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L’Unità 17 Giugno 2006
MILZIADE CAPEULI *
“I sogni della notte sono cancellati dalla realtà del giorno”. E un vecchio proverbio del popolo Saharawi, che racchiude in parte la storia di questa gente. Una storia fatta di interminabili lotte nel deserto, di durissime repressioni che hanno causato la morte di centinaia di uomini, donne e bambini. Un popolo dimenticato, le cui rivendicazioni hanno spesso turbato equilibri internzionali delicati e interessi economici rilevanti.
Una tragedia che, al pari di tante altre, bussa alla porta dell’Occidente. E lo ha fatto ancora una volta mercoledì, durante l’incontro avuto con la signora Aminattou Haidar, attivista per i diritti umani nel Sahara Occidentale, venuta in Europa per chiedere la nostra attenzione sul grido - è proprio così che l’ha definito - della sua gente.
Per aver difeso gli interessi e i bisogni del suo popolo, la Haidar è stata arrestata due volte. Ci ha detto che le condizioni di vita dei Saharawi sono drammatiche, sottoposti quotidianamente a forme di vessazione di ogni tipo. Parole che sono un pugno nello stomaco per chiunque di noi le raccolga. Ci ha parlato della condizione dei ragazzi e delle ragazze saharawi, che persino a scuola sono costretti a soprusi e violenze, tanto che le loro famiglie preferiscono tenerli in casa. Ci ha rappresentato i ritardi che ci sono nel tentare di arrivare ad una soluzione negoziale delle vicende collegate alla condizione del suo popolo, dove la tortura è sistematicamente applicata, anche ai danni di alcuni prigionieri politici che versano in pessime condizioni, in celle buie e sporche, sovraffollate. Insomma, un popolo che vive una situazione di pro-fonda emergenza e sofferenza.
Dal 1960, sulla vicenda del popolo Saharawi ci sono stati pronunciamenti dell’Onu, insieme a diverse campagne di sensibilizzazione promosse da molte organizzazioni umanitarie internazionali. Ma tutto questo non ha sortito alcun successo. Ancora il referendum per l’autodeterminazione di questo popolo, che era stato fissato nel 1992, è stato rinviato ben quattro volte. E del tutto evidente che ci sono ritardi incolmabili da parte degli Enti internazionali. E’ passato quasi mezzo secolo, che è un tempo importante per una sola persona, immaginarsi per un intero popolo che soffre.
La signora Haidar ha chiesto al Senato della Repubblica di farsi promotore affinchè il Parlamento italiano faccia il possibile perché le delibere dell’Onu abbiano finalmente una loro attuazione e che si verifichino le condizioni di vita e di persecuzione di questo popolo. Proprio alcuni anni fa il nostro Parlamento ha approvato delle risoluzioni che indicavano unitariamente la strada del referendum; una delegazione della Commissione esteri di Camera e Senato ha visitato quei territori per cercare di dare una risposta a questa vicenda annosa che crea sempre di più difficoltà innegabili.
Quel grido è rimasto inascoltato, soffocato nella dannazione che questo popolo vive sulla propria pelle. Tuttavia è un grido che trova anche nella storia del popolo italiano un riferimento importantissimo. Ancora una volta è la nostra storia che ci ammonisce e ci apre alla fratellanza, contro l’ingiustizia, la violenza e la sopraffazione. Ma la Haidar vede anche un pericolo che riguarda le nuove generazioni della sua popolazione: molti giovani sono stanchi, disorientati, frustrati e cominciano a domandarsi se questa politica moderata e pacifica paghi davvero.
Bisogna dunque tenere alta l’attenzione, è importante che ognuno di noi, per come può, faccia la sua parte e si impegni a trovare soluzioni che diano una risposta immediata e positiva ad una sacrosanta esigenza di democrazia e di sviluppo. Mi auguro, tuttavia, che una volta rientrata nella sua terra dopo la missione compiuta in questi giorni, la signora Aminattou Haidar non sia privata della sua libertà e il popolo Saharawi di una voce importante.
Per quanto attiene al Senato della Repubblica, l’impegno è quello di valutare, come ha già fatto il Presidente del Parlamento Europeo Borrell, le richieste che giungono dal popolo Saharawi. Credo che l’Africa sia anche un banco di prova della nostra capacità di affrontare i problemi italiani in maniera globale.
* vicepresidente del Senato
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