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11 Settembre 05 L'Unità

Saharawi, un referendum per i figli del deserto

I Saharawi continueranno a chiedere libertà, ma sicuramente non potranno
resistere all'abbandono, all'oblio che gli europei stanno stendendo su di loro.

"Un peso diviso fra tutti diventa una piuma": il proverbio saharawi esprime la forza e la tenacia di un popolo che da 30 anni vive in esilio, lontano dalla propria patria, ma testimonia anche la speranza di resistere uniti alla sofferenza per la separazione dai propri cari, rimasti nel Sahara Occidentale dopo l'occupazione marocchina del 1975.
Esprime la lotta di un popolo per mantenere viva la tradizione e per opporsi al tentativo di sgretolare l'identità culturale di "figli del deserto" (saharawi appunto) e di sahel (quelli delle coste), pescatori che vivono da trent'anni nella porzione di deserto più inospitale del pianeta.
Il Sahara occidentale è oggi attraversato da un muro di sabbia alto sei metri, circondato di mine, innalzato dalle autorità marocchine per proteggere le risorse economiche (petrolio, fosfati) di una terra che da trent'anni è depredata, terrorizzata e negata.
A nulla sono valse finora le risoluzioni dell'ONU che sanciscono il diritto del popolo Saharawi all'autodeterminazione e le denunce degli organismi internazionali in merito alle continue violazioni dei diritti umani nel Sahara Occidentale, (si veda il rapporto di Amnesty International - giugno 2004 e agosto 2005). Il Regno del Marocco è potente, forte grazie anche agli appoggi internazionali. Oggi si presenta, e viene presentato spesso, come un governo democratico, per questo si deve pretendere, che sia finalmente permesso lo svolgimento del referendum, e che i profughi saharawi, che spesso sono nati nei campi e neppure hanno conosciuto la loro terra, possano rientrare nel Sahara occidentale
La questione saharawi non ha avuto la stessa visibilità delle grandi guerre e dei conflitti internazionali che hanno sconvolto e sconvolgono il pianeta. I Saharawi si sono caratterizzati per una grande apertura nei confronti dell'Europa, per il rifiuto, del terrorismo come mezzo di risoluzione del conflitto che li oppone al Regno del Marocco, per la tolleranza religiosa e per la costruzione di una società i cui pilastri sono l'istruzione ed il rispetto dei diritti delle donne. Perciò siamo sicuri che, in quest'epoca in cui molti agitano lo spettro del conflitto di civiltà, proprio con i Saharawi, una volta rientrati nella loro terra, sarà possibile per gli Europei costruire scambi e relazioni culturali positive. L'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) ha riconosciuto la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) come proprio membro eleggendo quest'ultima alla vice presidenza dell'organizzazione. Vorremmo che i paesi dell'Unione Europea seguissero l'esempio degli stati africani come il Sudafrica che di recente ha riconosciuto ufficialmente la RASD.
La dignità degli uomini blu del deserto è forte. I Saharawi continueranno a chiedere libertà, ma sicuramente non potranno resistere all'abbandono, all'oblio che gli europei stanno stendendo su di loro. E' contro tutto ciò che una parte della società civile italiana ed europea ha lottato in questi trent'anni attraverso associazioni e cittadini che, con un grande "movimento dal basso", hanno sostenuto il popolo Saharawi. Allo stesso modo tanti comuni, province e regioni, in Italia ed in Europa, hanno dato prova di grande solidarietà attraverso patti di amicizia, che si sono concretizzati in sostegno a numerosi progetti di cooperazione, con le istituzioni che i Saharawi si sono dati nei campi profughi. Si è sentito però, forte, il silenzio dei Governi. Di quello italiano così come di quelli europei, sordi dinanzi al diritto, sancito dalle Nazioni Unite, all'autodeterminazione del popolo Saharawi.
Noi dell'ARCI, abbiamo imparato che la democrazia non si costruisce con la violenza, ma con lo sviluppo delle comunità, con l'alfabetizzazione, con l'inclusione sociale, con politiche d'inserimento lavorativo e produttivo, con la libera circolazione delle informazioni, con una maggiore partecipazione.
I diritti umani devono essere rispettati sempre ed ovunque, senza distinzioni dettate dalla realpolitik e senza timori che questo possa compromettere le relazioni con paesi alleati. L'Europa che vorremmo costruire è un'Europa che tuteli nel mondo la pace ed i diritti. Per questo chiediamo che le risoluzioni delle Nazioni Unite siano rispettate e che si tenga il referendum per l'autodeterminazione. Come per Timor Est una soluzione è possibile. E' questo il momento di insistere perché il Regno del Marocco, i Saharawi rimasti nel Sahara Occidentale ed i Saharawi profughi, trovino un accordo così da poter finalmente vivere assieme, in pace, collaborando alla nascita della nuova Repubblica Araba Saharawi Democratica, non più in esilio, ma all'interno del Sahara Occidentale.


Paolo Beni (Presidente Nazionale Arci)
Paolo Marcolini (presidenza Arci Ferrara)

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