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Giovedì 15 Giugno 2006 l’Avvenire
di Emanuela Zuccalà
Nel sudovest dell'Algeria, in un deserto roccioso dove 200 mila saharawi vivono profughi da trent'anni, l'immagine di Aminatou Haidar ricorre come un'icona. I ragazzi di una scuola l'hanno dipinta lacera e in catene, simbolo della sofferenza dei saharawi rimasti nel Sahara Occidentale, l'ex colonia spagnola occupata dal Marocco nel 1975 nonostante l'Onu e la Corte dell'Aja sancissero la sovranità saharawi.
Aminatou Haidar vive a Elayoun, la capitale. Esile e pacata, è una madre di 39 anni che ha dedicato metà della vita alla resistenza pacifica contro l'occupazione marocchina, pagando con la prigionia e la tortura. Ha riavuto il passaporto solo quando la Commissione spagnola per i rifugiati ha insistito per premiarla a Madrid, un mese fa. Il 30 maggio ha raccontato la sua storia al Parlamento Europeo, e ora è in Italia per testimoniare l'oppressione dei saharawi nel Sahara Occidentale: i continui controlli di polizia, il divieto di esprimersi e di associarsi. Aminatou parlerà anche alla Camera, poi andrà in Sudafrica. A Elayoun si teme che al suo rientro l'attenda ancora il carcere, com'è accaduto ad altri attivisti saharawi.
Perché l'hanno arrestata la prima volta, nel 1987?
Con altri studenti preparavo una manifestazione pacifica per l'arrivo di una delegazione Onu che avrebbe investigato sulla violazione dei nostri diritti. In 60 fummo arrestati. Io avevo con me una lettera per il capo missione dell'Onu: era la prova della mia colpevolezza, il processo era superfluo. Per tre anni e mezzo sono rimasta chiusa in un luogo segreto, in cella d'isolamento, bendata, senza prendere aria né potermi lavare. Per la mia famiglia ero morta. Le torture, fisiche e psicologiche, erano un trauma per noi donne, che nella società saharawi godiamo del massimo rispetto. Tra gli arrestati in quegli anni, di 500 non si sa più nulla.
E lei, com'è stata liberata?
Il rilascio dei prigionieri politici era una condizione del piano di pace dell'Onu. Siamo usciti dal carcere in 367. Io ero molto malata, sono rimasta in ospedale più di un anno. Avevo visto ragazzi morire per le torture, intere famiglie rinchiuse nelle celle luride. Ho contattato delle organizzazioni straniere e qualcosa si è mosso. Amnesty International ha avuto accesso nel Paese, fino ad allora sempre negato, e sono emersi i crimini commessi dal Marocco fin dal '75: le bombe al napalm, l'avvelenamento dei pozzi, gli uomini gettati vivi dagli elicotteri...
Un anno fa l'hanno incarcerata di nuovo.
Partecipavo a un sit-it di solidarietà con i detenuti: la polizia marocchina ci ha picchiati e portati nel famigerato "carcere nero" di Elayoun. Pensavo che le condizioni dei prigionieri politici fossero migliorate, dai tempi del re Hassan II, ma mi sbagliavo. Questa volta c'è stato un processo, grazie alla presenza di Amnesty: io sono stata liberata in gennaio, insieme a gente che in carcere aveva passato vent'anni.
Crede che il suo viaggio in Europa risveglierà interesse per la causa saharawi?
A me importa divulgare la verità. Per la propaganda marocchina noi saharawi siamo liberi, e i profughi sono ostaggi dell'Algeria. Non è così. Ci vuole pressione internazionale sul Marocco perché conceda il referendum per la nostra indipendenza.
Solo nell'ultimo anno, l'Onu ha speso 48 milioni di dollari per la Minurso, la sua missione nel Sahara Occidentale. È servito?
La Minurso non interviene di fronte alle violenze, ci rifiuta perfino un riparo nella sua sede. Eppure siamo noi attivisti a fornirle ogni informazione. L'Onu non riesce a organizzare il referendum, ha perso credibilità. Per molti è complice del Marocco.
Perché, secondo lei, né l'Europa né gli Stati Uniti prendono una posizione netta nel conflitto tra saharawi e Marocco?
Perché noi abbiamo scelto la non violenza, non il terrorismo: non facciamo paura a nessuno. E perché alcuni paesi, come la Francia, appoggiano il colonialismo del Marocco. La mia generazione crede nella via pacifica, nell'applicazione degli accordi dell'Onu, ma i giovani no, si sentono umiliati. E pensano che solo con un'altra guerra il mondo si accorgerà di noi.
Lo chiamano Museo della guerra ma è un monumento alla pietà. I saharawi profughi in Algeria vi hanno raccolto lettere, oggetti e documenti trovati addosso ai soldati marocchini caduti nel conflitto che ha insanguinato il Sahara Occidentale tra il 1975 e il '91. Allora la collezione serviva come prova di una guerra di cui il Marocco negava l'esistenza. Oggi il Fronte Polisario - il governo dei saharawi in esilio nel deserto algerino - aspetta di consegnare quegli oggetti alle famiglie dei caduti marocchini, quando avverrà la riconciliazione. La guerra scoppiò appena la Spagna cedette la colonia del Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania, violando una risoluzione dell'Onu che riconosceva la sovranità saharawi sul territorio. Duecentomila saharawi fuggirono in Algeria, dove proclamarono una Repubblica e ancora oggi vivono solo di aiuti umanitari. Altri 700mila rimasero nel Sahara Occidentale occupato e chiuso a est dal "muro della vergogna": 2000 chilometri di cemento puntellato di mine. Con la tregua del '91, l'Onu fissò un referendum per l'indipendenza del territorio: il Marocco temporeggia da allora, bloccando la situazione. I piani di pace elaborati da James Baker, inviato speciale dell'Onu, sono rimasti sospesi. In marzo, il re del Marocco Mohammed VI ha rilanciato un progetto di autonomia per il territorio, per mantenerlo sotto la sua sovranità negandone l'indipendenza. L'Onu l'ha rigettato. In aprile il Marocco ha poi dichiarato di aver liberato tutti i prigionieri di guerra saharawi. Intanto il Polisario gioca la carta economica: ha appena firmato con otto compagnie petrolifere britanniche un accordo per l'esplorazione del Sahara Occidentale. Nella speranza che quella terra contesa - già ricca di fosfati e affacciata sul mare più pescoso del mondo - diventi un nuovo Kuwait, la cui stabilità politica possa meritare un intervento internazionale. (E.Z.)
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