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27 Febbraio 2005
Il giovene re Mohamed VI vuole correggere l'immagine feroce del regime
Stefano Liberti
Inviato a Rabat
"Nel gennaio 1976 la polizia segreta mi ha arrestato e portato nel carcere
di Tan Tan, insieme a 22 membri della mia famiglia fra cui diversi bambini.
Durante la detenzione sette di loro sono morti di fame e privazioni, ma anche
dopo lunghe sessioni di tortura". Vestito con una jellaba chiara, un uomo
anziano dal volto scavato e ben inquadrato in una barba bianca ripercorre gli
anni del suo calvario nelle prigioni segrete marocchine. Ma non lo fa nel buio
di una casa privata, interpellato da qualche giornalista europeo venuto a indagare
sugli "anni di piombo" e sugli abusi perpetrati dalle forze di sicurezza
contro gli oppositori del regime. No, la sua dichiarazione è pubblica
e viene trasmessa dai canali tv nazionali.
Rilettura del passato
Dal 21 dicembre scorso, il Marocco si è lanciato in una sorta di catartica
rilettura del proprio passato: nel quadro delle audizioni della cosiddetta Istanza
di equità e riconciliazione (ler) diverse vittime del regime sono state
convocate per raccontare gli abusi che il braccio violento dello Stato ha compiuto
contro di loro. Create sul modello delle Commissioni di verità e riconciliazione
del Sudafrica post-apartheid le audizioni sono organizzate con l'obiettivo di
"voltare pagina" e "impedire la ripetizione degli errori del
passato", come lo Stesso giovane re Mohammed VI ha detto in più
di un'occasione.
Novità assoluta per un paese arabo e segno evidente di un Marocco che
cambia, queste sessioni pubbliche sembrano essere l'ultima prova della volontà
del palazzo di ostentare un volto umano e soprattutto moderno. Dopo gli anni
bui del despota Hassan II (1961-1999), il suo giovane figlio sembra impegnato
a promuovere le
aperture e a cogliere l'evoluzione dei tempi. E così le iniziative si
moltiplicano: dopo aver licenziato II ministro degli interni e uomo forte del
regime di suo padre Driss Basri (oggi in esilio a Parigi) II monarca ha promulgato
la riforma del codice della famiglia (Mudawana) accogliendo gran parte delle
rivendicazioni dei movimenti femministi; e ha molto. allentato la pesante censura
che gravava sulla stampa. A leggere oggi i giornali marocchini, si stenta a
credere ai propri occhi: alcuni settimanali ben fatti - TelgueL LejournaL Maroc
Hebdo - diretti da professionisti trentenni spesso formatisi all'estero, mostrano
una libertà di espressione impensabile qualche anno fa. Con inchieste
approfondite in stile anglosassone, affrontano argomenti un tempo tabü:
Telguel ha pubblicato un'indagine sul salario del re, senza reazioni da parte
del palazzo; a volte viene evocato anche il delicato dossier del Sahara occidentale,
occupato militarmente da Rabat dal 1975 contro tutte le risoluzioni Onu.
Desidenio edipico di liberarsi dell'ombra ingombrante del padre o semplicemente
necessita di far fronte alle esigenze di un mondo globalizzato, in cui alcune
prassi non possono più aver luogo? Le aperture promosse da Mohammed VI
suscitano reazioni discordi tra i più diretti interessati - attivisti
dei diritti umani, ex prigionieri politici giornalisti già perseguitati
dalla censura. "L'Ier è il risultato di una negoziazione
cominciata già negli ultimi anni di Hassan II, in cui si è fatta
strada l'esigenza di promuovere le libertà civili"
racconta Younes Zrikem imprenditore di successo e già consigliere dell'ex
premier socialista Abderrahman Youssufi, "II problema è che oggi
in Marocco abbiamo una società civile piuttosto attiva e un regime politico
completamente bloccato, in cui II parlarnento è una semplice camera di
registrazione delle decisioni del Palazzo". Questo è il grande paradosso
del regno cherifiano : una società civile in ebollizione, che si riconosce
in ong attive e bellicose, e un sistema politico ingessato, in cui l'unica opposizione
con un certo seguito è rappresentata dagli islamismi del partito della
Giustizia e dello sviluppo (Pjd) o dai be più agguerriti simpatizzanti
dell'Al-Adlwal-Ihsan (Giustizia e benevolenza), il movimento dello sceicco Yassin,
In questo contesto, tutte le riforme non sono altro che "concessioni"
del sovrano. "Il sistema di governo del Makhzen, sorta di retaggio tribale
in cui il potere è affidato alle clientele dei notabili afferenti alle
grandi famiglie vicine alla corte, è rimasto intatto", continua
Zrikem. Che però concede: "Oggi il Marocco è a un bivio:
da una parte la fragilità del sistema politico mostra che è facile
tornare indietro; dall'altra non è escluso che le concessioni del re
inneschino un movimento rivendicativo che potrebbe sfuggire al Makzen".
Le audizioni dell'Ier criticate da molti perché i testimoni non possono
citare i nomi dei loro aguzzini, rischiano in effetti di scoperchiare un vero
e proprio vaso di Pandora. "Una volta denunciati pubblicamente i crimini,
come è possibile non perseguire i criminali?". si chiede Jelloul
Araj, attivista dei diritti umani che al tempi di Hassan II ha passato nove
anni in carcere per attività sindacale. In molti casi i responsabili
delle torture non solo sono liberi ma occupano ancora posti di potere. Un paradosso,
tanto più che i loro nomi e i loro volti sono noti a tutti. "Mi
auguro che il meccanismo delle
audizioni vada fino in fondo. Solo con un processo ai colpevoli potremo veramente
dire di aver voltato pagina", conclude Araj.
Ma altri sono meno ottimisti e leggono l'Ier come un maldestro tentativo da
parte del Palazzo di ripulirsi Ia coscienza e mettere a tacere le critiche internazionali.
All'inizio di febbraio tre importanti ong marocchine - l'Associazione marocchina
dei diritti umani (Amdh), l'Organizzazione marocchina dei diritti umani e il
Forum verità e giustizia (Fvj) - hanno rilasciato un comunicato durissimo,
in cui criticavano i "silenzi" delle audizioni, soprattutto sulle
centinaia di desaparecidos degli "anni di piombo". II disincanto degli
attivisti diventa ogni giorno più palpabile, tanto che l'Amdh ha recentemente
annunciato la sua intenzione di creare audizioni parallele, in cui verranno
fatti i nomi dei torturatori e si
terranno nei loro confronti "processi simbolici".
La prigione nera di Llayoune
"Altro che voltare pagina. L'Ier è una pantomima che il giovane
re ha voluto organizzare per camuffare gli abusi che lui continua tranquillamente
a perpetrare". Attivista saharawi con diversi anni di carcere segreto alle
spalle e molteplici esperienze di torture, Brahim Noumria si mette a ridere
quando gli parliamo delle audizioni pubbliche. "D'altronde - continua -
perché è vietato in queste sessioni parlare di fatti successivi
al 1999 (anno della morte di Hassan II e dell'ascesa al trono di Mohammed VI,
ndr)?" In effetti, nel territorio del Sahara occidentale occupato gli attivisti
continuano a essere sorvegliati a vista, incarcerati e spesso torturati. I detenuti
politici passati recentemente per la famigerata "prigione nera" di
Layoune continuano a raccontare abusi raccapriccianti. "La situazione è
ben poco cambiata nel Sahara - continua Noumria. Se fai politica, sei sempre
nel mirino delle autorità che ti possono arrestare in qualsiasi momento
e rinchiuderti in una celia senza informare la tua famiglia".
Sospeso tra oscurantismo e modernità, tra un'occhiuta censura e una libertà
di espressione inedita per un paese arabo, il Marocco sembra in mezzo al guado.
La "transizione controllata" del Palazzo potrebbe sfuggire di mano
al sovrano e far alzare la testa a una società civile che suo padre aveva
invece annichilito. In quest'ottica un unico dato è certo: le audizioni
dell'Ier hanno innescato una dinamicadi apertura. E forse è proprio per
questo che le ultime sessioni non sono state trasmesse in tv.
S. LI.
RABAT
Il giomalista franco-marocchino All Lmrabet non è mal stato amato negli
ambienti di potere di Rabat. Dopo i sette mesi e mezzo passati in carcere (era
stato condannato a 4 anni) pen oltraggio al re, oggi è oggetto di una
vera e propria campagna denigratoria che ha l'obiettivo di impedirgli l'apertura
di una nuova rivista in lingua francese. La sua colpa: fare un giornalismo non
asservito. Nel novembre scorso è andato a Tindouf nei campi profughi
saharawi in Algeria. e si è azzardato a intervistare II presidente della
Repubblica araba saharawi democratica (Rasd) Mohamed Abdelaziz.
D. Perché questo accanimento contro di te?
R. II regime è infastidito dalla popolarità delle riviste che
dirigevo e vorrebbe impedirmi di aprire un giornale satirico. Nelle ultime settimane,
i giomali filo-goveniativi mi stanno attaccando violentemente, dandomi del "traditore
della Patria" , solo perché sono stato a Tindouf. II 3
febbraio è stato organizzato un sit-in contro di me a Rabat. Nonostante
fosse indetta da ben nove associazioni, alla manifestazione erano presenti appena
37 persone. Cioè nonostante, l'iniziativa è stata riportata con
grande risalto sulla stampa e anche in televisione, con adeguati trucchi per
occultare il reale numero di partecipanti.
D. Eppure oggi Ia stampa indipendente è molto più libera di quanto
era ai tempi di Hassan II...
R. E' vero, ma questo è il risultato delle nostre battaglie. Tutti noi
giornalisti indipendenti abbiamo dovuto lottare e non abbiamo mancato di pagare
le conseguenze. Tra II 2003 e il 2004, io mi sono fatto sette mesi e mezzo di
galera solo perché ho osato pubblicare una vignetta che alludeva alla
figura del re.
D. Cosa pensi delle audizioni pubbliche deII'Ier?
R. Penso che sono incomplete. Io, per esempio, non posso testimoniare perché
non sono stato vittima del regime di Hassan II, ma di Mohammed VI. L'idea di
permettere la denuncia solo degli abusi perpetrati prima del 1999 è del
tutto fuorviante. E' come se dal 1999 a oggi, ii Marocco fosse stata una democrazia.
D. Quali conseguenze possono avere queste audizioni?
R. II palazzo sta cercando di portare avanti un processo di riforme controllato.
Ma non capisce che, se lasciasse libero corso al processo democratico, ne uscirebbe
molto più rafforzato. II problema è che continuiamo a vivere in
una dittatura
D. Cosa pensi di fare ora?
Nei prossimi giorni presenterò nuovamente la richiesta di apertura del
giornale. Non mi lascerò mettere i bastoni fra le ruote da una giustizia
corrotta e servile. Voglio andare fino in fondo, anche se questo dovesse costarmi
altri anni di galera
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