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Il governo spagnolo ha chiesto al Marocco di consentire il rientro in patria di Aminatu Haidar, 43 anni, in sciopero della fame da un mese. La donna si batte per l'indipendenza del Sahara Occidentale. Il fronte Polisario chiede l'intervento del Papa.
Roma,
Il governo spagnolo ha chiesto al Marocco di consentire il rientro in patria di Aminatu Haidar, 43 anni, in sciopero della fame da un mese. La donna si batte per l'indipendenza del Sahara Occidentale, l'ex-colonia spagnola occupata dal Marocco subito dopo la sua indipendenza nel 1975.
L'attivista il 13 novembre scorso era stata respinta dalle autorita' marocchine all'aeroporto della sua citta', Laayoune, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti.
La donna era stata imbarcata su un aereo per le Canarie. All'aeroporto di Lanzarote
ha cominciato uno sciopero della fame, chiedendo di poter rientrare in patria e rifiutando sia l'asilo politico, che la cittadinanza spagnola.
Il capo del Fronte Polisario ha chiesto oggi al papa Benedetto XVI di intervenire per mettere fine alla situazione in cui si trova la militante saharawi che opra si trova a Lanzarote, nelle Isole Canarie.
Mohamed Abdelaziz ha precisato nel suo messaggio di essere "ricorso all'autorita' morale di cui gode il Papa presso i cristiani per prendere delle misure urgenti" al fine di risolvere questa "grave situazione". "Crediamo di aver seguito tutti i canali diplomatici alla luce dello stato di salute della militante saharawi, che vuole ritornare nel suo Paese", ha aggiunto il segretario generale del movimento indipendentista del Sahara occidentale.
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=135102
REPORTAGE: "RITORNERÒ"
"Se cedo, espelleranno molti saharauis come me"
Di sera Aminetu Haidar rivive. In un tugurio di Lanzarote, scenario del suo sciopero della fame, ha ricevuto El Pais. Ha parlato della sua salute, dei suoi figli e, soprattutto, della sua lotta come attivista
Ignacio CEMBRERO 13/12/2009
Gli amici saharauis e spagnoli che la circondano mi danno molti consigli prima di permettermi di entrare nela baracca dove alloggia Aminetu Haidar in sciopero della fame da 26 giorni. "Fa' poche domande e vai al sodo perché le costa un gran sforzo fare una lunga conversazione", mi consigliano. "Verremo a tirarti fuori fra pochi minuti affinché "non ce l'esaurisca. È molto debole", insistono.
Famiglie saharauis e simpatizzanti spagnoli fanno una specie di guardia permanente davanti alla porta del piccolo edificio, di fronte alla fermata degli autobus turistici situata tra due terminali dell'aeroporto di Lanzarote. Haidar tocca, quando ha bisogno di loro, una piccola campana ed accorrono ad aiutarla, per esempio portarla al bagno in sedia a rotelle.
È allora che i fotografi la ritraggono, ma sempre senza flash per non abbagliarla. All'aria aperta, sotto la tettoia della fermata, si è improvvisato perfino un piccolo centro stampa. È lì dove i numerosi politici, sindacalisti, artisti ed intellettuali che visitano a Haidar fanno, all'uscita, la loro breve dichiarazione solidale.
È da 26 giorni in sciopero della fame quando entro in quello che fu una stanza, senza finestre, nella quale gli autisti degli autobus che trasportano turisti nell'aeroporto di Arrecife depositavano i loro bagagli. Haidar, 42 anni, è sdraiata al suolo, ma non ha perso niente della sua freschezza mentale, benché la sua voce sia più debole. Mostra la stessa vivacità parlando di quando la vidi per l'ultima volta,un mese e mezzo fa, in una caffetteria di Madrid. La conversazione si sviluppa in francese, una lingua che le costa meno parlare che il castigliano.
"Resisto, vado avanti", risponde ad un commento sulla sua apparente robustezza mentale. "Ma da quattro giorni non posso leggere giornali", si lamenta. "Mi stanco molto a fissare la sguardo", aggiunge. "Così vengo sono aggiornata dai riassunti orali che mi fanno i miei amici. Inoltre, non sopporto la luce. E vengo dal posto più luminoso del mondo: il Sahara."
È di notte e nella baracca c'è solo una piccola lampada accesa con la quale riesco appena a leggere le note che prendo. Un gran tappeto copre il suolo. Haidar è sdraiata su un materassino vicino a due piccole bottiglie che contengono acqua con zucchero, l'unico alimento che ingerisce. Il cuscino della sua branda è una gran foto di lei coi suoi due figli, di 13 e 15 anni.
Viveva con loro a L'Aaiún, la capitale del Sahara Occidentale, fino a che il 14 novembre scorso fu espulsa dalla polizia marocchina dopo 24 ore di detenzione nell'aeroporto al ritorno da un viaggio negli USA, dove ha ricevuto il Premio al Coraggio Civile 2009 della Fondazione Train, e dalla Spagna. Nell'ospedale di La Paz di Madrid ha fatto un controllo medico. Soffre, tra le altre cose, di un'ulcera sanguinante e di un problema alla schiena.
Sono le conseguenze di circa quattro anni passati nelle prigioni segrete, nelle quali fu torturata, durante il regno del re Hassan II. Con suo figlio, Mohamed VI, fu di nuovo imprigionata nel 2005, ma solo per sette mesi. Fu allora che, nella Prigione Nera di L'Aaiún, fece il suo primo sciopero de fame: durò più di un mese, per tentare di ottenere lo status di prigioniera politica. Non l'ottenne, ma ebbe qualche miglioramento della sua situazione carceraria.
Il tono di voce di Haidar è più basso di alcuni mesi fa, ma mantiene quasi intatto il suo sorriso, perfino quando si scaglia con gran durezza contro i suoi nemici. L'affabilità della sua espressione cambia solo quando parla dei suoi figli. Il suo viso ritorna triste. Mi fa male "il cuore quando penso a loro", confessa questa donna alla quale costa parlare dei suoi sentimenti e preferisce appoggiarsi alla sua lotta.
" Ultimamente non parlo con loro al telefono", dice. "È troppo duro, per tutti". "So che mia madre fa 'l'impossibile per evitare che vedano sulle televisioni spagnole - il segnale delle Canarie si prende a L'Aaiún - le mie immagini. "Così piangono meno". "Mia figlia, di 15 anni, ha scritto la lettera chiedendo aiuto per sua madre, ma mio figlio, di 13, voleva mettersi in sciopero della fame". L'ho convinto a non farlo". Gli ho detto "che ci abbracceremo di nuovo quando tornerò a L'Aaiún".
Ma lei non è sicura di potere ritornare?
"Viva" o morta ritornerò", risponde senza separarsi dal suo sorriso. Non sarebbe preferibile, per la causa dell'indipendentismo saharaui che lei rimanesse viva? Haidar, per una volta, tituba: "Chissà". Ma si affretta ad aggiungere: "Ma c'è anche la mia dignità, la mia lotta legittima per un diritto individuale, quello di ritornare nella mia patria, nella mia città, a casa mia". "Solo allora lascerò lo sciopero dela fame". "Se io cedo è possibile che espellano allo stesso modo molti altri saharauis."
- Arriverà un giorno che lei più in possesso delle sue facoltà. Il Governo spagnolo tenterà allora, mediante una decisione giudiziale, di alimentarla con la forza in un ospedale.
- Farò, con l'aiuto dei miei avvocati, tutta il possibile per evitarlo. Ho firmato uno scritto per impedirlo. Non rivelo né di che tipo di documento si tratta, né qual'è il suo contenuto.
- Cosa è più duro: fare un sciopero di fame in una prigione marocchina o in un aeroporto spagnolo?
- Qui, perché non mi sarei mai immaginata di vedermi obbligata a ricorrervi in un paese democratico come la Spagna. Ma è l'unica forma di protesta efficace alla mia portata. Non pensai mai che la Spagna fosse complice del Marocco accettando la mia espulsione da L'Aaiún, impedendomi di tornare nella mia città da Lanzarote.
Il Governo ha violato così, secondo lei, il Patto dei Diritti Politici e Civili sottoscritto dalla Spagna. L'articolo 12 del patto, firmato anche dal Marocco, dice che nessuno può essere privato arbitrariamente del diritto ad entrare nel suo paese.
Ma il Governo spagnolo le ha offerto tutto quanto è alla sua portata dallo status di rifugiata, fino alla nazionalità spagnola, e perfino una casa. "Ma io non voglio essere spagnola; sono saharaui, e finché la mia terra è occupata, l'occupante, il Marocco, ha l'obbligo legale di darmi un passaporto", replica.
Il passaporto lo ha avuto per tre anni (2006-2009), grazie alle pressioni dell'Ambasciata USA a Rabat, fino a quando la polizia marocchina glielo ha sequestrato il 14 novembre, ma, curiosamente, le ha lasciato la carta d'identità. Ha anche un permesso di soggiorno in Spagna concesso nel 2006 per cure mediche.
Il Governo - insisto - ha tentato di farla tornare. Il 3 dicembre è salita su un aereo spagnolo, insieme al direttore del gabinetto del ministro di Affari Esteri, Miguel Moratinos, che doveva volare da Lanzarote a L'Aaiún, ma non ha ottenuto l'autorizzazione politica marocchina per atterrare. "Sono sforzi tardivi ed insufficienti", obietta.
"Il ministro degli Esteri spagnolo ha messo fino ad ora più impegno per farmi accettare le sue offerte affinché io rimanga qui che nelle pressioni sul Marocco affinché ritorni", sostiene Haidar. "E questo è per me una gran delusione".
Nemmeno le suonerie dei cellulari la distraggono quando espone le sue rivendicazioni. "Se vuole parliamo dei punti che può toccare la Spagna per convincere al Marocco", prosegue. "Per questo motivo, se muoio, il Governo spagnolo dovrà assumersi la responsabilità morale della conclusione."
C'è qualcosa, tuttavia, che rende più sopportabile lo sciopero in Spagna di quello fatto quattro anni fa a L'Aaiún. "I membri della piattaforma che mi appoggia non sono solo amici solidali, sono come la mia famiglia", assicura Haidar. "E poi ci sono tutti i membri della società civile e politici che mi visitano e mi danno coraggio". "Tutti mi aiutano a continuare."
Haidar non è stupita dagli aiuti, ma sorpresa piacevolmente, dall'eco che la sua lotta ha nella stampa. "Quello sì che non lo speravo che mi dedicassero tanto spazio", ribadisce. "Fino ad ora i mezzi di comunicazione non si occupavano della nostra causa, ma finalmente l'hanno scoperta", si rallegra. Continua "Era ora! ".
L'indipendentista saharaui sospetta che, tra gli altri motivi, la stampa si occupava poco dei saharauis perché il Governo spagnolo era impegnato a seppellire il contenzioso "per non disturbare il Marocco". "Moratinos non ha solo ha voltato la schiena al conflitto, ma non ha mosso un dito in difesa dei diritti umani nel Sahara Occidentale", si lamenta.
"Si vuole dimenticare che fu una colonia spagnola e che, secondo la dottrina dell'ONU, la Spagna continua ad avere la sovranità e l'Amministrazione, benché "non possa esercitarla."
"Se la Spagna avesse fatto il suo dovere nel Consiglio di Sicurezza, la Minurso [le truppe dell Nazioni Unite nel Sahara] avrebbe competenze in materia di diritti umani", assicura. "E di conseguenza, avrebbe evitato la mia espulsione".
"Con la mia presenza qui, la Spagna paga il prezzo della sua inazione nelle sedi internazionali come l'ONU", condanna. Creata nel 1991, la Minurso è l'unica forza di pace delle Nazioni Unite il cui mandato non abbraccia i diritti umani.
"Ma il mio caso è solo la punta dell'iceberg di quello che succede nel Sahara", afferma. Alí Salem Tamek, "il vicepresidente della mia associazione di difesa dei diritti umani (Codesa), è da due mesi nella prigione di Salè, insieme ad altri sei saharauis, per avere visitato gli accampamenti dei rifugiati di Tinduf" (sudovest dell'Algeria). "Tutti saranno giudicati da un tribunale militare marocchino" per collaborazione col nemico. Mai, fino ad ora, durante il regno di Mohamed VI, si erano visti civili seduti sul banco di un tribunale militare.
"Sa che i miei figli, mia madre, mio fratello, la mia famiglia vivono in L'Aaiún in case accerchiate dalla polizia marocchina", si indigna. "È come se fossero agli arresti domiciliari collettivi e permanente". "Ma" di questo si lamenta, "nessun Governo, nessuna istituzione pubblica lo denuncia in Europa."
Haidar è stanca. Una visitatrice la saluta consegnandogli un regalo. "È un dolce", scherza qualcuno nella baracca. L'attivista cambia faccia per lo sconcerto. "No, è un profumo", precisa la donna che gli consegna il pacchetto, comprato in un aeroporto di Parigi. Haidar recupera il suo sorriso: "Quello mi piace più".
http://www.elpais.com/articulo/reportajes/cedo/expulsaran/muchos/saharauis/igual/elpepusocdmg/20091213elpdmgrep_1/Tes
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