![]() |
Attività dell'associazione |
Attualità Saharawi |
Documentazione sui Saharawi |
Rassegna stampa |
Archivio notizie |
|
8 Settembre 2005 Avvenire
Sono meno di mezzo milione e da decenni attendono, nei campi profughi, di
poter esercitare
il diritto all’autodeterminazione, contrastati dal Marocco che ha colonizzato
la regione
Di Daniele Zappalà
Un Paese sulla carta. Questo resta il Sahara occidentale
che in molti atlanti politici appare ancora di colore diverso rispetto ai vicini
Marocco, Algeria e Mauritania, oltre che con i confini "dentellati", retaggio
di vecchie e dolorose spartizioni coloniali. Dalla fine della presenza spagnola,
30 anni fa, è un territorio conteso fra uno Stato, il Marocco, e un popolo del
deserto che vive oggi dell'aiuto alimentare internazionale inseguendo un vecchio
sogno d'indipendenza: i saharawi. Anch'essi si erano presentati davanti all'ultimo
treno della decolonizzazione passato in Africa negli anni Settanta. C'erano
giunti con la propria bandiera, il riconoscimento dell'Organizzazione dell'Unione
africana e un nome fresco di conio: Repubblica araba saharawi democratica (Rasd).
Ma la storia ha poi preso un'altra piega e il contenzioso territoriale fra Marocco
e Fronte Polisario - l'organizzazione politico-militare che si batte per l'autodeterminazione
dei saharawi - si trascina ancor oggi dopo rivolgimenti alterni. Con il cessate
il fuoco del 1991, almeno, si è trasformato da guerra sanguinosa in estenuante
rompicapo politico. Tanto ostico che persino un influente stratega come l'ex-segretario
di Stato americano James Baker non è riuscito a venirne a capo dopo anni di
negoziati con le parti sotto l'egida dell'Onu. L'anno scorso Baker ha rimesso
il proprio mandato a Kofi Annan. Negli ultimi mesi, dalla pentola a pressione
politico-umanitaria sono giunti nuovi segnali inquietanti. «Non vogliamo ritrovarci
di nuovo nella spirale della violenza», ha dichiarato qualche settimana fa il
rappresentante in Algeria del Polisario, Mohammed Yeslem Bissat. Parole che
fanno tremare quanti ripensano al conflitto armato durato dal 1976 al 1991.
El Ayun, la capitale virtuale del Sahara occidentale, di fatto da anni sotto
amministrazione marocchina, è già stata a maggio teatro di disordini e nuove
retate di polizia ordinate da Rabat. Il pericoloso stallo continua, benché tutte
le parti sembr ino esauste. È stanca l'Onu, che ha dispiegato nel territorio
una missione con staff civile e caschi blu costata già 600 milioni di dollari,
nella speranza finora vana di organizzare un referendum di autodeterminazione
dei saharawi. Annan si sente tradito dalle parti e il rubinetto degli aiuti
umanitari potrebbe chiudersi. È stanca pure Rabat, additata a livello internazionale
per la sua "politica del fatto compiuto" attraverso gli storici travasi di coloni
nel Sahara occidentale: le "marce verdi" vissute come momento epico da generazioni
di apologeti del "grande Marocco". Sembra stanco poi l'intero Maghreb, la cui
annunciata integrazione politico-economica slitta a causa della crisi che vede
l'Algeria nel ruolo di storico, interessato, protettore del Polisario. Quest'ultimo,
con mediazione americana, ha liberato nei giorni scorsi 404 prigionieri marocchini,
ma il «gesto di buona volontà» non pare aver addolcito più di tanto il Marocco.
Risultato: nuove scintille diplomatiche fra Rabat e Algeri, con il corollario
di vari scioperi della fame annunciati dai saharawi in mezzo all'imbarazzo dei
"pacieri" internazionali, Ue compresa. A Rabat, di fatto, molti considerano
la rivendicazione saharawi come una "guerra per procura" fomentata storicamente
dall'Algeria per il dominio geopolitico nel Maghreb (un punto di vista legato
anche all'allineamento filosovietico di Algeri negli anni della Guerra fredda).
Ma stanchi, anzi logori, paiono soprattutto i saharawi, perché la banchina su
cui attendono da 30 anni il treno dell'indipendenza è la più inospitale che
ci sia. Sognano porti sull'Atlantico, alla foce del mitico Río de Oro, ma intanto
vivono spesso in miserabili campi profughi perlopiù aldilà della frontiera con
l'Algeria. È soprattutto qui, nelle tendopoli di Tindouf e dintorni, che ribollono
i sentimenti di un popolo che si sente rinnegato. Sfidando le escursioni termiche
inumane del deserto - con picchi che vanno dai 60 gradi fino a temperature notturne
sotto lo zero -, i saharawi hanno organizzato una specie di Stato in esilio
di oltre 150mila anime (non esistono censimenti ed è oggetto di controversia
a chi riconoscere la futura cittadinanza: si parla comunque di non oltre mezzo
milione di persone). Le tendopoli portano il nome delle città del Sahara occidentale
e la scolarizzazione dei bambini resta alta grazie al sostegno internazionale.
Se il Marocco non rinuncia al mito delle "marce verdi", anche i saharawi tramandano
un'epopea eroica. Il contenzioso, così, si è infossato negli abissi delle coscienze.
Anche se fra le poste in gioco, più prosaicamente, vi sono pure i ricchissimi
giacimenti di fosfati del Sahara occidentale. L'Onu ha riconosciuto più volte
il diritto saharawi di scegliere il proprio destino. Nel "piano Baker", i possibili
sbocchi del referendum (previsto dopo una fase di transizione) sono tre: indipendenza
della Rasd, autonomia all'interno del Marocco, piena integrazione nel Regno
marocchino. I saharawi accettano la soluzione, mentre Rabat la giudica ormai
"obsoleta" avanzando argomenti legati alla controversa composizione del corpo
elettorale. I Paesi africani restano divisi, anche se i saharawi godono nel
continente di sostegni che contano. «Rappresenta un motivo di grande vergogna
e rammarico per tutti noi che la questione dell'autodeterminazione per il popolo
del Sahara occidentale resti irrisolta», ha annunciato un anno fa il presidente
sudafricano Thabo Mbeki inaugurando il Parlamento panafricano. Fra gli invitati
c'era anche un rappresentante della Rasd, riconosciuta dal Sudafrica. L'Africa
che aspira a un posto al sole in Consiglio di sicurezza dell'Onu, in effetti,
sogna già una "nuova era". Ma per raggiungerla occorrerà prima rimuovere gli
Stati africani di carta. Assieme ai Paesi solo sulla carta.
| I nostri obiettivi | Lo scenario | Progetti in corso | Mailing list | Per contattarci | Collegamenti ad altri siti | Privacy e copyright |