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Il popolo Saharawi

Al via la ”Settimana di sostegno al popolo sahrawi“ organizzata dalla Provincia di Roma.
A colloquio con Fatima Mahfud, rappresentante del Fronte Polisario nel nostro Paese

«Il Sahara occidentale ha scelto la strada della non violenza.
Ma la comunità internazionale non deve abbandonare il campo»




Carlo Maria Miele
«I sahrawi vivono divisi tra gli accampamenti dei rifugiati e quelli che noi chiamiamo territori occupati. A separarli c'è uno dei muri più lunghi del mondo, di circa 2500 chilometri, e protetto da mine.Quelli che stanno peggio sono quelli che vivono nei territori occupati. Devono convivere con le istituzioni marocchine e sono sottoposti a una pressione troppo alta. Sono i più oppressi: non hanno un passaporto, non possono uscire all’esterno del proprio territorio e, ultimamente, hanno perso anche l’unica forma di comunicazione rimasta con l’esterno, cioè internet».
Fatima Mahfoud è la rappresentante in Italia del Fronte Polisario, l’organizzazione nata nel 1973 per lottare per l'indipendenza del Sahara occidentale. L’abbiamo incontrata a margine della presentazione della “Settimana di solidarietà con il popolo sahrawi”, organizzata dalla Provincia di Roma a trenta anni esatti dalla proclamazione della Repubblica araba democratica sahrawi. Una lunga serie di incontri che avrà il suo culmine venerdì prossimo, con un convegno a cui parteciperanno rappresentanti della società civile sahrawi e delle organizzazioni non governative che operano in quel territorio.
La storia personale di Fatima è quella del suo popolo e della sua terra, occupata dalla Mauritania e dal Marocco, in seguito al ritiro della Spagna nel 1975. La maggior parte della popolazione sahrawi fu costretta a fuggire verso il deserto algerino del Tinduf, dove vive ancora oggi. La Mauritania ha rinunciato a ogni pretesa territoriale nel 1979, mentre Rabat ha rifiutato di ritirare le truppe. Dopo tre decenni, e nonostante i tanti pronunciamenti dell’Onu a suo favore, il popolo sahrawi non ha ancora ottenuto uno stato indipendente. Dal 1991 il Fronte Polisario ha anche abbandonato la guerriglia, ma il tanto atteso referendum per l’autodeterminazione promosso dall’Onu non è mai arrivato.

Qual è il vero ostacolo al raggiungimento di una soluzione per il vostro popolo?
Il vero ostacolo è il Marocco. A Rabat in realtà va bene la situazione attuale, né pace, né guerra. Non abbiamo la pace perché non intendiamo accettare questa situazione, e non abbiamo la guerra perché dal 1991 abbiamo deciso di mettere da parte la lotta armata. Di fatto, i sahrawi sono lontani dalla propria terra e per il Marocco non costituiscono un problema reale da affrontare. Rabat non vuole una soluzione. Propone un’integrazione, la creazione di uno stato autonomo per i saharawi all’interno del territorio marocchino, che è del tutto inaccettabile, visto che il Marocco è uno stato feudale a tutti gli effetti e non può rivendicare il processo democratico dell’Algeria, che pure è diretta verso l’approvazione di un codice civile.

I sahrawi - rispetto ad altri popoli che hanno scelto forme di lotta più dure - rivendicano una scarsa visibilità all’estero. Cosa pensate dell’atteggiamento della comunità internazionale e, in particolare, della Ue?
Nell’Unione europea prevale l’opinione della Francia, completamente schierata sulla linea politica del Marocco. Anche la Spagna di Zapatero su questo punto è favorevole alla politica marocchina. Ma Bruxelles è anche condizionata dall’idea, assolutamente erronea, che un Sahara occidentale indipendente possa rappresentare un fattore di instabilità nel futuro del Marocco.

A febbraio il Sahara occidentale ha avuto a che fare anche con una serie di disastrose alluvioni, che hanno creato gravi danni. Qual è la situazione attuale?
Dopo la recente alluvione, la gente si sente un po’ persa. Negli accampamenti in mezzo al deserto in questi trenta anni abbiamo cercato di creare delle istituzioni, di offrire servizi alle popolazioni rifugiate, facendo sforzi enormi e sottraendo anche cibo per l’alimentazione. Si tratta di territori che i saharawi sperano di abbandonare per poter tornare nella propria terra, ma ci sono scuole, ospedali, centri culturali necessari per la popolazione locale. Questi edifici sono stati completamente rasi al suolo dalle inondazioni anomale di febbraio. Le immagini che ci sono arrivate sono impressionanti.

La scorsa estate il popolo sahrawi ha iniziato una campagna non violenta per ottenere il riconoscimento dei propri diritti, a cui ha fatto seguito una dura repressione da parte delle autorità marocchine.
L’intifada del popolo saharawi dura da omai due anni ed è costata già 36 prigionieri politici messi in galera solo per avere manifestato in maniera pacifica. Da quel momento sono in attesa di processo, ma le autorità non intendono portarli in aula per paura della reazione popolare.

Di recente l’Alto comitato per i rifugiati ha annunciato un brusco taglio degli stanziamenti a favore dei sahrawi. La Ue ha vincolato la gestione dei propri fondi alla gestionbe delle ong europee, piùttosto che della locale Mezza luna sahrawi. Di fronte situazione internazionale per nulla favorevole, qual è la vostra aspettativa?
Noi confidiamo che la comunità internazionale faccia pressioni sul Marocco perché accetti quelle che sono le risoluzioni delle Nazioni Unite, che ci sia un referendum che faccia giustizia, e che non venga invece abbandonato il campo, creando l’alibi per la nascita di qualsiasi tipo di organizazioni estremiste. Noi abbiamo accettato anche l’inaccettabile come la proposta Baker che ci proponeva di vivere per cinque anni sotto occupazione marocchina per poi arrivare a un referendum che prevede, oltre al binomio integrazione-indipendenza, anche la possibilità di un ambiguo stato autonomo, che non è stato negoziato e non si sa cos’è.


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