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Di Sabrina Campaldini
24/03/2005 - "Che roba è?" Se è questa la domanda
che vi fate in aggiunta a "Chi scrive questo trafiletto?" Vi rispondo
subito. Sono Sabrina e con piacere accolgo l'invito di Tamara nel raccontarvi,
pur sinteticamente, un viaggio speciale di solidarietà e sport nel
deserto del Sahara (l'hammada), nella parte più occidentale, ostile
e inospitale, dove Marocco Algeria e Mauritania si incontrano.
Vicino Tindouf nel deserto algerino, ho vissuto nove giorni nei campi profughi
Saharawi delle wilaya (leggasi province) di El Ayoun, Auserd, Smara, Dajkla:
gli stessi nomi delle principali città dei territori occupati nei quali
i profughi contano un giorno di ritornare. Dal 1976, in seguito all'invasione
militare del Marocco, circa 200.000 rifugiati vivono nei campi nell'attesa
che si realizzi l'indipendenza e che cessi l'occupazione militare del proprio
territorio. Qualche breve cenno sulla storia di questo popolo: il Sahara Occidentale,
ex colonia spagnola a sud del Marocco, è una regione di 266.000 kmq,
affacciata su una delle più pescose zone dell'Oceano Atlantico; è
anche ricca di miniere. E soprattutto il suo popolo rappresenta una delle
tradizioni più ricche e più fortemente identificate del mondo
arabo. Questa è la grossa differenza tra la nazione del popolo saharawi
e lo stato marocchino che ne ha invaso il territorio. Ora il popolo Saharawi
è diviso tra chi è riuscito a fuggire dai confini, e a rifugiarsi
nei campi situati nel deserto algerino, e chi invece è rimasto nella
propria terra e vive come prigioniero. Un muro, nei pressi del quale più
di 9.000.000 di mine sono disseminate, divide i territori occupati da quelli
liberati difesi ancor'oggi dall'esercito saharawi. Purtroppo migliaia di saharawi
sono desaparesidos.
Nei territori occupati, lo stato Marocchino sta sfruttando le risorse naturali
e sta trasferendovi migliaia di persone operando quella che realmente è
una "invasione". I profughi ospitati nei campi si sono organizzati
nella RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica).
Nel 1973 nasce il FRONTE POLISARIO (Fronte Popolare di Liberazione del Saguia
el Hamra e del Rio de Oro). Non si parla ancora di indipendenza quanto dell'unica
espressione delle masse che scelgono la via rivoluzionaria e la lotta armata:
i soli mezzi attraverso i quali il popolo Sahrawi, arabo e africano, potrà
ritrovare la sua totale libertà e sconfiggere le manovre del colonialismo
spagnolo. La lingua parlata è l'hassaniya, un dialetto arabo molto
stretto. La religione è l'Islam sunnita, come nella maggior parte del
Maghreb.
Si è trattato di un progetto di solidarietà e sport a cui abbiamo
partecipato in 139 italiani.
Solidarietà perché abbiamo consegnato degli aiuti materiali
così come contributi economici; abbiamo visitato le scuole e le strutture
ospedaliere realizzate e ristrutturate grazie ai contributi italiani; abbiamo
incontrato il governatore delle wilaya, il presidente del Fronte Polisario
e L'Unione delle Donne Saharawi che, dopo averci illustrato il loro dramma,
ci hanno chiesto di raccontarlo a quante più persone possibile.
Sport perché abbiamo partecipato alla Sahara Marathon che da cinque
anni vuole attirare l'attenzione sulla causa saharawi. 42 km che gli atleti
- e non
visto che erano previste anche le versioni 21, 10 e 5 km - dei
diversi paesi (c'erano oltre agli italiani, spagnoli, americani, tedeschi,
danesi, norvegesi) hanno percorso attraversando i campi profughi per manifestare
la solidarietà con un popolo che da trent'anni è fuggito dalle
proprie terre e chiede di ritornarvi.
Per concludere: un esperienza intensa, toccante e ricca di emozioni contrastanti.
Dalla felicità nel vedere gli occhi neri di un bambino che mi sorride
prendendomi la mano senza pretendere nulla in cambio; alla tristezza nell'udire
il pianto di una donna che è stata imprigionata e torturata e che non
sa se rivedrà mai quello che da trentenni è un desaparesidos
e lei chiamava sposo.
Nel sito, alla sezione "Oltre il quartiere 8" troverete i miei appunti
di viaggio.
Il viaggio è stato organizzato dall'Associazione El Ouali di Bologna.
Ulteriori informazioni sono disponibili alla pagina www.saharawi.org.