non ha valore nella società marocchina, che non protesta per quello che si fa con i suoi vicini; ed è, soprattutto, l'evidenza che il Marocco non rispetta se stesso: chi è sicuro del suo passato non ha bisogno di espropriare chi sta al suo fianco per esprimere una grandezza che mai nessuno gli riconoscerà. Perché se il potere del Marocco riuscirà a piegare i sahrawi, quel paese, per altri versi ammirevole, avrà ottenuto la più triste delle vittorie, una vittoria senza onore, per nulla luminosa, acquisita sulla vita e sui sogni di tanta gente che voleva vivere in pace nella sua terra e con i suoi vicini per fare del continente, tutti insieme, un luogo più abitabile. Cara Aminatou Haidar: hai dato un esempio valoroso riconosciuto in tutto il mondo. Non mettere in pericolo la tua vita perché davanti a te hai ancora da combattere molte battaglie, e tu sei necessaria. Noi, tuoi amici, amici del tuo popolo porteremo il testimone in tutte le sedi necessarie. Al governo di Spagna chiediamo che mostri sensibilità. Con te, con la tua gente. Sappiamo bene che i rapporti internazionali sono molto complicati, ma sono passati molti anni da quando è stasta abolita la schiavitù delle persone e dei popoli. Non si tratta di umanitarismo: le risoluzioni delle Nazioni unite, il diritto internazionale e il senso comune stanno da una parte sola, e questo in Marocco e in Spagna lo sanno. Lasciamo che Aminatou ritorni a casa con il riconoscimento del suo valore, alla luce del sole, perché sono le persone come lei che danno personalità al nostro tempo, e senza Aminatu tutti saremmo più poveri. Il problema non ce l'ha Aminatou, ce l'ha il Marocco. E può risolverlo, dovrà risolverlo, e non rispetto a una fragile donna ma a tutto un popolo che non si arrende perché non può capire né la irrazionalità né la voracità espansionista, propria di altri tempi e di altri livelli di civilizzazione. Un abbraccio molto forte, cara Aminatou Haidar. Lettera scritta dal premio Nobel per la letteratura sabato 22 novembre NAZIONI UNITE Ban Ki-moon preoccupato per tensione nel Sahara Preoccupazione per l'aumento della tensione tra Marocco e Fronte Polisario, che lotta per ottenere l'indipendenza del Sahara occidentale, è stata espressa dal Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, in seguito alla vicenda di Aminatou e all'arresto dei sette attivisti sahrawi per i diritti umani In una nota diffusa ieri, Ban Ki-moon ha espresso preoccupazione ed esortato le parti a proseguire i negoziati condotti dal suo inviato speciale Christopher Ross, per cercare una soluzione politica al conflitto che oppone Rabat ai fautori dell'indipendenza sahrawi. In questo contesto di tensione, appare comunque difficile che ripartano in negoziati tra le parti interrotti nella primavera del 2008. http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091125/pagina/09/ Aminatou Haidar: «Continueremo a mostrarci» Patrizio Esposito [25 Novembre 2009] Chi è l'attivista sahrawi il cui sciopero della fame sta mettendo in imbarazzo il governo spagnolo e ha fatto puntare i riflettori sul conflitto dimenticato del Sahara occidentale. Brani di due conversazioni sulla situazione dei sahrawi e il ruolo dell'occidente. Aminatou Haidar, militante sahrawi nota per le battaglie della sua comunità contro la violazione dei diritti dell’uomo nel Sahara Occidentale, è stata più volte in Italia su invito di varie amministrazioni pubbliche. Il testo delle conversazioni, ricavato dalla trascrizione dell’audio di riprese video effettuate a Roma e Napoli nel 2006, in collaborazione con Jacopo Quadri e Fatima Mahfoud, e rivisto dalla stessa Haidar, è ripreso dal libro «Vedere l’occupazione, 64 fotografie dal Sahara occidentale», edizioni l’alfabeto urbano – associazione Haima, Napoli febbraio 2007. Nata nel 1967 a El Aayún, città oggi occupata dal Marocco, Aminatou è stata arrestata una prima volta nel novembre 1987, restando in carcere fino al giugno 1991 e poi dal giugno 2005 al gennaio 2006. Liberata grazie alla tenace pressione di associazioni e personalità di vari paesi, tra cui Amnesty International, Aminatou è stata invitata a testimoniare la sua attività politica prima in Europa, poi negli Usa e in Africa. La città di Napoli le ha conferito la cittadinanza onoraria nell’ottobre 2006. Il 13 novembre scorso è stata fermata all’aeroporto di Al Aayún [capitale del Sahara occidentale], al rientro dalla Spagna, dove è in cura per le conseguenze delle torture ricevute nelle prigioni marocchine, e imbarcata, contro la sua volontà e la complicità delle autorità spagnole, su un volo per le isole Canarie. Trattenuta all’aeroporto di Lanzarote, senza documenti e assistenza, ha iniziato uno sciopero indeterminato della fame e denunciato il coinvolgimento del governo spagnolo nella sua vicenda. La monarchia marocchina è impegnata da tempo a reprimere sanguinosamente la pacifica sollevazione popolare dei sahrawi nelle città occupate, senza risultati. Da alcuni mesi ha inasprito l’attività repressiva delle unità speciali dell’esercito e della polizia per decapitare la leadership della resistenza. Sette dirigenti delle organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo sono stati sequestrati l’8 ottobre e rischiano la pena di morte, tra questi Brahim Dahane e Ali Tamek Salem. Altri attivisti, tra cui Sidi Mohamed Daddach, che ha già scontato 25 anni in una prigione marocchina, e Laarbi Mesoud, sono stati privati dei documenti di identità e minacciati di nuove persecuzioni. Contro i sahrawi sono state ripristinate le corti militari e in una violenta dichiarazione, trasmessa in diretta da tv e radio marocchine, Mohammed VI ha intimato alle forze di sicurezza di “superare ogni equivoco e farla finita con i traditori«. Anche in Marocco il giro di vite contro la libertà di espressione colpisce la stampa indipendente attraverso la chiusura delle redazioni, il sequestro dei quotidiani e dei settimanali nazionali e internazionali, oltre a pesanti multe. Nell’ultima settimana anche Il Pais e Le Monde sono stati sequestrati. I siti web pro-sahrawi sono oscurati da anni mentre alle delegazioni straniere di parlamentari e osservatori internazionali è di fatto proibito avere contatti con i rappresentanti delle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo. Aminatou ha ricevuto tre prestigiosi riconoscimenti internazionali: il «Premio Cear» [Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati], l’8 maggio 2006 a Madrid, il «Premio Fondazione Robert Kennedy per i diritti dell’uomo», il 16 settembre 2008 a Washington, il «Premio coraggio civile» della Fondazione John Train, a New York il 20 ottobre 2009. È stata anche candidata dal Parlamento Europeo al premio Sacharov del 2006. Ad ottobre 2007, durante il Sandblast Festival a Londra, ha consegnato al regista Ken Loach una copia del libro «Necessità dei volti». L’inasprirsi della repressione nelle zone occupate dal Marocco è possibile grazie all’appoggio politico che la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti garantiscono alla monarchia alauita. Lo stesso piano di decolonizzazione dell’Onu è bloccato dal 1991 per i veti di Europa e Usa, interessati alle straordinarie risorse minerarie del Sahara occidentale. Il Marocco di Mohammed VI, che utilizza a pieno ritmo la feroce macchina poliziesca ereditata da Hassan II, è oggi «partner commerciale privilegiato» per l’Europa. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite la Francia ha recentemente impedito che i contratti commerciali con il Marocco fossero vincolati al rispetto dei diritti dell’uomo e a Rabat è stato riconosciuto lo «Statuto avanzato» anche se continuano le pratiche della tortura, della sparizione forzata e dei giudizi sommari. Decine sono i centri di detenzione segreta dove restano segregati marocchini e sahrawi per reati di opinione. L’ultimo piano neocoloniale dell’Europa, il «Desertec», finanziato dai colossi della finanza tedesca e osannato dallo scrittore Tahar Ben Jelloun, pretende di utilizzare sole e vento del Sahara occidentale senza considerare l’occupazione marocchina del territorio. Anche la pesca e la ricerca petrolifera sulla lunga costa oceanica del Sahara, ritenute illegali dal diritto internazionale, sono praticate senza limitazioni e consentono al Marocco di coprire le spese militari di presidio del muro costruito nel deserto e di ammodernamento delle armi. Da due conversazioni con Aminatou Haidar […] «Dobbiamo esporci, dobbiamo farlo perché alla nostra lotta occorrono volti e nomi. Ora alcuni di noi sono conosciuti e possono rappresentare anche gli altri, gli anonimi, gli imprigionati e gli scomparsi. Chi è noto può prestare la voce a chi è costretto al silenzio o a parlare sommessamente. La notorietà comporta molti rischi ma forse un pericolo ancora più grande è riservato alla gran parte dei sahrawi senza nome colpiti quotidianamente. Non abbiamo altra scelta che combattere, non ci hanno lasciato altra strada. Molto probabilmente mi prenderanno di nuovo al ritorno, per zittirmi ancora, per punire me e impaurire l’intera comunità sahrawi attraverso la mia condanna. Io andrò avanti finché potrò. Alcune settimane fa hanno maltrattato mia figlia a scuola, è stato lo stesso maestro a picchiarla. Dice che l’ha sorpresa a disegnare la bandiera sahrawi sul banco di scuola. Lei ha solo dodici anni e questa non è l’unica umiliazione che ha dovuto subire. Il 17 giugno 2005, durante un sit-in in sostegno ai familiari dei prigionieri, sono stata arrestata e picchiata violentemente insieme a quanti volevano sottrarmi ai colpi. Il giorno dopo i miei due figli [l’altro ha 10 anni] avrebbero dovuto partecipare ad una festa per la fine dell’anno scolastico, si aspettavano una sorpresa o un regalo: hanno invece ricevuto la mia borsa sporca di sangue. Durante la mia prima prigionia2, iniziata quando avevo venti anni e durata tre anni e sei mesi, la mia famiglia ha pensato che fossi morta perché non ricevevano notizie. Per tutto quel periodo mi hanno bendato gli occhi». […] «Da maggio 2005 vi è una sollevazione generalizzata della comunità sahrawi costretta a vivere nell’angustia dell’amministrazione coloniale marocchina. Non vi è giorno senza manifestazioni collettive di protesta o azioni individuali di resistenza e insubordinazione. Abbiamo cominciato a protestare anche all’interno delle carceri perché queste sono diventate uno dei luoghi di vita e unità della popolazione sahrawi. Sappiamo che può capitarci la prigionia, che ognuno di noi dovrà vedersi un giorno ristretto in carcere e privato della residua libertà concessa a gocce. Organizziamo lunghi e rischiosi scioperi della fame. Siamo riusciti a restare senza cibo anche 51 giorni di seguito, a resistere per tanto tempo alla fame ma anche alle bugie fatte circolare contro di noi. Il ministro della giustizia marocchino ha dichiarato che il nostro digiuno era una semplice farsa e che in realtà ci nutrivamo regolarmente e che eravamo assistiti da medici scrupolosi. Ha tentato di isolarci sminuendo il valore della nostra battaglia ma si è contraddetto più volte e ormai non gode di credibilità. Nella lotta abbiamo registrato il sostegno di varie organizzazioni internazionali e della stessa associazione marocchina per la difesa dei diritti dell’uomo, nonostante fosse stata impedita qualsiasi visita in carcere per costatare le nostre condizioni di salute. Le posizioni di questa associazione sono state nobili e chiare: hanno contestato la versione menzognera del ministro e hanno rivelato la nostra determinazione nel continuare lo sciopero. È stato importante scattare fotografie all’interno del carcere nero di El Aayún per sbugiardare le autorità marocchine e informare persone e comunità di altri paesi. Abbiamo preso l’abitudine di scattare fotografie, in segreto, durante le ore notturne e quando è possibile eludere la sorveglianza. È un impegno delicato ed efficace: comunichiamo con le parole e con le immagini dal cuore stesso delle prigioni e dei tribunali; non vi sono fotografi professionisti che lavorano con noi e abbiamo imparato da soli come fare. Ognuno agisce come può e con mezzi propri, ogni famiglia ormai ha un telefono cellulare o una macchina fotografica. Il Marocco vorrebbe imporre il nostro totale isolamento impedendo l’accesso alla stampa internazionale nelle città e nei villaggi sahrawi. Se nessun giornalista o fotografo professionale può documentare quello che accade nel Sahara Occidentale tocca a noi dire cosa è l’occupazione. E lo facciamo direttamente nei luoghi della repressione, nelle caserme e nelle strade. A fotografare sono i militanti più impegnati ma anche chi non aveva mai usato un cellulare o posseduto una videocamera, i giovani e gli anziani, le donne. A volte fronteggiamo soldati e poliziotti che usano le videocamere per riconoscere i militanti e poi punirli, ma anche noi fotografiamo loro, le targhe delle loro auto senza contrassegni e le angherie che subiamo. Le autorità marocchine hanno dovuto sgomberare il carcere di El Aayún dopo che sono state rese pubbliche le fotografie dei detenuti ammassati l’uno sull’altro nei cameroni della prigione. Hanno cercato di avvalorare l’ipotesi che fossero dei falsi, hanno anche punito alcune persone ritenute responsabili degli scatti, ma ha vinto la forza di denuncia delle immagini. Una fotografia può rendere ridicole le truppe di occupazione, raccontare quanto sono puerili le loro informazioni studiate a tavolino. La fotografia è diventata parte della nostra lotta e la usiamo per avere rapporti con il mondo, conoscere noi stessi, favorire la memoria». […] «Come sapete, molte fotografie mostrano i corpi dei sahrawi feriti selvaggiamente. Si vedono uomini, giovani e non, con tumefazioni, arti fratturati, camicie e pantaloni insanguinati. I loro corpi sono parzialmente denudati per scoprire le parti colpite, ma anche moltissime donne sono fotografate con gli abiti sollevati. Potete immaginare cosa significhi per noi donne sahrawi mostrarci senza abiti, abbiamo dovuto superare la vergogna e le tradizioni familiari per denunciare le violenze nate dall’occupazione. Affrontiamo le offese con dignità e pazienza e questo è parte della nostra forza anche se i traumi non possono essere dimenticati. Quando qualcuno viene picchiato i familiari o gli amici, spesso anche prima che sia portato in ospedale o curato, provvedono a fotografare le sue ferite. Durante le manifestazioni in piazza c’è sempre una casa sahrawi pronta ad ospitarti, a permetterti di scattare una fotografia o a nasconderti se la polizia ti cerca. Fotogra-fiamo anche le abitazioni distrutte durante le perquisizioni o solo perché agenti della sicurezza si vendicano per le nostre proteste aggredendoci in casa. Ricordiamo e mostriamo come vengono trattate le nostre appartenenze, ciò che resta di una cucina devastata, dei vetri delle finestre spaccate, delle serrature divelte, delle sedie e dei letti sfasciati. Quello che fanno ai nostri corpi lo fanno ai nostri oggetti. Ci sentiamo in pericolo, la nostra vita non ha valore per il Marocco. È una intera popolazione a vivere nell’incertezza e nella minaccia, ci vediamo negare il diritto ad una esistenza libera e dignitosa. La nostra lingua non è tollerata, le nostre idee e il nostro desiderio di libertà sono considerati un reato. Un passaporto ho potuto averlo dopo 16 anni di richieste grazie alla protesta di organizzazioni come Amnesty International, a quella di associazioni di giuristi democratici e di parlamentari di vari paesi. Il Marocco ha pensato che non poteva continuare a negarmi un documento di viaggio di fronte a tante pressioni internazionali, e quando mi è stato dedicato il «Premio Juan Maria Bandres» in Spagna, nel maggio scorso, ho potuto finalmente partire per l’Europa. Ci sarebbe bisogno della presenza continua nel Sahara Occidentale di osservatori internazionali, ma chiaramente l’immagine del Marocco ne uscirebbe malconcia. Quel paese non può permettersi visitatori scomodi e occhi critici. Tutto deve avvenire nell’ombra e nel silenzio. Anche la nostra battaglia, dichiaratamente pacifica e di massa deve essere occultata o dipinta dalla monarchia di Mohammed VI, degno prosecutore della politica ferocemente coloniale di Hassan II, come violenta o addirittura terrorista. La nostra scelta pacifica è di principio: vogliamo che si effettui il referendum di autodeterminazione, firmato sia dal Marocco che dal Fronte Polisario, e che ad esprimersi siano direttamente i sahrawi. C’è il rischio concreto che i giovani scelgano di riprendere la guerra contro gli invasori, ma noi dobbiamo con ostinazione tenere aperto uno spiraglio diplomatico e di confronto. In realtà l’Europa dovrebbe far sentire al Marocco la sua chiara aspirazione a voler difendere i principi del diritto internazionale e della giustizia vera. Noi difendiamo concretamente gli ideali in cui l’Occidente dice di credere, vorremmo che dalle parole scritte sulla carta o pronunciate con solennità si passasse alla loro applicazione. Chi ci ascolterà? Chi vorrà vedere come viviamo e come combattiamo? Viviamo sotto censura e senza diritti, ma riusciamo ad aggirare le maglie del controllo. Anche se le autorità marocchine bloccano i siti internet che si interessano della nostra causa, per impedirci di comunicare, riusciamo a trovare modi insoliti per superare la censura ed utilizzare ugualmente le tecnologie che ci permettono di inviare fotografie e documenti. Non si può zittire tutto un popolo o pensare che vi siano frontiere inviolabili. Conosciamo da poco la fotografia digitale e internet, non abbiamo risorse economiche e siamo controllati in ogni movimento, ma il bisogno di raccontare ci obbliga a trovare nuove soluzioni, ad essere veloci e imprevedibili. Continueremo a parlare, continueremo a mostrarci. A vedere e far vedere l’occupazione che ci ruba la vita». L'articolo è pubblicato a questo indirizzo: www.carta.org/campagne/dal+mondo/18946
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