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Il popolo Saharawi

L’unità 15 Giugno 2006
L’INTERVISTA

AMINATTOU HAIDAR  L’attivista per i diritti umani: sono stata in cella per oltre quatto anni. L’Occidente non difende il nostro popolo

“Io donna saharawi picchiata e torturata in carcere”

di Marina Mastroluca

“Noi difendiamo diritti in cui l’Occidente dice di credere. Eppure l’Occidente non difende noi saharawi. La nostra sola colpa è di chiedere pacificamente la libertà, ma questo in Marocco è un reato”. Aminattou Haidar ha una forza gentile, mai intaccata dalle violenze subite. In questi giorni in Italia, dopo essere stata ricevuta dal Parlamento europeo, si porta cucita addosso la sua storia, identica - dice - a quella di tante altre persone senza volto: saharawi come lei, perseguitati dalle autorità marocchine per non avere ancora rinunciato al diritto all’autodeterminazione né al referendum deciso dieci anni fa e mai tenuto, a dispetto delle risoluzioni dell’Onu. Arrestata due volte, Aminatou è riuscita a far arrivare via internet e grazie ad un telefono cellulare fatto entrare clandestinamente nel carcere, immagini che testimoniano le terribili condizioni dei detenuti saharawi: i 2700 chilometri di muro fatto costruire dal re del Marocco per isolare il Sahara occidentale, non sono riusciti a fermare La sua denuncia. “So già che al mio ritorno mi arresteranno, verranno a prendermi all’aeroporto”.
Per quale motivo è finita in carcere?
“La prima volta avevo solo 20 anni. Stavamo organizzando una manifestazione in occasione della visita di una delegazione Onu.. 11 giorni prima del loro arrivo, sono stata prelevata di notte in casa e per tre anni e sette mesi sono stata detenuta senza che la mia famiglia sapesse nulla di me. Credevano che fossi morta. Non ho mai avuto un processo. Per tre settimane consecutive mi hanno torturata: sapevano essere terribili, soprattutto con le donne”.
Può raccontare che cosa le hanno fatto?
“Ci sono molte cose che vorrei dimenticare. Mi legavano mani e piedi su un tavolaccio e mi torturavano con scosse elettriche, spalmavano sul corpo sostanze irritanti, anche negli occhi, nella bocca... Ci impedivano di dormire, magari ci tenevano per ore in piedi su una gamba sola. Minacciavano di violentarmi, ma non l’hanno fatto. So però di donne che sono state stuprate in modo orribile, con il collo delle bottiglie o con dei bastoni. E molte erano vergini. le hanno derubate del loro orgoglio”.
Come sono andate le cose nel suo secondo arresto
“Era il 17 giugno 2005, durante un sit-in di solidarietà con le famiglie dei detenuti. Sono stata picchiata a sangue, hanno picchiato anche chi tentava di aiutarmi. Il giorno dopo i miei bambini avrebbero dovuto andare ad una festa per la fine dell’anno scolastico, si aspettavano un regalo da me. Tutto quello che hanno ricevuto è stata la mia borsa sporca di sangue. La polizia mi ha interrogato per tre giorni, chiedendomi dei miei legami con le organizzazioni di difesa dei diritti umani, come Amnesty International. C’è stato un processo: il giudice ha preso per buono un verbale in cui c’era scritto tutto tranne quello che io avevo detto e sono stata condannata a sette mesi. Una pena lieve solo grazie alla presenza di osservatori internazionali. So di altri attivisti che per le stesse “colpe” hanno avuto fino a 25 anni”.
Quanto ha cambiato la sua vita il suo impegno in difesa del diritti umani?
“Il carcere mi ha fatto diventare più forte. Ho perso il mio lavoro, sono pedinata, mi molestano in ogni modo possibile. Per 16 anni non ho avuto un passaporto, solo ora me lo hanno concesso per andare a ritirare un premio in Spagna. Due settimane fa, mia figlia Hayat è stata picchiata dai professori a scuola perché hanno detto che  aveva disegnato la bandiera sul banco: naturalmente era una cosa rivolta a me. Ma la mia non è una situazione eccezionale”.
Come reagiscono I suoi figli?
“Hanno solo 11 e 12 anni e ovviamente si lamentano, soprattutto del poco tempo che posso dedicargli. Io cerco di spiegare quanto sia importante che il popolo saharawi possa vivere in uno stato indipendente”.
Al parlamento europeo lei ha denunciato gli accordi sulla pesca tra Ue e Marocco, che non escludono lo
sfruttamento delle acque territoriali del Sahara occidentale. Lo stesso parlamento europeo ha
proposto il suo nome per il premio Sakharov per la libertà. Come spiega questa contraddizione?
“L’accordo sulla pesca è una violenza, è come dire al Marocco: prego, accomodatevi, continuate pure ad occupare e a violare i diritti umani. Ci sono ambiguità all’interno dell’Unione Europea. Spagna e Francia sono complici dell’occupazione marocchina. E questo è per noi un vero ostacolo”.
C’è il rischio di una deriva violenta della vostra protesta, l’intifada saharawi, come l’avete definita?
“Abbiamo scelto la non violenza, ma quello del Marocco è un terrorismo di Stato. Ho paura che soprattutto i più giovani possano finire per essere tentati da metodi diversi”.
Che cosa può fare la comunità internazionale?
“Far rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite, fare pressione sul Marocco perché rispetti i diritti umani. E andare a visitare i territori occupati per rendersi conto di quello che succede”.

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