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TRENTO\ aise\ - Si chiama Lembarki Hamdi Salek Mahjoub, 31 anni, era di EL Aayun e la sua colpa è stata quella di sventolare al vento la bandiera della libertà, quella del suo popolo. Lembarki è la prima vittima dell'intifada sahrawi, esplosa nel maggio scorso nell'ex colonia spagnola, occupata trent'anni fa dalle forze marocchine. Una intifada di cui pochi parlano. La giornata di oggi, 4 novembre, un giorno di lutto per la sua morte, avvenuta, come denuncia il Governo Saharawi, in seguito a torture, si trasforma in un ennesimo appello al mondo, all'Europa in particolare, affinché intervenga e sostenga il diritto all'esistenza di questo popolo, un diritto sancito dall'Onu e che verrà reclamato a gran voce, il 12 novembre, nel corso di una grande manifestazione nel centro di Madrid.
Una rivendicazione che "correrà", anche, il 28 febbraio 2006 con le gambe dei partecipanti alla sesta edizione della SaharaMarathon, manifestazione sportiva internazionale di solidarietà con il popolo Saharawi promossa dal comitato sportivo Saharawi e organizzata da volontari provenienti da diverse nazioni. Una maratona per la quale fa il tifo anche la Provincia autonoma di Trento, con l'assessorato alla solidarietà internazionale, e le scuole del Primiero. A parlarne è giunto ieri, 3 novembre, a Trento Omar Mih, Ambasciatore a Roma della Rasd, Repubblica Araba Saharawi Democratica.
L'ambasciatore Mih ha ringraziato la Provincia autonoma per il sostegno dato ai progetti di solidarietà e aiuto a favore del popolo saharawi: strutture idriche in particolare per portare acqua pulita nel deserto attraverso un impianti di desalinizzazione, ed una casa per le donne saharawi, progetti di cui ha parlato nell'incontro di oggi Gustavo Lopresti.
"Siamo un piccolo popolo - ha spiegato l'ambasciatore Mih - che da anni attende il riconoscimento dei propri diritti sanciti da una risoluzione dell'Onu. Siamo molto preoccupati per come stanno andando le cose, è in atto una forte repressione da parte delle autorità marocchine, tanto che Amnesty International è dovuta intervenire per ben tre volte in un mese. Chiediamo all'Europa di aiutarci. Nel 1990 abbiamo fatto la scelta di continuare la nostra lotta con mezzi pacifici, ciò che vogliamo è costruire uno stato laico e democratico. Non siamo terroristi e non siamo fondamentalisti".
Parole di sostegno alla causa saharawi sono state pronunciate dall'assessore Berasi e dal presidente del Consiglio regionale Mario Magnani. "In qualunque parte del mondo - ha detto Iva Berasi - il linguaggio dello sport viene compreso, in particolare dai giovani; la scuola, in questo contesto, può davvero diventare un laboratorio di futuro".
"Un'istituzione come il Consiglio regionale, che rappresenta una sintesi di più etnie e culture - ha aggiunto Magnani - non poteva non interessarsi al destino di questo popolo". Magnani si è complimentato con l'Istituto comprensivo e con il Comprensorio del Primiero per aver voluto sensibilizzare i ragazzi e i cittadini. Magnani ha anche annunciato che proporrà al Consiglio regionale di adottare una mozione in sostegno della causa saharawi.
"Abbiamo promosso due incontri, domani mattina con le scuole e domani sera con la popolazione - ha spiegato Mario Delugan, dirigente della scuola - per far conoscere ai nostri ragazzi che ciò che hanno non è scontato e per attivare un'iniziativa di solidarietà".
La SaharaMarathon, che comprende oltre alla maratona classica le distanze di 21, 10 e 5 chilometri e la corsa dei bambini, ha come obiettivo la promozione dell'attività sportiva tra i giovani e le giovani Saharawi, e il finanziamento di un progetto umanitario. Lo scorso anno, come ha spiegato Giordano Molinazzi, presidente dell'associazione bolognese El Ouali, la componente italiana ha finanziato, attraverso le quote di partecipazione alla maratona, l'acquisto di 15 cammelle da latte, quest'anno porteremo il fieno per la loro alimentazione.
Testimoni della causa saharawi sono anche alcuni atleti trentini (sei quelli che hanno partecipato alla scorsa edizione della maratona), tra i quali Cristiano Campestrin e Sabrina Campaldini.
Il Sahara Occidentale è l'unico territorio dell'Africa a non aver mai ottenuto l'indipendenza, ed i suoi abitanti, i Saharawi, esiliati e senza alcun diritto civico riconosciuto dalle autorità di Rabat, gli unici ad essere transitati dalla dominazione coloniale spagnola all'occupazione militare da parte del Marocco. Si può aiutare questo popolo sostenendo una corsa a piedi nel deserto? Si può, perché lo sport è "testimonial" dei diritti umani, può aprire porte e brecce nei muri. Ed il muro da abbattere, per i Saharawi, è quello, lungo 2700 chilometri, costruito dal Marocco e che divide questo popolo in due: da una parte i territori occupati, dall'altra quelli "liberati" dal Fronte Polisario.
Al di là del muro, sull'altipiano di Tindouf, in territorio algerino, vivono nel deserto 200 mila profughi Saharawi. È qui che si correrà in febbraio la maratona.
Ogni tendopoli è una "wilaya", una provincia, e ha il nome della città del Sahara Spagnolo abbandonata. Chi partecipa viene da lontano per un motivo molto importante, per aumentare la visibilità delle necessità mediche e nutrizionali dei bambini del Sahara Occidentale. Alcuni di questi bambini, tra l'altro, sono stati ospitati in Trentino, al Lago di Cei, nell'estate del 2003. La SaharaMarathon, insomma, è più di una gara. Il percorso connette simbolicamente tre campi profughi, Smara, Aoserd, El Ayoun, portando i partecipanti attraverso il deserto che è stato la casa dei profughi per trent'anni. (aise)
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