Università degli Studi di Torino


FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE

Corso di Laurea Binazionale in Studi Internazionali



TESI DI LAUREA

in Relazioni Internazionali




Strategie di lotta del Fronte Polisario

per e con il popolo saharawi:

dalla lotta armata alla diplomazia internazionale






Candidato Relatore

Benedetta Pagotto Prof. F. Armao





Anno Accademico 2006-2007

Sessione Autunnale

INDICE




Il Fronte Polisario: una lotta militare e politica (1973-1990)


1.1. Nascita del Fronte Polisario

1.2. Il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione

1.3. 1975: un anno decisivo

1.4. Le risposte politiche e militari all'occupazione

1.5. Sviluppi diplomatici e inizio del processo di pace



2.1. I primi “incidenti di realizzazione”

2.2. Il blocco del processo di identificazione dei votanti

2.3. James Baker e il rilancio del processo di pace

2.4. Una “terza via” come nuovo piano dell'Onu

2.5. Le violazioni dei diritti umani nei territori occupati


Società dei campi profughi: identità e rapporti internazionali


3.1. La rivoluzione sociale come strumento per l'indipendenza

3.2. La Rasd e il Fronte Polisario nell'amministrazione dei campi

3.3. Cooperazione internazionale e diplomazia

Dinamiche attuali e prospettive future della causa saharawi


4.1. Il coinvolgimento delle potenze regionali e mondiali

4.2. I negoziati del 2007

4.3. Possibile deriva islamista nel futuro del Fronte Polisario?




INTRODUZIONE E ORIGINI DEL CONFLITTO



INTRODUZIONE


La risoluzione 1514 (XV) del 14 dicembre 1960 costituisce il testo di riferimento delle Nazioni Unite in materia di decolonizzazione. Votata l'anno in cui 16 nuovi stati africani fanno il loro ingresso nelle Nazioni Unite, essa segna l'inizio di una vigorosa politica anticoloniale guidata dal Movimento dei Paesi Non Allineati, che porterà alla creazione del Comitato speciale sulla decolonizzazione nel 19611. Essa sancisce il diritto all'autodeterminazione per le popolazioni ancora soggette a qualsiasi forma di colonialismo, condizionando questa possibilità al rispetto dell'unità e dell'integrità nazionale.

La risoluzione 1541 (XV) votata il giorno successivo, precisa le modalità di esercizio di tale diritto. Quest'ultima appare più equilibrata laddove prevede che il processo di emancipazione e maturazione del popolo in questione, possa sfociare non solo nell'indipendenza, ma anche nell'associazione o integrazione ad uno Stato già esistente.

Ed è proprio nel caso unico di «decolonizzazione mancata»2 che il Sahara Occidentale rappresenta ancora oggi, e in particolare relativamente alle rivendicazioni avanzate in sede Onu dal Marocco, che queste risoluzioni acquisiscono una notevole importanza. In effetti esse hanno legittimato le diverse alternative un Sahara Occidentale indipendente, associato oppure integrato ad un altro Stato. Nel sostenere quest'ultima possibilità, il Marocco si è appellato più volte a quel paragrafo della risoluzione 1514 che proclama incompatibile con la Carta dell'Onu «ogni tentativo di distruggere parzialmente o totalmente l'unità nazionale e l'integrità territoriale di un paese»3.

Quest'ambivalenza, dovuta anche alla complessità del conflitto, é più evidente nei documenti specifici relativi alla questione della decolonizzazione del Sahara Occidentale. Infatti, mentre la Commissione delle Nazioni Unite, che dal 1963 esamina regolarmente il dossier saharawi, riconosce l'applicabilità del principio di autodeterminazione in qualsiasi forma decisa dal popolo, la risoluzione 2072 (XX) del 16 dicembre 1965 non menziona la possibilità dell'indipendenza nel caso del Sahara Occidentale.

Grazie all'uscita dalla clandestinità del Frente Popular de Liberaciòn de Saquiet el-Hamra y Rio de Oro (Fronte Polisario), la lotta di autodeterminazione del popolo saharawi assumerà una dimensione internazionale, presentandosi come lotta per l'indipendenza, contraria al colonialismo spagnolo e alle tesi nazionaliste4 del Marocco. L'impegno delle organizzazioni internazionali inviterà la Spagna a lasciare definitivamente l'ex-colonia e a promuovere un referendum per l'autodeterminazione, appoggiato anche dalla Corte Internazionale di Giustizia. Ma nel 1975 due eventi modificano radicalmente tali prospettive: la morte del Generale Franco e le trattative per la spartizione del Sahara Occidentale tra il Marocco e la Mauritania. In seguito ad esse, gli attacchi aerei dell'esercito marocchino e l'occupazione di quei territori, costringeranno parte dei saharawi a cercare rifugio nel deserto algerino. Proprio nei pressi dei campi profughi creati in quei luoghi, il 27 febbraio 1976, il Fronte Polisario proclamerà la Repubblica Araba Saharawi Democratica.

Nonostante le vessazioni subite nei territori occupati dal Marocco e nei campi profughi, la comunità internazionale interverrà concretamente solo nel 1988, promuovendo negoziati diretti che porteranno all'elaborazione di un Piano di Pace. Questo prevedeva, insieme al cessate il fuoco, l'organizzazione di un referendum e la creazione della Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO). A causa del boicottaggio sistematico di Hassan II, che non riconoscerà valide le liste dei votanti e favorirà l'insediamento di nuovi coloni marocchini nel Sahara, il referendum atteso per il 1992 non avrà mai luogo. Per tutti gli anni Novanta e fino al 2005, vi sono state molte proposte, negoziazioni e accordi per la risoluzione del contenzioso, ma tutti sono falliti al momento della loro reale attuazione.

La situazione attuale è assai problematica e vede la popolazione saharawi divisa. Parte continua a vivere nel Sahara Occidentale sotto l'occupazione marocchina5, e parte nei campi profughi. A questi va aggiunta una diaspora numerosa, prevalentemente in Spagna, nelle isole Canarie, in Mauritania o nello stesso Marocco6. In questa complessità geografica, sociale e politica, il Fronte Polisario ha costruito la propria «utopia di una società immediatamente libera ed egualitaria»7, rinunciando progressivamente alle azioni militari per intraprendere la via diplomatica.

Proprio il 2007 potrebbe rivelarsi un anno importante, forse risolutivo visto che i rappresentanti del Marocco e del Fronte Polisario si sono incontrati per nuovi negoziati diretti, il cui terzo round è previsto a dicembre. I termini delle negoziazioni sono cambiati spesso nel corso di tutti questi anni, e oggi la posta in gioco è alta: seppur “congelato” questo conflitto dura da troppo tempo e tutti gli attori coinvolti percepiscono l'importanza di porvi fine in maniera definitiva ed equilibrata. Probabilmente, ed è ciò che emergerà in questo elaborato, la posizione più difficile è quella del Fronte Polisario. Rinunciando alle armi, esso ha conquistato la fiducia e la credibilità della comunità internazionale, ma un ennesimo fallimento della via diplomatica potrebbe far degenerare la sfiducia della popolazione in un ritorno alla lotta armata8. E' questo che il Fronte Polisario non può permettersi: sarebbe come buttare al vento i sacrifici e i successi di una lotta politico-sociale che ha contribuito alla loro evoluzione sociale da tribù autonome ad un solo popolo, unito dal sentimento nazionale.

Al fine di capire e descrivere quali siano stati gli strumenti e le strategie messe in atto dal Fronte Polisario, prima come movimento nazionalista e militare, poi come partito nella Rasd, mi pare importante chiarire le origini del conflitto con un breve inquadramento storico antecedente il 1973. In seguito a queste premesse si osserverà la nascita del Fronte Polisario come organizzazione militare, il suo progressivo coinvolgimento come interlocutore politico presso gli organismi internazionali e l'elaborazione del Piano di pace del 1990. Il secondo capitolo sarà dedicato alle difficoltà incontrate nell'organizzazione del referendum, fino ad arrivare ai tentativi più recenti di rilanciare il processo di pace.

In contrapposizione alle delusioni per gli scarsi risultati della via diplomatica intrapresa, gli ultimi due capitoli dell'elaborato sono dedicati ai successi del Fronte Polisario nell'amministrare i campi profughi e alle sue prospettive future. Nel terzo verrà valutato il suo ruolo nei cambiamenti delle strutture sociali, nella conduzione amministrativa e politica dei campi profughi, e nei rapporti internazionali, mentre nell'ultimo capitolo, si tenterà di far luce sulle poste in gioco future, legate in particolare al coinvolgimento delle potenze internazionali e all'esito dei recenti negoziati.

Infatti le ragioni che mi hanno spinto ad interessarmi alla realtà del Sahara Occidentale e del Fronte Polisario, sono intimamente legate alla preoccupazione per i suoi sviluppi futuri. L'interrogativo che ha catturato e alimentato la mia curiosità era per quanto tempo ancora, dopo più trent'anni di risoluzioni diplomatiche inattuate, questa popolazione potesse continuare a rivendicare in maniera pacifica il ritorno nei territori originari.

Il mio interessamento era nato da un senso di vergogna per la mia ignoranza riguardo alla questione. Circa quattro anni fa appresi alcuni sommari aspetti da un amico di famiglia che aveva realizzato un viaggio di solidarietà nei campi profughi di Tindouf. Possibile che una futura studentessa di Scienze Politiche interessata ai Paesi in Via di Sviluppo e al continente africano, non avesse mai sentito parlare dei saharawi e del loro diritto all'autodeterminazione mai esercitato? E' grave ma possibile, visto che pochissima attenzione è data dai media italiani al Sahara Occidentale.

Purtroppo ho riscontrato questo relativo disinteresse anche eseguendo la ricerca bibliografica: i testi sembravano introvabili e comunque insufficienti nel Polo Bibliotecario dell'Università di Torino. Molto utili, poiché più numerose e varie, sono state le risorse dell'Università di Bologna, a dimostrazione anche del legame tra istituzioni della Regione Emilia Romagna e wilayas dei campi profughi. Ed è proprio grazie alla collaborazione e disponibilità di alcune associazioni emiliane9, che ho potuto incontrare il rappresentate del Fronte Polisario a Roma, Omar Mih, e Ali Salem Tamek, ex prigioniero politico, oggi militante per i diritti umani in Sahara Occidentale.



ORIGINI DEL CONFLITTO


La società saharawi originaria

Prima dell'arrivo degli Arabi la parte occidentale del Sahara era abitata da popolazioni berbere. Solo agli inizi del XIII° secolo gli arabi Maquil, originari dello Yemen, riuscirono a penetrare nel deserto, alla ricerca di nuove rotte commerciali. La società saharawi del periodo pre-coloniale si presentava perciò come il risultato di un processo di scontro-incontro-assimilazione avvenuto dal XIV° secolo in poi, tra le tribù arabe Maquil e quelle berbere Sanhdaja.10 Questi processi originarono alcuni caratteri peculiari nelle tradizioni di quei territori. Si pensi all'islamizzazione dei gruppi nomadi, da sempre politeisti, e all'utilizzo dell'hassanija11, molto diverso dai dialetti berberi e simile all'arabo della penisola arabica. Anche la discendenza per via patrilineare (propria dei Maquil) ha prevalso in questo processo di mescolanza culturale, nonostante rimanga ancora oggi il retaggio matrilineare della componente berbera.

Le circa 20 tribù nomadi12 che abitavano quei territori prima della colonizzazione, erano stratificate gerarchicamente in base alla loro discendenza (reale o rivendicata) dal fondatore della componente araba o dal Profeta stesso. La tribù raggruppava diverse fazioni, composte da un certo numero di tende (khaima) e veniva guidata da un capo (cheikh) e dall'assemblea tribale (yemaa) composta dai capifamiglia.

Le diversità delle tribù nell'organizzazione sociale e nel tipo di stanziamenti, rivelano come in epoca pre-coloniale la popolazione non fosse affatto unita. Tuttavia, come ha sottolineato anche Barbier13 nell'analisi relativa ai loro caratteri antropologici, vi erano sufficienti analogie per poter distinguere queste tribù da quelle vicine e per identificare una “società saharawi”. Inoltre, se è vero che periodicamente vi furono scontri violenti e razzie, questi non generarono mai ostilità permanenti, al contrario sembrava esserci un certo legame di protezione. Esso si riproduceva ad ogni livello della società (tribù, fazioni, famiglie) con una complementarietà ai nostri occhi paradossale, tra l'individualismo ribelle del nomade e la solidarietà ('asabiyya) interna al gruppo.

La configurazione politica della società saharawi era determinata dalle relazioni intertribali, basate su patti, tributi ed alleanze che trascendevano i legami parentali e di lignaggio, in una dialettica continua per cui il gruppo poteva sciogliersi in certi contesti e mantenere un'unica identità in altri. Pur mancando un nucleo di potere istituzionale permanente, l'Ait al Arbain (Consiglio dei Quaranta) costituiva una struttura politica simile ad un'assemblea dei capi tribù, riuniti in caso di pericolo o per la gestione dei conflitti interni.

Osservando le evoluzioni di questa società nei diversi contesti storici e le modalità di sviluppo della loro coscienza nazionale, è possibile cogliere la pertinenza della definizione di Weber della tribù. Ovvero come il prodotto di una comunità politica che riconosce una comune appartenenza ad un determinato gruppo, e questo non per l'origine etnica dei membri, ma per la condivisione dello stesso destino politico14. In questo senso, ciò che avrebbe maggiormente favorito il superamento delle strutture sociali originarie sarebbe stata l'abitudine a costituire alleanze trasversali alle tribù e un'organizzazione militare cosciente nel voler trascendere le gerarchie tribali a favore dell'unità nazionale15.

La colonizzazione spagnola

Il periodo immediatamente precedende alla colonizzazione spagnola, fu segnato dal tentativo delle potenze europee di insediarsi lungo la costa occidentale dell'Africa e contendere le rotte commerciali arabe di materiali preziosi e schiavi. Le pescose isole Canarie furono uno dei primi luoghi in cui portoghesi e spagnoli riuscirono ad insediarsi; tanto che già nel 1494 il trattato di Torsedillas accordava agli spagnoli la costa africana di fronte ad esse, fino all'attuale Agadir.

La corsa alla colonizzazione africana si intensificò agli inizi del XIX° secolo, con gli “interventi di pacificazione” francesi in Senegal, Mauritania e Algeria. Incalzata da questi successi, la Spagna tentò di conquistare le aree desertiche vicine al Marocco, dove già possedeva le enclaves di Ceuta e Melilla, riconosciutegli dal trattato di Teutan del 186016.

Anche il Marocco, allora l'unico regno costituito nella regione, tentava da anni di rinforzare la propria presenza nel Sahara, ma le tribù berbere avevano resistito a tutte le dinastie: Almoravidi, Saaditi e Alawiti. Proprio questi ultimi riuscirono ad allearsi ai Maquil per dominare le popolazioni dell'interno, con le quali vennero stipulati patti di protezione e di reciproco riconoscimento17.

In ogni caso il sultanato marocchino rimaneva una potenza influente nella regione, con la quale le potenze europee avrebbe dovuto, presto o tardi, fare i conti. Infatti, tra il 1767 e il 1895 furono stipulati numerosi trattati con il Marocco, cui queste si rivolgevano per ottenere libertà di movimento nella regione, e per garantirsi un'intermediazione in caso di naufragi e rapimenti lungo le pericolose coste del Sahara. Questi trattati18 si rivelano oggi molto utili per capire quale fosse il controllo effettivo del Marocco sui territori interni del Sahara. L'autorità del sultano vi era garantita fino alla regione del Noun, ovvero appena più a sud di Ifni. Non soltanto il sultano non rivendicava nulla al di là di quel limite, ma declinava ogni responsabilità nei confronti delle potenze europee per quei territori, sulle cui popolazioni, in gran parte saharawi, non aveva controllo né possibilità di intervento19.

A partire dal 1884, la Spagna iniziò a colonizzare quello che sarà chiamato Sahara spagnolo e Sahara Occidentale. In questa prima fase la Conferenza di Berlino (1884-1885) diede un forte impulso alle conquiste coloniali, in quanto non impose una definizione precisa dei confini, ma ritenne sufficiente la notificazione delle nuove occupazioni. Per questo nel corso della Conferenza, il governo di Madrid20 comunicò alle altre potenze di aver occupato i territori del Rio de Oro.

Dato che i francesi avevano occupato alcune zone del Sahara, dell'attuale Mauritania, e la loro influenza cresceva in Marocco, la Spagna si vide costretta ad avviare una serie di accordi che fissassero le rispettive frontiere. Con la convenzione di Parigi del 1900, i due Paesi delimitarono i loro possedimenti costieri in base ai meridiani e ai paralleli21, tralasciando completamente sia l'elemento geografico, che quello etnico delle popolazioni coinvolte. Quattro anni dopo, in una convenzione segreta, Francia e Inghilterra si impegnavano a non ostacolare le rispettive azioni in Marocco e in Egitto. Lo stesso anno Francia e Spagna stipularono una convenzione simile, con la quale si stabiliva la sfera di influenza spagnola sulla costa marocchina del Mediterraneo e quella francese nella costa sud.

Inoltre, con un accordo del 1911, la Francia si fece rassicurare dalla Germania circa il non intervento su un eventuale protettorato francese in Marocco. A questo punto essa era libera di imporvisi stabilendo un protettorato con il trattato di Fès del 1912. Esso fissava “definitivamente” anche i confini del Sahara spagnolo (che comprendeva il Rio de Oro e la Seguiet el Hamra), e attribuiva alla Spagna il controllo nella zona di Tarfaya. Per cui la Spagna controllava, oltre al protettorato di Tarfaya e ai territori del Rif e Tetuan, molti altri possedimenti con statuti diversi l'uno dall'altro. Protettorato nel caso di Tarfaya (il cosiddetto Sahara spagnolo), colonia nel caso della Seguiet el Hamra e Rio de Oro (il Sahara Occidentale, costituito nel 1884), concessione a Ifni ed enclaves nel caso di Ceuta e Melilla.

Le difficoltà amministrative nel gestire possedimenti così diversi, si manifestarono sia nel controllo effettivo della popolazione che al momento della loro decolonizzazione. Le popolazioni che vi abitavano non avevano mai conosciuto il rispetto di un confine territoriale delimitato (protettorato o colonia che fosse) né capivano il significato del visto impostogli per la transumanza verso i possedimenti francesi.

Infatti, in reazione a queste misure, vi furono violenti scontri con i corpi di spedizione, che affidarono ai mehari22 il pattugliamento dei confini e il controllo di eventuali sconfinamenti. Tra le tribù guerriere si distinse quella dei saharawi Reguibat, che compì razzie di armi e materiali attraverso la strategia del ghazian23 consistente in raid di lunga gittata, molto rapidi effettuati con cammelli. In risposta a questi moti di resistenza, la rappresaglia francese non si fece attendere e nel 1913 l'esercito distrusse l'importante città di Smara.

Per tutti gli anni del franchismo, l'occupazione del Sahara spagnolo non progredì molto, tanto che le tribù nomadi poterono ritrovare parte della loro libertà24. Al contrario, dopo la Seconda Guerra Mondiale e con il risveglio del nazionalismo marocchino, la Spagna si occupò con più decisione dei propri possedimenti, dividendo amministrativamente il protettorato a nord del Marocco e gli altri territori che divennero direttamente dipendenti dal governo centrale.

L'Africa Occidentale spagnola veniva così posta sotto l'autorità di un governatore generale che aveva su di essa pieni poteri politici, amministrativi e militari.


Verso la decolonizzazione del Sahara Occidentale

Gli anni '50 furono decisivi per la regione in quanto portarono cambiamenti profondi dal punto di vista politico, amministrativo, economico e sociale. L'impegno coloniale spagnolo si intensificò ulteriormente, mentre le rivendicazioni contrapposte di Marocco e Mauritania e il conflitto tra Algeri e Rabat, contribuivano ad inserire il Sahara Occidentale nell'intreccio internazionale degli interessi strategici ed economici.

L'avvio dello sfruttamento dei fosfati della miniera di Bou Craa25 fu determinante nel risvegliare l'interesse per la regione da parte di gruppi finanziari spagnoli, statunitensi e marocchini. Come è facile immaginare, queste holding fecero pressioni sul regime franchista perché mantenesse il più a lungo possibile il controllo dei territori e costruisse infrastrutture per il trasporto e la commercializzazione delle materie prime estratte. Si noti come anni dopo (nel 1976), grazie alle evoluzioni portate dall'accordo di Madrid e dall'occupazione, il Marocco26 crerà con la Spagna una società mista per lo sfruttamento dei fosfati.

Quegli stessi anni segnarono l'avvio di una fase decisiva nella messa in discussione dei rapporti coloniali e nel processo di indipendenza dei paesi africani. Anche numerosi combattenti saharawi si aggregarono all'Armata di liberazione marocchina, che ottenne l'indipendenza dalla Francia nel 1956.

La tensione era destinata a crescere nel corso di tutto il 1957, con scontri violentissimi tra esercito spagnolo e popolazioni dell'Ifni e del Sahara, duramente repressi nell'operazione franco-spagnola Ecouvillon-Ouragan. Non si trattò soltanto di repressione militare con attacchi aerei e mezzi motorizzati, ma vi fu un vero e proprio accanimento contro la popolazione, della quale furono avvelenati i pozzi di acqua potabile e massacrato il bestiame27. Costrette alla fuga, queste tribù si rifugiarono nei principali centri urbani, intensificando i processi di di disgregazione tribale e di sedentarizzazione.

Nel 1958 la Spagna concesse l'indipendenza al protettorato di Tarfaya, e riorganizzò il controllo amministrativo nelle regioni di Seguiet el Hamra e nel Rio de Oro, ovvero nel Sahara Occidentale. Ora questo era rappresentato alle Cortès di Madrid come qualsiasi altra provincia spagnola, cioè da un consiglio (Cabildo) cui si affiancavano consigli municipali, composti anche dai capifamiglia saharawi. Su pressione delle prime risoluzioni Onu che prevedevano il diritto all'autodeterminazione e in vista di una futura rappresentazione dell'intera popolazione, venne creata un'assemblea generale (la Djemaa), che si limitava ad accettare le decisioni dell'amministrazione spagnola.

Nel frattempo l'impatto positivo del progetto del Grande Marocco, enunciato dal partito nazionalista Istiqlal, aveva indotto il re a fare propria la difesa dei “diritti storici” su Sahara Occidentale, Mauritania, parte del territorio algerino e dell'attuale Mali. Tali rivendicazioni vennero astutamente accumunate alla necessità di decolonizzare il Sahara Occidentale. Il Marocco poteva vantare un'antica realtà dinastica, il cui potere centrale (Makhzen) intratteneva il disordine sociale nel deserto e alimentava le rivalità tribali per creare nuovi codici di obbedienza a lui rivolti28. Grande influenza ebbero anche il carisma di Mohammed V, che omogeneizzò i rapporti simbolici e le componenti sociali del regno29, e l'abilità di Hassan II, che fece appello alla mobilitazione generale per difendere l'unità della nazione.

Meno credibili risultavano gli argomenti avanzati dal presidente Ould Daddah a favore delle rivendicazioni mauritane sul Sahara Occidentale. Anche l'Algeria, che pure non rivendicava territori sul Sahara spagnolo, era interessata alla sua decolonizzazione a causa dell'eccessiva permeabilità dei confini nell'hammada algerina.

Nella risoluzione 2027(XX)30, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si rivolse alla Spagna perché mettesse fine alla colonizzazione, invitandola l'anno successivo31 ad organizzare un referendum per permettere alla popolazione autoctona di esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Altre risoluzioni vennero votate nel 1967 e nel 1968, ma nessuna di queste si riferiva esplicitamente all'indipendenza del Sahara Occidentale. Solo nel 1972, con la risoluzione 2983 (XXXVI) dell'Assemblea Generale, verrà utilizzato il termine «indipendenza» e verrà richiesto in maniera ancora più decisa di stabilire le modalità di svolgimento di tale referendum.

Una prima tappa per il futuro del Sahara Occidentale avrebbe dovuto essere l'indipendenza e in un secondo tempo una parziale o totale integrazione al Marocco. Il popolo saharawi veniva considerato come protagonista del conflitto e delle modalità della sua risoluzione, mentre le rivendicazioni di Marocco e Mauritania erano subordinate all'indipendenza del Paese.

Il Generale Franco fu molto abile a temporeggiare, mantenendo una politica ambivalente riguardo all'organizzazione del referendum e alle consultazioni con gli altri contendenti. Pertanto fino al 1970, la Spagna riuscì a resistere alle rivendicazioni contrapposte di Marocco e Mauritania e alle pressioni internazionali dell'Onu. Queste dinamiche vennero progressivamente stravolte dal ravvicinamento delle potenze regionali e dai cambiamenti avvenuti nei territori colonizzati, dove la giovane coscienza nazionale iniziava a rivendicare attivamente il diritto all'autodeterminazione.

CAPITOLO 1

IL FRONTE POLISARIO:

UNA LOTTA MILITARE E POLITICA (1973-1990)



1.1. Nascita del Fronte Polisario

Come in tutto il continente africano, anche in Sahara Occidentale il colonialismo provocò cambiamenti di vasta portata, che modificarono gli apparati produttivi del paese e che contribuirono a far emergere nuove alleanze di classe. Agendo sugli assetti produttivi e organizzativi del sistema sociale, il colonialismo promosse funzioni economiche differenziazioni politiche che si rivolteranno contro di esso32.

L'impiego dei saharawi come manodopera nello sfruttamento delle miniere di Bou Craa favorì tali processi, attraverso la sedentarizzazione della popolazione 33. Si costituì un proletariato facilmente sfruttabile, che non tardò a prendere coscienza della propria condizione rivendicando migliori condizioni di lavoro, diritto alle cure mediche e una maggior autonomia interna. Per cui la sedentarizzazione dei saharawi, la loro proletarizzazione e i cambiamenti avvenuti nelle loro strutture di classe, contribuirono a far emergere una coscienza nazionale, in reazione alla “minaccia identitaria” esterna rappresentata dal Marocco. Altrettanto determinante fu il contatto delle élites saharawi con i movimenti di liberazione dei paesi vicini, divenuti indipendenti in quegli anni.

Inizialmente si trattava di piccoli gruppi politici, più o meno organizzati e divisi tra loro per l'intensità e le modalità con cui si opponevano alla politica coloniale: alcuni volevano l'indipendenza del Sahara, altri chiedevano l'unione con il Marocco. La Organización Avanzada de Liberación Saharaui (o Movimento di Liberazione Saharawi), nato per volere di Mohamed Saïd Ibrahim Bassiri, fu il primo di questi movimenti e riuscì fin dal 1970 a coinvolgere la popolazione in una serie di manifestazioni. Per l'affinità degli obiettivi e delle strategie politiche e militari, tale movimento costituì la forma embrionale del Fronte Polisario. Altro gruppo in cui si articolò il nazionalismo saharawi è il Mouvement de résistence des hommes bleus (MOREHOB)34 e fondato nel 1966, così chiamato in riferimento alla tunica blu abitualmente indossata dai sarahawi. Da subito pro-Marocco35,questo movimento scelsero di appoggiare le rivendicazioni marocchine e di aderire al Fronte di Liberazione Unitaria del Marocco nel 1975. Un ultimo nucleo, fondato nel 1974, fu il Partito dell'Unione Nazionale Saharawi (PUNS), diretto da un gruppo di ufficiali spagnoli e impiantato soprattutto nei centri urbani. Nonostante fosse inizialmente opposto al Fronte Polisario, parte dei militanti del PUNS vi confluiranno dopo il suo scioglimento, nel 197536.

Fu in questo contesto eterogeneo di gruppi che rivendicavano maggior autonomia per il Sahara Occidentale, che emerse nel 1973, il Fronte Popolare di Liberazione della Saguia el Hamra e Rio de Oro (Fronte Polisario). Esso nacque dall'incontro tra due gruppi di militanti nazionalisti: il primo costituito dall'élite degli studenti saharawi di Rabat37 (tra cui il futuro primo segretario Mohamad El Ouali, soprannominato Lulei) e il secondo dai militanti del MLS. Con il congresso costitutivo del 10 maggio 1973, venne reclamata l'indipendenza del Sahara e la ferma opposizione alla sua unione col Marocco o con la Mauritania. In effetti l'indipendenza si configurava come l'obiettivo finale del progetto politico del movimento, e questo proprio nel momento in cui si moltiplicavano le rivendicazioni straniere sul territorio38. Nel manifesto politico redatto nel I° Congresso, il Fronte si esprimeva «per la violenza rivoluzionaria e la lotta armata» affinché il popolo saharawi potesse «acquisire la propria totale libertà»39.

Il 20 maggio 197340, esattamente dieci giorni dopo, iniziò la lotta armata, con l'attacco e l'occupazione di alcune postazioni militari spagnole. In questa primissima fase, l'impegno del Fronte Polisario fu più rivolto all'azione politica e alla creazione del consenso tra la popolazione, anche a causa della scarsità di armi e munizioni. Ma la guerriglia del moviemento era destinata ad infliggere pesanti perdite all'esercito spagnolo, in particolare dal 1974, quando l'Algeria e la Libia iniziarono ad aiutarlo militarmente e diplomaticamente41.

Il II° Cogresso ebbe luogo nell'agosto del 1974. Il programma di azione nazionale adottato in quell'occasione, insisteva maggiormente proprio sul ruolo delle masse e sulla necessità della loro informazione e mobilitazione. Vi si esprimeva preoccupazione per quella che sembrava una falsa decolonizzazione, ovvero una sostituzione del Marocco alla Spagna: «davanti a queste manovre, il popolo saharawi non ha altra soluzione che la lotta, fino ad ottenere l'indipendenza, le sue ricchezze e la sovranità completa del suo suolo»42. Una volta raggiunti questi obiettivi, il Fronte Polisario prevedeva di realizzare l'unità nazionale, di instaurare un regime repubblicano e di creare un'economia attenta all'industrializzazione, allo sviluppo agricolo e allo sfruttamento delle risorse minerarie. A livello sociale si reclamava una giusta distribuzione delle ricchezze, la soppressione di qualsiasi forma di sfruttamento, il rispetto dei diritti della donna e il mantenimento delle tradizioni religiose della popolazione.

Fin dal primo anno di vita, dunque, si andava realizzando il mito fondatore che ancora oggi aleggia intorno al “Partito dell'indipendenza”, dovuto alla combinazione di tre elementi: l'alleanza politica delle fazioni tribali, il livello di organizzazione in cui la massa è stata direttamente coinvolta e la diversità dei contesti territoriali di attività43.



1.2. Il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione


Negli anni che vanno dal 1965 al 1972, la questione del Sahara Occidentale si pose come “semplice” problema di decolonizzazione tardiva, che implicava la liberazione di un popolo dal colonialismo. Infatti le rivendicazioni marocchine non avevano ancora assunto un'eco internazionale, né vi erano stati tentativi di prevaricare la decolonizzazione spagnola o di subentrare ad essa. Per cui dal 1973, si ebbe il semplice rinnovo delle pressioni da parte dell'Onu e dell'Organizzazione dell'Unità Africana affinché Madrid abbandonasse i territori e permettesse la realizzazione del diritto all'autodeterminazione.

L'Organizzazione dell'Unità Africana (Oua), creata nel 1963 da trenta Capi di Stato, si era assegnata come compito preliminare proprio quello di portare a termine il processo di decolonizzazione del continente. Sia durante la conferenza ad Assis Abeba nel maggio 1973 che a Mogadiscio l'anno seguente, si espresse preoccupazione per l'atteggiamento del governo spagnolo e si denunciarono le manovre volte a ritardare la decolonizzazione. Bisognerà attendere il 1972 perché l'Oua parli esplicitamente di referendum per il Sahara Occidentale, e il 1976 (il vertice di Maputo) perché si ponga la questione del riconoscimento del Fronte Polisario e della Repubblica Araba Saharawi Democratica44.

Più celere fu la richiesta dell'applicazione del principio di autodeterminazione da parte del Movimento dei Non Allineati45. Nel 1970 venne approvata la “Risoluzione della decolonizzazione” in cui si sollecitava la Spagna. Radicalmente opposta fu la posizione della Lega Araba, che non riconobbe mai né il Fronte Polisario né la Rasd, rivelando un'estrema difficoltà nella risoluzione delle tensioni intermagrebine. Da istituzione rappresentante la volontà unitaria panaraba, la Lega seguiva una logica aggregante, favorevole al superamento delle frontiere nel Magreb, motivo per cui sposò fin dagli anni Sessanta la tesi del “grande Marocco”.

Tra le organizzazioni internazionali, l'atteggiamento delle Nazioni Unite rimase il più pressante nei confronti della Spagna e il più attivo nella promozione di incontri tra questa e il Fronte Polisario. Va ricordata in particolare la risoluzione 2983 (XXVII) del 14 dicembre 197246, che raccomandava l'indipendenza del Sahara, vista come diritto inalienabile poiché frutto della volontà popolare.

Di fronte alle crescenti pressioni internazionali, all'apparizione del nazionalismo saharawi e al moltiplicarsi degli incidenti violenti, la Spagna iniziò a temere l'esplosione di un conflitto armato. Per evitarlo concesse un'indipendenza puramente formale ai territori, che rimanevano sotto tutela del governo spagnolo, che si garantiva così lo sfruttamento dei fosfati. In una lettera, inviata nel settembre 1973 dal generale Franco alla Djemaa, venivano definiti i caratteri essenziali di questa nuova politica. Il popolo era considerato “unico responsabile del suo destino”, la Spagna gli avrebbe garantito: proprietà delle risorse naturali, garanzia della nazionalità e rappresentanze spagnola, gestione degli affari interni all'organo assembleare della Djemaa. Nello stesso spirito (apparentemente accondiscendente), venne annunciata nel settembre 1974 l'organizzazione di un referendum, in previsione del quale la popolazione venne censita, nonostante le difficoltà legate al nomadismo di parte della popolazione e alla mancanza di esiliati politici nel conteggio47.

Questa nuova politica spagnola non tardò a generare proteste, da parte di tutti gli altri attori coinvolti. Fin dal marzo 1974, il Fronte Polisario si rivolse con due petizioni (prima volta che ciò accadeva nel caso del Sahara Occidentale) al Comitato per la decolonizzazione e alla Commissione Onu dei diritti dell'uomo denunciando le repressioni politiche, il nuovo sistema di autonomia e il “falso referendum”annunciato da Madrid. Nel luglio dello stesso anno, Hassan II ricordò a Franco e alla comunità internazionale le rivendicazioni marocchine sul Sahara, minacciando il ricorso alla forza per metterle in atto. Dal punto di vista diplomatico, la sua strategia era tesa a convincere il maggior numero di paesi che il conflitto opponeva non i saharawi bensì il Marocco all'imperialismo spagnolo, e che la scelta della popolazione doveva essere tra il mantenimento della tutela spagnola e l'annessione al Marocco. Anche la Mauritania, in una nota inviata nell'agosto 1974 all'Onu, ricordò le sue rivendicazioni sul Sahara, che essa considerava parte integrante del territorio nazionale.

Osservando gli sviluppi diplomatici e politici sopravvenuti nell'anno immediatamente successivo alla creazione del Fronte Polisario, possiamo constatare la coincidenza tra il nazionalismo saharawi e il collasso del colonialismo spagnolo. Mentre maturava il discorso interno al movimento sull'indipendenza, le dinamiche della decolonizzazione erano cambiate nei loro contenuti, non coinvolgendo solamente la dicotomia colonizzatore-colonizzato, ma uno scontro inter-arabo per il governo, la personalità internazionale e l'impiego delle risorse economiche48. A fronte della debole decolonizzazione spagnola, stava subentrando il protagonismo di una “nuova potenza coloniale”. In questo contesto il Fronte Polisario non potrà più essere solo un movimento di liberazione impersonante una “questione nazionale”, ma si configurerà sempre più come movimento politico post-coloniale.

1.3. 1975: un anno decisivo


Il 1975 fu segnato dalla ricerca di una soluzione pacifica alla decolonizzazione del Sahara Occidentale che si orientò in due direzioni: una politica, con la missione di visita che l'Onu effettuò in maggio e giugno, e l'altra di tipo giuridico, con il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, pubblicato in ottobre49. Entrambi questi tentativi, che si sforzavano di definire le posizioni delle parti interessate e di individuare il processo di decolonizzazione più adatto, ribadirono la necessità di far esprimere la popolazione sul futuro del territorio.

La Missione di visita dell'Onu, compiuta su invito del Comitato di decolonizzazione, durò in tutto cinque settimane, e si recò in Sahara ed in tutti i paesi coinvolti. In Sahara occidentale, i funzionari incontrarono i principali responsabili del territorio (membri della Djemaa, consigli municipali, sceicchi, notabili locali) e i rappresentanti dei movimenti nazionalisti ( PUNS e Polisario). Quest'ultimo approfittò della presenza della Missione per mostrare la sua forza militare (catturando un'intera pattuglia di ufficiali spagnoli), e il suo maggior dinamismo (organizzando manifestazioni di massa in tutti i centri urbani coinvolti). La Missione poté così constatare la diversa capacità di coinvolgimento e composizione dei due movimenti, oltre alle loro divergenze politiche. In Marocco e in Mauritania i funzionari dell'Onu comprovarono la determinazione di entrambi i paesi nelle proprie rivendicazioni e il rigetto della via referendaria, cui venivano preferite negoziazioni dirette con la Spagna.

La Missione introdusse alcuni elementi positivi per il maggiore coinvolgimento della popolazione esiliata: per la prima volta venivano visitati i campi profughi esistenti a sud dell'Algeria dal 1973, e che allora accoglievano “solo” 7000 persone. Il rapporto si espresse con favore per il coinvolgimento dei leaders del Fronte Polisario nelle consultazioni relative al futuro del Sahara. Inoltre si constatavano le difficoltà legate all'identificazione dei saharawi e al coinvolgimento dei rifugiati, e si esprimeva preoccupazione per lo stato di tensione alle frontiere. Il documento che riportava osservazioni e proposte della Missione, venne reso noto il 15 ottobre 197550 e malgrado la sua obiettività, venne rapidamente dimenticato a causa da una serie di avvenimenti, in particolare la Marcia verde e gli Accordi di Mardrid, che allontanavano la possibilità di una risoluzione pacifica e “giusta” del conflitto.

Il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia nacque in seguito ad una proposta avanzata direttamente dal Marocco all'Assemblea Generale51 e sancita dalla risoluzione 3292 (XXIX), con la quale si richiedeva un parere riguardo queste due domande: 1) Il Sahara Occidentale (Rio de Oro e Seguiet el Hamra) era un territorio senza alcuna autorità -terra nullius- al momento della sua colonizzazione da parte dela Spagna? E, in caso di risposta negativa 2) Quali erano i legami giuridici di questo territorio con il regno del Marocco e con le autorità mauritane?

Volendo precisare le circostanze di tale consultazione, occorre ricordare che un giudice ad hoc venne accordato al Marocco, che vi furono lunghe discussioni preliminari per chiarire la competenza della Corte in materia e l'opportunità di rispondere a tali quesiti. Inoltre l'accezione con la quale si intese il concetto di terra nullius, fu quella di un territorio esente dalla sottomissione ad una sovranità statale, e non organizzato socialmente né politicamente. Secondo questa accezione, il Sahara non si presentava terra nullius, data l'esistenza e la realtà sociale delle tribù nomadi. Va poi chiarito il senso dell'espressione “legami giuridici”, intesi anche in relazione alle persone o ai gruppi. Tale lettura fu motivata dal sistema giuridico musulmano, che ignorava la nozione di sovranità territoriale e rendeva necessaria l'analisi di legami giuridici su base personale o tribale.

Per la Corte gli atti presentati in difesa delle rivendicazioni marocchine e mauritane portavano alle stesse conclusioni: non esistevano in epoca coloniale, legami giuridici o di sovranità territoriale sulle popolazioni del Sahara Occidentale. Si notava tuttavia «l'esistenza di un legame giuridico di alleanze tra il sultano marocchino ed alcune, solo alcune, tribù del Sahara Occidentale (...) e delle manifestazioni di una certa autorità o di una certa influenza del sultano su quelle stesse tribù»52.

Il valore giuridico del parere fu incontestabile e inattaccabile e riaffermava la necessità di applicare la risoluzione 1514 (XV) e il principio di autodeterminazione.

Purtroppo però, questo approccio giuridico ai problemi di decolonizzazione del Sahara non diede i frutti sperati. Al contrario, i fondamenti giuridici incerti e le formule compromissorie utilizzate fecero sì che ogni parte vi lesse il riconoscimento giuridico delle proprie rivendicazioni53. Poco dopo, infatti, il Marocco e la Mauritania si accordarono con la Spagna per dividersi il territorio occupandolo e facendo scoppiare una vera e propria guerra.

Due tappe distinte erano previste a tal fine: la prima, di natura diplomatica, avrebbe portato all'accordo di Madrid, e la seconda, di carattere militare, consisteva nell'occupazione dei territori.

Il 16 ottobre 1975, stesso giorno di pubblicazione del responso della Corte, il re Hassan II pronunciò un discorso nel quale insisteva sulla legittimità giuridica delle tesi del “grande Marocco” e mobilitava l'opinione pubblica annunciando una “marcia pacifica” verso il Sahara Occidentale, volta a reintegrarlo al Paese. All'estero questo annuncio apparve curioso e quasi frivolo54 ma si trattava di una decisione maturata a lungo, che faceva appello al sentimento religioso e al patriottismo delle masse, ed era appoggiata da quasi tutti i partiti. Per individuare i volontari che vi avrebbero partecipato (con tanto di bandiere verdi e copia del Corano in mano) vennero aperti uffici in tutte le province del regno, cosicché il numero previsto di 350.000 persone venne quasi raddoppiato. Nel frattempo il Fronte Polisario aveva organizzato un'importante incontro per manifestare l'unità nazionale, il cui documento (diretto all'Onu) dichiarava: «il popolo arabo del Sahara Occidentale si batterà con determinazione per impedire che gli venga rubata la propria libertà prima ancora di averla ritrovata»55.

Senza grossi ostacoli, il 6 novembre la Marcia venne intrapresa dai volontari, protetti da circa 20.000 soldati marocchini. Intanto la Spagna aveva una grave questione da risolvere: la malattia e la successione del generale Franco. Approfittando di questa situazione, il Marocco fece sapere a Madrid che la marcia sarebbe continuata fino a che il governo non avesse accordato negoziazioni bilaterali e trattato il trasferimento della sovranità, cosa che effettivamente avvenne pochi giorni dopo. L'accordo di Madrid, firmato il 14 novembre, prevedeva la spartizione del Sahara Occidentale tra Marocco e Mauritania. Esso moltiplicava i riferimenti all'Onu e alla sua Carta, per darsi una legittimità internazionale inesistente56.

L'esercito dei saharawi contava allora, poche migliaia di uomini, che tentarono inutilmente di arrestare l'avanzata degli eserciti marocchino (da nord) e mauritano (da sud). Tuttavia, con l'occupazione dei territori decolonizzati, il Marocco e la Mauritania andavano incontro ad un'impresa militare lunga e costosa, che avrebbe incontrato la guerriglia del Fronte Polisario e l'opposizione algerina. Quando i soldati spagnoli vennero rimpiazzati da quelli marocchini, la popolazione era così ostile che gran parte si esiliò nei campi profughi nel deserto57. Altri si unirono alla lotta armata del Fronte Polisario, che riuscì a far evacuare la popolazione dai territori occupati proteggendola dalle bombe durante la fuga verso il deserto algerino.

Questi stravolgimenti politici fecero registrare profonde divergenze all'interno dell'assemblea di notabili (Djemaa). Il 28 novembre una parte dei membri firmò una dichiarazione, detta Dichiarazione di Guelta58, in cui si denunciava l'accordo di Madrid e il tradimento della Spagna nei confronti del popolo saharawi. Essi si autodefinirono «non eletti democraticamente» e sancirono la dissoluzione dell'assemblea al fine di evitare qualsiasi strumentalizzazione ulteriore nei confronti di tale «istituzione fantoccio». Riconoscevano il Fronte Polisario come «autorità unica e legittima del popolo» nel raggiungimento dell'unità nazionale.

Oramai anche in sede Onu il Fronte Polisario era considerato l'unico interlocutore credibile e legittimo nel rappresentare la popolazione originaria del Sahara Occidentale. Questo dato positivo riguardo al coinvolgimento delle Nazioni Unite, non accompagnò alcuna condanna esplicita della Marcia Verde né degli accordi di Madrid. Addirittura l'Assemblea Generale adottò nel dicembre dello stesso anno due risoluzioni molto diverse. Queste, pur affermando il diritto all'autodeterminazione poggiavano l'una59 sull'espressione della volontà popolare e sulle opinioni giuridiche e politiche degli organismi internazionali, l'altra60 sull'accordo di Madrid.

Per cui la strategia del fatto compiuto portata avanti dal Marocco e dalla Mauritania non fu accettata né dalla popolazione del territorio, che scelse l'esilio pur di non sottomettervisi, né dalla comunità internazionale, contraddittoria nelle risoluzioni adottate.



1.4. Le risposte politiche e militari all'occupazione


Essendo presenti in gran parte del Sahara Occidentale gli eserciti del Marocco e della Mauritania, si creò una situazione di conflittualità permanente tra questi e il Fronte Polisario, le cui strategie furono al contempo militari e politiche.

Il Fronte Polisario sognava da tempo di proclamare l'indipendenza dei territori e di crearvi uno Stato che impedisse ai paesi vicini di inserirsi nel vuoto istituzionale lasciato dal colonialismo spagnolo (come effettivamente avvenne). Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1976, dopo la partenza degli ultimi soldati spagnoli, e mentre l'occupazione marocchina e mauritania era già iniziata, venne proclamata la Repubblica Araba Saharawi Democratica, annunciata dal Consiglio nazionale saharawi (subentrato alla Djemaa). Paese non allineato, la Rasd avrebbe rispettato i principi costitutivi dell'Onu, della Lega Araba e dell'Oua, così come la Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Pur affermando il suo desiderio di pace, la Rasd si dichiarava «decisa a difendere la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e a occuparsi delle proprie risorse e ricchezze naturali»61.

Nel primo comunicato ufficiale, la Rasd si appellava a tutti gli Stati del mondo affinché la riconoscessero e per questo obiettivo venne pubblicato un lungo memorandum destinato a dimostrare la legittimità giuridica e politica del popolo saharawi nel proclamare l'indipendenza e nel costituire tale Repubblica. In seguito a questa scelta, il Fronte Polisario ebbe in carico una popolazione numerosa da organizzare, amministrare ed un progetto più articolato da attuare, in modo da permettere la sopravvivenza anche “politica” dei rifugiati. Attraverso enormi difficoltà, e probabilmente grazie ad esse, riuscì a formare un popolo unito con una grande coscienza nazionale verso una patria libera e indipendente.

Sotto il profilo delle risposte militari all'occupazione, l'ALPS fu uno strumento particolarmente efficace, poiché si configurò come esercito popolare di difesa territoriale in cui tutti i militanti erano uguali, a dispetto delle tradizioni tribali62. La lotta dei suoi circa 10.000 uomini riutilizzò l'antica strategia dei ghazi63, che permise di sfruttare la perfetta conoscenza topografica e la grande mobilità. I sabotaggi e le imboscate si rivolsero ai siti di importanza economica e strategica, come le miniere di Bou Craa, le ferrovie in Marocco o la miniera di Zouerate in Mauritania. Nel caso delle miniere di fosfati, tali azioni assunsero una valenza simbolica, perché impedirono all'occupante di sfruttare le risorse del territorio che apparteneva alla popolazione saharawi64. Più volte in quegli anni vennero rapiti civili stranieri per fare pressione sui loro governi, affinché non sostenessero l'occupazione illegale.

Questa guerriglia si rivelò efficace in quanto finì per strozzare la Mauritania, più vulnerabile del Marocco e la cui situazione politica era instabile da tempo. Nel luglio 1978, un colpo di stato ad opera del capo delle forze armate Ould Salek, rovesciò il presidente Ould Daddah. A quel punto il Fronte Polisario vide una possibilità di evoluzione nelle posizioni di almeno uno dei suoi nemici, e decise per il cessate il fuoco unilaterale. Per un anno ancora il nuovo regime tergiversò ma il 5 agosto 1979, un accordo di pace venne firmato ad Algeri. In esso la Mauritania dichiarò solennemente che non avrebbe più avanzato alcuna rivendicazione territoriale o di altro tipo in Sahara Occidentale, e che sarebbe uscito definitivamente dalla guerra contro il Sahara Occidentale. Al successo diplomatico e militare della pace di Algeri, si aggiunse il riconoscimento del Fronte Polisario come «unico rappresentante del popolo saharawi»65, e della Rasd.

Neutralizzate le minacce da sud, il Fronte Polisario poté concentrare tutte le forze contro il Marocco, che nel frattempo aveva occupato la zona mauritana, creando una nuova provincia66. Questo si trovò ben presto in difficoltà: i ghazi avevano inflitto grosse perdite all'esercito, liberando parte del territorio occupato. A partire dal 1980, Hassan II decise di riorganizzare la difesa, e con la collaborazione economica e tecnica di Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita67 vennero costruiti una serie di muri difensivi che racchiudevano il “Sahara utile” (ovvero i centri urbani di Smara, Bou Craa, El Ayoun) impedendo al Fronte Polisario di avvicinarsi, e alla popolazione rifugiata di ritornare nei territori originari. In sei anni il governo marocchino fece costruire sei muri68 in pietra e terra, alti due o tre metri, per una lunghezza totale di 2720 km, che divisero il paese bloccando definitivamente l'accesso all'Atlantico. La “strategia dei muri” ridusse gli attacchi saharawi a semplici azioni di disturbo e comportò una sensibile diminuzione dell'influenza e dei legami politici forniti dal Fronte Polisario alla popolazione dei territori occupati 69.



1.5. Sviluppi diplomatici e inizio del processo di pace


Il conflitto, che aveva acquisito una dimensione internazionale già dal 1975, continuò a preoccupare la comunità internazionale. Per tutti gli anni Settanta le organizzazioni internazionali intervennero, ebbero luogo tentativi di mediazione70, e alcuni paesi (Spagna, Francia e Stati Uniti), furono maggiormente coinvolti a causa delle alleanze economiche e militari intrattenute nella regione. In questo contesto, la creazione della Rasd e l'uscita della Mauritania dal conflitto, furono avvenimenti decisivi, in seguito ai quali aumentò la “competizione diplomatica” per acquistare appoggio e legittimità alla propria causa.

Nel 1979 il problema del Sahara venne sottoposto all'attenzione di due nuove istanze internazionali: il Tribunale Permanente dei Popoli71 ed il Parlamento Europeo. Il primo diede una sentenza positiva all'autodeterminazione del popolo saharawi riconoscendo il Fronte Polisario; deplorò l'esecuzione della Marcia Verde e dichiarò incompatibili con il diritto internazionale gli accordi di Madrid. Il Parlamento Europeo, pur condannando l'occupazione del Marocco, fece notare che la nazionalità delle popolazioni che vivevano nei campi profughi non fosse mai stata accertata né autenticata come originaria del Sahara Occidentale.

Inoltre la proclamazione della Rasd spinse il Fronte Polisario ad insistere diplomaticamente per il suo riconoscimento72 da parte degli stati dell'Oua. Nel vertice di Khartoum del luglio 1978, venne istituito un comitato ad hoc (ribattezzato “comitato dei saggi”) composto da cinque capi di stato73 incaricati di esaminare l'intera questione e di presentare un rapporto nell'incontro successivo. In esso si constatava che gli Accordi di Madrid avevano trasferito l'amministrazione del territorio al Marocco e alla Mauritania, ma si ribadiva che ciò non comportava un trasferimento della sovranità. Si raccomandava il cessate il fuoco immediato, un referendum libero per permettere alla popolazione di scegliere tra indipendenza totale e mantenimento dello statu quo, la cooperazione di tutte le parti, la creazione di un comitato per organizzare il referendum in collaborazione con le Nazioni Unite. Tale rapporto venne esaminato a Monrovia nel luglio 1979, e tutte queste raccomandazioni furono approvate in una risoluzione che suscitò vive proteste del Ministro degli Affari esteri del Marocco. L'anno successivo, in occasione della conferenza di Freetown, cui parteciparono oltre al Polisario moltissime organizzazioni saharawi pro-Marocco, venne discussa, senza successo, l'ammissione della Rasd all'Oua.

L'atteggiamento poco collaborativo da parte del Marocco stava allontanandolo dai suoi alleati e dalla comunità africana. Per questo Hassan II decise di recarsi al vertice di Nairobi del 1982, di aderire al principio del referendum e di partecipare ai lavori della sua organizzazione. La risoluzione AHG/104 (XIX) approvata al vertice di Addis Abeba del 1983, stabilì la necessità di effettuare negoziati diretti tra le parti e in vista di un cessate il fuoco. Per la prima volta, Marocco e Fronte Polisario venivano esplicitamente indicati come parti in conflitto e si salutò con favore l'atteggiamento della dirigenza saharawi, che si ritirò dal vertice per evitare ulteriori spaccature con il Marocco, relativamente al riconoscimento della Rasd. L'Organizzazione per l'Unità Africana, in seguito ai primi negoziati tra Fronte Polisario e Marocco del 1988, e all'intervento più deciso delle Nazioni Unite, ridurrà il proprio ruolo nella gestione del conflitto, fino ad uscire di scena a causa delle sue difficoltà strutturali.

Il Piano Congiunto Onu/Oua cui Marocco e Fronte Polisario aderirono il 30 agosto 1988, prevedeva un referendum nel quale la popolazione avrebbe scelto l'indipendenza o l'integrazione, ma solo dopo il rispetto del cessate il fuoco. Si dispose che il territorio sarebbe stato messo sotto il controllo delle Nazioni Unite con l'invio di una Missione speciale che avrebbe dovuto sorvegliare il ritiro di parte dell'esercito d'occupazione, il successivo rientro della popolazione rifugiata e lo svolgimento del referendum stesso. Il Segretario Generale Perez de Cuellar, portò quindi all'attenzione del Consiglio di Sicurezza le linee guida del processo di pace, approvato il 29 aprile 1991, con la risoluzione 690. Principali elementi di tale risoluzione erano:

  1. i saharawi avrebbero scelto tra indipendenza e integrazione al Marocco;

  2. il censimento del 1974 sarebbe stato riattualizzato da una commissione;

  3. l'esercito marocchino avrebbe progressivamente ridotto la sua presenza;

  4. l'amministrazione marocchina non si sarebbe ritirata ma le forze dell'Onu avrebbero garantito la sicurezza;

  5. il rappresentante speciale sarebbe stato affiancato dalla Minurso.

Come de Froberville analizza ampiamente74, il nodo centrale dei continui rinvii nella votazione del Piano di pace e delle differenze tra quello del giugno 1990 e quello sancito dalla risoluzione 690, risiedono nell'identificazione del corpo elettorale. Infatti il Piano approvato nel 1991 stabiliva che anche i non censiti nel 1974 che avessero dimostrato di essere saharawi, avrebbero potuto partecipare al referendum. Questa possibilità andava contro le proposizioni congiunte di Onu e Oua (che vedevano nei dati del 1974 l'unica base per il nuovo conteggio), creando un primo oggetto dei contenziosi futuri. La pericolosità di tali elementi era già stata evidenziata dalla Commissione di identificazione la quale, analizzando il censimento spagnolo del 1974, segnalò le lacune che avrebbero potuto stravolgere gli esiti della consultazione75.

L'analisi degli anni che vanno dalla nascita del Fronte Polisario fino alla firma del Piano di pace con il Marocco, ci consente di capire con quali modalità e attraverso quali strategie politiche e militari, esso abbia dapprima intrapreso e poi rinunciato alla guerriglia. Accettando e rispettando il cessate il fuoco imposto dal Piano, il Fronte Polisario ha dimostrato la grande fiducia nel ruolo degli organismi internazionali e la volontà di risolvere il conflitto con la loro mediazione. Questa fiducia emergerà con ancor più chiarezza nel decennio successivo, quando gli ostacoli militari e diplomatici posti dal Marocco metteranno a dura prova sia l'applicazione del Piano di pace che il mantenimento della via pacifica intrapresa.


CAPITOLO 2

GLI INSUCCESSI DELLA VIA DIPLOMATICA

(1991-2005)



2.1. I primi “incidenti di realizzazione”


Come già sottolineato, uno degli aspetti fondamentali che caratterizzano la strategia militare del Fronte Polisario, è il suo profondo significato politico. L'uso delle armi si è configurato fin dal Congresso costitutivo76, come una costrizione dovuta alla strategia del nemico, dunque strettamente collegata agli sviluppi politici e diplomatici del conflitto. Per cui, quando il 17 maggio 1991, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite fissò il cessate il fuoco per il 6 settembre, il Fronte Polisario accettò senza remore tale condizione, necessaria all'applicazione del Piano di pace e allo svolgimento del referendum. Da allora, la rinuncia alla violenza in favore della diplomazia internazionale fu rispettata da tutta la popolazione.

L'inizio vero e proprio del Piano di pace fu tutt'altro che scontato, e per tutta l'estate del 1991 si posero difficoltà logistiche che fecero temere ritardi più gravi. Per esempio, nel mese di luglio il rappresentante speciale dell'Onu, Johannes Manz, non poté recarsi ad El Ayoun a causa della chiusura dei confini da parte del Marocco. O ancora il 12 agosto, un' intera équipe di esperti della Minurso si vide rifiutato il permesso di ingresso nei territori: alla vigilia del cessate il fuoco erano arrivati in Sahara Occidentale solo 200 dei 1700 funzionari previsti. Di fatto, il controllo77 di Hassan II su porti, strade e su tutte le vie di accesso al paese, gli permise di ritardare di qualche mese l'inizio dei lavori della Minurso.

Più gravi ancora furono le iniziative militari intraprese. In agosto, cioé un mese prima del cessate il fuoco, l'esercito marocchino bombardò e distrusse le città di Tifariti e di Bir Lahlou. Gli attacchi nel Sahara Occidentale continuarono anche dopo il 6 settembre, tanto che un rapporto del 1993 attribuì al Marocco 236 violazioni del cessate il fuoco.

Ma la violazione più grave ed eclatante del Piano di pace, fu l'organizzazione di una “Seconda marcia verde78”. Immediatamente denunciata dal Fronte Polisario, essa ebbe luogo il 26 settembre 1991, quando circa 30.000 persone provenienti dalle province di Tan-Tan e Goulimine (nel sud del Marocco) si stabilirono ad El Ayoun, nel Sahara Occidentale. Il governo giustificò quest'operazione dicendo che si trattava del ritorno in patria circa 170.000 saharawi (dunque potenziali votanti) che secoli prima si erano rifugiati nelle province meridionali del Marocco per sfuggire alla colonizzazione spagnola. Di per sé questo spostamento di potenziali votanti daharawi era conforme al rapporto del Segretario generale79, secondo il quale avrebbero potuto partecipare al referendum anche i non censiti nel 1974, maggiorenni e residenti al di fuori dei territori. Tuttavia quel rapporto proibiva che il loro trasferimento venisse effettuato dalle parti in causa, e ne attribuiva all'ACNUR80 la competenza. Pertanto, il fatto che le autorità marocchine si appellassero ad esso per legittimare una nuova “invasione di coloni”, risultò inappropriato.

Secondo il Fronte Polisario il vero motivo di questa Seconda marcia verde era falsare il risultato del referendum facendo votare quei cittadini marocchini residenti negli ex-protettorati di Tarfaya e Ifni che possedevano documenti di identità spagnola, pur non essendo saharawi81. A ciò si aggiungeva un obiettivo a lungo termine ben più rilevante: trasformare il Sahara Occidentale in una provincia marocchina in cui gli elementi culturali saharawi fossero una minoranza82. Questo episodio non venne mai esplicitamente condannato da alcuna organizzazione internazionale poiché, venne detto, esso non costituiva una violazione militare del Piano di pace. Tuttavia le Nazioni Unite vennero fortemente criticate per la loro ambiguità e passività al riguardo.

Altri ritardi nel calendario previsto, furono provocati dalle stesse istituzioni. Per esempio qualche mese prima dell'avvio delle procedure di identificazione, Perez de Cuellar tentò di modificare la costituzione del corpo elettorale, nonostante le vive critiche incontrate e il mancato appoggio del Consiglio di sicurezza. Nell'ultimo rapporto da Segretario83, egli affermò che il ritardo nelle operazioni era dovuto alla complessità del processo di identificazione dei votanti e alla tendenza delle parti ad interpretare in maniere differenti i relativi paragrafi. La sua proposta era di utilizzare nuovi criteri di identificazione, tentando di allargarli oltre il censimento spagnolo (già accettato dalle parti al momento di stipulazione del piano).

Per valutare la corrispondenza ad almeno uno di questi, i potenziali votanti avrebbero dovuto fornire due tipi di prove: documenti ufficiali e testimonianze orali. Cinque erano i criteri proposti:

  1. Essere presenti nel censimento del 1974;

  2. aver vissuto sul territorio come membro di una tribù saharawi all'epoca del censimento, ma non essere stato censito;

  3. essere discendente diretto dei due primi gruppi;

  4. essere figli di padre nato nel territorio;

  5. essere membro di una tribù saharawi e aver vissuto nel territorio per 6 anni consecutivi o 12 discontinui prima del 1 dicembre 1974.

Questi nuovi ciriteri non risolsero affatto le divergenze tra il Fronte Polisario e il Marocco; al contrario ne alimentarono di nuove. Se il primo voleva limitare il corpo elettorale alle persone censite nel 1974 e sosteneva il criterio di cittadinanza territoriale, il secondo cercava proprio una sua estensione per includervi i membri di tribù favorevoli all'integrazione marocchina. Vista la difficoltà nello stabilire chi effettivamente abitasse il Sahara al momento della decolonizzazione, il criterio tribale poteva permettere un allargamento senza limiti dei potenziali votanti84. Per chiarire ulteriormente questo punto, la Commissione di identificazione specificò quanto segue: «Il concetto di appartenenza tribale, non è accettabile, (...) perché la popolazione così definita non è legata al censimento e non corrisponde né ad un determinato periodo, né ad un territorio specifico85».

Superando le iniziali reticenze e mostrando la propria volontà di cooperazione, il Fronte Polisario decise di accettare quattro dei criteri proposti, mentre il Marocco li rifiutò tutti. Nemmeno al Consiglio di Sicurezza piacquero i nuovi criteri: con la risoluzione 725 del 31 dicembre 1991, venne richiesto un nuovo rapporto relativo, che incontrasse il favore delle parti.

Inoltre, siccome contraddicevano le precedenti risoluzioni e gli accordi del 1989, le proposte di Perez de Cuellar misero in crisi la credibilità del Consiglio di Sicurezza, tanto che il presidente della Commissione di identificazione, Frank Ruddy, rassegnò le proprie dimissioni. Lo stesso Manz si dimise, denunciando la mancata presa di posizione di de Cuellar riguardo alla Seconda marcia verde86. Le loro accuse di parzialità saranno in parte avallate dalla notizia, nel gennaio 1993, della nuova carica di de Cuellar a vice presidente della Optorog, società di commercio internazionale per il 70% di proprietà della famiglia reale marocchina.



2.2. Il blocco del processo di identificazione dei votanti


Boutros-Ghali iniziò il suo mandato come Segretario generale delle Nazioni Unite l'1 gennaio 1992. Ex-segretario agli affari esteri d'Egitto, fu accolto in una seduta speciale dai capi di Stato dei 15 paesi rappresentati nel Consiglio di Sicurezza87. Si trattava di un periodo molto positivo per le Nazioni Unite, di precisazione e allargamento delle competenze relative alla gestione e prevenzione dei conflitti, come emerse dal famoso testo “An Agenda for Peace”.

Riguardo alla situazione del Sahara Occidentale, il rapporto del nuovo Segretario fu caratterizzato da un grande realismo: vi si registravano le violazioni al cessate il fuoco88, le divergenze d'interpretazione del Piano, e si avanzava l'ipotesi di abbandonarlo se fosse venuta a mancare la collaborazione. Per la nomina del nuovo Rappresentante speciale, si lasciarono le parti libere di accordarsi su una persona da una lista di dieci nominativi. Avendo il Marocco rifiutato otto di questi, al Fronte Polisario non rimase che accettare Yacoub Khan89.

Nel frattempo Rabat annunciò di voler organizzare le elezioni municipali e legislative, ed un referendum costituzionale che avrebbe coinvolto anche il Sahara Occidentale. Per il Fronte Polisario si trattava di una vera e propria dichiarazione di guerra, che dimostrava il fallimento di un Piano di pace mai iniziato. Boutros-Ghali intervenne personalmente per chiarire che si sarebbe trattato di «elezioni (...) del tutto indipendenti e distinte dalla tenuta di un referendum conformemente al piano dell'Onu»90. Queste si svolsero il 4 settembre 1992 e si rivelarono un successo per il monarca, che indicò tra le sue priorità lo sviluppo del Sahara Occidentale, ormai incluso nel progetto di regionalizzazione del Marocco. In effetti l'anno seguente, il Ministro dell'Interno annunciò un piano di divisione del paese, in regioni dotate di parlamento e governo locale91. Durante le manifestazioni di protesta contro le elezioni organizzate ad Assa, El Ayoun e Smara, vi fu una repressione durissima, ma i vertici dell'Onu dichiararono di non esserne al corrente. Solo nel rapporto del gennaio 1993, il Segretario generale segnalò con preoccupazione l'aumento delle violazioni al cessate il fuoco92.

Visto che le parti mantenevano atteggiamenti che ostacolavano l'applicazione del Piano concordato, Boutros-Ghali propose tre vie per superare l'impasse:

Privilegiando la prima proposta, il 2 marzo 1993 il Consiglio di Sicurezza votò la risoluzione 209, con la quale si approvò l'organizzazione del referendum prima della fine dell'anno. Si scelse di iniziare rapidamente la registrazione dei votanti, cominciando dalle liste aggiornate del censimento del 1974, per mettere in atto quanto già indicato nelle risoluzioni 658 e 690.

Venne annunciato l'inizio della registrazione dei potenziali votanti. Tre erano i passaggi procedurali previsti: la manifestazione dell'intenzione di partecipare al voto (con archiviazione e vaglio della Commissione), l'identificazione (in presenza delle parti, del capo tribù della fazione e dell'osservatore dell'Oua93), e infine l'analisi del dossier in base ai criteri stabiliti, alle testimonianze e alle prove prodotte.

Come già si era immaginato, la presentazione delle prove costituì uno dei capitoli più controversi. Le testimonianze orali e la presenza dei capi tribù suscitarono riserve da entrambe le parti: il Fronte Polisario avrebbe voluto riconoscere solo le prove scritte del periodo coloniale (imparziali poiché precedenti il conflitto) mentre il Marocco diffidava dell'amministrazione spagnola e preferiva le testimonianze orali dei capi tribù. In più il primo, a differenza del secondo, considerava una sotto-fazione come «radicata nel territorio»94 se la maggioranza dei suoi membri era stata censita nel 197495.

Gli ulteriori ritardi, causati dagli interventi del Marocco relativi alle nomine degli osservatori dell'Oua, resero evidente la sua capacità di influire profondamente anche sulle dinamiche interne degli organismi internazionali. Addirittura il 31 ottobre 1994 (a chiusura delle registrazioni dei potenziali votanti) più di 100.000 nuove domande vennero presentate da residenti delle regioni meridionali del Marocco, facendo passare le richieste da 120.25496 a circa 230.000. Fino ad allora erano state valutati i dossier di solo 4000 potenziali elettori: parve chiaro che sarebbe stato impossibile realizzare il referendum entro il febbraio 1995. Vennero moltiplicati i centri operativi della Minurso sia nel Sahara Occidentale che nei campi profughi, rinviando di un anno la consultazione.

Questi continui rallentamenti avevano reso il clima tutt'altro che disteso. Le continue manifestazioni che inneggiavano all'indipendenza provocarono risse, arresti e rappresaglie, tanto che il Consiglio di Sicurezza decise di inviare una propria delegazione. Essa doveva far comprendere alle parti la necessità di collaborare con la Minurso, valutare i progressi nel processo di identificazione, e verificare i problemi relativi alla riduzione delle forze militari, al rilascio dei prigionieri politici e al ritorno dei rifugiati. L'analisi della delegazione fu chiara: «sebbene le parti abbiano il desiderio di mettere in atto il piano di pace, nella pratica hanno difficoltà a cooperare pienamente in tutti gli aspetti del processo, causando continue interruzioni nelle identificazioni»97. La scarsa fiducia e il sospetto tra le parti facevano sì che anche i problemi tecnici venissero ingigantiti e trasformati in questioni politiche. Anche un coordinatore della Minurso espresse preoccupazione per le modalità delle operazioni di identificazione: «nel 60% dei casi, i due capi tribù si trovano in disaccordo. I capi tribù del Polisario hanno grosse difficoltà, perché solo il 20% delle persone che si presentano sono incluse nel censimento, il restante 80% non ha nemmeno i documenti adeguati; non è stato facile convincere i capi tribù a continuare in una tale mancanza di trasparenza»98.

Il 25 giugno il Presidente della Rasd, Mohamad Abdelaziz, annunciò la sospensione della partecipazione al processo di pace. All'origine di questa decisione vi erano le violazioni marocchine al Piano di pace, l'introduzione delle nuove domande di registrazione all'ultimo minuto, e la condanna di otto studenti saharawi a 15/20 anni di prigione per aver partecipato ad una manifestazione. Solo grazie all'intervento di Human Rights Watch, dell'OMDH99 e del Parlamento Europeo, Hassan II ridusse la pena, ed il Fronte Polisario ripristinò la propria partecipazione al processo di pace.

Alla fine del 1994 rimanevano 100.000 nuove domande ad ostacolare l'attuazione del referendum. Esse facevano riferimento alle tribù indicate con le sigle H41, H61, J51/52, abitanti nel sud del Marocco o in Mauritania ed avevano la triplice caratteristica di: non poter essere considerate come radicate nel territorio, non essere menzionate nel censimento spagnolo (nemmeno le loro sotto-fazioni), non avere capi-tribù in grado di riconoscerne i membri. Accettando queste candidature, si sarebbe lasciato a degli elettori che non soddisfacevano nessuno dei criteri stabiliti, di influire per il 14,42% sui voti totali100.

Di fronte all'ennesima inconciliabilità riguardo alla valutazione di queste tribù, il Consiglio di Sicurezza decise di sospendere il processo di identificazione e di ridurre del 20% il personale militare della Minurso101. Questa situazione di stallo nel processo di identificazione dei votanti proseguì fino alla fine del mandato di Boutros-Ghali. A sette anni dalla firma dell'accordo per il Piano di pace, i saharawi non avevano ancora esercitato il loro diritto all'autodeterminazione e buona parte di loro viveva ancora nei campi profughi.



2.3. James Baker e il rilancio del processo di pace


A cercare un nuovo avvio del processo di pace fu James Baker nel 1997. Segretario di Stato americano dal 1989 al 1992, fu nominato nel marzo 1997 Inviato speciale del nuovo Segretario Generale dell'Onu, Kofi Annan. Grazie alla sua statura politica e alla credibilità internazionale di cui godeva, Baker riuscì fin da subito a conquistare una serie di vittorie diplomatiche.

I negoziati indiretti, tenutisi a Londra, rivelarono che entrambe le parti erano disposte a fare delle concessioni per sbloccare la situazione. A Lisbona, nel giugno 1997, si ebbero nuovi negoziati diretti, con la presenza di Baker, che riuscì ad ottenere tre mesi dopo un altro incontro più decisivo ancora. Infatti gli accordi conclusi a Houston, dovevano essere l'ultimo sforzo diplomatico prima del referendum (previsto per il 7 dicembre 1998). Essi riguardarono:

L'operato di Baker e gli sforzi diplomatici delle parti erano riusciti a rivitalizzare il processo di pace e la fiducia delle Nazioni Unite per il buon esito della Minurso. Secondo alcune analisi102, questo successo celava incognite ed ambiguità: era difficile che il Marocco, dopo aver investito un grosso potenziale simbolico ed economico nel “recupero dei territori perduti” del Sahara, potesse giustificare all'opinione pubblica un eventuale ritiro. L'ipotesi è che la riuscita dei negoziati sia stata in qualche modo influenzata dalla prospettiva di aiuti economici e investimenti avanzata dalla diplomazia statunitense. Altre ragioni che avrebbero spinto Rabat a riprendere il processo di pace sarebbero stati la povertà del paese (a fronte delle spese per il mantenimento dell'esercito), la maggiore democratizzazione delle istituzioni e i problemi di successione emersi con la malattia del re.

Il primo dicembre 1997 il processo di identificazione riprese. Ad alcune accuse di tendenziosità della Minurso, avanzate dalla stampa marocchina, rispose lo stesso Kofi Annan103, facendo notare come il processo stesse proseguendo rapidamente e come restassero da identificare solo 20.000 persone. In effetti un comunicato della Commissione di identificazione del 1998, annunciò l'avvenuto riconoscimento di 147.000 votanti104 (di cui ben 87.000 dopo il dicembre 1997), con l'eccezione degli appartenenti ai gruppi tribali “contestati”. Come previsto dagli accordi di Houston, Kofi Annan richiese alla Commissione di procedere all'esame individuale delle domande degli appartenenti a queste tribù.

Nel frattempo l'atteggiamento di Rabat si fece quasi conciliante, tanto che venne riconosciuto ufficialmente lo stato legale della Minurso, e venne siglato un accordo per lo sminamento delle zone non militari del Sahara Occidentale. Purtroppo questo periodo positivo non era destinato a durare a lungo: la morte di Hassan II nel luglio del 1998 e la successione del figlio Mohammad VI causarono ben tre rinvii del referendum105. Più grave ancora, la mancata ufficializzazione della presenza ACNUR, provocò un ritardo fatale nel rimpatrio dei rifugiati106.

In ogni modo una parte delle liste provvisorie venne pubblicata il 15 luglio 1999 e il termine per presentare eventuali ricorsi venne fissato di lì a due mesi. Quasi tutti coloro che erano stati esclusi dalla lista perché non conformi a nemmeno uno dei criteri, presentarono ricorso. Senza contare che doveva ancora concludersi l'identificazione degli appartenenti alle tribù H41, H61, J51/52. Per l'ennesima volta la prospettiva di organizzare il referendum si allontanava anziché avvicinarsi.

Teoricamente la fase finale del processo di identificazione sembrava vicina, ma nella pratica rimanevano molte questioni da regolare, relative all'applicazione del risultato del referendum. Era chiaro che nessuna delle due parti avrebbe accettato una sconfitta e che cooperavano solo perché convinte che la composizione del corpo elettorale avrebbe determinato l'esito del referendum.

2.4. Una “terza via” proposta dall'Onu


Di fronte a quest'ennesima impasse, il Segretario generale si affidò nuovamente al suo inviato personale James Baker, perché organizzasse altri negoziati107. Per la prima volta venne avanzata l'ipotesi di una soluzione politica, cioé di un compromesso negoziato tra le parti, che sancisse un'integrazione totale del Sahara Occidentale al Marocco, la sua piena indipendenza oppure ancora una soluzione intermedia. Da allora ipotesi simili vennero proposte periodicamente (con il nome di accordo-quadro) e tutti i successivi negoziati prevedettero la possibilità di un compromesso che eludesse un referendum immediato. Tale possibilità si concretizzò nella cosiddetta “Terza via”, di cui il Consiglio di Sicurezza incoraggiò l'adozione108. Essa proponeva un'autonomia all'interno del Regno del Marocco per un periodo di quattro anni, al termine dei quali si sarebbe stabilito lo statuto politico definitivo del Sahara Occidentale. Il potere sarebbe stato esercitato in questi termini:

Molti autori109 hanno criticato l'incoerenza di tale progetto, sia per quanto riguarda l'organizzazione dei diversi poteri che per il loro bilanciamento. Potendo partecipare al referendum sullo statuto definitivo del Sahara tutti i residenti da almeno un anno, gli elettori sarebbero stati in prevalenza marocchini. Quasi sicuramente, esso avrebbe assicurato l'integrazione del Sahara Occidentale al Marocco, premiando la politica del fatto compiuto e negando ai saharawi esiliati il diritto all'autodeterminazione.

Durante un vertice tenutosi nel Wyoming nell'agosto 2001, Baker presentò a Fronte Polisario, Algeria e Mauritania il progetto della “terza via”, elaborato in consultazione con il Marocco. Il Fronte Polisario lo rifiutò categoricamente, obiettando che la presenza marocchina non era stata riconosciuta da alcuna organizzazione internazionale, e che pertanto questi non poteva pretendere alcuno statuto di “potenza amministratrice”. Inoltre, sostituendo alla nozione di “popolo saharawi” il concetto di “popolazione del Sahara Occidentale”, il progetto rimaneggiava i criteri già definiti dall'Onu, ed annullava i progressi compiuti nell'identificazione. Garanti dell'accordo furono invece le Nazioni Unite, l'OUA, la Mauritania e soprattutto la Francia e gli Stati Uniti, che fecero molte pressioni per questo tipo di risoluzione del conflitto.

A questo proposito occorre sottolineare che le discussioni riguardo alla “Terza via” furono influenzate dalla sottoscrizione da parte del governo marocchino, di contratti con compagnie straniere per lo sfruttamento delle risorse minerali del Sahara Occidentale110. Questi violavano la risoluzione 46/64 del 1991 dell'Assemblea generale, per la quale: «lo sfruttamento e la razzia dei territori coloniali e di quelli che ancora non hanno realizzato la propria autodeterminazione rispetto agli interessi economici stranieri, in aperta violazione delle risoluzioni dell'Onu in materia, costituiscono una grave minaccia all'integrità e alla prosperità di quei territori».

Di fronte al fallimento del vertice di Wyoming, nel 2002, il Segretario generale propose quattro opzioni per far ripartire il processo di pace: riapprovazione e proseguimento degli accordi di Houston, nuovi confronti tra le parti e l'Inviato speciale (sempre in relazione all'accordo quadro), nuovi negoziati per dividere il territorio conteso, oppure decisione interamente rimessa al Consiglio di Sicurezza. Nel luglio dello stesso anno, Francia, Stati Uniti e Regno Unito presentarono al Consiglio di Sicurezza un progetto che ripropose alle parti l'adesione all'accordo-quadro. Ma i rapporti di forza nel Consiglio di Sicurezza rimanevano invariati111, e perciò tale proposta venne abbandonata, prorogando il mandato della Minurso fino al gennaio 2003 e quello di Baker all'aprile 2004.

L'accordo-quadro del 2001 venne leggermente modificato, andando a costituire il“Peace plan for self-determination of the people of Western Sahara”, ovvero il Piano Baker 2. L'obiettivo era quello di farlo accettare da entrambe le parti. In effetti, con gran sorpresa del Marocco, il Fronte Polisario cambiò strategia decidendo di accettare il Piano nel tentativo di porre fine ad una situazione decennale di negoziato-rinvio-negoziato.

Di fronte all'accettazione comune del Piano Baker 2112, le Nazioni Unite avrebbero potuto procedere alla fase successiva, cioè all'applicazione del piano. Preso alla sprovvista, il Marocco ritrattò ancora le proprie posizioni, dimostrando ancora una volta che ad impedire l'applicazione di tutti i piani di pace proposti, era il timore di dover accettare un esito sfavorevole del referendum.

L'ennesimo naufragio di quanto previsto dai negoziati e la sistematica mancanza di collaborazione di Rabat, spinsero Baker alle dimissioni nel giugno 2004. Anche il successore, Alvaro de Soto, rinunciò al mandato poco tempo dopo. Nel settembre 2005, l'ex-diplomatico olandese Peter van Walsum venne nominato Inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite. La nuova nomina apparve come l'ultima possibilità di individuare una soluzione in merito al referendum, all'autodeterminazione e al ritorno dei rifugiati saharawi.

Per sollecitare una rapida risoluzione, vennero organizzate a partire dal maggio dello stesso anno moltissime manifestazioni. Sia nelle città principali dei territori occupati che in Marocco, la repressione di polizia ed esercito fu sproporzionata e contribuì ad alimentare scontri e violenze per più di sei mesi113. Nel frattempo la diplomazia statunitense, in un rinnovato interesse per la risoluzione della crisi, riuscì ad ottenere dal Fronte Polisario la liberazione degli ultimi quattrocento prigionieri marocchini.

Nel 2005, la situazione del Sahara Occidentale risultava essere molto problematica, e la proposta dell'accordo-quadro aveva allontanato ancora di più la via del referendum di autodeterminazione. Evidenti sono le problematicità che comporterebbe per il Fronte Polisario e per il popolo saharawi l'accettazione di una autonomia sotto la sovranità marocchina o una divisione del territorio tra le due parti. Nel primo caso è impensabile che la regione possa godere di un'effettiva autonomia, sia alla luce dei precedenti storici fin qui analizzati, che della monarchia basato su un esercizio quasi assoluto del potere114. Nel secondo caso il rifiuto è ancor più categorico, in quanto implicherebbe l'unione della regione settentrionale (ovvero Smara, El Ayoun e Bou Craa) al Marocco, lasciando alla Rasd la zona meridionale, priva di risorse naturali115.

Accettare una di queste proposte vorrebbe dire per il Fronte Polisario buttare al vento il sacrificio di trent'anni di lotte e tradire la fiducia dei rifugiati che ancora attendono il ritorno.



2.5. Le violazioni dei diritti umani nei territori occupati


L'articolo 9 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici, ratificato dal Marocco nel 1979, afferma: «Ogni individuo ha il diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona (...) Chiunque sia arrestato o detenuto in base ad un'accusa di carattere penale deve comparire al più presto dinanzi ad un giudice o ad altra autorità competente (...) e ha diritto ad essere giudicato entro un termine ragionevole, o rilasciato». Mentre il governo marocchino aderiva a questa ed alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo, i territori occupati e lo stesso Marocco erano teatro di gravi violazioni dei principi da esse sancite.

Sotto il regime di Hassan II (1975-1999), la strategia repressiva era rivolta ad un annullamento dell'identità saharawi. Furono innumerevoli le violenze registrate nei confronti della popolazione e di quanti considerati simpatizzanti del Fronte Polisario: la polizia controllava anche i più banali segni di carattere nazionale116. Uno dei mezzi di intimidazione più feroci fu la scomparsa di centinaia di civili117 che criticavano l'occupazione marocchina o che si dichiaravano favorevoli all'indipendenza. Ciò consentiva di colpire anche i parenti del cosiddetto nemico: intere famiglie non avevano notizie dei loro cari, che venivano sequestrati in prigioni segrete senza mandato né tanto meno processo.

Nel 1989 si costituì negli accampamenti presso Tindouf, l'AFAPEDRESA, Associazione delle Famiglie dei prigionieri e degli scomparsi saharawi, con lo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale e fare pressione sul governo marocchino per conoscere il destino dei familiari rimasti in Sahara Occidentale. Questa associazione ottenne l'appoggio di Amnesty International che, a partire dagli anni Novanta, raccolse le testimonianze dei sopravvissuti e scoprì la collocazione di alcuni centri segreti di detenzione118. Nel 1991, anche il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite chiese conferma al governo delle localizzazioni delle prigioni, ma venne negata la loro stessa esistenza119.

Tuttavia negare l'evidenza durante quelli che vennero chiamati “anni di piombo”, non fermò le denunce e i rapporti pubblicati dalle associazioni marocchine120 e internazionali.

Queste pressioni, in concomitanza con la firma del Piano di Pace e la presenza della Minurso nei territori, costrinsero il re a liberare molti prigionieri.

Nei rapporti successivi (1992-1993), Amnesty International denunciò l'esistenza di 500 desaparecidos nei territori occupati. Il sovrano prima espulse dal paese l'organizzazione ormai troppo “scomoda”, e poi negò l'accesso alle carceri al Comitato Internazionale della Croce Rossa, violando gli accordi internazionali in materia. A fronte di queste eclatanti violazioni dei diritti dell'uomo, accompagnate dalla determinazione nel celare i pochi processi che avevano luogo121, le risposte da parte dei saharawi furono pacifiche.

L'attuale sovrano Mohamad VI, sembrò intraprendere una politica diversa, in particolare dal 2004, con l'inaugurazione dell'Instance Equité et Rèconciliation. Obiettivo di questa commissione era indagare e fornire risposte alle accuse internazionali di violazione dei diritti umani avvenute tra gli anni Cinquanta e Novanta. Si volevano anche indennizzare le famiglie dei desaparecidos o di quanti erano stati detenuti arbitrariamente. Le modalità di investigazione dello IER erano dunque la raccolta di testimonianze e la consultazione degli archivi.

Questi risultati, positivi anche per la coscienza democratica del Paese, risultarono vani poiché, nell'articolo 6 dello statuto122 si precisava che non si sarebbero potute individuare responsabilità penali. Per cui, dopo le indagini, l'IER non avrebbe potuto identificare pubblicamente i responsabili di tali atti, né avviare procedimenti penali123. Molti di loro sono rimasti membri delle forze di sicurezza e spesso occupano gli stessi posti di comando di un tempo. Responsabile di questa scelta è stato Mohamad VI (l'unico ad aver visionato le accuse dello IER) che non volle rimuoverli dai loro incarichi.

Mi pare interessante, citare il confronto proposto da due giornalisti marocchini124 tra la transizione democratica di paesi come Cile, Argentina, Sudafrica o Uruguay, che hanno tentato di fare luce su un passato di violenza e repressioni processando e condannando i responsabili, e quella del Marocco. Il nuovo sovrano, oltre alla creazione dello IER e ai cambiamenti istituzionali “di facciata”, non ebbe la maturità né la volontà politica di processare i colpevoli e segnare la rottura con il regime precedente.

Questo atteggiamento fu ancor più evidente nel modo in cui le autorità marocchine repressero, imprigionarono, e in alcuni casi torturano, i partecipanti delle manifestazioni del maggio 2005125 ad El Ayoun, Smara, Dakhla, ma anche Agadir, Casablanca, Fès e Marrakech. Novanta persone rimasero in prigione per ore (in alcuni casi giorni) prima di essere rilasciate senza alcuna accusa e denunciarono torture che miravano ad intimidirli e a fargli firmare dichiarazioni di colpevolezza.

In seguito a ciò, Amnesty International inasprì nuovamente i toni della propria denuncia, sostenendo presso tutte le istanze internazionali l'esigenza di un'inchiesta urgente126 che condannasse non solo l'incarcerazione sommaria e le violenze verso i detenuti, ma anche le intimidazioni e i maltrattamenti subiti dagli attivisti locali e dai giornalisti che avevano tentato di indagare sui fatti.

É sufficiente leggere il rapporto del 2006 di Reporters Sans Frontères sulla libertà di stampa, per comprendere come il diritto all'informazione non sia affatto garantito in Marocco, né tanto meno in Sahara Occidentale. I giornalisti marocchini risultano essere liberi di esercitare il loro mestiere, solo se non superano determinati confini posti dal re: la questione territoriale (cioè il Sahara Occidentale), quella politico-religiosa (cioè tutto ciò che riguarda il re), e le inchieste che coinvolgono personalità importanti del Regno.

Tra le tante condanne riportate vi è quella rivolta al Journal Hebdomadaire, denunciato per i dubbi sollevati in un articolo circa l'obiettività di una ricerca (effettuata dal Centro europeo di ricerca, di analisi e di consigli in materia strategica-ESISC, Belgio- e commissionata dal governo marocchino) sul coinvolgimento del Fronte Polisario nelle reti del terrorismo internazionale127. Se confermata in appello, la multa di 274.000 euro, costringerebbe il giornale alla chiusura.

Un altro triste caso di censura, è rappresentato dal redattore capo di Demain Magazine e giornalista Lmrabet128. Questi è stato condannato nel 2003 a quattro anni di prigione, per “oltraggio alla persona del re”, “attentato all'integrità territoriale” e “attentato al regime marocchino”, poi graziati nel 2004. Il tutto per aver pubblicato due articoli apparsi sul quotidiano spagnolo El Mundo e sul settimanale arabo Al Mustakil, nei quali si affermava che i rifugiati dei campi di Tindouf non si sentivano marocchini, né avevano intenzione di tornare in Marocco.

Per quanto riguarda il Sahara Occidentale, la censura è quasi totale: le informazioni possono circolare solo tramite i pochi giornalisti che vi entrano clandestinamente o attraverso Internet. Tuttavia, nonostante dal 2005 i siti creati nei campi profughi siano aumentati, pochi mesi dopo il Ministro delle Comunicazioni marocchino li aveva resi inaccessibili sia dai territori occupati che dal Marocco129.


CAPITOLO 3

SOCIETÀ DEI CAMPI PROFUGHI:

IDENTITÀ e RAPPORTI INTERNAZIONALI



3.1. La rivoluzione sociale come strumento per l'indipendenza


Ripercorrendo gli elementi storici del conflitto per il Sahara Occidentale, i meriti del Fronte Polisario sembrerebbero legati quasi esclusivamente all'abilità strategica nella lotta di autodeterminazione. Dapprima con la forza militare e in seguito scegliendo la via pacifica e diplomatica, il movimento è diventato l'unico interlocutore rappresentativo delle speranze e delle rivendicazioni saharawi presso la comunità internazionale130. Ma questo non fu l'esclusivo interesse: un progetto di più ampio respiro, unì strumenti politici ad una grande attenzione per l'elemento sociale e identitario della popolazione.

Fin dai primi anni le attività del Fronte Polisario si svilupparono lungo due direttive: da un lato la necessaria lotta per la liberazione nazionale, il ritorno in patria e l'indipendenza, dall'altro l'attuazione di una rivoluzione sociale per riorganizzare culturalmente e socialmente la popolazione rifugiata. Come l'antropologa francese Caratini ha evidenziato in un interessante articolo131, i diversi contatti con il sistema “altro” dei colonizzatori prima e del nazionalismo africano poi, avevano agito sui gruppi tribali prima ancora che il Fronte Polisario nascesse. Contribuendo all'elaborazione di un sentimento di appartenenza comune, questi hanno operato per una rivisitazione di concetti di stampo prettamente occidentale, come quelli di “popolo” e “nazione”.

È a partire dall'amministrazione coloniale spagnola, con l'imposizione dei permessi per la transumanza, i documenti di identificazione e l'intensa sedentarizzazione nei pressi delle guarnigioni, che i saharawi iniziarono a percepirsi come un unico gruppo etnico. La nozione di identità etnica e la loro appartenenza ad un gruppo ben definito, emerse in maniera emblematica con il censimento del 1974 effettuato appunto su base “tribale”.

Ricordiamo come l'uso di tali categorie implichi una classificazione, una creazione di etichette del tutto assenti dal sistema concettuale tradizionale, poiché frutto di un'invenzione coloniale132. Paradossalmente fu proprio la complessiva omogeneità delle tribù (qaba'el) per quel che riguardava lingua, religione ed origini, a evitare che si creasse un sistema di antagonismi tra gruppi etnici definiti nelle opposizioni reciproche133.

Un'altra notevole accelerazione che contribuì alla riformulazione dei sistemi culturali saharawi è stata impressa dal contatto con l'ambiente fortemente politicizzato e sindacalizzato delle miniere di fosfati. Sempre nel corso degli anni Cinquanta, concetti quali “indipendenza”, “autonomia”, “nazionalismo”, e “stato” iniziarono a filtrare in alcuni settori della società attraverso le lotte di indipendenza dei paesi magrebini. Combattendo a fianco dell'Armata di liberazione marocchina, alcuni saharawi contribuirono alla riformulazione dei sistemi culturali del Magreb. Il nazionalismo saharawi fu il simbolo di un nuovo sentimento di appartenenza che si stava originando da quella riformulazione identitaria, ovvero di un'unità che si opponeva alla presenza coloniale attraverso le proprie organizzazioni clandestine. Poiché: «E’ nella resistenza a quanto è stato nel tempo, sentito come estraneo e alieno, che si riscontra l'atteggiamento politico che alimenta tuttora il sentimento d’identità nazionale».134

Già durante le prime mobilitazioni del 1973 (che seguirono le sanguinose repressioni di Tantan) le organizzazioni clandestine non tennero volutamente conto dell'appartenenza né della gerarchizzazione tribale dei loro militanti135. Questa volontà di “deconflittualizzare” e “detribalizzare” i rapporti sociali, costituì uno strumento utile alla “risocializzazione” iniziata con la fondazione del Fronte Polisario e proseguita con la proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Il Fronte Polisario si rese conto che l'idea di popolo poteva e doveva essere una vera e propria arma politica per la rivendicazione dell'indipendenza. Di fronte alla comunità internazionale, riconoscere l'esistenza di un popolo significava riconoscere il diritto dei suoi membri a creare una nazione e a determinarne autonomamente il futuro istituzionale.

Era perciò necessario far attecchire i modelli portanti di democrazia e libertà nel sistema di valori di una società che rimaneva ancora in gran parte nomade. Le cose non erano in contraddizione tra loro: i valori dell'ospitalità, della solidarietà ('asabiyya), della fratellanza e dell'onore erano già presenti nella società tribale. L'ostacolo maggiore riguardava invece la struttura sociale e il sistema di relazioni tradizionale, che ripartiva gli individui in gruppi gerarchizzati. Prevalevano sistemi di alleanze tra tribù e fazioni in base ai legami di sangue, creando un potenziale conflitto tra identità del gruppo e principio di uguaglianza.

La dirigenza del Fronte Polisario era ben consapevole di queste difficoltà, ma percepiva la necessità di trasformare la tradizionale confederazione arabo-berbera di tribù nomadi in un popolo che si auto-percepisse come tale, unico ed unito nelle rivendicazioni territoriali e d'indipendenza presso la comunità internazionale. Lo spazio vuoto dell'hammada nel quale gran parte dei saharawi avevano trovato rifugio sin dal 1973, permise loro di far crescere la realtà politica e istituzionale dei campi senza pericolo di scontro con gli elementi tradizionali del paese ospitante.

La “strategia della trasformazione” partì dal simbolico, ovvero dal linguaggio. Venne eliminato il termine qaba'el (o qabila) e i termini che denominavano le diverse tribù. Obiettivo del Fronte Polisario era veicolare l'idea di un'identità saharawi precedente rispetto a quella familiare o tribale, e quindi l'idea di un solo “popolo” (sa' b) con aspirazioni comuni, in grado di dialogare con altri popoli. Tale termine venne utilizzato nell'accezione araba di asaba wahda136 designante un unico gruppo di parentela, estendendo quindi il patto di fratellanza interno alla tribù, a tutti i membri delle altre. In questo modo si evidenziava l'uguaglianza tra tutti i gruppi, primo passo per arrivare all'uguaglianza tra tutti gli individui poiché: «À penser qu'ils étaient tous égaux, il leur fallait d'abord se convaincre qu'ils étaient tous ‘les memes’»137.

Parallelamente si dovette sviluppare l'idea di appartenenza a dei territori nazionali, l'idea di Patria. Anche in questo caso i nomadi saharawi, che pure non erano estranei al concetto di controllo su un territorio, non lo avevano mai inteso come delimitato da confini immutabili, né avevano mai conosciuto la nozione di watan (patria). Lo sforzo fu quello di affiancare alla asaba wahda, l'identità legato ad uno spazio, ad un territorio originariamente condiviso, quello del Sahara Occidentale appunto.

In seguito ai fatti del 1975138 i militanti del Fronte Polisario ottenevano dagli cheikh che si attuasse un processo di unità nazionale che abolisse del tutto il sistema tribale e che sancisse l'uguaglianza delle donne, degli schiavi. Da quel momento in poi, il termine wuld al'-amm (fratello,consanguineo) era sostituito da rafiq/a (compagno/a).

Si convenne inoltre di non utilizzare il nome della propria tribù per designare le proprie origini né di narrarne la storia ai discendenti. Questa netta cesura con il passato avrebbe consentito di sviluppare una nuova identità di popolo. La prospettiva cui si guardava era prepotentemente rivolta al futuro: non più l'antica struttura tribale, ma lo spazio, il territorio della propria Nazione, ovvero ciò per cui si stava combattendo.

I radicali cambiamenti sociali fin qui descritti resero necessaria una maggiore visibilità di alcuni simboli della vita nomade. La presenza dei cammelli, delle khaima (le tende tradizionali che si affiancano nei campi a quelle fornite dall'Onu) e i rituali del thé, rappresentano ancora oggi un forte legame con lo spirito di libertà e adattamento della vita nomade, che certo ha aiutato i saharawi a sopravvivere in quelle condizioni per più di trent'anni.

A questi si è aggiunta la bandiera della Rasd, che nei suoi colori esprime tutto il vissuto saharawi. Essa è composta da tre strisce: nera per la sofferenza del colonialismo, bianca per la lealtà, verde per la speranza dell'indipendenza futura, con il triangolo laterale rosso per il coraggio e il simbolo di richiamo agli arkan dell'islam. Solo con il ritorno nel Sahara Occidentale la bandiera sarà capovolta per assumere un significato di libertà e superamento del passato coloniale139.

Tra i cambiamenti sociali maturati nei campi profughi e alimentati dal Fronte Polisario, i più importanti sono stati quelli legati alle donne140. Vista la scarsa presenza degli uomini impegnati negli scontri militari, esse assunsero un ruolo determinante nell'organizzazione dei campi e della società stessa. Questa situazione fu fortemente promossa dal Fronte Polisario, che in tutti i suoi congressi inserì tra le priorità l'integrazione e la partecipazione della donna nella vita attiva della società. Per esempio nel Congresso del 1976, tra gli obiettivi di politica interna si leggeva: «realizzazione dei diritti politici e sociali della donna, favorendole l'accesso a tutti i settori perché possa assumersi le sue responsabilità nella costruzione nazionale, in conformità con le nostre realtà nazionali»141. Inoltre fin dal 1974 era stata fondata l'Unms (Unione nazionale delle donne saharawi) e oggi le donne sono presenti in tutti i Comitati popolari di base, nelle scuole, negli ospedali, nell'esercito e possono frequentare le scuole superiori e l'università all'estero. La partecipazione delle donne è un oggi un fatto acquisito.

Secondo quanto emerge dalle loro testimonianze e dallo spirito combattivo e determinato che le anima, le donne saharawi sapranno mantenere i ruoli organizzativi e le prerogative assunte nei campi profughi anche una volta raggiunto l'obiettivo del ritorno in Sahara Occidentale e dell'indipendenza nazionale. Come ha detto Aichanana: «Noi non pensiamo di tornare nel nostro paese in condizioni di inferiorità dopo aver lottato fianco a fianco degli uomini su tutti i piani: politico, amministrativo, militare, né per abbandonare i nostri diritti o lasciarli cadere »142.

Il successo della rivoluzione sociale guidata dal Fronte Polisario non fu privo di battute d'arresto. Tra gli anni Ottanta e Novanta, in seguito all'emergere di dissensi interni al partito, sono stati rivangati vecchi attriti tribali. La situazione è stata resa ancor più problematica dalla decisione di utilizzare il censimento spagnolo di vent'anni prima come base per il lavoro della Commissione di identificazione. Quando la Minurso diffuse per radio l'inventario delle tribù e l'appartenenza di ognuno, la popolazione scoprì o riscoprì la propria identità. I giovani, che conobbero tutto ciò per la prima volta, iniziarono ad interessarsene, rileggendo il presente alla luce dei miti di fondazione delle tribù o della storia dei conflitti intestini che il desiderio di unità aveva fatto cancellare.

Ripercorrendo i mutamenti sociali voluti e promossi dal Fronte Polisario, si può notare come essi siano stati in effetti molto utili alla lotta politica dei saharawi e alla loro maturazione politica e sociale. Si è trattato di una rivoluzione sociale guidata, che ha permesso di adattare la struttura sociale di una confederazione di tribù ai linguaggi moderni, unica via per ottenere l'appoggio internazionale indispensabile alla loro lotta.



3.2. La Rasd e il Fronte Polisario nell'amministrazione dei campi


La riorganizzazione della società saharawi sotto il profilo identitario è stata affiancata da un processo analogo nell'ambito politico e amministrativo. Il campo di Tindouf e nella sua organizzazione costituisce l'espressione concreta della coscienza nazionale saharawi, e costituisce per questo un'eccezione rispetto al panorama mondiale dei campi profughi. Questa particolarità è stata così spiegata: «This total participation of refugees in the smooth running of campo life is unique. The running of the camp in other refugee situations is the task of only a few. In the difficult context of enforced exile, frustration, alienation and boredom are usually common factors. But in these camps, the Sahrawi administrative strucutre ensures the involvement of all» 143. Si tratta infatti di campi autogestiti, nei quali si è avviata l'esperienza del governo in esilio, con molte caratteristiche di uno Stato vero e proprio che amministra il campo (concesso in uso dall'Algeria) e il 10% del Sahara Occidentale ad est del muro.

Il campo nacque nell'ottobre 1975, con l'occupazione marocchina di quello che aveva appena cessato di essere il Sahara spagnolo. Il Fronte Polisario guidò la popolazione in fuga dalle bombe verso l'Algeria e i primi accampamenti sorsero in mezzo al deserto, in una località a sud-ovest di Tindouf, detta Hassi Robinet144. La precaria concentrazione di tanta gente in pessime condizioni igieniche provocò ben presto lo scoppio di epidemie, tanto che si dovette disperdere la popolazione in diversi accampamenti su un'area ancor più vasta. Il campo venne suddiviso in quattro wilayas145 (province), comprendente ognuna sei146 dairas (comuni) divise in quartieri, con una scelta terminologica che rimandava alle divisioni amministrative urbane e ad una ricostruzione simbolica del territorio nazionale. L'idea di fondo era rendere la terra dell'esilio una rappresentazione simbolica della patria che si era dovuta abbandonare, cosicché anche i nomi e la disposizione delle wilayas riprendevano quelli delle principali città del Sahara Occidentale147.

La Repubblica Araba Saharawi Democratica nasce in questo contesto, come forma di governo creata dal Fronte Polisario e strumento utile alla lotta per l'indipendenza. Forte è l'interrelazione delle rispettive istituzioni, anche se una certa “divisione dei ruoli” si è delineata in questi trent'anni: al Fronte Polisario l'inquadramento politico/ideologico della popolazione e le scelte strategiche per il futuro della lotta; allo Stato l'amministrazione pratica dei campi. Le attuali condizioni in cui la Rasd opera sono considerate come un “laboratorio”: quest'esperienza sarà realmente messa a frutto solo una volta ottenuta l'indipendenza dei territori occupati, con l'esercizio di una reale sovranità statale148.

La Repubblica, proclamata a Bir Lahlou il 27 febbraio 1976 da El Wali149, si definì: «Araba, islamica, democratica e socialista». Secondo la Costituzione provvisoria, il regime politico si componeva di due organi: il Consiglio della rivoluzione e il Consiglio dei Ministri, mentre l'Armata popolare nazionale (ALPS) avrebbe assicurato l'integrità territoriale. Tre mesi dopo, il III Congresso del Fronte Polisario elaborò la Costituzione definitiva, e individuò gli obiettivi della Rasd a breve e lungo termine, precisandone gli orientamenti ideologici.

Nel 1991 e nel 1999 la Costituzione ha subìto alcune modifiche con le quali si sono introdotti i diritti fondamentali rispettati nelle moderne democrazie: multipartitismo, libertà di espressione e associazione, emancipazione della donna, uguaglianza davanti alla legge, economia di mercato e libertà della proprietà privata, libertà di confessione e di trasferimento sul territorio.

Per quanto riguarda la questione del multipartitismo, oggetto delle principali critiche mosse alla Rasd, mi pare significativo riportare parte dell'articolo 31, nel quale si legge: «Fino alla conquista della sovranità nazionale, il Fronte Polisario rimane l'unico inquadramento politico che raggruppa e mobilita i saharawi, che esprime le loro aspirazioni e il loro legittimo diritto di autodeterminazione e indipendenza, oltre a difendere la loro unità nazionale e a realizzare la costruzione di uno stato saharawi sovrano». Si tratta perciò di un partito unico, giustificato dal desiderio unanime di ritornare nel Sahara. Solo quando ciò accadrà potranno formarsi nuovi partiti politici e il Fronte Polisario verrà sciolto. Altre disposizioni costituzionali, come l'adesione ad un'economia di mercato e il ruolo dell'ALPS, presentano una validità subordinata al ritorno in patria.

Tenendo conto di questi elementi e del contesto in cui si sviluppa la Rasd, non può che stupire il livello organizzativo e la sua complessa struttura istituzionale. Al vertice troviamo il Presidente della Repubblica Mohamed Abdelaziz, che è anche Segretario generale del Fronte Polisario, eletto150 ogni quattro anni. Egli è capo di Stato, capo del governo (cioè del Consiglio del comando di Rivoluzione) e delle forze armate. Inoltre coordina la politica generale, quella estera, garantisce il rispetto della Costituzione e firma le leggi dopo la loro approvazione. Secondo quanto stabilito dall'articolo 57 e 58 della Costituzione151, egli ha il potere di alleggerire le pene e concedere la grazia, nominare i governatori regionali (walis), gli alti funzionari della giustizia e quelli della sicurezza. Il capo dello Stato non è responsabile di fronte all'organo legislativo, nei confronti del quale mantiene il potere di dissoluzione.

Il governo ha un primo ministro e molti ministri, responsabili in prima persona dell'attuazione dei programmi e della regolamentazione dei distretti. Al Primo Ministro spetta il compito di supervisionare l'attività di governo e di stabilire il programma annuale, presentandolo tramite legge finanziaria al Consiglio nazionale.

Altro organo molto importante nel quale si realizza l'interdipendenza con il partito è il Consiglio del comando della Rivoluzione, i cui sette membri sono eletti dal Consiglio nazionale e sono anche membri del Comitato esecutivo del Fronte Polisario. La composizione del Consiglio verrà a coincidere con quella del partito fino a che non si sarà svolto il primo Congresso in terra libera e sovrana.

Il Consiglio Nazionale (o Congresso Popolare Nazionale) è l'organo legislativo della Rasd, ed è composto da 51 membri, eletti ogni diciotto mesi, che si riuniscono due volte l'anno. Si tratta in parte di membri dell'Ufficio Politico del Polisario e in parte di rappresentanti delle dairas, nelle quali sono eletti tramite i rispettivi Congressi Popolari di Base. Al Consiglio spetta il compito di valutare il programma proposto dal governo e, qualora i due terzi dei membri vi si oppongano, il Presidente può scegliere se dissolvere l'assemblea o formare un nuovo gabinetto. L'art. 96 stabilisce che il Consiglio può votare una mozione di censura contro il governo o un singolo ministro.

Alla base di questa complessa piramide amministrativa dello stato in esilio, troviamo i Comitati (o Congressi) Popolari di Base, composti dai rappresentanti e dagli abitanti delle singole dairas. Questi si riuniscono con cadenza annuale per definire la gestione locale, e quadriennale per eleggere i rappresentanti del Congresso Nazionale.

Per quanto riguarda il sistema giudiziario, esso è composto da tribunali di prima istanza, Corti di appello e Corte Suprema, oltre ad un Tribunale militare. Sul loro operato veglia un Consiglio superiore di giustizia, istanza suprema composta da: Presidente della Corte Suprema, due giudici nominati dal Capo di Stato, due dal consiglio nazionale, e tre dall'assemblea generale dei giudici. La Rasd ha poi istituito un'agenzia di stampa ufficiale (Sahara Press Service), una radio nazionale che trasmette sia nei campi profughi che nei territori occupati, un giornale interamente prodotto nei campi (Sahara Libre) e una festa nazionale per commemorare il giorno della sua proclamazione (il 27 febbraio).

Pur configurandosi come un partito unico, non vi sono iscrizioni né adesioni formali al Fronte Polisario: tutta la popolazione vi aderisce automaticamente ed è inquadrata al suo interno. Infatti esso si articola attraverso organizzazioni di massa che garantiscono una dialettica continua al suo interno e nella rappresentazione delle istanze di base della popolazione. Organizzazioni come l'Ujsario (Unione Giovani), l'Unms (Unione Nazionale donne), l'Ugtsario (Unione Generale dei lavoratori) o la Mezzaluna Rossa hanno regolamenti propri, ma il loro operato è in linea con gli obiettivi definiti dal partito.

Da sempre il Fronte Polisario fissa le strategie e i mezzi delle sue azioni politiche, diplomatiche e militari attraverso i Congressi Generali che valutano le condizioni politiche del momento e accettano le proposte della base del movimento. Per esempio l'attuale organizzazione è stata determinata dall’VIII Congresso del giugno 1991 che ha sostituito le precedenti istituzioni152 del Comitato Esecutivo e del Bureau Politico, con il Segretariato Nazionale composto da 54 membri.

Alla base, il Fronte è costituito dalle Sezioni di orientamento provinciale, comunale e nelle cellule, in un sistema di nomina reciproca che assicura la rappresentatività di tutte e il coinvolgimento della popolazione. Nella daira la popolazione è raggruppata in cellule di dieci membri che scelgono un responsabile incaricato della formazione ideologica. Analoghi sono gli organi decisionali a livello di wilaya, che includono chiunque abbia una carica all'interno della daira.

La popolazione adulta153 è obbligata a far parte di uno dei Comitati popolari, che si occupano di educazione, salute, giustizia, produzione e approvvigionamento e che regolano tutte le attività dei campi. Di fatto non vi é separazione tra le attività politiche e quelle economiche, per cui il raggiungimento di una posizione di responsabilità tecnica (amministrativa o economica) ne implica sovente una di tipo politico154. Gli investimenti maggiori per quanto riguarda il personale e le strutture sono rivolti alla sanità e all'educazione. Fin dall'inizio, ogni daira è stata fornita di un dispensario, ogni wilaya di un piccolo ospedale, mentre per i casi più gravi è stato creato un ospedale nazionale, di cui gran parte dei medici sono stati formati all'estero. A dispetto delle carenze materiali, anche a livello educativo sono stati raggiunti ottimi risultati. La popolazione infantile è totalmente alfabetizzata e in ogni comune sono presenti asilo e scuola materna, due sono i collegi nazionali, mentre la formazione liceale ed universitaria dipende dal sostegno estero. Oltre allo spagnolo, affiancato alla lingua ufficiale e alla storia, grande importanza riveste la formazione professionale per tutte quelle mansioni direttamente impiegabili nei campi profughi, e quindi utili alla comunità.

Il sistema di amministrazione, gestione e guida politica assolto dai vari organi statali e partitici, non è immune da crisi interne, problemi di tipo organizzativo o ideologico. Nel 1988 vi è stata una profonda crisi, originata da accuse di abusi di potere tra i più alti responsabili del partito. Le oligarchie che, di fatto, si erano formate, misero a tacere il tutto con la violenza, ma solo una discussione aperta nel Congresso Generale del 1989 e l'istituzione di una nuova struttura unitaria permise di superare la contestazione.

L'opinione di Shelley155, è che quegli eventi siano spiegabili alla luce della difficile evoluzione del Fronte Polisario da organizzazione politico-militare, a movimento di migliaia di persone che non solo diviene responsabile della vita comunitaria nei campi, ma crea una struttura para statale impegnata in rapporti diplomatici internazionali. Il movimento non avrebbe saputo adattare le proprie strutture a tali evoluzioni, con la conseguente competizione di alcuni quadri per un maggior potere individuale o del proprio gruppo tribale originario.

Altri elementi, esterni al sistema statale, hanno causato profondi mutamenti nella società odierna dei campi profughi.

I mutamenti principali sono legati alla circolazione del denaro, che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, ha fatto il suo ingresso nei campi attraverso il pagamento delle pensioni a quanti avevano lavorato nell'amministrazione coloniale spagnola. Inoltre le visite delle delegazioni straniere nei campi, i soggiorni estivi dei bambini156 e lo studio all'estero hanno introdotto nuovi modelli di consumo e differenziazioni economiche tra le famiglie. Si può dire che sia stata alterata l'utopia egualitaria dei campi, che fino ad allora si era mantenuta ripartendo ogni aiuti internazionale e ogni risorsa alimentare disponibile.

L'attuale “disorientamento identitario” riguarda in particolare la generazione nata e cresciuta nei campi la quale, pur non avendo mai visto la patria è stata formata ideologicamente e culturalmente alla lotta di liberazione. Gli interrogativi sulla mancata indipendenza e le inevitabili difficoltà dovute al ritorno alla vita nei campi dopo anni di studio all'estero, rischiano di trasformarsi in una bomba a orologeria. Nonostante l'obiettivo dell'indipendenza e del ritorno in Sahara Occidentale sia immutato nella coscienza di tutti e sia continuamente stimolato dalla partecipazione di tutti, si può parlare di una frustrazione potenzialmente pericolosa per il perdurare di un esilio in condizioni così difficili157.



3.3. Cooperazione internazionale e diplomazia


Altri strumenti importanti che il Fronte Polisario ha utilizzato in questi anni, riguardano la dimensione internazionale dei suoi rapporti diplomatici e umanitari. Da anni alcune agenzie specializzate dell'Onu, dell'Unione Europea e la società civile di alcuni Paesi europei intervengono con progetti di cooperazione che hanno dato un contributo materiale alla popolazione anche nei periodi di minor attenzione degli organismi internazionali.

L'attenzione della società civile e di alcuni ambienti legati alle lotte dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo, ha origine fin dagli anni Settanta. Noto è infatti il sostegno pratico e ideologico della lotta saharawu, venuto della sinistra europea, che nel 1976 organizzò a Parigi la conferenza internazionale: “Pace per il popolo Saharawi”158. Gestita insieme ai comitati di sostegno all'indipendenza saharawi, essa coinvolgeva i partiti comunisti di Francia, Spagna e Italia159, che nel 1979 e 1980 promossero una più intensa mobilitazione nelle rispettive capitali. Anche il X° incontro del Coordinamento europeo dei comitati di sostegno al popolo saharawi, tenutosi a Bologna nel novembre del 1984160 testimonia l'attenzione della Regione alla causa.

Oggi i programmi di aiuto alla popolazione dei campi, che vive interamente di questi aiuti internazionali, hanno diversa provenienza, ma la loro realizzazione avviene sempre in collaborazione con le istituzioni saharawi, organizzate per settori e coordinate dalla Mezzaluna Rossa Saharawi e dal Ministero della Cooperazione. Queste due istituzioni collaborano in maniera permanente nella valutazione periodica dei bisogni, nella ricerca di nuove risorse e nella distribuzione degli aiuti ricevuti, soprattutto in settori fondamentali quali l'alimentazione, l'assistenza medico-sanitaria e la fornitura di materiale logistico. Il coordinamento in loco delle diverse fasi dell'aiuto umanitario è l'aspetto più difficile, in quanto deve garantire un soddisfacimento immediato e costante dei bisogni di base della popolazione, oltre a dover rispettare processi di sviluppo umano sostenibile.

Le iniziative delle Nazioni Unite sono gestite da due importanti agenzie: il PAM (Programma Alimentare Mondiale) e l'ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Quest'ultimo ha fornito moltissimi aiuti alimentari, e rappresenta un interlocutore importante in quanto opera sia nei campi profughi, che nei territori del Sahara Occidentale, dove offre asilo politico. Proprio grazie all'intermediazione dell'ACNUR si sarebbe dovuto attuare un piano di conference-building previsto per permettere ai profughi di intrattenere rapporti telefonici e postali con i propri parenti nel Sahara Occidentale161.

Altro ambito di intervento di varie associazioni internazionali è quello della tutela dei diritti umani. Per esempio la Birdhso, l'Afapedresa o il Forum Vérité et Justice denunciano da anni la violazione dei diritti umani e collaborano con Ong maggiori come Amnesty International o Human Rights Watch nelle azioni di lobbing e sensibilizzazione. Da segnalare inoltre l'originale iniziativa della Sahara Marathon, ovvero una maratona di solidarietà che attraversa l'area dei campi profughi, finalizzata ad attirare l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica internazionale sulla situazione dei Saharawi.

A livello europeo l'ente che maggiormente si occupa di progetti di cooperazione nel Sahara Occidentale è l'European Commission Humanitarian Office (ECHO). Creato per gestire i fondi comunitari per la cooperazione e coordinare l'azione delle Ong europee, l'ECHO opera fin dal 1993 in favore dei saharawi. Da allora ha stanziato più di 100 milioni di euro, intervenendo con aiuti straordinari per arginare le crisi alimentari nei campi. Inoltre in Europa vi è una lunga tradizione di conferenze annuali tra i rappresentanti di comitati, associazioni nazionali, enti locali gemellati, Ong, sindacati e di tutte quelle realtà della società civile e politica che operano in sostegno all'autodeterminazione del popolo saharawi. Nella conferenza del 1994, su proposta dell'ECHO, è stato istituito il Consorzio delle Ong europee, che stabilisce strategie di lavoro comune per tentare di stabilizzare e rendere più omogenei gli interventi e le procedure dei progetti nei campi. Da allora, e nonostante la debolezza delle posizioni politiche ufficiali dei governi162, il numero di iniziative è sensibilmente aumentato e coinvolge oggi: Spagna, Italia, Svezia, Gran Breatagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Francia, Austria, Svizzera e Portogallo.

Nel nostro paese i soggetti maggiormente attivi sono associazioni locali e nazionali, Ong e autonomie locali, sovente riunite in comitati di sostegno o coordinamenti organizzati su base regionale. L'Associazione Nazionale di Solidarietà al Popolo Sharawi (ANSPS) ha sede a Roma, e ad essa fanno riferimento tutti i comitati regionali163. Tre sono le sue attività principali: appoggio politico attraverso la mobilitazione degli enti locali e la pressione sul governo italiano, invio di aiuti alle tendopoli e sostegno dei progetti di accoglienza.

La sensibilità delle autonomie locali italiane verso la situazione dei rifugiati saharawi nasce nel 1983, con l'accoglienza in Toscana di un piccolo gruppo di profughi, ospiti dei sindacati. Il coinvolgimento dell'allora sindaco di Sesto Fiorentino portò non solo alla firma di un gemellaggio con una tendopoli saharawi, ma anche alla creazione di una casa di accoglienza (per lungo tempo sede della rappresentanza del Fronte Polisario) e dell'associazione nazionale. Questo legame è continuato e oggi la Toscana è la regione in cui si registrano il maggior numero di gemellaggi: 35 nella provincia di Firenze, 15 in quella di Pisa, 19 a Pistoia. Anche l'Emilia Romagna sostiene progetti di aiuto umanitario e cooperazione da più di quindici anni, e lo fa grazie a due leggi del Consiglio regionale164. Esiste un Tavolo-paese saharawi che definisce le linee di orientamento, di valutazione ed esecuzione degli interventi ed un accordo di cooperazione tra l'assessorato dell'Emilia Romagna ed il governo della Rasd.

Le iniziative di tutte queste realtà associative e della cooperazione decentrata sono molteplici ed eterogenee. Alcune si svolgono regolarmente un volta l'anno, come l'accoglienza nei mesi estivi dei bambini saharawi (quasi 700 nel 2006) o l'invio, con altre realtà europee, di “Carovane della Solidarietà” verso i campi in Algeria. Molti studenti vengono accolti, con il contributo del Governo Italiano, per completare il ciclo completo dei loro studi universitari in Italia. Altre iniziative più mirate sono volte all'aiuto sanitario (coloro che necessitano di operazioni troppo delicate e difficili per gli ospedali dei campi, vengono operati in Italia) o alla qualificazione professionale.

A queste azioni di solidarietà si affiancano quelle politiche, ovvero risoluzioni, mozioni, dichiarazioni di appoggio e sostegno al Piano di Pace dell'Onu promossi dagli Enti Locali al momento dell'organizzazione di un gemellaggio. Scegliendo proprio la Repubblica dei Saharawi, nel contesto dei campi profughi, e quindi appoggiando una delle parti in conflitto, queste città fanno assumere ai gemellaggi caratteristiche politico-diplomatiche rilevanti, nel tentativo di influenzare l'atteggiamento del governo. Infatti il governo italiano non riconosce la Rasd, ma riconosce il Fronte Polisario come rappresentante del popolo saharawi. Per questo motivo non vi è né ambasciata né statuto diplomatico per la Rasd. Esiste però una sede di rappresentanza del Fronte Polisario a Roma, gestita da Omar Mih che intrattiene una corrispondenza con il Ministero degli Esteri, presso il quale è ricevuto come rappresentante del movimento di liberazione.

L'azione politica del Fronte Polisario nei confronti del governo italiano è di tipo diplomatico, con contatti continui e pressioni perché il nostro paese utilizzi la propria influenza sul Marocco per modificarne gli atteggiamenti sulla questione del Sahara.

CAPITOLO 4

DINAMICHE ATTUALI E PROSPETTIVE FUTURE

DELLA CAUSA SAHARAWI



4.1. Il coinvolgimento delle potenze regionali ed internazionali


Lo status internazionale del Sahara Occidentale è quello di un territorio da decolonizzare, incluso nell'elenco dei territori “non autonomi”.

Accettando il Piano di pace del 1989 di fronte all'Onu, il Marocco si era impegnato nella risoluzione dei problemi legati a questa decolonizzazione di fronte a tutta la comunità internazionale. Aver in seguito impedito la realizzazione di quello e dei numerosi altri progetti sottoscritti, equivale per il diritto internazionale, ad un'azione illegale quindi sanzionabile. Anche le risoluzioni delle Nazioni Unite, che costituiscono atti internazionali, evidenziano come il Marocco sia una potenza occupante e non amministrante, senza diritto di sovranità politica o economica sulle risorse di quel territorio.

Vista la condanna di tale situazione da parte del diritto internazionale vigente, gli Stati non potrebbero assolutamente accettare né contribuire all'utilizzo delle risorse ittiche, petrolifere o di fosfati di un territorio non autonomo. Invece è avvenuto l'esatto contrario. Una delle ragioni dell'attuale impasse diplomatica, è la necessità di molte potenze mondiali di tutelare i propri interessi, relativi per esempio alla vendita di armi o allo sfruttamento delle risorse naturali.

Questo elemento pone da sempre il Marocco in posizione di forza poiché ha modo di fare pressioni sui suoi “clienti” perché gli forniscano appoggio presso le istanze internazionali o non critichino esplicitamente l'occupazione. La perdita del Sahara Occidentale sarebbe quindi un fatto gravissimo, che nessun re ha mai voluto rischiare, non solo per le ingenti perdite economiche, ma anche per l'inevitabile destabilizzazione politica e sociale. La legittimità della monarchia ne sarebbe incrinata, visto l'uso politico del “recupero delle province del Sahara” per distogliere l'attenzione dai problemi di politica interna e per tenere impegnate le forze militari. Una volta presentato il Sahara Occidentale come causa nazionale, ogni singola rivendicazione politica o sociale che si distacchi da quella visione, diventa automaticamente un atto di tradimento contro il re e i “fratelli” marocchini165.

Nel panorama mondiale, il Marocco ha usato per molti anni la scusa della lotta al comunismo per “giustificare” l'occupazione. Con la fine della Guerra fredda, Hassan II è riuscito a mantenere questa dinamica, trasformando il Regno nel più fidato bastione nord-africano contro l'integralismo islamico, la nuova preoccupazione degli alleati occidentali. Sembra però che proprio il costo del mantenimento dei soldati e dei muri costruiti in Sahara Occidentale, abbiano minato la sabbia sotto i piedi dell'attuale sovrano Mohamad VI, aumentando nel Paese il divario tra ricchi e poveri, e rendendo più concreta la possibilità che proprio il Marocco diventi sede di cellule terroristiche166. Come ha notato il celebre José Saramago, da sempre sostenitore della causa dei saharawi: «Finché il Marocco manterrà un freno all'integralismo religioso interno e si mostrerà un alleato fedele, le potenze occidentali non saranno disposte a complicare la vita al re e ad avviare una soluzione vera del conflitto»167.

Perciò è utile capire quali siano le posizioni e gli interessi delle potenze coinvolte, che contribuiscono a determinare la situazione di stallo delle negoziazioni. Fino al riconoscimento da parte delle Nazioni Unite del Fronte Polisario come diretta parte in causa del conflitto, il Marocco ha continuato a considerare l'Algeria la vera protagonista delle rivendicazioni di questo movimento di guerriglia. Senza dubbio l'Algeria è il paese che più ha aiutato il Fronte Polisario con notevoli supporti militari, appoggio politico presso gli organismi internazionali e, ovviamente, nell'accogliere i rifugiati nel suo territorio. Soprattutto a livello militare, l'aiuto algerino é stato strettamente legato al rapporto più o meno teso con il Marocco: maggiori aiuti al Fronte Polisario avrebbero indirettamente danneggiato lo storico rivale168. Dalla nomina di James Baker, le relazioni tra Algeria e Marocco sono in una fase di distensione, tanto che, pur continuando a fornire un supporto materiale alla Rasd e ai campi profughi, l'Algeria si è dichiarata più volte non implicata nel conflitto.

Per quanto riguarda il continente africano, si ricordi l'importante ruolo dell'Organizzazione dell'Unità Africana (ora Unione Africana), dapprima nel riconoscere il Fronte Polisario, e poi nella proposta dei primi incontri diretti, che si concretizzarono con il Piano di Pace congiunto Onu/Oua. Oggi sono 29 i paesi africani che hanno riconosciuto la Rasd169, ma é significativo il fatto che già nell'ottobre del 1981 (cioè molto prima che in Occidente ci si occupasse seriamente delle sorti della nazione in esilio) lo avessero già fatto in 26. Probabilmente lo si deve al fatto che questi paesi, nati da aspri conflitti per l'autodeterminazione e privi di interessi di ordine strategico o economico nel Magreb, erano tutti predisposti a riconoscere la legittimità della lotta del Fronte Polisario.

Questo è uno dei paradossi che emergono dal conflitto e che Lamore170 sottolinea con tanto vigore e indignazione. L'Europa e gli Stati Uniti, che pure si elevano al rango di difensori della democrazia e dei diritti umani su scala mondiale, fanno prevalere i propri interessi commerciali e diventano in alcuni casi i migliori alleati del paese occupante.

Il Parlamento europeo è investito della questione saharawi sin dal 1986, quando un precedente accordo tra Spagna e Marocco e prossimo a scadenza, avrebbe dovuto essere rinegoziato su base comunitaria all'interno della Comunità Economica Europea. Tale accordo, siglato due anni dopo, restava ambiguo circa la sua estensione alle acque su cui si “esercita la giurisdizione del Marocco” ed includeva senza menzionarle le acque territoriali del Sahara Occidentale. A questo punto scoppia un caso sul dovere di tutelare le risorse di un popolo che non si è ancora autodeterminato e si evocano i precedenti, e ben diversi, atteggiamenti della CEE nei confronti della Palestina e della Namibia. Nel concreto il Fronte Polisario otterrà ben poco, ma un ampio dibattito parlamentare si svilupperà sulla questione. Questo episodio rivela come l'Unione Europea abbia da sempre nei confronti dei saharawi un atteggiamento ambiguo, apparentemente meno interessato rispetto, per esempio, al conflitto arabo-palestinese o a quello bosniaco.

La contraddittorietà e l'incoerenza dei comportamenti dell'Unione Europea sono dovuti anche alla sua natura di unico soggetto del diritto internazionale, composto però da diversi organi e Stati membri, che mantengono posizioni autonome sulla questione del Sahara Occidentale. Il Parlamento Europeo, l'organo più indipendente dagli esecutivi dei membri, si è espresso con varie risoluzioni in favore del popolo saharawi, ed è giunto in segno di protesta a negare la sua firma per un protocollo finanziario con il Marocco. Inoltre, grazie all'interesse personale di alcuni parlamentari, nel 1998 è stato istituito l'intergruppo parlamentare “Pace per il Popolo Sahrawi”. Invece la Commissione Europea, che ambisce ad una cooperazione economica con il Magreb, e ad una zona euro-mediterranea di libero scambio, ha sempre evitato di affrontare il problema del conflitto. Gli accordi relativi anche acque territoriali sahariane, non solo hanno sancito la legittimità economica del Marocco, ma hanno consentito ai paesi membri di trarre benefici economici da un'occupazione illegale.

Essendo ancora in via di definizione lo statuto del Sahara Occidentale, gli accordi sulla pesca ed ogni altro accordo relativo allo sfruttamento delle risorse di quei territori, conferisce implicitamente una sovranità politica al Marocco171.

Tra gli stati dell'Unione Europea, le posizioni sono, come già detto, molto diverse. In generale i paesi meno coinvolti in rapporti commerciali con il Marocco, e che non hanno conosciuto un passato coloniale (come Irlanda, Grecia, Svezia e Finlandia) si sono espressi esplicitamente a favore dell'indipendenza. Altri, tra cui Germania, Olanda e Belgio, lo hanno fatto in maniera meno diretta, attendendo la celebrazione del referendum per assumere una posizione ufficiale.

L'Italia, come tutti i paesi europei che ospitano rappresentanze saharawi, è divisa tra il governo centrale, idealmente a favore del referendum ma molto cauto nel far sì che si svolga realmente, e la società civile, che da anni sostiene materialmente la Rasd172. A metà degli anni Novanta un'alleanza con il Marocco prevedeva il rifornimento di armi, l'addestramento dei militari nel loro utilizzo e lo stanziamento di fondi per la cooperazione bilaterale. Nonostante questo grave precedente, negli ultimi anni ci sono stati segni positivi di cambiamento. Il voto favorevole dell'Italia alla risoluzione delle Nazioni Unite per il referendum e la conseguente decisione del Marocco di non ricevere il Presidente del Consiglio, fanno sperare in un ruolo più deciso e coraggioso del nostro governo.

Una realtà molto importante che ha contribuito all'evolversi delle posizioni governative, è quella rappresentata dall'intergruppo parlamentare Italia-Saharawi. Nel marzo 2007, questo ha organizzato un'audizione dell'attivista per i diritti umani Aminatou Haidar davanti al Comitato diritti umani della Camera, il quale sta valutando l'opportunità di una missione nei territori occupati173. Un anno prima la stessa Haidar aveva incontrato in veste di dirigente del Fronte Polisario, il Presidente della Camera Bertinotti.

Anche la Spagna, che oggi appoggia pienamente il processo di autodeterminazione del Sahara Occidentale, non è sempre stata così collaborativa, né si può dire che si sia spesa a livello internazionale per aiutare i saharawi nell'esercizio dei loro diritti. Alcuni sostengono che la Spagna potrebbe imprimere una grossa svolta alla situazione di stallo diplomatico attuale, riconoscendo la Rasd come Stato, e creando un precedente autorevole e un esempio per altri stati europei. Una scelta di questo tipo sarebbe di grande aiuto all'ex-colonia, ma potrebbe pregiudicare gli interessi economici. Se è vero che si tratta soprattutto di una dipendenza marocchina nei confronti delle esportazioni verso la Spagna e non viceversa, quest'ultima è comunque coinvolta direttamente nello sfruttamento delle risorse presenti nei territori occupati. Al momento della firma dell'Accordo di Madrid del 1975 (con il quale si cedevano i territori coloniali a Marocco e Mauritania), ci si preoccupò di mantenere alcuni monopoli economici. Per questo l'Istituto Nazionale Spagnolo dell'Industria possiede il 30% delle azioni della società Fosboucraa, mentre la restante parte è di proprietà del regno marocchino174, che risulta il secondo produttore mondiale di fosfati. Inoltre dalla metà degli anni Novanta, il fattore dell'immigrazione clandestina ha rafforzato i legami tra Spagna e Marocco.

Ciò non toglie che la società spagnola sia molto sensibile alla causa saharawi e che sia palpabile un sentimento di colpevolezza per le modalità con cui alla morte di Franco la classe politica “se ne lavò le mani” della decolonizzazione del Sahara Occidentale. Come visto in precedenza, questo sentimento si traduce in una grande solidarietà verso i rifugiati dei campi algerini175 e verso la popolazione dei territori occupati.

La Francia è l'altra potenza europea che ha grandemente influenzato il conflitto. Essa ha sporadicamete affermato il diritto all'autodeterminazione, ma rimane legata da questioni politiche, economiche e culturali al Regno del Marocco, che considera il punto di riferimento della propria politica nell'area magrebina. Sia all'interno delle sedi europee che presso le Nazioni Unite, dove possiede il potere di veto non ha mai avanzato alcun appoggio ufficiale. È possibile individuare tre fasi principali nel suo coinvolgimento, scandite dall'orientamento dei governi che si sono succeduti176. Durante la Francia di Giscard d'Estaing, il Marocco fu un intermediario fidato della politica africana e araba e la neutralità francese sul dossier saharawi rispondeva alla necessità di una stabilità regionale (contrapposta all'asse Libia-Algeria). I primi anni Ottanta videro un sostanziale cambiamento, operato da Mitterand e dal suo partito socialista (che solidarizzava con il Fronte Polisario) attraverso anche un certo riequilibrio delle relazioni con l'Algeria. Ma questa strategia durò poco: dal 1983 si seguì una maggior neutralità e la Francia rimase il primo paese nel risanamento del debito pubblico e negli aiuti finanziari verso il Marocco. Altro momento di crisi nelle relazioni dei due paesi fu nel 1990, con la pubblicazione di un saggio177 che svelava i lati più autoritari del Regno, e l'annuncio della visita di Danielle Mitterand ai campi di Tindouf. Ma anche qui tutto si risolse senza incrinature permanenti, come dichiarò il Ministro degli esteri marocchino: «Sono intervenuto per far comprendere alla signora Mitterand che la sua presenza personale poteva colorare l'avvenimento con un significato politico...e ha voluto ben comprendere il mio messaggio»178.

Sembra dunque che la Francia non potesse permettersi, come non lo può ora, cattive relazioni con il Marocco, a causa degli immensi interessi commerciali e finanziari dei suoi cittadini e perché essa lo considera un baluardo contro l'integralismo islamico.

Tuttavia questa giustificazione sarebbe legittima solo se il Fronte Polisario fosse una forza integralista. Ma non è così. In passato, quando il Marocco era il miglior baluardo magrebino contro la minaccia comunista, si era accusato il Fronte Polisario di essere parte di questo complotto, nonostante l'Unione Sovietica né alcun paese dell'Est avesse riconosciuto la Rasd.

Per quanto riguarda invece la sensibilità dei francesi riguardo alla questione, la scarsa conoscenza in merito sarebbe dovuta ad un problema di informazione mediatica. Secondo alcuni179, i legami tra gli editori francesi e il Marocco180 sarebbero così solidi da non permettere la pubblicazione di informazioni favorevoli sui saharawi né sugli eventi che hanno portato alla situazione attuale. Queste ciritiche coinvolgono gli intellettuali francesi, liberi di indagare e scrivere sulle violazioni dei diritti umani in Kosovo, Tibet o Cecenia, ma colpevoli di una grande auto-censura riguardo a quelle perpetrate dal Marocco. Fortunatamente negli ultimi anni la società civile francese sembra essere più coinvolta ma le iniziative rimangono molto poche e scarsamente supportate dalle istituzioni181.

Contrariamente alla Francia, gli Stati Uniti non hanno interessi economici già consolidati da difendere, e sostengono apertamente una rapida soluzione del conflitto. Per questo con la fine della Guerra fredda, si è registrato un maggiore impegno e sforzo diplomatico per far dialogare le parti. Fino ai primi anni Novanta, la linea politica degli Stati Uniti riguardo al conflitto fu assolutamente chiara e coerente: pieno sostegno (anche militare) a Rabat nell'osteggiare il Fronte Polisario, considerato un movimento di guerriglia sotto influenza sovietica. Successivamente, partendo dall'interesse personale di alcuni democratici del Congresso182, l'amministrazione Clinton riuscì ad imporre al Marocco un nuovo calendario referendario e le nuove negoziazioni, gestite dagli abili diplomatici Baker e Ruddy.

A testimonianza del graduale miglioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Fronte Polisario, si veda la recente scelta dell'ambasciatore di Rabat, Thomas Riley, di non coinvolgere il Consiglio reale consultivo per gli affari saharawi (CORCAS) nelle negoziazioni del giugno-agosto 2007. La notizia ha suscitato molto scalpore in Marocco183, in quanto escludendo l'organo monarchico preposto ai rapporti coi saharawi, di fatto se ne considera unico rappresentante il Fronte Polisario.



4.2. I negoziati del 2007


Dopo aver passato in rassegna gli interessi delle potenze mondiali, attori indirettamente coinvolti nel conflitto, è utile capire quali siano, e soprattutto se ci siano degli sviluppi significativi nei rapporti tra Fronte Polisario e Marocco. Sono passati più di quindici anni dacché il Piano di pace era stato firmato tra le parti, e dopo incessanti rinvii, una seconda marcia verde e accordi di compromesso mai attuati, il diritto all'autodeterminazione non è stato rispettato. Dopo il tentativo del 2006 del Consiglio di Sicurezza di votare una risoluzione che pacificasse l'area e dopo il veto francese alla sua adozione, è stata votata una risoluzione nell'aprile di quest'anno, per organizzare una serie di negoziati diretti tra le parti184.

L'11 e il 12 aprile entrambe le parti avevano presentato al Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, due progetti, con le rispettive proposte riguardo ad una risoluzione pacifica e politica del conflitto per il Sahara Occidentale. Mentre la proposta del Fronte Polisario partiva dal referendum come unico strumento in grado di garantire quell'esercizio dell'autodeterminazione del popolo saharawi appoggiato da numerose risoluzioni, il progetto del Marocco si articolava a partire dalla sovranità del Marocco. Su questa base si prospettava il riconoscimento delle specificità sociali e politiche saharawi, e la garanzia di una certa autonomia. Si trattava dunque di proposte molto diverse: una richiedeva ancora una consultazione della popolazione, rimandata da più di dieci anni, mentre l'altro non prevedeva alternativa ad un'autonomia “concessa” dal Regno ad un “suo” territorio.

I testi furono oggetto di una presentazione ufficiale e vennero utilizzati come punto di partenza per l'avvio delle discussioni avvenute durante il primo round dei negoziati185. Infatti la presentazione dei due progetti coincise con l'annuncio del nuovo presidente del Consiglio di Sicurezza circa una nuova presa in esame di questo conflitto. Sempre nel mese di aprile, sarebbe stato presentato il rapporto del Segretario Generale circa l'evoluzione della situazione in Sahara Occidentale e avrebbe avuto luogo il voto sul proseguimento della Minurso186. In quell'occasione il Consiglio di Sicurezza prorogò di sei mesi il mandato della Minurso e adottò all'unanimità una risoluzione nella quale si invitavano il Marocco ed il Fronte Polisario a partecipare a delle negoziazioni.

In particolare la risoluzione 1754, votata il 30 aprile, ricordava la necessità del rispetto degli accordi di cessate il fuoco, e si proponeva di raggiungere «una soluzione politica giusta, durevole e accettata da entrambe le parti, per permettere l'autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale»187. Il Consiglio incaricava il Segretario Generale di organizzare le negoziazioni e lo pregava di presentargli un rapporto sui loro esiti. Sia il Marocco (le cui proposte di autonomia incontrarono il favore della Francia e degli Stati Uniti), che il Fronte Polisario accolsero favorevolmente la risoluzione 1754. Probabilmente eccedendo in ottimismo, il Segretariato Nazionale di quest'ultimo la lesse come una consacrazione del diritto all'autodeterminazione e quindi un riconoscimento della legittimità della causa saharawi188.

A livello internazionale parole di sostegno alla risoluzione e al popolo saharawi vennero dal Vice-ministro italiano degli Esteri, Ugo Intini, mentre il convinto appoggio degli Stati Uniti al progetto di autonomia del Marocco fu letto da alcuni189 come segno di instabilità delle posizioni americane. Nel frattempo, anche il Comitato speciale incaricato dello studio sull'applicazione della Dichiarazione sull'indipendenza dei paesi e dei popoli coloniali (detto anche Comitato dei Ventiquattro), decise di riesaminare la questione e di inviarne rapporto alla Commissione per le politiche di decolonizzazione, affinché l'analizzasse durante la 62° sessione dell'Assemblea Generale.

Tra il 15 e il 20 maggio, una missione delle Nazioni Unite visitò la regione per concordare con le parti le modalità e i tempi dello svolgimento dei negoziati. Ciò stabilito, si poté procedere e le negoziazioni ebbero luogo il 18 e 19 luglio a Manhesset (Stato di New York), e furono dirette dall'Inviato personale del Segretario generale, Peter Van Walsum e da Julian Harston, inviato speciale per il Sahara Occidentale nonché coordinatore della Minurso.

La delegazione del Fronte Polisario era guidata dal presidente del Parlamento saharawi, Mahfoud Ali Beiba, accompagnato da altri cinque membri della direzione del partito, gli stessi che avevano partecipato alle negoziazioni del 1997, che sfociarono poi negli accordi di Houston. Quella del Marocco era invece presieduta dal ministro dell'Interno, Chakib Benmoussa. Erano inoltre presenti nelle sessioni di apertura e chiusura degli incontri, dei rappresentanti della Mauritania e dell'Algeria, che sono stati consultati separatamente. Il primo round permise alle due parti di conoscere nel dettaglio la proposta formulata dalla controparte e di avanzarne le relative critiche e contro proposte. In questo senso spettò ai mediatori presenti il difficile tentativo di ricondurre le discussioni all'analisi di temi più specifici, come le questioni relative ai rifugiati, ai prigionieri politici, ai diritti dell'uomo o al futuro economico del Sahara.

Come previsto, sono seguiti gli incontri del 10 e 11 agosto. La delegazione saharawi ha ribadito la propria volontà di affidare la scelta tra più opzioni al popolo, e ha richiesto esplicitamente al Marocco di cessare le sue pratiche repressive e le violazioni dei diritti umani nei territori occupati. Lo stesso è valso per il Marocco, che non cambiò minimamente la propria posizione riguardo alle vie d'uscite dal conflitto. Ecco parte di una dichiarazione del presidente del Consiglio Reale consultivo per le tematiche legate al Sahara (CORCAS): «l'autonomia costituisce l'unica via realista per risolvere la questione» nel senso che essa permette di «preservare l'unità e la sovranità del Regno, pur accordando alle popolazioni locali la totalità dei diritti relativi alla gestione interna»190.

Visti questi presupposti, non stupisce anche il secondo round dei negoziati non abbia fatto registrare passi avanti nel raggiungimento di accordi politici in grado di rispettare il diritto all'autodeterminazione191. Soprattutto da parte delle istituzioni del Fronte Polisario vi è un certo sconcerto, un dibattito aperto riguardo all'esito dei negoziati appena conclusi. Certamente la loro utilità non viene messa in dubbio, ma alcuni parlano di intransigenza e mancanza di flessibilità nei discorsi del Marocco, altri invece ritengono che sia prematuro avanzare un giudizio. Se per i primi sarà molto difficile trovare un accordo dal momento in cui il Marocco vuole imporre l'autonomia senza una reale autodeterminazione, i secondi vedono comunque i vantaggi che potrebbero derivare dal proseguimento dal processo di ricerca di una soluzione politica192.

Infatti i negoziati diretti proseguiranno, come previsto dalla risoluzione 1754, con un nuovo incontro in una capitale europea, probabilmente in dicembre. Se in quell'occasione si accettasse il presupposto marocchino che il Sahara Occidentale sia parte del Regno equivarrebbe a creare un precedente storico nelle Nazioni Unite di approvazione dell'espansione territoriale di un paese con la forza militare.

Alcune analisi suggeriscono che l'intero progetto proposto dal Marocco, se anche venisse accettato dal Fronte Polisario, non risolverebbe esaustivamente molti aspetti pratici della questione e anzi aprirebbe la via ad uno stato di tensione permanente. Per esempio il progetto non chiarisce il grado di autonomia che verrebbe accordato al Sahara Occidentale dallo spinoso punto di vista dello sfruttamento delle risorse naturali. Visto che al re è conferita un'autorità assoluta dall'articolo 19 della Costituzione, e visto che secondo il progetto di autonomia lo Stato conserverà i suoi poteri nei domini reali della difesa, delle relazioni estere, e delle prerogative costituzionali, di fatto è al re che viene lasciata un'ampia e “pericolosa” libertà di interpretazione della clausola193.

Il progetto marocchino porterebbe in sé alcune contraddizioni nei meriti e nei termini della questione, che ridurrebbero la credibilità della proposta e la sua applicabilità. In esso si accetta esplicitamente il principio dell'autodeterminazione; tuttavia in altri passaggi del testo è esattamente il contrario. La premessa su cui si basa l'intero piano, ovvero il fatto che il Sahara Occidentale sia attualmente sotto la sovranità marocchina, è falsa e opposta al principio dell'autodeterminazione194. Secondo questo, il destino di un territorio dipende dalla decisione della sua popolazione originaria. Ciò implicherebbe un riconoscimento del fatto che tali territori appartengono a quella popolazione, non allo Stato che continua a considerarla una “sua” provincia.

Analizzando la compatibilità tra gli elementi istituzionali che si vorrebbero introdurre e la Costituzione marocchina, altri elementi risultano poco chiari e inverosimilmente “attuabili”. Innanzitutto non vi è possibilità che in una monarchia assoluta ci sia posto per degli “organi indipendenti” di amministrazione del Sahara Occidentale, né per un efficace ed equo sistema di risoluzione dei potenziali conflitti per le rispettive competenze. In secondo luogo il progetto afferma che in caso di accettazione da parte del Fronte Polisario, la Costituzione verrebbe revisionata e lo statuto di autonomia sarebbe incorporato ad essa, a dimostrazione della sua stabilità e della sua rilevanza nell'ordinamento legale nazionale. Peccato che, trasformando un eventuale Statuto in appendice della Costituzione, esso potrebbe essere agevolmente modificato, come prevede la Legge, dal popolo marocchino (ovvero dal re) senza possibilità di opposizione da parte dei saharawi195.

Inoltre nel punto 25 del progetto si legge che «le popolazioni della regione potranno godere di tutte le garanzie previste dalla Costituzione marocchina per quanto riguarda i diritti umani». Ovviamente le “garanzie” presenti dalla Costituzione sarebbero già dovute ai saharawi che vivono nei territori occupati, ma non sono state rispettate: che lo si faccia in un contesto di autonomia territoriale è puro sarcasmo. Infine non viene specificato il corpo elettorale per la successiva consultazione, lasciando aperta la porta ad interminabili rinvii e discussioni tecniche, come già avvenuto per il Piano di pace del 1989 continuamente rimandato per i problemi di identificazione dei votanti.

Una possibile evoluzione nelle posizioni marocchine potrebbe avvenire nel corso del prossimo mese, con le elezioni legislative del 7 settembre196. In realtà le possibilità che i negoziati del 2007 sfocino in accordi effettivamente accettati e applicabili dalle due parti, sono molto scarse. Come già affermato in precedenza, troppo differenti sembrano le concezioni di «soluzione che permetta l'esercizio dell'autodeterminazione del popolo saharawi» secondo quanto auspicato dalla risoluzione 1754.



4.3. Possibile deriva islamista nel futuro del Fronte Polisario?


L’attuale immobilità delle vie diplomatiche porta ad un rischio effettivo di disgregazione dell’assetto sociale costruito in questi trent'anni nei campi, così come nei territori occupati. Nonostante quello che sembra essere un incessante impegno di trasmissione generazionale, è inevitabile chiedersi se le nuove generazioni potranno portare avanti il progetto sociale e politico avviato dalla Rivoluzione sociale del Polisario.

Le prospettive interne ed esterne che il Fronte Polisario ha scelto finora sono state rivolte al “congelamento” del conflitto violento e alla ricerca di una via pacifica per ottenere ascolto e legittimazione a livello internazionale. Tuttavia, gli scenari attuali del continuo proliferare di gruppi legati al fondamentalismo islamico nel Magreb, portano a chiedersi se resistere a tale deriva potrà costituire una nuova “sfida” per il futuro del Fronte Polisario. Tale tendenza si registra non solo nei suoi tratti più violenti ed estremi, ma nelle stesse dinamiche politiche del Marocco, al punto che (secondo i sondaggi) nelle imminenti elezioni legislative del 7 settembre, il risultato degli islamisti moderati del Partis de la justice et du développement (PJD) potrebbe superare il 40%197.

La preoccupazione per la presenza di gruppi di stampo fondamentalista è alta da quando, nel giugno 2002, i servizi di sicurezza del Marocco diffusero la notizia di aver intercettato una cellula di al-Qaeda198. Il gruppo stava organizzando un attacco che sarebbe partito dai possedimenti spagnoli di Ceuta e Melilla contro navi statunitensi e britanniche che solcano abitualmente lo Stretto di Gibilterra. Nello stesso periodo venne diffuso il rapporto di un agente segreto marocchino che era riuscito ad infiltrarsi in al-Qaeda e nel 2001 aveva messo in guardia Washington contro un attacco su larga scala199. Intanto il caos e le polemiche seguite in Algeria all'amnistia per migliaia di militanti islamisti200 contribuirono a far emergere il Marocco come unico paese moderato del Magreb, la cui amicizia poteva garantire alle potenze occidentali un valido aiuto nella lotta al terrorismo.

Conseguentemente all'appoggio e all'eccessivo filo-americanismo della sua politica estera, anche il “corrotto” Muhamad VI iniziò a temere l'ira dei terroristi, esplosa nel Maggio 2003 con l'attentato a Casablanca di tredici kamikaze, tutti di origine marocchina. Nell'aprile di quest'anno, un attentato fallito, ha fatto crescere ancor di più l'allarme terrorismo201, già alto dopo l'arresto, la settimana scorsa, di Saad Houssaini, sospettato di essere coinvolto negli attentati di Casablanca e di Madrid, del marzo 2004. Proprio questi ultimi sarebbero stati organizzati dal Gruppo islamico dei combattenti marocchini (GCIM), cui parte dei membri avrebbe partecipato alla guerra in Afghanistan. A questa minaccia interna, si aggiunge la probabile unione del GCIM con il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (GSPC) dell'Algeria. Creato alla fine degli anni Novanta dai dissidenti del Gruppo islamico armato (GIA), esso si è unito alla rete di al-Qaeda nel settembre 2006, entrando nella cerchia dei gruppi jihadisti riconosciuti non solo su scala locale bensì mondiale202. Il GSPC sarebbe quindi stato “incaricato” dai leader di al-Qaeda di unificare i gruppi islamisti dei paesi del Magreb e di creare un nuovo e compatto fronte contro francesi ed americani.

In questo contesto esplosivo, si inseriscono le notizie di propaganda del Regno (debitamente diffuse dagli organi di stampa) secondo cui vi sarebbero legami tra alcune frange del Fronte Polisario e la stessa al-Qaeda, che appoggerebbe la causa saharawi per colpire il Marocco filo-occidentale e gli interessi di Francia e Stati Uniti203. Il Ministro della Giustizia ha affermato che questa cooperazione «confermata dai rapporti dei servizi internazionali di intelligence », si starebbe compiendo con l'intermediazione del GSPC algerino visto che «Il Polisario considera come amici i nemici dei suoi nemici»204.

La stampa marocchina205 ha diffuso la notizia del ritrovamento ad El Ayoun (nei territori occupati) di una serie di materiali informativi che illustravano ed invitavano a compiere atti di sabotaggio, firmati da misteriose “Falangi del martire El Ouali”. Si tratterebbe di un gruppuscolo composto essenzialmente da giovani radicali saharawi, assistiti da altri membri delusi dal Fronte Polisario, che avrebbero deciso di ricorrere ad azioni di stampo terroristico nelle province meridionali del Paese. A sostegno di queste notizie, venivano citati alcuni articoli della stampa estera206 e un rapporto diffuso dallo European Strategic Intelligence and Security Center, i quali annunciano un probabile riorientamento terroristico del movimento, che costituirebbe una nuova minaccia alla stabilità dell'Africa subsahariana e dell'Europa.

Di fronte a queste notizie e accuse, nessuna risposta esplicita è venuta da parte del Fronte Polisario né dalla sua agenzia di stampa, che considera sufficiente ribadire in tutte le dichiarazioni ufficiali la volontà continuare a rispettare il cessate il fuoco. Mi pare che una deriva del Fronte Polisario verso il terrorismo a sfondo fondamentalista sia improbabile. È vero che, soprattutto tra le frange più giovani del movimento, e in particolare nei territori occupati si risente una certa frustrazione aumentata dalla repressione dei tratti culturali saharawi e alle violazioni dei diritti umani che continuano nell'impunità e nel silenzio della comunità internazionale. Sentimenti diversi sono quelli dei giovani dei campi profughi, che una volta ritornati dai loro studi universitari all'estero, sentono molto forte il dovere di mettersi al servizio della comunità con le nuove competenze acquisite. La loro è un'esperienza più difficile per quanto riguarda l'isolamento e la difficoltà della vita nel deserto, ma è anche più vicina al progetto politico e istituzionale del Fronte Polisario e della Rasd. Pare perciò più fondato il timore del pericolo che i metodi dei gruppi fondamentalisti facciano presa nel contesto urbano del Sahara Occidentale a stretto contatto con le istituzioni marocchine, che in quello desertico di Tindouf.

Quanti hanno rapporti con il Fronte Polisario e che conoscono la realtà politica della nazione in esilio207, ritengono impossibile che esso decida di intraprendere la via del terrorismo per dare maggior visibilità alla propria causa e rivendicare l'indipendenza. Dopo la coraggiosa scelta di rinunciare alla guerriglia per intraprendere esclusivamente vie diplomatiche, il Fronte Polisario sa che abbandonandole perderebbe ogni appoggio internazionale208. La maturità politica dimostrata nella creazione di istituzioni politiche in grado di gestire quasi 200.000 persone in un deserto asprissimo e l'abilità nel far riconoscere la Rasd da ben 80 stati, non potrebbe permettere di gettare al vento queste conquiste. Inoltre la partecipazione nell'amministrazione dei campi che il Fronte Polisario ha organizzato, ha fatto crescere un senso democratico, una sensibilità verso la res publica tale per cui oggi è difficile immaginare un rovesciamento di quei valori.

Per quanto riguarda l’impatto mediatico dei conflitti e la sua corrispondenza diplomatica, vi è una forte consapevolezza, tra i Saharawi, che la ripresa di una lotta armata o l’attuazione di dimostrazioni violente potrebbe richiamare l’attenzione internazionale, facendo della loro situazione una problematica più visibile e urgente. Questa consapevolezza rischia ogni giorno di più di configurarsi come unica soluzione, data l’immobilità e l’insufficienza dei percorsi diplomatici ma, fino a questo momento, la loro compattezza sociale ha contribuito ad un fermo rifiuto della ripresa del conflitto. Ciò non significa che la “testardaggine” nel proseguimento dei mezzi pacifici da parte del Fronte Polisario, non si scontrerà mai con il pericolo concreto che parte dei suoi membri o della popolazione ripropongano l'utilizzo della violenza. Se anche i negoziati intrapresi in giugno ed agosto si risolveranno in un nulla di fatto, è possibile che nei prossimi anni il rischio di adesione di alcuni singoli a gruppi di stampo fondamentalista si faccia più concreto.

Di questi sentimenti nei confronti di rivendicazioni che non riescono a trovare una soluzione, si è fatto interprete Lamore nel passaggio che segue: «Per quanto ci riguarda non abbiamo altra scelta se non quella di continuare la nostra lotta. L'abbiamo portata avanti in modo pulito; non abbiamo mai fatto ricorso al terrorismo. Siamo un popolo degno, nobile, pacifico e coraggioso che ha fronteggiato simultaneamente l'esercito di tre paesi (...). E' il deserto più duro del mondo. Ma noi siamo lì da venticinque anni. Non siamo lì per giocare il gioco della sinistra, degli intellettuali. Si tratta della nostra causa nazionale, del nostro territorio e della nostra gente. E continueremo. (...) Abbiamo fatto tutto il possibile per trovare una soluzione politica. Se la via politica fallirà, perché la comunità internazionale non ha la volontà di far svolgere un referendum regolare, allora noi continueremo la lotta con altri mezzi. Questo deve essere ben chiaro»209.

CONCLUSIONE



Considerando che i negoziati diretti di giugno proseguiranno nel dicembre prossimo, e che gli elementi che oppongono il Marocco e il Fronte Polisario persistono, non è ipotizzabile un'imminente risoluzione del conflitto, né si possono trarre conclusioni in merito ad esso. Troppe volte nel corso degli anni è sembrato che la situazione si stesse sbloccando, che i negoziati segnassero punti di svolta importanti. Ma così non è stato, e oggi non possiamo dire se, e ancor meno quando, la popolazione che abitava il Sahara Occidentale al momento della decolonizzazione potrà esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione. Non possiamo dire quando i profughi saharawi potranno tornare nei territori che hanno dovuto abbandonare, né se questi saranno province autonome del Marocco o in via di indipendenza. Per questo l'analisi compiuta in questo elaborato non vuol essere nient'altro che un'introduzione a quegli aspetti della questione del Sahara Occidentale, che vedono il Fronte Polisario divenire l'attore principale delle rivendicazioni del popolo saharawi.

Ripercorrendo le fasi storiche che hanno scandito i tentativi di risoluzione del conflitto, si è cercato di evidenziare l'importanza e il coraggio delle scelte che hanno optato per una trasformazione da movimento armato a partito indipendentista di una Repubblica in esilio nel deserto.

In questo passaggio fondamentale, il cessate il fuoco ha sospeso un conflitto che durava da quindici anni e doveva precedere il referendum previsto per il 1992. Da allora, nonostante i rallentamenti e gli ostacoli posti dal Marocco ad ogni nuovo accordo stipulato, il Fronte Polisario non lo ha mai interrotto.

Contemporaneamente il modello di autogestione dei campi, della loro costituzione sociale e politica, si è anch'esso trasformato. Da strumento di sopravvivenza in una situazione di minaccia effettiva, è divenuto un vero e proprio atto dimostrativo, che contrappone una struttura democratica, tollerante e interlocutrice a livello internazionale, al regime oppressivo del Marocco.

La risposta che il Fronte Polisario ha dato a una politica della violenza, della repressione dell'identità saharawi, è basata sulla resistenza pacifica, sia nei campi profughi che nei territori occupati. Attraverso le richieste del rispetto dei diritti umani e del diritto all'autodeterminazione, i saharawi comunicano l'intollerabilità della loro situazione di vita, e mostrano alla società mondiale la loro unità di popolo nella maturità politica e nella pazienza con cui tali situazioni vengono affrontate.

Potremmo però domandarci a buon titolo, come il giornalista Lmrabet210, se sia giusto continuare a ritenere il Fronte Polisario come l'unico e legittimo rappresentante dei saharawi. Appare poco probabile quanto sostiene Rabat, ovvero che la gran parte della massa saharawi del Sahara Occidentale sia contraria all'autonomia. Se ciò fosse vero, perché il Marocco non ha mai incoraggiato quel referendum che avrebbe svelato “l'equivoco” al mondo intero? Certo ci sono stati dei casi di vecchi membri del Fronte Polisario che sono passati (con molta pubblicità) ad appoggiare il Marocco e che oggi collaborano con il CORCAS, tuttavia escludendo questi «se tutti i saharawi non sono pro-Polisario, è però evidente che sono tutti antimarocchini e indipendentisti. E anche se sicuramente non hanno un'idea chiara di cosa vogliono, vedono il loro futuro senza il Marocco, poiché 30 anni di repressione e di negazione di una cultura saharawi hanno prodotto esattamente il contrario»211.

A questi elementi si aggiunge la mancanza di un dibattito democratico all'interno del Marocco su come gestire e affrontare la risoluzione del conflitto. Come già sottolineato, vi è una forte censura dell'informazione riguardo alla questione saharawi. La popolazione non ha gli strumenti per riflettere né tanto meno discutere su un conflitto che da più di trent'anni ha impoverito il paese, ne ha frenato lo sviluppo e viola il diritto internazionale. L'appoggio riservato dal marocchino medio alle rivendicazioni palestinesi per avere uno Stato, diventa intolleranza e disprezzo per quelle saharawi, come se i principi universali con cui si difendono le cause altrui non fossero ugualmente validi nel proprio paese.

Dal canto suo, il Fronte Polisario rimane dell'idea che l'unica soluzione accettata dalla popolazione sarà la realizzazione del referendum, dopo il quale qualsiasi esito verrà accettato, anche nel caso di integrazione al Marocco. Nel caso estremo in cui il conflitto dovesse riprendere, l'identità saharawi si radicalizzerebbe (se la popolazione fosse ancora disposta a vivere nei campi profughi e a lottare per l'indipendenza) o si affievolirebbe in caso contrario. Quella sul referendum è una vera e propria scommessa, poiché la Rasd potrebbe uscirne legittimata come nuovo Stato, oppure potrebbe sparire del tutto.

Probabilmente la sfida più grande per il Fronte Polisario e per le istituzioni della Rasd sarebbe lo svolgimento del referendum, poiché permetterebbe di valutare quanto il progetto politico proposto finora sia effettivamente considerato il migliore per il futuro del Paese. Ma non solo. Una volta esauritosi il compito del Fronte Polisario e avviato un sistema multipartitico e un sistema economico di libero mercato, come prevede la Costituzione della Rasd, come si coniugheranno i nuovi elementi con quelli dell'attuale società saharawi? E ancora, come riusciranno ad integrarsi le esperienze dei Saharawi che hanno vissuto questi anni nei campi profughi con quelle di chi li ha trascorsi sotto la dominazione marocchina?

Porsi questi interrogativi è prematuro e forse un utopico, ma credo che valga la pena farlo, così come valga la pena continuare a credere nell'importanza di far conoscere la storia di questo conflitto e stimolare lo sviluppo di una consapevolezza internazionale. Occorre sensibilizzare l'opinione pubblica e sostenere il dinamismo di quegli attori della società civile europea che supportano la causa saharawi sia a livello umanitario che politico, in attesa che le organizzazioni internazionali arrivino ad applicare le risoluzioni e gli accordi lasciati in attesa da troppo tempo.

Di fronte agli atteggiamenti contraddittori di parte della comunità internazionale, le autonomie locali e la società civile intera hanno fatto molto, e molto ancora possono fare. Se non per una risoluzione del conflitto, almeno per una sua trasformazione attraverso una conoscenza reciproca che porta al dialogo.

BIBLIOGRAFIA


Riviste e stampa quotidiana


Video



Siti Internet*

ALLEGATI








(Fonte: Ambasciata del Fronte Polisario in Algeria)

Allegato 3. Risoluzione 1754 (2007) del Consiglio di Sicurezza


"Le Conseil de sécurité, Rappelant ses résolutions antérieures sur le Sahara occidental, Réaffirmant son ferme appui aux efforts faits par le Secrétaire général et son Envoyé personnel, Réaffirmant sa volonté d'aider les parties à parvenir à une solution politique juste, durable et mutuellement acceptable qui permette l'autodétermination du peuple du Sahara occidental dans le cadre d'arrangements conformes aux buts et principes énoncés dans la Charte des Nations Unies, et notant le rôle et les responsabilités des parties à cet égard,  Demandant à nouveau aux parties et aux Etats de la région de continuer à coopérer pleinement avec l'Organisation des Nations Unies et les uns avec les autres pour mettre fin à l'impasse actuelle et aller de l'avant vers une solution politique,  Prenant note de la proposition marocaine présentée le 11 avril 2007 au Secrétaire général et se félicitant des efforts sérieux et crédibles faits par le Maroc pour aller de l'avant vers un règlement, prenant note également de la proposition du Front Polisario présentée au Secrétaire général le 10 avril 2007, Ayant examiné le rapport du Secrétaire général en date du 13 avril 2007 (S/2007/202),

 

        1 - Réaffirme que les accords militaires de cessez-le-feu conclus avec la MINURSO doivent être pleinement respectés, 

        2. Demande aux parties d'engager des négociations de bonne foi sans conditions préalables en tenant compte des développements survenus ces derniers mois, en vue de parvenir à une solution politique juste, durable et mutuellement acceptable qui permette l'autodétermination du peuple du Sahara occidental,

        3. Prie le Secrétaire général d'organiser ces négociations sous ses auspices et invite les Etats membres à prêter le concours approprié à celles-ci,

        4. Prie le Secrétaire général de lui présenter, d'ici au 30 juin 2007, un rapport sur l'état de ces négociations sous ses auspices et des progrès réalisés, et exprime son intention de se réunir pour recevoir et examiner ce rapport,  

        5 . Prie le Secrétaire général de lui rendre compte de la situation au Sahara Occidental avant la fin du mandat de la Mission, 

        6. Invite les Etats Membres à envisager de verser des contributions volontaires pour financer des mesures de confiance qui permettent de multiplier les contacts entre membres séparés d'une même famille, en particulier les visites de regroupement familial,

        7. Prie le Secrétaire général de continuer à prendre les mesures requises pour garantir que la politique de tolérance zéro instituée par l'Organisation des Nations Unies concernant l'exploitation et les violences sexuelles soit pleinement respectée par la MINURSO et de le tenir informé, et demande instamment aux pays qui fournissent des contingents de prendre les mesures  préventives voulues, notamment en menant avant le déploiement des actions de sensibilisation à ces questions, et d'autres mesures pour amener leurs personnels impliqués dans de tels actes à en répondre pleinement,

        8- Décide de proroger jusqu'au 31 octobre 2007 le mandat de la Mission des Nations Unies pour l'organisation d'un référendum au Sahara occidental (MINURSO), 

        9- Décide de rester saisi de la question".

(Fonte: Archivi delle Nazioni Unite)

1Il Comitato speciale sulla decolonizzazione è stato istituito con la Risoluzione 1654 (XVI) del 27 novembre 1961.

2G. Calchi Novati, La Nazione senza l'Africa: la difficile decolonizzazione dei possedimenti spagnoli, Istituto Salvemini, p. 7.

3Risoluzione 1514 (XV) del 14 dicembre 1960, paragrafo 6.

4Si tratta della tesi del Grande Marocco, elaborata nel 1953 e poi propagandata fino agli anni Settanta da Allal el Fassi, leader del partito nazionalista Istiqlal. Secondo questa, le frontiere naturali e storiche del Marocco si estenderebbero fino al Sudan e al fiume Senegal comprendendo anche parte dell'Algeria, il nord del Mali, il Sahara spagnolo e la Mauritania.

5Gravi sono le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, Cfr il rapporto: Amnesty International, Morocco/Western Sahara-Turning the Page: Achievements and Obstacles, January 1999.

6Nelle carceri del Marocco sono “scomparsi” quasi 500 attivisti saharawi. Per un'analisi critica sui tabù dei loro processi e dei capi di imputazione, Cfr T. Shelley, Endgame in the Western Sahara, Zed Books, London, 2004, pp. 97-106.

7L.Ardesi, Introduzione in F.Ramondino, Polisario.Un'astronave dimenticata nel deserto, Gamberetti Editore, Roma, 1997, p. 12

8Finora la strategia militare del Fronte Polisario non ha mai fatto ricorso ad atti terroristici per attirare l'attenzione internazionale, ma come questa maturità politica e morale, non è stata adeguatamente riconosciuta ed incentivi al proseguimento della via pacifica da parte delle nazioni occidentali. Cap. 4.3.

9Associazione “Khaima Sahrawi” di Reggio Emilia e “El Ouali” di Bologna, entrambe membri dell'Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Saharawi (ANSPS).

10V. Baccalini, Un popolo canta Lulei, Ottaviano, Milano, 1980, p. 20.

11L' hassanija è ancora oggi la lingua dei saharawi e degli abitanti della Mauritania del Nord.

12Alcuni studi sulle società originarie del Sahara spagnolo, riducono a 8 il numero delle principali tribù, divise in 45 fazioni.

13M. Barbier, Le conflit du Sahara Occidental, l'Harmattan, Paris, 1982, p. 21.

14M.Weber, Economia e Società, volume II , Edizioni di Comunità, Milano, 1961, p.

15A.O. Yara, L'insurrection Saharaouie: de la guerre à l'Etat, l'Harmattan, Paris, 2003, p. 12.

16Con lo stesso trattato acquisì anche il territorio dell'Ifni e parte del Rio de Oro. Quest'ultimo corrisponde alla regione meridionale e più povera di insediamenti del Sahara Occidentale, di cui costituisce i 3/4.

17Sulla natura di questi patti, che non sancirono mai un effettivo dominio, Cfr, M. Barbier, op. cit, p. 41.

18Trattati di Marrakech (1767), di Mecknes (1799), di Teutan (1860) e di Madrid (1861) tra Spagna e Marocco. Trattato di Tangeri (1856) e accordo del 1895 tra Inghilterra e Marocco.

19M. Barbier, op.cit., p. 51.

20Nel caso della Spagna la spinta espansionistica di fine Ottocento verso l'Africa, derivò anche dalla volontà di compensare la perdita di Cuba e degli ultimi possedimenti d'oltremare nel 1898.

21Per esempio il confine nord del Sahara spagnolo era stato definito al parallelo 27°40'.

22Si tratta di truppe di polizia indigene in sella a dromedari o cammelli.

23Tale tecnica sarà poi riproposta con mezzi più moderni dal Fronte Polisario dagli anni Settanta. Cfr, V. Baccalini, op. cit., p. 39.

24Per un'analisi del colonialismo in epoca franchista, si veda: M. Barbier, op. cit, p. 65.

25Miniera di fosfati situata nella regione di Seguia el Hamra, a sud-ovest di El Ayoun. Venne scoperta nel 1947 da un geologo per conto della Sociedad Nacional Mineraria Española.

26Oggi il fosfato rappresenta il primo prodotto di esportazione del Marocco e la terza fonte di introiti per il paese, dopo le rimesse degli immigrati e il turismo. Le riserve marocchine di fosfati rappresentano quasi il 75% delle riserve mondiali attualmente note.

27O. Yara, op.cit., pp. 26-33.

28G. Calchi Novati, op.cit, p. 5.

29M. Tozy, Monarchie et Islam politique au Maroc, Paris, Presses de Sciences Po, 1999, pp 132-133.

30La risoluzione 2027 venne votata il 16 dicembre 1965. Già l'anno precedente il Comitato per la Decolonizzazione richiese a Madrid di prendere le misure adatte per applicare ai suoi possedimenti coloniali nel Sahara la Dichiarazione 1514 del 1960.

31 Si tratta della risoluzione 2229 (XXI) del 1966.

32G. Calchi Novati, op.cit, p. 17.

33Una città come El Ayoun passò da meno di 10000abitanti nel 1967 a più di 28000 nel 1974, Smara invece vide la sua popolazione più che quadruplicata nello stesso arco di tempo.

34Per un'analisi più specifica di tale gruppo, cfr, S. Carrington, La lutte pour l'indépendence du Sahara espagnol, in “Le Monde diplomatique”, agosto 1974, p. 3.

35Il MOREHOB sembrò in più occasioni essere ispirato e mosso direttamente dall'armata reale marocchina, che non solo gli fornì uomini e mezzi necessari alla lotta armata, ma lo utilizzò come copertura politica per l'annessione territoriale del novembre 1975.

36Per un'analisi di PUNS e Fronte Polisario, cfr AA.VV. Dossier Sahara spagnolo N.2, “Notiziario Cosv”, anno VII, n. 48, febbraio 1976.

37Non esistendo alcun Istituto di formazione superiore né Università nel Sahara spagnolo, gli studenti erano costretti a trasferirsi in Marocco o in Spagna per poter continuare gli studi.

38E. Mancinelli, L'odissea del popolo saharawi, Edizioni dell'Arco, Bologna 1998, pp. 29-32.

39Oltre al portale delle ambasciate della Rasd www.ambrasd.org, parte dei testi dei Congressi del Fronte Polisario sono presenti in E. Assidom, Sahara Occidental: un enjeu pour le nord-ouest africain, Librairie François Maspero, Paris 1978, pp. 40-7.

40Per celebrare tale data, il Fronte iniziò nel 1973 la pubblicazione del giornale 20 Mayo, ancora oggi redatto nei campi profughi.

41Si ricordi la più intensa guerriglia del Fronte Polisario dal 1974, anno in cui riuscì addirittura a sabotare e bloccare i nastri trasportatori delle miniere di Bou Craa.

42Manifesto politico del II Congresso del Fronte Polisario (25/8/1974 - 31/8/1974).

43O. Yara, op.cit, pp. 45-52.

44In quell'occasione l'organizzazione apparve divisa con 17 voti a favore e 14 contrari e Marocco e Mauritania minacciarono di abbandonarla in caso di riconoscimento.

45Il Movimento dei Non Allineati nacque nella conferenza tenutasi a Bandung (Indonesia) nel 1955, dove 29 Paesi dell'Africa e dell'Asia si riunirono con lo scopo di liberare il Terzo Mondo non solo dalla soggezione politica, ma anche da quella economica delle potenze occidentali.

46Adottata con 84 voti favorevoli (tra cui l'Algeria e la Mauritania) contro 10 sfavorevoli (tra cui la Spagna) e 26 astenuti (tra cui il Marocco, la Francia e gli Stati Uniti).

47M. Barbier, op. cit, pp. 108-10.

48G. Calchi Novati, op. cit., p. 22.

49 M. Barbier, op. cit, pp. 116-31.

50 E' la vigilia della pubblicazione del parere consultivo della Corte dell'Aja, questo per evitare che i due rapporti si influenzassero a vicenda.

51Tale richiesta era conforme all'articolo 96, par.I della carta delle Nazioni Unite e all'articolo 65 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia.

52 Parte dei testi del responso della CIJ sono presenti in M. Barbier, op. cit, pp. 144-154.

53A. Berramdane, Le Sahara occidental, enjeu maghrébin, Ed. Khartala, Paris 1992, p. 33.

54Testo parzialmente presente in: M. Barbier, op. cit, p. 159.

55Le Monde, 26-27 ottobre 1975, p. 4.

56Gli accordi di Madrid non avevano alcun valore giuridico per la comunità internazionale. Tuttavia tali accordi non sono stati rigettati dall'Onu, ma addirittura una risoluzione li ha interimati dal dicembre 1975.

57Le condizioni di vita dei circa 40.000 profughi vennero giudicate “tragiche” dal Comitato della Croce Rossa. Dopo un soggiorno nei campi dei rifugiati, la Federazione internazionale dei diritti dell'uomo dichiarò nel febbraio del 1976 che il popolo saharawi era vittima di un “vero tentativo di genocidio”.

58Dal nome della città di El Guelta, in cui si riunirono i membri dell'Assemblea generale della Djemaa. Il testo integrale della Dichiarazione di Guelta è presente in: E. Assidon, op.cit., pp. 154-6.

59Si tratta della risoluzione 3458 A (XXX) del 10 dicembre 1975, che riflette le posizioni dell'Algeria e che venne votata anche dall'URSS.

60Si tratta della risoluzione 3458 B (XXX) dello stesso anno, che sosteneva le posizioni di Marocco e Mauritania e che fu votata anche dagli Stati Uniti e dalla Spagna.

61La prima costituzione della Rasd e i comunicati annessi sono disponibili sul sito www.arso.org.

62Per informazioni più precise riguardo alle azioni militari e alle battaglie principali: Cfr. O. Yara, op.cit., pp. 63-74.

63Per una spiegazione dettagliata del termine e della tecnica, cfr. V. Baccalini, op. cit., p. 39 e nota 14 in Introduzione storica.

64M.Barbier, op.cit, p. 219.

65Ivi, p. 274.

66Si tratta della provincia Oued-Eddahab, traduzione araba di Rio de Oro.

67J. Lamore, Diario del Polisario, a cura de Il Manifesto, Roma, aprile 2004, p. 67-82.

68Oggi quei muri sono sorvegliati da radar, sistemi elettronici, posti di vigilanza con 15 uomini ogni 700 m, batterie di artiglieria pesante e aviazione militare, 20.000km di filo spinato e campi di mine anti-uomo (in gran parte italiane), che rappresentano una chiara violazione delle convenzioni internazionali.

69 A. Berramdane, op. cit., pp. 76.

70Tra questi si distinsero diverse proposte di negoziazioni (tendenzialmente favorevoli al Marocco e alla Mauritania) avanzate nei vertici dell'Oua e proposti dal Senegal nel 1976, dal Mali, dall'Arabia Sudita e dalla Tunisia con l'Egitto nel 1977.

71Si tratta di un tribunale etico che ha sede a Bruxelles, le cui sentenze non sono internazionalmente riconosciute.

72Nel 1981, 50 paesi, di cui 26 dell'Africa, 8 dell'Asia, 10 dell'America Latina e 6 dell'Oceania, avevano riconosciuto la Rasd.

73Esso era composto oltre che dal Presidente dellO.U.A Nemeiry del Sudan, dal generale Moussa Traore del Mali, Sekou Touré della Guinea, Obsanjo della Nigeria, Houphouet-Boigny della Costa d'Avorio, Nyerere della Tanzania.

74M. de Froberville, Sahara Occidental, la confiance perdue, L'Harmattan, Paris 1996, pp. 130-4.

75L. Ardesi, Il muro della diffidenza, in “Nigrizia”, settembre 1990, p. 14.

76Il Primo congresso del Fronte Polisario risale al 10 maggio 1973. Cfr cap.1.1.

77Addirittura nei porti vennero rallentate le operazioni di scarico del materiale d'ufficio necessario alla Minurso.

78Si ricordi che la Marcia verde aveva avuto luogo nel novembre 1975, Cap. 1.3.

79Rapporto del Segretario generale, 19 aprile 1991 (S/22464), par.II, punti 19-23.

80Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

81M. de Froberville, op.cit., pp.150-1.

82Si comprende così il senso delle successive marce verdi del 1993, 1994 e del febbraio 1995.

83J.Perez de Cuellar (peruviano) ricoprì la carica di Segretario Generale dell'ONU dal 1982 al 1991.

84T. de S. Maurice, Sahara Occidental 1991-1999. L'enjeu du référendum d'autodétermination, l'Harmattan, Paris 2000, p. 67

85In Commentaires, punto 14, presente in: M. de Froberville, op.cit. pp.166-7.

86Infatti Manz venne a sapere che vi era stato uno scambio di lettere tra de Cuellar e Hassan II, che lo informava dell'imminente arrivo di 170.000 persone dal Marocco, ma la risposta venne effettuata senza consultare né avvertire il Rappresentante Speciale, che rimase all'oscuro di tutto fino al dicembre dello stesso anno

87Nella stessa sessione, il Marocco divenne membro del Consiglio di Sicurezza.

8875 violazioni vennero attribuite al Marocco, 2 al Fronte Polisario.

89Sahabzada Yacoub Khan, ex-ministro degli Esteri del Pakistan, era particolarmente legato al trono alawita ma risultava per il Polisario molto meno parziale di Vernon Walters, uno degli artefici degli accordi di Madrid del 1975.

90Rapporto di Boutros-Ghali: S/24464, 22 agosto 1992, punti a-b, p.4.

91La legge sulla regionalizzazione del territorio è stata approvata definitivamente solo il 28 aprile 1997. Il Sahara Occidentale vi è stato incluso amministrativamente con tre regioni: Ouad Eddahab, Laatoune-Boujdour, Guelmin-Smara. Quest'ultima si trova tra la frontiera meridionale del Marocco e la parte settentrionale del Sahara occupato.

92Tra il 20 agosto 1992 e il 20 gennaio 1993, ci furono infatti 50 violazioni, di cui 46 attribuite al Marocco e 4 al Polisario.

93Per questa seconda tappa, venne creato un piccolo tribunale composto da: 2 rappresentanti dell'Onu, 1 rappresentante dell'OUA, 2 capi tribù (nominati ognuno da una delle parti), 2 osservatori per ogni parte.

94Infatti, in merito all'affiliazione tribale, Boutros-Ghali aveva convenuto che «è l'appartenenza di una persona ad un gruppo familiare (sotto-frazione di tribù), radicata nel territorio, e confermata dagli Cheikhs e dai notabili di ciascun gruppo, che prevarrà per determinare il diritto di partecipazione al referendum».

95Altrimenti un solo marocchino censito avrebbe fatto partecipare al referendum un intero gruppo tribale.

96Di queste, 81.855 provenienti dai territori occupati, 28.831 dai campi di Tindouf, 14.568 dalla Mauritania. Cfr, M. de Froberville, op.cit., p. 230.

97 S/1995/498, 21 giugno 1995, Rapporto della Missione del Consiglio di Sicurezza, punto 9.

98 Ibidem, punti 22-25.

99 Human Rights Watch è un'organizzazione non governativa americana che opera per i diritti dell'uomo, mentre l'OMDH opera con analoghi obiettivi in Marocco, ed è ancor oggi l'unica a denunciare le violenze delle autorità marocchine contro i saharawi del Sahara Occidentale.

100 Per un'analisi più dettagliata, Cfr, M.de Froberville, op. cit., p. 231.

101 S/RES/1056, 31 maggio 1996.

102 Cfr, F. Correale, Marocco-Sahara Occidentale: verso una soluzione piena di incognite, in “Africa e Orienti”, n.2. 1997, pp. 33-5.

103 S/1998/534, 18 giugno 1998.

104 Secondo il comunicato stampa della Minurso 61.000 persone si erano presentate nei 4 centri del Sahara Occidentale, 34.800 si davanti alla Commissione nei campi di rifugiati nella regione di Tindouf, 5.400 persone nei centri in Mauritania, 45.800 in Marocco. La popolazione proveniva da 7 tribù e 3 gruppi suddivisi in 88 sotto-fazioni e raggruppamenti.

105 Il referendum venne infatti rinviato dal dicembre '98 al dicembre '99, poi a marzo del 2000 e poi ancora al luglio 2000.

106 Questi erano stimati in 105.000 da Tindouf, 10.000 dalla Mauritania e 5.000 da altri paesi. Cfr, UNHCR 1999, Global appeal, Western Sahara Repatriation Operation, citato da T. de Saint Maurice, op. cit., pp. 42-8.

107 Si tratta dei negoziati di Londra dell'8-11 aprile 2000 e del 28 giugno; di Berlino del 28 settembre 2000 e della riunione tecnica di Ginevra del 20-21 luglio 2000.

108 Risoluzione 1359 del 29 giugno 2001.

109 Cfr M. Barbier, Sahara Occidental: un tournant dangereux, e M. de Froberville, Le rapport Lalumière sur le sahara occidental: une réécriture de l'histoire dénuée de tous scrupules, luglio 2002, entrambi tratti dal sito dell'ARSO.

110 Nel mese di ottobre 2002, il Marocco stipulò dei contratti per una serie di studi e valutazioni dell'area coinvolgendo la compagnia statunitense Kerr Mc-Gee e la francese TotalFinalElf. Nello stesso anno la Francia aiutò il Marocco nella privatizzazione di Maroc-Telecom e l'Inghilterra fece arrivare pezzi di ricambio per i cannoni dell'esercito.

111 Favorevoli alla risoluzione erano i tre paesi che l'avevano proposta più Italia, Camerun e Guinea, mentre contrari erano: Spagna, Russia, Cina, Colombia, Messico, Irlanda, Norvegia.

112 Ricordiamo che l'accordo-quadro iniziale era stato formulato proprio dal Marocco.

113 Cfr, G.Lombart et J.Pichot, Peur et silence à El-Ayoun, in "Le Monde Diplomatique", gennaio 2006, pp. 6-7, e i rapporti di settembre e novembre 2005 dell'Organisation mondiale contre la torture (www.omct.org).

114 Cfr, Z. Daoud, Le maroc, change-t-il vraiment?, in "Le Monde Diplomatique", febbraio 2000, pp. 14-7.

115 Cfr, V. Baccalini, op. cit., p. 89.

116 Nei primi tempi la scuola escludeva la popolazione saharawi. Solo in seguito l'educazione venne utilizzata per far apprendere ai giovani saharawi la storia, la cultura e il dialetto marocchino (era infatti proibito parlare l'hassaniya).

117 Alcune Testimonianze che denunciarono le violazioni dei diritti civili commesse nell carceri sono presenti in: L. Ardesi, Sahara Occidentale, EMI della coop. SERMIS, Bologna 2004 e in E. Mancinelli, L'odissea del popolo saharaui, Edizioni dell'Arco, Bologna, 1998.

118 Alcuni dossier usciti tra il 1990 e il 1991 pubblicati da Amnesty International, hanno permesso di avere una documentazione più precisa del carcere di Kalaat M'Gouna, situato nella valle di Oued Dades (luogo frequentato da ignari turisti), e del centro interrogatorio di Berb Moulay Cherif.

119 Amnesty International, Maroc/Tanzmamart: Officially silence and impunity, 1/11/99, dall'archivio del sito.

120 Tra le poche associazioni che si schierarono contro la condotta marocchina verso la popolazione saharawi, si distingue ancora oggi l'Organizzazione marocchina per la difesa dei diritti umani (OMDH). Preziosa è la sua collaborazione con le altre associazioni di saharawi, l'assistenza ai detenuti e alle loro famiglie, e lo sforzo di sensibilizzazione dell'opinione pubblica in Marocco.

121 Cfr, T. Shelley, Endgame in the Western Sahara: what future for Africa's last colony, Zed Books 2004, p.101.

122 Dai documenti ufficiali presenti sul sito: www.ier.ma

123 Anche il Comitato per i diritti dell'uomo delle Nazioni Unite si dichiarò preoccupato per il fatto che nessuna misura prevedesse la comparsa davanti ad alcun organo giudiziale dei responsabili delle “sparizioni”.

124 Essi sono rispettivamente Direttore e giornalista del Journal Hebdomadaire di Casablanca. La loro analisi è presente in: Riconciliazione fragilissima in Marocco: i torturatori di un tempo sono ancora in servizio,“Le Monde Diplomatique”, Aprile 2005.

125 Cfr la presente tesi, cap. 2.3.

126 In virtù della Convenzione contro la tortura, il Marocco avrebbe dovuto aprire inchieste rapide e indipendenti su tutte le denunce di tortura.

127 Reporters sans Frontières, Maroc, Rapport Annuel 2006. Cfr, Cap.4.3.

128 Oggi Ali Lmrabet vive in Spagna e dal quotidiano El Mundo continua a scrivere articoli graffianti come quello da me citato nella Conclusione.

129 In particolare Reporters sans frontières ha verificato che i siti dell'Arso, del Sahara Press Service o ancora dei Cahiers du Sahara (che io stessa ho consultato per questa mia ricerca) sono stati oscurati.

130 Pur avendo autoproclamato la Rapubblica Saharawi, essa è riconosciuta oggi solo da 80 paesi il cui numero è variabile. Inoltre essa non è ammessa in alcuna organizzazione internazionale. Cfr, Allegato 2.

131 S.Caratini, Système de parenté sahraoui, in "L'Homme", n.154-155, aprile-sett. 2000, pp. 431-56.

132 Si veda in particolare la critica in: U.Fabietti, L'identità etnica, Carocci, Roma, 1998, pp. 134-8.

133 S.Caratini, op.cit., p. 442.

134 B.M. Scarcia Amoretti, Nel deserto una repubblica di pace, Fondazione Lelio Basso e Tranchida Editore, Roma, 1985, p. 129.

135 O.Yara, op.cit., pp. 53-6.

136 Asaba indica il patto attraverso il quale si può estendere l’asabiya, solidarietà all'interno del gruppo, che può arrivare anche ad individuare il patto di consanguineità. Wahda significa uno, unico.

137 S. Caratini, op.cit, p. 440.

138 Cfr. par.1.3.

139 Per un'immagine della bandiera della Rasd, si veda l'allegato 2 del presente elaborato.

140 Una bella analisi di come è cambiato il ruolo femminile nei campi profughi si trova in: L. Ardesi, Sahara Occidentale, Emi della coop. Sermis, Bologna, 2004, p.84.

141 Dal programma di Unione nazionle, punto 3.g., testo integrale disponibile sul sito www.arso.org

142 Intervista presente in: V. Baccalini, op.cit., p.78.

143 J. Firebrace, Lesson and Prospects, in Lawless and Monahan, p.169. Citazione presente in: T. Shelley, op.cit., p.184.

144 In quella zona si trovavano infatti un pozzo e un serbatoio d'acqua.

145 Le wilayas sono: El Ayoun, Assuerd, Dakhla, Smara più la capitale Rabouni.

146 Unica eccezione è rappresentata dalla wilaya di Dakhla, composta da sette comuni.

147 Per esempio nel Sahara Occidentale Dakhla è la città più lontana dalla capitale El Ayoun, e lo stesso vale nei campi profughi.

148 Cfr, T. Shelley, op.cit., p. 181.

149 Primo Segretario generale nonché fondatore del Fronte Polisario, El Wali morirà nel giugno dello stesso anno, durante un raid nel territorio mauritano. Il suo posto sarà preso da Mohamed Abdelaziz, ancora oggi Segretario generale e Presidente della Rasd.

150 Finora si è sempre trattato di una riconferma del Presidente in carica.

151 La Costituzione attuale, così come gran parte degli elementi riguardanti le istituzioni della Rasd e del Fronte Polisario sono disponibili nel sito ufficiale: www.ambrasd.org.

152 Una descrizione dettagliata delle istituzioni che hanno regolato il Fronte Polisario nei primi anni, è presente in: M. Barbier, op. cit., pp. 203-13.

153 In questo modo ognuno può influire e partecipare alla direzione della Rasd e del Fronte Polisario non tanto come “cittadino” dei campi profughi ma come membro operante nel partito unico.

154 Sul carattere democratico di tali meccanismi, si veda il contributo di T. Shelley, op.cit., pp. 182-4.

155 T. Shelley, op. cit., p. 180.

156 Come è facile immaginare le famiglie ospitanti hanno offerto ai piccoli saharawi denaro, doni e altro.

157 L. Ardesi, op.cit., p. 95.

158 Descrizioni più dettagliate sui rapporti tra partiti comunisti europei e Fronte Polisario sono presenti in: M. Barbier, op.cit., pp. 295-7 e in O. Yara, op. cit., pp. 50-2.

159 Ovvero PCF francese, PCE spagnolo e il PCI italiano.

160 Si noti come molte opere italiane sul conflitto in Sahara Occidentale siano state pubblicate proprio negli anni immediatamente successivi a quell'appuntamento.

161 Tale piano è poi fallito per la mancanza di un adeguato apparato legislativo e logistico.

162 Vedi in particolare il Cap. 4.1.

163 Esiste un comitato nelle seguenti Regioni italiane: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia.

164 Si tratta della n.309 del 1997 e n.6491 del 2000.

165 Cfr, J. Lamore, op. cit., p.100.

166 Cfr, paragrafo 3 del presente capitolo.

167 J. Saramago intervistato da F. Ramondino, Sahrawi, un esilio da non dimenticare in "Il manifesto", 27/3/2004.

168 Un'interessante analisi storica della gestione del conflitto saharawi da parte dell'Algeria è quella di: K. Mohsen-Finan, Sahara Occidental, les enjeux du conflit régional, citato da T. de Saint Maurice, L'enjeu du référendum d'autodétermination, p. 111.

169 Il riconoscimento della Rasd nel marzo 2004 da parte del Sudafrica é stato un grande successo diplomatico. L'ultimo riconoscimento della Rasd è stato da parte dell'Uruguay nel 2005.

170 J. Lamore, op. cit., pp. 74-6.

171 T. de Saint Maurice, op. cit., p.17.

172 Vedi Cap. 3.3.

173 Da un comunicato dell'ANSPS datato 4 aprile 2007.

174 Cfr, T. de Saint Maurice, op. cit., p.140-2.

175 La Spagna è il paese europeo che ospita più bambini saharawi: circa 8.000 ogni estate.

176 Per un approfondimento sulla suddivisione temporale del coinvolgimento francese Cfr, A. Berramdane, op. cit., pp.107-8.

177 Si tratta del libro-denuncia di Gilles Perrault, Notre ami le roi.

178 R. Dumas, Rabat, 9/11/1990. Dichiarazione ufficiale citata in T. de Saint Maurice, op. cit., p. 146.

179 Cfr., J. Lamore, op. cit., pp. 68, 79.

180 François Bouygues, proprietario della rete televisiva TF1, di aziende di telecomunicazioni e telefonia e di imprese edili ha forti investimenti in Marocco e ha costruito la moschea Hassan II a Casablanca.

181 In Francia sono alcuni comuni, tra cui Vitry sur Seine, Le Mans, Argenteuil e pochi altri ad ospitare un centinaio di bambini ogni estate.

182 Questo interessamento iniziò con la visita ai campi profughi del deputato nero Andrew Young.

183 Dal quotidiano Aujourd'hui le Maroc, citato da Courrier International n°863, 16-23 maggio 2007.

184 Sono passati quasi dieci anni dall'ultima volta che il Marocco e il Fronte Polisario si sono incontrati in negoziati diretti.

185 J.P.Tuquoi, Le conseil de sécurité refuse de trancher le dossier du Sahara occidental, Le Monde, 3/5/07.

186 Cfr, K. AbdelKamel, Le pari hasardeux de Rabat, La Liberté, 7/4/2007.

187 Risoluzione 1754 del 30 aprile 2007, par.2, Cfr. Allegato 3.

188 Cfr. Sahara Press Service, comunicati del 30/04/2007 e 4/06/2007: Le Front Polisario exprime sa satisfaction e Le SN du Polisario réaffirme sa disponibilité à entamer des négociations directes avec le Maroc.

189 Mi riferisco al quotidiano londinese “The Guardian” nell'articolo Save Freedonia, citato in Le changement de la position américaine, Sahara Press Service, 3/5/2007.

190 Dichiarazione presente in articolo datato 30/06/2007, riguardante i negoziati. Dagli archivi del sito: www.maroc-hebdo.press.ma.

191 Cfr, A. Manara, Il Fronte Polisario rifiuta il compromesso, dall'archivio di Nigrizia, 25/8/2007.

192 Dai comunicati stampa ufficiali del Sahara Press Service datati ll,12,13 e 14 agosto 2007.

193 Articolo di S. Zunes, More harm than good, 18/8/2007,www.opendemocracy.net/madrid/western_sahara.

194 C.R.Miguel, The 2007 Maroccan Autonomy Plan for Western Sahara: too many black holes, p.2, disponibile su: www.gees.org/articulo/2007.

195 Cfr, C.R.Miguel, op.cit., p. 5.

196 Per una buona analisi della posta in gioco delle elezioni, cfr, A. Lmrabet, Le roi veut contenir la poussé islamiste, Enjeux Internationaux, citato da Courrier International, N° 877, p. 29.

197 A. Lmrabet, Le roi veut contenir la poussée islamiste, dalla rivista Enjeux Internationaux, citata in Courrier International, N°877, 23/07/2007, p.29.

198 Informazioni di carattere generale su Al-Qaeda, sulle reti internazionali di gruppi fondamentalisti e sullo jihad globale, in: R.Guolo, Il fondamentalismo islamico, Ed. Laterza, pp.197-209.

199 Cfr, T. Shelley, op.cit., pp. 6-9.

200 Sulla storia del fondamentalismo islamico in Algeria, Cfr: R.Guolo, op.cit., pp. 115-49.

201 A.Thedrel, Un attentat kamikaze a été déjoué dimanche au Maroc, Le Figaro, 13/03/2007.

202 Lo stesso numero due di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, ne diede notizia in un video diffuso il giorno degli attentati dell'11 settembre. Cfr, M.Guidère, Une filière de al-Qaeda en Algerie?, Le Monde Diplomatique, novembre 2007, p.7.

203 Cfr, J.Garçon, Nouvelle alerte terroriste sur le Maroc, Liberation, 13/03/2007.

204 Dichiarazione citata da A.Thedrel, op.cit.

205 Notizia pubblicata sul quotidiano Le Matin, Les Fantasmes de Mohamed Abdelaziz, 28.08.2007.

206 In particolare un articolo datato 19 maggio 2005 del Washington Times.

207 Testimonianze e interviste di vari sindaci e assessori comunali della Provincia di Modena, presenti nel video: "Saharawi, 30 anni di repubblica in esilio" Associazione Kabara Lagdaf e Arci, Modena, 2005.

208 L. Ardesi, op.cit., p.21.

209 J. Lamore, op.cit., p.100.

210 A. Lmrabet, Sahara Occidental: ninguna alternativa al referendum de autodeterminación, da “El Mundo”, 13/01/07.

211 A. Lmrabet, Ivi, p.2.

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