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Il popolo Saharawi

25 Luglio 2006 Il Manifesto

"Noi sahrawi reietti del mondo"


Parla Aminatou Haidar, militante storica del Sahara occidentale, ex desaparecida nelle carceri marocchine. "L'Europa ci sta abbandonando per compiacere Rabat"


Stefano Liberti
"Sono disposta a passare anche 20 anni in carcere pur di lottare per il rispetto dei diritti umani nel Sahara occidentale". Simbolo della resistenza del popolo sahrawi, Aminatou Haidar ha uno sguardo dolce, sospeso tra la mitezza della madre di famiglia e la fierezza dell'attivista che non si piega, nonostante i lunghi anni di carcere, le torture, l'esperienza della "scomparsa". Perché Aminatou è un'ex desaparecida; aveva appena vent'anni quando, nel 1987, venne chiusa per tre anni e mezzo in un centro di detenzione ad Al Aaiun - capitale del Sahara occidentale occupato - all'insaputa della sua famiglia che la dava per morta. Nessun processo; nessuna accusa. La sua unica colpa: essere una donna sahrawi, fiera della propria identità.
La sua voce pacata stride con il tenore del suo racconto. "Eravamo 364 detenuti, ammassati in celle minuscole e insalubri. Spesso ci picchiavano. Nessuno sapeva dove eravamo". Sono gli anni bui di Hassan II, il monarca despota che aveva eretto la repressione a sistema di governo. I militanti sahrawi sono arrestati in massa e fatti scomparire in bagni penali segreti. Fuori, infuria la guerra tra il Fronte Polisario, che lotta per l'indipendenza del Sahara occidentale, e i militari di Rabat. Finché, nel 1991, viene firmata una tregua: con la supervisione delle Nazioni unite, le due parti si impegnano a sottoporre la sorte del'ex colonia di Madrid - occupata dal Marocco nel 1975 - a un referendum. I detenuti sono liberati; un'ondata di euforia si diffonde tra il popolo sahrawi; l'Onu dispiega una missione per organizzare il voto. Ma è solo un fuoco di paglia: presto si capisce che Rabat farà di tutto perché la consultazione non abbia luogo. La colonizzazione del territorio sahrawi prosegue: enormi fondi vengono destinati allo sviluppo delle città del Sahara occidentale, segno che il Marocco è poco disposto ad abbandonare i luoghi. I sahrawi aspettano, in un limbo che vede le famiglie divise da un muro impenetrabile; alcuni sono rimasti nella parte occupata, altri si sono rifugiati nei pressi di Tindouf, in Algeria, ammassati in campi profughi privi di tutto.
L'attesa si fa lunga; i malumori crescono. Fino al maggio 2005, quando improvvisa esplode la rabbia di Al Aaiun. Inizia l'Intifada sahrawi; le manifestazioni si susseguono. La repressione riprende il suo corso: ripartono le torture, gli incarceramenti, le violenze; ad ottobre il militante Lembarki Hamdi Salek è pestato a morte dai gendarmi marocchini. Aminatou è ancora in prima linea, insieme a giovani attivisti nati sotto l'occupazione marocchina. Finisce di nuovo in carcere; sottoposta a un processo farsa, è condannata a sette mesi per "costituzione di banda criminale".
Hassan II è morto; il mondo è cambiato. I sahrawi sperano in una presa di posizione della comunità internazionale. Nulla accade. Anzi: ansioso di ricucire i rapporti con Rabat - deterioratisi durante l'"era Aznar" - il governo Zapatero abbandona la tradizionale linea pro-sahrawi. Auspica una soluzione negoziata; appoggia il progetto di Rabat di una larga autonomia. "Dietro a questo voltafaccia ci sono precisi interessi economici", denuncia Aminatou. "La Spagna ha interesse a mantenere buoni i rapporti con il vicino per ottenere un comodo accordo sulla pesca. Ha svenduto i sahrawi sul tavolo delle opportunità, dimenticando le responsabilità giuridiche, morali e politiche che ha verso il nostro popolo". Sullo sfondo c'è la questione di Ceuta e Melilla, avamposti coloniali spagnoli in territorio marocchino di cui Rabat rivendica la sovranità. E la grande ossessione europea: l'immigrazione. Per convincere il Marocco a svolgere l'ingrato compito di gendarme per conto di Schengen, bisogna pur offrirgli qualcosa: l'Europa intera - su impulso spagnolo e francese - chiude un occhio sulla repressione nel Sahara occidentale.
"L'unica nostra speranza è l'opinione pubblica europea. In Spagna, ma anche in Italia, c'è un vasto movimento di simpatia nei nostri confronti. Speriamo che riesca a smuovere i governi", continua la donna. Oggi Aminatou è affetta da gravi mal di testa e da un'otite permanente, lascito delle manganellate ricevute durante l'ultimo arresto, nel giugno 2005. Quando tornerà a casa, dopo un periodo di cure in Spagna, verrà probabilmente incarcerata di nuovo. Ma la cosa non l'intimorisce: "Sono disposta a passare anche altri 20 anni in prigione per ottenere il rispetto dei miei diritti. È una battaglia troppo importante".

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