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Il popolo Saharawi

El Mundo 13/01/2007

Il “nostro” Sahara e quello “degli altri”

Ali Lmrabet

Esiste una falsa idea secondo la quale i saharawi sono divisi in due parti inconciliabili: tra pro ed anti marocchini. Questa idea, frutto dell'ignoranza della realtà socio politica del Sahara Occidentale, ma anche dei pronunciamenti politici da parte di un gruppo di saharawi alla ricerca di protagonismo, raccolti recentemente dal professore universitario, dell'Università Autonoma di Madrid, Bernabé López García, in un articolo intitolato ”I nostri saharawi e gli altri."

L'idea difesa da López García è abbastanza vicina ad una tesi di moda in Marocco, la società spagnola ha appoggiato incondizionatamente per decenni i rifugiati saharawi degli accampamenti di Tinduf, ignorando il grosso della popolazione saharawi che continua a risiedere nell'antica colonia spagnola e che non è propensa a lanciarsi in avventure indipendentiste. Per dirlo chiaramente, come sottolinea il professore universitario, perché continuare a ritenere il polisario “l’unico” e legittimo rappresentante dei saharawi quando esistono altre voci?

È difficile replicare senza vacillare a Bernabé López García che fu il nostro mentore sui temi relativi al Sahara quando, alla fine degli anni 90, un gruppo di giovani giornalisti marocchini tentavano di affrontare senza pregiudizi né tabú questo difficile conflitto. Ma bisogna farlo, in nome del libero dibattito democratico; e, disgraziatamente, non dal Marocco, dove è quasi impossibile evocare il tema senza doversi arrotolare nella bandiera nazionale, bensì da un giornale spagnolo.

Bisogna dire, in primo luogo, che il nostro eminente e stimato professore universitario ha tutte le ragioni quando assicura che non tutti i saharawi considerano il Fronte Polisario come il loro legittimo rappresentante. Il tribalismo (una parola proscritta per decreto nel mondo polisario) e la diffidenza di una parte della popolazione saharawi verso la tribù degli Erguibat che controlla i principali posti di comando del movimento indipendentista, hanno qualcosa a che vedere. Ma la riflessione di Bernabé López non va oltre una mera constatazione, e non esplicita la sua tesi. Sarebbe stato interessante, per esempio, che lo studioso madrileno ci dicesse chi sono gli altri rappresentanti legittimi dei saharawi e dove risiede, giustamente, la loro rappresentatività.

Sarebbe stato, inoltre, istruttivo sapere un po' di più su questa mitica massa saharawi pro marocchina che, secondo Rabat, è convinta che il conflitto è superficiale e che è opera di alcuni mercenari pagati dall'Algeria. Non è necessario aggiungere che, se tutto questo fosse vero, gli amici e adulatori del Marocco (che ci sono anche in Spagna) dovrebbero incoraggiare le autorità del mio paese ad organizzare rapidamente, sotto la supervisione dell'ONU, un referendum di autodeterminazione affinché i nostri saharawi possano proclamare al mondo che ci vogliono, che fanno loro la nostra bandiera, e che sono orgogliosi del nostro glorioso Esercito e temono di perdere anche il minimo granello di sabbia del nostro caro deserto.

Ma i marocchini che vogliono il nostro paese con una passione diversa dal nazionalismo patriottico fomentato dal Ministero dell’Interno sanno che la realtà non si trova nei notiziari televisivi, né nelle falsità pubblicate dalla nostra stampa da oltre 30 anni.

Se passiamo ad una certa classe dirigente saharawi che si può tacciare di trasformismo, poiché si adatterebbe a qualunque potere, e se non teniamo conto dei vecchi casi dei polisario recuperati dal Marocco, e che si sono convertiti opportunamente e rumorosamente in fustigatori dei loro ex compagni di lotta, bisogna essere ciechi per non accorgersi che se tutti i saharawi non sono pro Polisario, è però evidente è che sono tutti antimarocchini e indipendentisti.

E anche se sicuramente non hanno un'idea chiara di cosa vogliono, vedono il loro futuro senza il Marocco, poiché 30 anni di repressione e di negazione dell'esistenza di un paese e di una cultura saharawi hanno prodotto esattamente il contrario. Oggi, quando si visita il Sahara, ci imbattiamo in due tipi di abitanti. Il primo ha conosciuto la colonizzazione spagnola e si adatta prudentemente alla presenza marocchina, per opportunismo politico o economico. Il secondo è il giovane ribelle, nato nel seno della madre patria marocchina, la cui identità nazionalista è nata nelle sale di tortura dei commissariati. Se l'età e la mentalità separa questi due tipi di saharawi, il loro antimarocchinismo e la loro ostinata convinzione di avere un futuro senza noi - benché non sia bassa lo pressione del Polisario -, li unisce irrimediabilmente. E non serve a niente credere che facendo atti di contrizione o giurando che il piano di autonomia porterà con se ricchi regali cambi qualcosa in quelle mentalità. Nel deserto, sia i rancori che i riconoscimenti sono valori sicuri.

In un recente giro nel Sahara, sono stato casualmente presentato ad un gruppo di saharawi che supponevo pro marocchini. Un prospero e vecchio sceicco di tribù - che la mattina stessa muggiva con ferocia nella pista di atterraggio dell'aeroporto di L'Aaiún gli obbligati Aacha el malik (Evviva il re) e si affannava per baciare la mano del sovrano in visita ufficiale nella zona -, mi bombardò per un'ora con un discorso indipendentista molto diverso da quello del Polisario, ed al limite della xenofobia. Il suo vicino, un ex ufficiale saharawi dell'Esercito marocchino, incoraggiava suo figlio, indipendentista, a continuare nelle "sue azioni", perché quello permetteva alla famiglia di beneficiare da parte dello Stato di un benessere sconosciuto in Marocco per il suo falso attaccamento alle tesi unioniste.

"Quello che si dice fuori, non è quello che si pensa dentro", lasciò cadere con un sorriso il figlio del militare. Questa scena, sconosciuta ed incongruente per il marocchino medio, è l'evidenza tanto che sia Hasán II che Mohamed Vidi hanno fallito nella loro politica di marocchinizzazione delle menti e dei cuori saharawi, bastone per quelli infiammati e generose prebende per i supposti fedeli. Se non possiamo contare su quelli che si avvantaggiano della nostra presenza nel Sahara e si nutrono dei nostri favori, che cosa bisogna sperare dal resto della popolazione?

E per una volta, le autorità marocchine riconoscono questa realtà. Per questo si attaccano al rifiuto di permettere un referendum di autodeterminazione che attribuirebbe loro un colpo mortale; e non hanno l'intenzione di affidare la soluzione del conflitto ai saharawi, benché siano i nostri. Prova di ciò è come si è preparato il piano di autonomia che il Marocco presenterà prossimamente alle Nazioni Unite. Ufficialmente, sono stati tutti i membri del CORCAS (Consiglio Reale Consultivo per i Temi del Sahara) che hanno pensato e confezionato il testo. Ufficiosamente, solo un ridotto gruppo comandato dal presidente del CORCAS, Jali Henna Uld Rachid, e consigliato da un gruppo di esperti spagnoli e francesi, affinché non vadano lontano, ha elaborato un testo che è stato più volte respinto dal Ministero dell'Interno.

Questo dovrebbe farci riflettere sulla nostra presenza nel Sahara e su quello che dovremmo offrire ai saharawi affinché sopportino vivere - se Spagna e la comunità internazionale li abbandonano - sotto il nostro ombrello. Se stessimo realmente in un paese in transizione democratica, come dicono i Chirac, Zapatero e Bush, per una volta d’accordo, dovremmo aprire un dibattito nazionale sul conflitto, permettendo a ognuno di esprimere le sue idee, esporre le sue proposte e, perché no, il suo malessere.

Sicuramente ci arrabbieremmo gli uni con gli altri, ma qualcosa uscirebbe dall'arduo ed inedito dibattito. Per esempio, proporre un'autonomia alla spagnola in un paese diretto da una democrazia non artefatta, o, se i saharawi non sono d’accordo con le nostre intenzioni, permettere loro di ricorrere all'inevitabile referendum.

Ma viviamo in un paese dove la Monarchia si è appropriata della gestione del conflitto, l'ha legato al suo trono e ha minacciato la nazione di un omerico diluvio se sfortunatamente si perdesse il Sahara. Un paese dove il regime impone il silenzio ai dissidenti, processa i cattivi pensatori, considerati “traditori” della patria e dell’unità nazionale, ed instaura come verità assoluta il pensiero unico su tutto ciò che riguarda l'integrità territoriale.

Oggigiorno, nessuno in Marocco può osare, non a discutere che è molto, bensì a riflettere senza restrizioni su un conflitto che ha impoverito economicamente i marocchini, frenato il suo sviluppo e disattivato per molto tempo i partiti politici, convertiti in altoparlanti e portavoci del regime, in portinai del dogma ufficiale. Il progressista marocchino che capisce ed appoggia la legittima rivendicazione dei palestinesi per avere un Stato si trasforma in un intollerante incapace di aprire un dibattito argomentato con un indipendentista su questa questione. Come se i principi ed i precetti universali che ci servono per difendere cause altrui non avessero la stessa validità morale quando si tenta di applicarli nella nostra propria casa.

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