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Radio 2001 Romagna Giugno 2005
Sono salita su quel volo charter Rimini-Tindouf, lo scorso 26 febbraio insieme
alla mia amica Rosaria e ad altri 150 italiani, per andare a correre una maratona
nel deserto. Stimolante e ambiziosa prospettiva per me, casalinga di 49 anni,
abituata a correre sulle nostre dolci, rassicuranti, verdi colline.
Ho corso nel deserto. Nei campi dei profughi Saharawi, in Algeria.
Un'ora dopo essere arrivata dall'aeroporto alla tendopoli di Smara, su una traballante
corriera, con i vetri rotti e pochi sedili, mi sono resa conto che la corsa
sarebbe stata solo un piccolo gioco nel mare d'emozioni che ha cominciato a
riempirmi la testa e il cuore.
Da cinque anni ormai l'associazione di volontari El Ouali di Bologna, in collaborazione
con altri gruppi nazionali ed internazionali, organizza una settimana nei campi
profughi Saharawi, alla fine di febbraio - una settimana di solidarietà
-. Si portano aiuti concreti (quest'anno abbiamo donato cammelle da latte) e
c'è la gara podistica - maratona, ½ maratona, 10km e 5km, per
tutti i gusti e le capacità -, che diventa un prezioso momento di condivisione.
Atleti da tutte le parti del mondo corrono a fianco degli atleti Saharawi.
Ma forse pochi sanno 'di chi' sto parlando.
Il Sahara Occidentale, che si affaccia sull'Oceano Atlantico, fra il Marocco
e la Mauritania, è stato invaso nel lontano 1975 dai marocchini, che
se ne sono impossessati con la forza e da allora una parte della popolazione
ha trovato rifugio in quest'angolo del deserto algerino, nei campi allestiti
per l'emergenza dall'ONU. Qui si è costituita la Repubblica Democratica
Saharawi. Fra il sostanziale disinteresse del mondo 'che conta', questo popolo
di mare, privato della sua terra e della sua libertà, vive di soli aiuti
umanitari, in uno dei luoghi più inospitali della Terra. Con la speranza,
incrollabile, di tornare a casa, un giorno
Quelli che sono rimasti nel loro paese sono vittime di repressione e abusi da
parte del governo marocchino - desaparecidos, arresti illegali, violazione dei
diritti umani. Il Marocco sfrutta le risorse di quella terra (pesca, fosfati
e, si sospetta, petrolio..) e non intende rinunciarci, nonostante le varie risoluzioni
dell'ONU, che cerca, con poca grinta, di risolvere la trentennale questione
Saharawi, unico esempio al mondo di stato in esilio.
Una popolazione mite, non integralista, con un alto grado di civiltà
e capacità organizzative.
Dunque l'idea vincente della mia settimana nel deserto è stata questa:
la corsa abbinata ad un progetto di reale solidarietà.
Il giorno della maratona il vento soffiava a 100 km orari - anche questo fa
parte del quadro. Noi l'abbiamo vissuto come un momento di coraggio, una sfida
ai nostri tendini e alla nostra capacità di concentrazione mentale. Loro
ci camminano ogni giorno su quel deserto
con la nostalgia del mare nel
cuore!
Siamo stati ospitati nelle loro tende. Abbiamo mangiato il loro cibo, dormito
con loro, condiviso il tempo, che là ha ritmi totalmente diversi dai
nostri, cercando una maniera per comunicare. Ed è stato commovente vedere
come ci si può capire bene, quando si è davvero disposti ad ascoltare,
al di là delle lingue e delle culture diverse. Abbiamo bevuto decine
di bicchierini di the verde, che loro ci offrivano come grande segno di rispetto
e onore verso l'ospite. Quel the che sa essere forte e dolce, amaro e soave
- come la vita, l'amore e la morte, dicono i Saharawi. Abbiamo vissuto nella
nostra coscienza e sulla nostra pelle le mille difficoltà della vita
quotidiana in un simile ambiente - scarsità di cibo, niente acqua né
gabinetti. Anche se ci siamo concessi il lusso quotidiano delle salviette profumate,
dei disinfettanti e delle creme idratanti, con cui avevamo riempito i nostri
zaini, e la pulizia dei denti con dentifricio e acqua minerale
.che spreco!!
Chissà come ci avranno giudicato, vedendoci sputare acqua 'buona'!
Abbiamo visitato le scuole e i piccoli ospedali. Veramente ammirevole come i
Saharawi hanno saputo organizzarsi in questi settore-chiave della vita comunitaria.
Ma il deserto, si sa, non lascia molti spazi di manovra. E quando la solita
corriera mi ha portato verso l'aeroporto e verso la 'sovrabbondanza' che mi
aspettava qui a casa, non ho potuto fare a meno di sentire una stretta al cuore
per questa gente fiera, consapevole, civile. Che aspetta.
"Prima di ogni oasi c'è sempre un deserto da attraversare"
- è un proverbio saharawi.
Potrei andare avanti raccontando le decine di piccoli episodi quotidiani -
comici, grotteschi, emozionanti, dolorosi. Come la ricerca del luogo più
adatto per la solita necessità corporale, di notte, sotto un cielo così
pieno di stelle che sembravano cadermi addosso; o il panorama mozzafiato di
un'antica barriera corallina, dove oggi, fra la sabbia bollente, trovi migliaia
di conchiglie fossili; o i momenti di confidenza, sotto la tenda variopinta,
con le donne della famiglia che mi ha ospitato a Dakhla, donne con una regalità
e una finezza di comportamento da lasciare esterrefatti; oppure la visita alla
puerpera, con il suo piccolo nato prematuro stretto nelle coperte di lana (niente
incubatrice, per via della mancanza di energia elettrica), cui ho donato le
barrette energetiche che mi dovevano servire per correre
..
Dirò soltanto un'ultima cosa: quest'esperienza, che ho diviso con la
mia amica Rosaria, ha aperto per entrambe una finestra che non intendiamo assolutamente
richiudere. Ci ha stimolato a cercare di fare qualcosa di concreto nella realtà
faentina, perché più persone possibile sappiano cosa sta succedendo
in quell'angolo di Africa da ormai 30 anni. Lo sappiamo, al mondo ci sono decine
di situazioni di emergenza umanitaria. Questa noi l'abbiamo vissuta e toccata,
e perciò ne vogliamo parlare.
Sono molto fiera di aver vissuto quella settimana laggiù.
Lo auguro a tutti voi . Non come un dovere. Come un privilegio.
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