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Gazzetta dello Sport 26 Febbraio 2005
Di JOSEFA IDEM*
Mi sento una persona fortunata ed è per questo che non mi sono mai tirata
indietro quando si trattava di impegnarmi in manifestazioni di solidarietà.
Forte di questo spirito, tempo fa ho accettato volentieri di promuovere la Sahara
Marathon., ma non avrei mai immaginato di rimanere così colpita da questa
rea1tà.
E' appena partita una spedizione composta da atleti, volontari e rappresentanti
di diverse istituzioni per recarsi a Tindouf, nel deserto algerino dell'Hammada,
dove vive nello stato di rifugiato il popolo dei Saharawi. Il motivo è
la partecipazione alla quinta edizione di questa maratona di solidarietà
in mezzo alle sabbie sahariane per raccogliere fondi che serviranno all'acquisto
di 15 cammelle da latte, necessarie per garantire l'apporto di calcio a bambini
e anziani.
Ciò che mi ha particolarmente colpito in questa vicenda è che
lo sport non è stato soltanto forza motrice per una manifestazione di
solidarietà, ma che grazie all'impegno agonistico di questi maratoneti
(in fondo non è un'impresa da poco correre una maratona in mezzo al deserto)
è stato ricordato un conflitto che non veniva nemmeno citato quando si
parlava delle guerre dimenticate. Il popolo dei Saharawi, di religione musulmana
ma non integralista, attende pazientemente un referendum sull'autodeterminazione,
approvato dall'ONU, ma respinto dal Marocco. Da 16 anni ha scelto la via della
diplomazia internazionale senza mai commettere un atto di terrorismo nonostante
i mondo sembra essersi dimenticato dei suoi diritti
Ha costruito una originale forma di democrazia e partecipazione, tra villaggi
di profughi e dune, in condizioni di vita che sono ai limiti della sopravvivenza.
Questa maratona ha innescato un percorso di solidarietà e cooperazione
internazionale che si è rafforzato negli anni. Ciò è stato
possibile grazie alla forza e all'autenticità del messaggio che questo
popolo porta con sé. Non è un caso che tutti quelli che sono andati
a portare "doni" , là
dove manca anche l'essenziale, siano tornati arricchiti. Arricchiti dalla dignità
e dalla gioia di vivere di un popolo che ha scelto un atteggiamento pacifico
e non la strada del terrore per risolvere la questione della propria autodeterminazione.
Penso che lo sport debba prendere spunto dia questo esempio, concreto e profondo
allo stesso momento. Perciò proporrei a tutte le federazioni sportive
di sposare un pro getto di solidarietà. Così non solo potranno
usare la propria forza per un motivo nobile, ma si allontaneranno dal rischio,
sempre in agguato, di cadere in un atteggiamento di autoreferenzialità.
*Campionessa di canoa
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