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15 Marzo 2005
Reportage da Al Aaiun, capitale dell'ex colonia spagnola occupata in forza
dai marocchini quasi trent'anni fa
Città proibita I soldati sono ovunque, gli attivisti sono sorvegliati
a vista, i giornalisti espulsi. E in Marocco l'autodeterminazione dei sahrawi
resta un argomento tabù
STEFANO LIBERTI DI RITORNO DA AL AAIUN
«Dopo molti anni in carcere, dopo ripetute torture e maltrattamenti, non
cambio idea: continuerò a lottare per l'autodeterminazione del popolo
sahrawi». A parlare è Sidi Mohammed Daddech, il «Nelson Mandela
del Sahara occidentale», una figura esile ma tenace, con alle spalle un
non invidiabile record: venticinque anni di permanenza nelle segrete marocchine.
Lo abbiamo incontrato al riparo delle pareti della sua casa, in un palazzo anonimo
di un quartiere altrettanto anonimo di Al Aaiun, capitale amministrativa del
Sahara occidentale. Centro nevralgico dell'apparato d'occupazione di quello
che a Rabat viene definito il Sahara marocchino, Al Aaiun è una città
sotto stretta sorveglianza: i soldati stazionano ovunque, perfino nei cortili
delle scuole, gli stranieri - in particolare europei - sono controllati a vista,
i giornalisti mal sopportati e a volte espulsi (l'anno scorso tre reporter,
due francesi e un norvegese, sono stati forzatamente ricondotti alla frontiera).
Sotto le mentite spoglie dei turisti di passaggio, abbiamo trascorso tre giorni in questa città di frontiera dove l'impronta dell'occupante cerca di imporsi in modo subdolo ma efficace. Colonia spagnola fino al 1975, il Sahara occidentale è stato occupato dai marocchini mentre a Madrid Franco agonizzava. Da allora, gran parte del territorio è controllato da Rabat, nonostante il parere contrario tanto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che della Corte internazionale di giustizia dell'Aja. Dopo quindici anni di guerra tra i soldati marocchini e il Fronte Polisario - il movimento sahrawi che rivendica l'indipendenza del territorio e che ha le proprie basi a Tindouf, in Algeria - nel 1991 è stato firmato un cessate il fuoco, che prevede la tenuta di un referendum per l'autodeterminazione. Ma la politica ostruzionistica di Rabat ha impedito il voto e creato di fatto uno status quo congelato, in cui la parte occidentale dell'ex colonia spagnola è in mano al Marocco (che vi staziona con 120mila soldati) e quella orientale è gestita dal Polisario. Un muro lungo 2000 chilometri - costruito dai marocchini con l'aiuto di tecnici statunitensi e israeliani all'inizio degli anni `80 - segna la linea del fronte e si erge un po' anomalo in mezzo a una distesa desertica. Dalle due parti del muro, qualche centinaio di peacekeepers dell'Onu passano le loro giornate a prendere il sole e a bearsi dei loro lauti stipendi.
Nel frattempo, il popolo sahrawi è stato condannato a un'esistenza divisa. Alcuni sono fuggiti ad est nelle cosiddette «zone liberate», altri sono rimasti al di qua del muro, a osservare le proprie città trasformarsi progressivamente in centri marocchini: grazie alla tenace politica di colonizzazione di Rabat, fatta di sgravi fiscali e di premi in denaro, oggi Al Aaiun somiglia in tutto e per tutto a una città del Marocco, se non fosse per gli ampi viali di ascendenza spagnola e per i saluti in arabo hassaniya - l'idioma dei sahrawi - che si sentono di tanto in tanto riecheggiare nelle strade.
Ma ad Al Aaiun nulla è come appare: dietro le strade impeccabili, dietro la tranquillità dello struscio serale dei suoi abitanti, dietro l'apparente convivenza pacifica, si nasconde un orizzonte di abusi, in cui coloro che osano mettere in dubbio la «marocchinità» del Sahara sono ancora ferocemente perseguitati. «Dall'epoca di Hassan II (re del Marocco dal 1961 al 1999 ndr) è cambiato ben poco», denuncia Dkhil Moussaoui, ex prigioniero politico e insegnante. «Semplicemente negli ultimissimi tempi l'apparato marocchino ha cambiato tecnica con noi sahrawi: più che imprigionarci, tende a isolarci, a privarci di ogni possibilità. A chi accetta lo status quo, viene offerto un lavoro e un posto nella società. A chi continua a credere nell'autodeterminazione del popolo sahrawi il lavoro viene invece tolto».
Moussaoui, che oggi è appunto disoccupato, ha passato sette mesi nel famigerato «carcere nero» di Al Aaiun, che qui ormai soprannominano significativamente la Abu Ghraib marocchina. Durante la sua detenzione, ha subìto torture di ogni tipo: «Mi bendavano, mi appendevano al soffitto e mi picchiavano ripetutamente», racconta con tono pacato. Graziato insieme ad altri dieci detenuti politici sahrawi e liberato nel gennaio 2004, Moussaoui sta cercando invano da mesi di costituire una Ong per la difesa dei diritti umani. A differenza di quanto avviene nel Marocco propriamente detto, dove la politica di apertura del giovane re Mohammed VI ha fatto spuntare associazioni come funghi, qui la situazione è completamente bloccata: ogni tentativo di costituire una Ong si scontra con il netto rifiuto delle autorità e incontra ben poca solidarietà da parte degli stessi attivisti marocchini.
Perché in Marocco parlare di autodeterminazione del popolo sahrawi equivale
a infrangere un tabù, un'eresia per la quale si viene immediatamente
accusati di fare il gioco dei «separatisti del Polisario» e dei
loro protettori, gli odiati algerini. Con le ultime evoluzioni in campo internazionale
- in particolare, il riavvicinamento tra il governo di Rabat e quello di Madrid,
storicamente vicino alla causa sahrawi e principale sponsor del referendum -
la situazione sembra destinata a rimanere bloccata ancora per molto tempo. Il
Marocco è convinto che alla fine la spunterà, limitandosi a concedere
una minima autonomia alle «province del sud». Ma i simpatizzanti
del Polisario sono di tutt'altro avviso: «Gli spagnoli ci hanno tenuti
colonizzati per novant'anni. I marocchini nemmeno trenta. Staremo a vedere come
andrà a finire», ci ha detto combattivo Sidi Mohammed Daddech prima
di salutarci. Poi ci ha stretto la mano e ci ha sussurrato con lo sguardo fiero:
«La prossima volta che verrete da queste parti, Al Aaiun sarà la
capitale di una repubblica saharawi indipendente».
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