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L'Unità 28/11/2005
Tutti al cinema nel deserto dei Saharawi
NEL CAMPO PROFUGHI allestito in terra algerina a pochi chilometri dal confine con il Marocco. Un grande schermo diventa la finestra sul mondo per un popolo che da 30 anni aspetta di poter tornare nel Sahara occidentale, loro terra come più volte riconosciuto dalle Nazioni Unite.
Cinema nel deserto, l'azzardo nella miseria quotidiana del campo profughi:
il 25 novembre c'è stata l'inaugurazione ufficiale, con il presidente
dell'Arci Paolo Beni e il presidente del consiglio provinciale di Roma Adriano
Labbucci, che hanno promosso e finanziato la costruzione dell'arena, dedicata
a Tom Benetollo e Otello Urso, dirigenti dell'Arci scomparsi di recente. Ma
il cinema è in funzione già dall'estate scorsa, con una ventina
di titoli già proiettati. Il primo è stato La vita di Maometto.
Poi Il Padrino, Gandhi, Mary Poppins, Il principe d'Egitto, Spartacus, L'ultimo
imperatore, Tempi moderni, L'era glaciale
Un successo che era facile prevedere,
anche se dal pubblico partono sassate contro lo schermo quando la storia raccontata
dal film non prende il verso giusto: senza manifesti, né altra pubblicità
del passaparola, nelle serate di cinema la gente arriva da lontano. Quando la
platea è piena, lo spazio alle spalle dell'arena diventa un drive in:
seduti sui tetti delle jeep, i saharawi guardano i film.
Una ventina di chilometri da Tindouf, ultima città di frontiera dell'Algeria.
C'è solo il deserto, una distesa di sabbia e di rocce, con radi ciuffi
di erba spinosa. Quest'anno le piogge sono state insolitamente abbondanti, è
piovuto tre volte contro l'unica prevista dalle medie statistiche, qualche chiazza
di verde ingrigito spunta nelle distese polverose.
I profughi saharawi sono arrivati qui trent'anni fa e da allora hanno vissuto
in cinque campi che portano i nomi delle città da cui sono fuggiti, aggrappati
all'idea del ritorno nel Sahara occidentale, una terra su cui hanno un diritto
primigenio, più di una volta riconosciuto dalle Nazioni Unite ma altrettanto
spesso ignorato nei fatti dalla comunità internazionale, che non ha mosso
un dito per costringere il Marocco a fare un passo indietro.
Quindici anni di guerra e poi altri quindici di quella che il wali Omar Mansur,
governatore di El Aayun, definisce "né guerra né pace":
un limbo di precarietà, mentre il Marocco tirava su con 2720 chilometri
di muro i presupposti del fatto compiuto. Dall'80 all'87 una muraglia alta fino
a sei metri, protetta da un milione di mine e 150.000 uomini ha divorato una
fetta alla volta il deserto dei Saharawi, lasciandoli ai margini del mondo,
dipendenti in tutto dagli aiuti umanitari.
"La comunità internazionale sta facendo andare in putrefazione questa
situazione, non ci lascia alternative alla guerra - dice Mansur -. Quello che
è successo in Palestina può succedere qui, tutto si ripete. Esiste
un rischio fondamentalismo, soprattutto tra i giovani. Ecco: da una parte ci
sono le scuole coraniche, dall'altra la criminalità. In mezzo ci siamo
noi, il Fronte Polisario, per mantenere aperto uno spazio di speranza".
L'idea che Mansur ha della speranza non è solo l'attesa che Stati Uniti
e Unione Europea facciano valere il diritto internazionale. Ad El Aayun negli
ultimi tre anni le case di mattoni hanno sostituito un po' alla volta le tende
verdi dell'Alto Commissariato Onu per i rifugiati, troppo calde d'estate quando
la temperatura supera i 50 gradi e fredde nelle notti d'inverno quando scende
vicino allo zero.
Molte famiglie ormai vivono tra quattro mura, una stanza con il tetto di lamiera
e finestrelle rasenti al terreno. La cucina è in un altro edificio altrettanto
spartano, il bagno se c'è, è un buco nella sabbia. Non ci sono
fogne, l'acqua viene distribuita con le autocisterne, non c'è luce elettrica.
Se piove forte le case di fango vengono giù. È sempre precarietà,
ma di un grado minore. "Che cosa fa l'Onu? Dove sta la comunità
internazionale? Abbiamo accettato il cessate il fuoco, le leggi e le regole
degli altri e nessuno fa rispettare il nostro diritto". Fatimeta Bkhil
Bany versa il te con i gesti appresi da una tradizione antica, quasi un rito.
Bisogna berne sempre tre bicchieri: il primo amaro come la vita, il secondo
dolce come l'amore, il terzo soave come la morte. La sua casa è migliore
di altre, è l'amministratrice della daira di Amgala, ma nella sua vita
Fatimeta sembra aver bevuto soprattutto dal primo bicchiere. È vedova,
il marito è morto in guerra, è rimasta sola con tre figli. "Cercano
di strangolarci, di prenderci per fame tagliandoci gli aiuti. Ma non possiamo
accettare oltre, quello che è stato tolto con la forza non può
che essere ripreso con la forza", dice Fatimeta, pensando alla guerra.
I fondi della Ue per il Programma alimentare mondiale che sfama i saharawi sono
stati ridotti, prima si calcolavano su 165.000 persone, ora su 90.000. Per un
popolo che vive di aiuti è una forma di pressione insostenibile a lungo.
Non sono i progetti delle molte ong che lavorano nella zona a poter garantire
l'autonomia alimentare.
Ai margini del centro abitato, tra solchi di sabbia squadrati l'erba medica
sembra insolitamente verde. Quattro anni fa un progetto di solidarietà
cogestito da ong francesi e italiane ha avviato un orto nel deserto. Quattro
anni di lavoro hanno fruttato un po' di mangime per le capre, unica e magra
risorsa alimentare che non arrivi da fuori. Nell'ovile accanto ai campi coltivati,
oltre un centinaio di capi con il pelo lucido, diversi dalle bestie stentate
dei recinti imbastiti di rottami alle periferia del campo, che si nutrono dei
pochi rifiuti e di buste di plastica.
Più che un vero orto è una sfida, dura anche quando non arrivano
le locuste a divorare tutto come è successo lo scorso anno: è
l'idea di resistere ad un ambiente ostile, adatto forse alle carovane che ancora
si spostano verso la Mauritania, ma non ad ospitare da trent'anni decine di
migliaia di persone accampate in attesa di una virata della storia.
Mariam Mohamed Yahya aveva solo due anni quando la madre la portò via dalla vera El Aayun. Non ha ricordi di allora, se non quelli dell'epopea saharawi, della guerra combattuta dai "martiri" che oggi danno i nomi alle scuole, agli ambulatori sguarniti che qui vengono chiamati ospedali. È ingegnere chimico, ha studiato a Cuba. "Quando ero lì pensavo che per quando mi fossi laureata saremmo stati liberi - dice -. E passato così tanto tempo".
Mariam è tornata da Cuba due anni fa, ha 32 anni, una figlia e una nostalgia
che si legge negli occhi di tutti quelli che hanno studiato lontano dalla sabbia
del deserto - un'intera classe dirigente preparata nell'attesa di avere un vero
Stato: ci sono avvocati, architetti, persino ufficiali di Marina. Come ingegnere
Mariam pensava che avrebbe potuto lavorare nell'estrazione dei fosfati, oggi
nei territori occupati dal Marocco. Invece è coordinatrice del Centro
culturale delle donne e lavora in programmi di alfabetizzazione. Porta il velo,
come tutte le donne saharawi. "A Cuba era diverso, la gente lì si
diverte". Il mondo fuori è una sirena che incanta, anche se i saharawi
sembrano avere il dono della leggerezza, l'arte di vivere con quello che c'è.
La tentazione di andarsene è tenuta a freno dal Fronte Polisario, il
partito unico che governa i saharawi e che tiene insieme l'idea di uno Stato
futuro.
Ma sono tanti trent'anni d'attesa, aspettando un referendum rinviato di volta
in volta di fronte al rifiuto del Marocco, l'ultimo pochi mesi fa. "Il
problema è che dobbiamo creare le condizioni per una resistenza più
degna" , dice il governatore Mansur, che sa quale rischio ci sia in una
precarietà senza fine, che divora tutto e riduce il futuro a castelli
di sabbia. Nei suoi progetti in cerca di sponsor c'è una condotta per
l'acqua potabile che colleghi il campo alla vicina Tindouf, c'è la corrente
elettrica. E qualcosa per riempire la vita dei giovani. Ora ci sono già
un centro culturale, laboratori d'artigianato e di fotografia. "Stiamo
costruendo un centro ricreativo: ci sarà la piscina, il basket, il ping
pong, una caffetteria, sarà un centro di socialità.
Oggi i ragazzini giocano nella spazzatura". Omar Mansur parla anche di
un giardino, di palme, piante piene di fiori dove adesso c'è solo sabbia.
Sembra un sogno ad occhi aperti. Come il cinema nel deserto.
Marina Mastroluca
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