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Sahara Marathon - 28 Febbraio 2005


di Donatella Mattarozzi
E' lungo il viaggio per arrivare fino a Smara, campo profughi saharawi sul territorio algerino. L'aereo ti porta fino a Tinduf ma non ci sono voli di linea, solo i charter delle organizzazioni arrivano in questo piccolo aeroporto militare. Da qui con i coach o con il pullman in due ore si arriva a Smara, poi il senso del tempo si perde, si entra in un'altra dimensione, senza orari, senza impegni, senza "mille cose da fare".
All'arrivo veniamo assegnati ad una donna, così importatanti e determinate le donne saharawi sono presenti in ogni ruolo mentre gli uomini si occupano solo delle questioni militari, anche se oggi la guerra non esiste più c'è comunque un muro che li divide da trenta anni dagli altri saharawi, quelli rimasti nei territori occupati, e ci sono le loro terre da riprendersi con un referendum che il Marocco non vuole e l'ONU non impone.
La donna ci porta per mano alla sua tenda, si beve il the, seduti per terra, il braciere acceso, sono tre giri, il primo amaro come la vita, il secondo dolce come l'amore, il terzo soave come la morte.
E intanto il tempo passa, un altro giorno finisce e le stelle arrivano incredibilmente splendenti e vicine.
La giornata della Maratona inizia con il buio, la colazione tutti assieme con la baguette e il caffè, due pullman ci caricano per andare alla partenza, a uno mancano i sedili in fondo, all'altro manca un vetro, inizia il viaggio, due ore almeno con musica più indiana che araba, ogni tanto una sosta per una toilette in mezzo al deserto, il sole già alzato ci scalda un po', sembra una bella giornata.
Alla partenza ci aspettano le donne con le loro grida berbere, i bambini che chiedono "caramello" e noi che vorremmo solo una toilette più intima di una distesa di sabbia. Ci dobbiamo preparare in fretta, un assurdo per un paese dove si vive a ritmo "tranquillo" e solo a volte si sente un jalla-jalla, sempre come conseguenza dei "nostri" impegni da occidentali.
Partiamo che sono quasi le dieci, il sole già alto, non fa ne' caldo ne' freddo, quasi tutti in calzoncini e canotta, molti con borraccia al seguito, i ristori non mancano ma stiamo comunque entrando nel deserto e l'acqua è meglio averla vicino. Il percorso e' segnato da sacchi blu pieni di sabbia, ometti di sassi come quelli lungo i sentieri montani, coach che ci affiancano e ci indicano la strada.
Sembra tutto sotto controllo, ma il deserto oggi non e' di buon umore, prima si presenta con un velo basso di sabbia, alta pochi centimetri da terra non da fastidio e rende il paesaggio splendido, tutto sembra evanescente, accarezzato da una grande coperta, il cielo intanto e' diventato grigio, sempre più intenso specie davanti a noi, quando si apre e fa entrare la luce alle nostre spalle si creano effetti che non riesci a capire, ti viene da voltarti per vedere chi ha abbia acceso la luce.
Il terreno sotto ai piedi e' duro, piccoli sassi scuri tra la sabbia tra il grigio e il rosso.
Sempre avanti lungo la rotta segnata, ma presto ci si accorge che non è come nelle altre maratone, il percorso non è una strada sola, niente dai contorni definiti, i coach ci danno la direzione ma l'ometto potrebbe essere più a destra o piu' a sinistra e se lo sbagli rischi di non vedere il successivo.
Quando il vento inizia ad alzarsi la sabbia si rifiuta di stare bassa, inizia a colpirci le gambe, sembrano frustate o piccoli aghi che si conficcano nel fianco destro, all'altezza del viso cerca un varco sotto agli occhiali, i cappelli volano via, qualche podista lo insegue altri lo lasciano andare lontano.
Ogni tanto mi giro, vedo solo due spagnoli, davanti due sagome nere, le seguo e cerco di tenerle come direzione, non si riesce più a vedere lontano, neanche un ometto in vista, ogni tanto un sacco blu, la strada è giusta ma quando finalmente riconosco le due sagome nere capisco che sono uomini del deserto e mi hanno portata fuori rotta, mi giro sgomenta, l'adrenalina sale, gli spagnoli che mi seguono si guardano attorno, proviamo ad andare ancora diritti e finalmente si vede l'ometto successivo.
Sento che questa Maratona sarà diversa, un viaggio in una dimensione che non conosco, un deserto che non vuole aiutarmi, vuole tenermi qua dentro, non vuole farmi arrivare a Smara, se penso che non siamo neanche alla mezza, se misuro la fatica che si fa a correre con questo vento, le scarpe piene di sabbia, sembra che siano un numero in meno, anche i calzini si riempiono e sembra di correre scalzi sopra alle noci, ora Smara è veramente lontana.
Continuo ad orientarmi con i sacchi blu, gli spagnoli sempre dietro ci cerchiamo a vicenda per non restare soli.
Quando appare il villaggio di Austed, a metà maratona, e' tutto ricoperto di sabbia; al nostro passaggio le donne urlano nel loro canto di gioia, i bambini cercano il cinque, mi danno l'energia per continuare ma devo fermarmi di nuovo a togliermi le scarpe. Il tempo che perdo non importa, oggi il tempo non esiste, è una corsa nello spazio, sono entrata da una porta socchiusa e devo trovare il modo per uscire da qui.
Arrivano le prime dune, non sono di sabbia, a parte quella ammucchiata dal vento, davanti nessuna possibilità che il vento cessi, anzi sembra aumentare, non si vede niente, si cercano i coach, ora sono loro i nostri ometti, sono anche i nostri ristori, ci danno acqua o ci riparano dal vento per l'ennesimo e inutile svuotamento delle scarpe.
Arriva il gruppo dei modenesi, ero con loro all'inizio ma la voglia di correre da sola mi aveva fatto allungare il passo, ora voglio solo la loro compagnia, non posso pensare di restare sola in questa tempesta, uno dei due spagnoli è già rimasto indietro, l'altro è caduto e sembra voler rallentare, gli faccio segno di stare tutti assieme "amigos Italia", mi fa segno di si ma non riparte con noi.
Andiamo avanti un po' compatti per difenderci dal vento e un po' ci apriamo per cercare le buste blu, da sopra alle dune i coach lampeggiano con i fari, i fotografi escono veloci per scattare, per loro siamo uno spettacolo incredibile.
Inizia a finire l'energia, avrei una bustina da prendere ma sono talmente sfinita che non riesco a tirarla fuori, arriviamo ad un coach, si prende l'acqua e si svuotano le scarpe, vedo dei datteri e riesco a mangiarli.
Sempre più forte questa dannata tempesta, vogliamo uscire, ma quanto manca? L'ultimo riferimento era il 35°, non siamo persi nello spazio ma il tempo non esiste più.
Arriviamo alla strada asfaltata, dovremmo attraversarla ma qualcuno dell'organizzazione ci dice che è diventato pericoloso, potremmo perderci, meglio fare un po' di chilometri sulla strada, il vento ora è proprio contrario, soffia a oltre 100Km/h, non si riesce a tenere alta la testa, un coach si mette davanti e cerca di ripararci, va un po' meglio ma ora le gambe si fanno sentire, ora che non devo più cercare la strada per uscire, ora che qualcuno lo fa per me.
Il passo del coach e' abbastanza lento ma ogni tanto dobbiamo fermarci per rifare il gruppo, vorrei fermarmi, riposarmi un po', provare a correre con il mio passo ma so che se lascio questo gruppo, se perdo questo coach, la porta per uscire potrebbe chiudersi. Chiedo una sosta veloce, mentre gli altri si tolgono le scarpe mi faccio dare zucchero dall'autista.
Ora non ci si ferma più, compatti e determinati, è ora di uscire da qui!
Si torna sulla sabbia, il coach si mette di lato, finalmente un ometto, una scritta a vernice dice 41, è fatta, il coach ci lascia, la strada è definita, porta diritti a Smara, piano piano si intravedono le costruzioni dell'uomo sotto la sabbia, si vede l'antenna, il nostro punto di riferimento.
Arrivo e non mi guardo intorno, non cerco le mani degli amici; credo che non ci sia nessuno, ma una mano prende me, è Sazi, il ragazzino della tenda che mi ospita, mi prende e mi porta dagli altri, dagli amici già arrivati, dalle sorelle e dal padre in ansia per me.
E' come un secondo giro di the, dolce come l'amore, essere qui al riparo dal vento, qualcuno mi porta lo zaino, mi cambio e mi tolgo le scarpe, poi penso a chi non e' ancora arrivato e non resisto, mi ributto fuori e gli vado incontro. Arriva lo spagnolo, mi faccio riconoscere e corriamo assieme fino al traguardo, poi torno di nuovo indietro e aspetto anche gli ultimi amici, finchè non ci siamo tutti.
Ora si può andare tutti assieme alla tenda, ci aspettano le donne con una brocca d'acqua per fare la doccia e tre giri di the per ritrovarci.

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