Indice

                                                                                                                  

                                                                                                                        CAPITOLO 1

                                   “Gli anni di piombo”: le violazioni dei diritti umani sotto il regime di Hassan II (dal 1975 al 1999) [1]

La nuova “colonizzazione”

Si capì fin dall’occupazione la ’75 la direttiva di dura repressione del Re Hassan II rivolta ad una politica di annullamento dell’identità Saharawi.

 Indiscriminati furono  i bombardamenti sulla popolazione civile e molte

furono le tecniche di repressione che ancora oggi sono sconosciute. Con la fine dei bombardamenti non coincise un’altrettanta cessazione della  repressione, ma iniziò una politica di intimidazione finalizzata alla “marocchinizzazione” dell’identità saharawi. Furono innumerevoli le violenze nei confronti della popolazione e di tutti coloro che erano considerati simpatizzanti del Fronte Polisario: la polizia militare controllò ogni minimo segno di carattere nazionale come un canto, uno slogan o una semplice parola di troppo, instaurando tra la popolazione civile un vero e proprio regime di terrore. Nessuno fu risparmiato, donne , uomini e bambini furono protagonisti di intimidazioni e discriminazioni per la sola “colpa” di essere saharawi. Se nei primi tempi la scuola escludeva la popolazione saharwi, in un secondo momento l’educazione venne utilizzata per far perdere ai giovani i riferimenti della propria cultura: fu proibito di parlare la lingua locale hassaniya sostituita dal dialetto Marocchino e di indossare i costumi tradizionali. I programmi scolastici, in modo particolare la storia  e i riferimenti culturali compresa la preghiera in nome del re, rinviano in continuazione all’identità Marocchina. La discriminazione sul lavoro fu un mezzo molto utilizzato per ricattare e convincere i simpatizzanti del Polisario ad abbandonare le proprie convinzioni nazionaliste. Furono molti a perdere il lavoro ed ad essere costretti a chiudere la propria bottega o la propria attività indipendente. Ogni voce fuori dal “coro reale”, che si batteva per la libertà di opinione e di manifestazione pacifica, fu soffocata da arresti preventivi e da espulsioni di giornalisti, impegnati ad informare l’opinione pubblica internazionale sulle violazioni commesse dalla Casa Reale [2] .

 

I Desaparecidos

Uno dei mezzi più sbrigativi e usati da questa campagna di repressione e intimidazione , fu la scomparsa di centinai di civili, la maggioranza dei quali  saharawi, che criticavano l’occupazione marocchina o che si dichiaravano apertamente a favore del Polisario.

La repressione, in forma di “vendetta trasversale”, coinvolge, come vittime,  i parenti del cosiddetto nemico: in questa maniera spariscono donne, bambini, anziani e intere famiglie.

In alcuni casi i desaparecidos sono spariti senza essere mai stati processati e senza che il governo ammettesse la loro scomparsa. Nella maggior parte dei casi le vittime venivano sequestrate senza mandato e senza controllo giudiziario, e portate direttamente in un centro segreto da agenti in borghese dei servizi di sicurezza creati dal re Hassan II (dalla Polizia Criminale, dal Servizio di Sicurezza dell’Armata, dalla Gendarmeria, dalle Forze Parlamentari,da “Comandos” speciali della polizia e dalla Polizia Segreta DST – Direzione di Sicurezza Territoriale ).Era ignoto il luogo e le modalità  di detenzione dei detenuti le cui famiglie rimanevano per anni all’oscuro sulle condizioni di vita o di morte del proprio familiare. Il 20 Agosto del 1989, negli accampamenti dei rifugiati di Tinduf, si è costituita AFAPREDESA (Associazione delle Famiglie dei prigionieri e degli scomparsi Saharawi), organizzazione non governativa saharawi in  difesa dei diritti umani. Nata dal un’esigenza della popolazione civile di voler condividere la sofferenza ed affrontare comunemente la sparizione di un famigliare. Il loro obiettivo è di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla questione dei desaparecidos nel Sahara Occidentale affinché pressioni internazionali passano dare luce ai destini dei loro parenti [3] .

Nonostante Hassan II avesse ben nascosto i fatti che accadevano nel “giardino segreto del re” o nelle isolate periferie del Marocco, gli anni di piombo, come vengono ricordati, furono in parte messi alla luce dalla denuncia delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, tra cui si è distinta Amnesty International. Grazie alle testimonianze raccolte tra i  sopravissuti, si riuscirono ad individuare centri segreti di detenzione ( Berb Moulay Cherif – centro interrogatorio, Agdz –centro segreto di detenzione, Kalaat M’Gouna, Tazmamart) , molti dei quali collocati nei giardini segreti del monarca o vicino a spiagge quotidianamente visitate da turisti ignari  

Furono molte le  agghiaccianti testimonianze che denunciarono le violazioni dei diritti fondamentali che si stavano commettendo nelle carceri marocchine. [4]

Riporto la testimonianza di Brahim Lahsen Mbarek arrestato l’11 febbraio 1981 e rilasciato il 23 giugno 1991:

Il mattino dell’11 Febbraio 1981un’automobile (Fiat 127 senza targa) si fermò davanti al mio Amico Tarouzi Sidi Salek e a me mentre camminavo in una strada deserta di Tan Tan.

Alcune persone in borghese scesero dalla macchina dissero di essere agenti della sicurezza e ci dissero di seguirli. Ci ammanettarono e bendarono .Ci portarono in qualche luogo e ci interrogarono. Volevano sapere delle nostre attività e dei nostri supposti rapporti con il Polisario .Ci accusarono di aver distribuito volantini e delle bandiere sahraui, di aver dato fuoco a delle automobili del governo e di appartenere a organizzazioni clandestine.

Noi negammo e allora ci torturarono dapprima con la “falaqua”( i piedi vengono legati e percossi con una corrente elettrica).Seguirono altre torture: lo ”chiffon” ( un pezzo di stoffa imbevuto in un forte disinfettante viene pressato contro la bocca e il naso, fino alla soffocazione; la “panca”( la persona viene legata alla panca con il chiffon in bocca); “l’aeroplano” e il ”pollo arrosto”( in queste due torture la vittima è sospesa ad una sbarra sia con le braccia in avanti che con le braccia sul dorso); “l’aria” (in questa tortura la vittima, nuda, sta in piedi il più a lungo possibile)…. [5]

Alcuni Dossier usciti tra il 1990 e il 1991 e pubblicati da Amnesty International, hanno permesso di avere una documentazione più precisa del carcere di Kalaat M’Gouna, situato nella valle di Oued Dades ,luogo frequentato da turisti e così descritto nel libro di J.Philippe “Nel Profondo delle tenebre”:

“Un’ antico fortino domina questa valle, sui contrafforti della catena dell’Alto Atlante ad un centinaio di chilometri ad est di Orzante. Nella pianura passeggiano i turisti tra le piantagioni di fiori. Sulla collina dentro al fortino i prigionieri invisibili aspettano la morte. Per i sahraui arrestati il trasferimento a Kalaat M’Gouna significa la fine del loro viaggio terrestre. Al loro arrivo nessun rumore filtra dai muri del fortino , solo il vento e l’abbaiare dei cani. Sembra di entrare in un cimitero. I prigionieri devono passare tra due ali di Mokhazzin “ (Forze Ausiliarie)armati di manganelli. Ed è un passaggio infernale. Qualcuno muore subito. La ferocia è indescrivibile. Giorni giorni senza bere, senza mangiare; senza servizi igienici e botte, sempre botte. A periodi di percosse e fame seguono settimane un po’ più calme. Un po’ di pane, qualche dattero. Poi si ricomincia. I primi mesi di questo trattamento eliminano i più deboli e quelli battuti più selvaggiamente”. [6] .

In alcuni casi si scoprì dell’esistenza dei centri segreti anche attraverso lettere dei detenuti pervenute all’esterno che descrivevano le condizioni e le localizzazioni delle carceri. Una di queste fu il “funesto”centro di Tazmamert , costruito appositamente ne 1973 per cinquantotto ufficiali condannati per aver attentato al Re Hassan II. La “ prigione dell’orrore”, chiamata così da alcuni sopravvissuti, sembra fosse stata costruita per far morire lentamente i detenuti. Formata da 29 celle, tre metri per due senza luce e finestre con solo quattordici piccoli buchi sulle pareti per la ventilazione, la prigione era freddissima in  inverno e caldissima in estate. Col “diritto” ad avere una coperta e una brocca di cinque litri di acqua sporca, i superstiti rimasero con gli stessi vestiti e con una minima sussistenza per la sopravvivenza,  senza cure, senza luce  senza lavarsi e cambiarsi per tutti i 18 anni di detenzione. I trenta sopravissuti vennero liberati tra il novembre e dicembre del 1991.

Nel 1991 il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite chiese conferma al governo marocchino della localizzazione delle carceri di Tazmamart e di Kaalat M’Gouna, ma la risposta fu che tali centri non comparivano nelle liste ufficiali dello Stato [7] . La continua negazione dell’evidenza, da parte di Hassan II, non fermò le denunce e i rapporti pubblicati dalle Associazioni marocchine dei diritti Umani  e dalle diverse organizzazioni internazionali che denunciavano la violazione  dei diritti fondamentali elencati nelle dichiarazione delle Nazioni Unite a cui lo stesso Marocco aderisce.

L’ articolo 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma:

 Nessun individuo potrà  essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato”

L’articolo 9 del Patto Internazionale sui diritti Civili e Politici, ratificato dal governo Marocchino nel 1979 afferma:

1)“ Ogni individuo ha il diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona.”

2)“Chiunque sia arrestato o detenuto in ,base ad un’accusa di carattere penale deve essere tradotto al più presto dinanzi ad un giudice od ad altra autorità competente per legge ed esercitare funzioni giudiziarie e ha diritto ad essere giudicato entro un termine ragionevole, o rilasciato.”

Nell’ articolo 1 e 19 della Dichiarazione per la Protezione di tutte le persone dalla sparizione coatta, accolta il 18 dicembre dl 1992 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si afferma rispettivamente:

“Qualsiasi sparizione coatta offenda la dignità umana è considerata negazione dei propositi della Carta delle Nazioni Unite e grave e fragrante violazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.

“La vittima di una sparizione coatta e la sua famiglia hanno diritto ad una riparazione ed ad un’adeguato indennizzo”

Mentre sulla carta il governo marocchino sottoscriveva e aderiva alla Dichiarazione dei diritti fondamentali dell’uomo, i Territori Occupati e  stesso Marocco erano teatro di gravi violazioni dei diritti umani.

Fin  dagli anni ’70 nella campagna per le sparizioni, Amnesty International scrisse migliaia di lettere indirizzate alle autorità marocchine per chiedere notizie sulle sorti dei dsaparecidos. Le pressioni internazionali, in concomitanza con l’adozione del Piano di Pace e la presenza della MINURSO, “costrinsero” il re del Marocco a liberare nel 1991 molte persone alcune delle quali in detenzione da diciott’anni ( i cosiddetti  trenta “morti viventi” di Tazmamart). Duecentosessanta dei prigionieri liberati erano originari del Sahara Occidentale. La libertà ottenuta, purtroppo, non migliorò di molto la loro situazione: osservati e controllati in continuazione dalla polizia, sotto le pressioni di continue minacce, alcuni di essi ebbero il coraggio di raccontare ad un giornalista della Tribune de Genève la loro vicenda: “l’Onu deve sapere. La comunità internazionale deve sapere. Non siamo liberi, ma ancora in pericolo di morte, alla mercé dei poliziotti che ci minacciano quotidianamente. Noi e le nostre famiglie. Tanto varrebbe tornare in prigione!”

Sono a dir poco impressionanti gli innumerevoli racconti a testimonianza di un regime di sangue e terrore. Oltre a quelle  già descritte sopra, altre forme comuni di tortura  consistevano nel bruciare con la sigaretta i punti più sensibili del corpo, mandare scariche elettriche sui genitali, strappare le unghie. Anche i bambini, le donne e anziani erano soggetti a tali trattamenti. Purtroppo il corpo della donna è soggetto a più violazioni oltre a quella sessuale, il sopruso fisico e psicologico di perdere il bambino in grembo. “Erano sempre gli uomini a torturarci, angherie e tormenti continuamente. Le donne incinte non resistevano a una delle torture preferite dai marocchini. Appese, obbligate in una posizione che ricorda quella di un pollo arrosto…., il feto usciva dal corpo…Non posso descrivere tutto questo…E’ orribile” [8] .  

 Amnesty International  denunciò, in alcuni rapporti del 1992 -1993, una cifra di più di 500 desaparecidos, diventando ,così, sempre più “scomoda” la sua presenza nel territorio in contrasto alla politica del regno Alauita, fu espulsa dal Marocco. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, invece, nonostante gli accordi Internazionali, non ebbe accesso alle carceri marocchine, ennesima dimostrazione della volontà “reale” di celare al mondo i soprusi commessi contro la popolazione civile, compresa quella marocchina..

Così si giustificò Hassan II , volendo chiudere e minimizzare  il capitolo sui diritti umani, all’emittente televisiva francese Antenne 2 nel 1992: “Vi sono stati degli eccessi, ma piuttosto per negligenza o dimenticanza che per desiderio di offendere”. [9]

Dopo il cessate il fuoco del 1991 ( come poi vedremo, fino ad oggi) le risposta alle oppressioni violente delle autorità marocchine, furono: scioperi della fame dei prigionieri politici (effettuati anche prima del ’91), manifestazioni pacifiche organizzate, manifestazioni spontanee con a volte l’utilizzo di pietre; Questi erano e sono gli strumenti utilizzati dalla lotta del popolo sharawi per dare visibilità alle loro rivendicazioni negate: il diritto all’autodeterminazione, il rispetto dei diritti umani. [10]   

Inizio pagina

 



[1] Storicamente il periodo dei cosidetti “anni di piombo”  inizia nel 1956, ma qui si prende in considerazione dall’anno dell’occupazione del Sahara Occidentale.

[2] Luciano Ardesi, Sahara Occidentale: una scelta di libertà, EMI, Bologna, 2004.

[3]    www.afapredesa .org. 

[4] J. Philippe, Dal profondo delle tenebre Cestas, Bologna,1995.
    Luciano Ardesi, Sahara Occidentale: una scelta di libertà, EMI, Bologna, 2004.
    Elvio Mancinelli, L’odissea del popolo Saharaoui, edizione dell’Arco, Bologna, 1998.

[5] Amnesty International, Magreb, Torino, 1995.

[6] J. Philippe, Dal profondo delle tenebre Cestas, Bologna,1995.

[7] Amnesty International,  Maroc/ le “disparu”: le mr du silence doit tomber, 29/01/199 Amnesty International, Marocco/Tazmamart: Officialy silence and impunity,  1/11/1999.

[8] J.Philippe, i desaparecidos nel deserto, in dal Profondo delle Tenebre, Bologna, Cestas, 1995.

[9] Amnesty International,  Maroc/ le “disparu”: le mr du silence doit tomber, 29/01/1999

[10] Luciano Ardesi, Sahara Occidentale: una scelta di libertà, EMI, Bologna, 2004