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                                                                                                                                 CAPITOLO 2

                                                                                                                           La svolta di Mohamed VI ? 

Lo IER (Istance E’quité et Réconciliation)

 Mohamed VI cercò fin da subito – almeno sulla carta - di intraprendere una politica alternativa al “pugno di ferro” attuata dal padre defunto nel 1999.

Il 7 gennaio del 2004  Mohamed VI inaugura i lavori dello IER (Istance E’quité et Réconciliation) annunciando che : “L'obiettivo di questa Istanza, sarà di fare in modo che i marocchini si riconcilino con loro stessi e la loro storia, che liberino le loro energie, e che siano parte integrante nell'edificazione di una società democratica moderna, contro ogni recidiva” [1]

Lo IER era formato da sedici Commissari, sei dei quali venivano dalla prigione politica e due dall’esilio forzato, incluso il presidente Benzekri , che ha trascorso sedici anni in prigione per aver fatto parte dell’opposizione. La commissione era nata per indagare sui crimini contro l’umanità commessi dal padre Hassan II durante gli anni di piombo.

 Le modalità di azioni della Commissione per la Riconciliazione e l’Equità, cosi come riportato dal documento introduttivo dello stesso IER, erano l’ investigazione, la raccolta di testimonianze, la consultazione degli archivi statali, che hanno portato alla luce gravi violazioni di diritti umani durante il periodo dal 1956 al 1999. L’indagine includeva la sparizione forzata, la detenzione arbitraria, la tortura, le violenze sessuali, gli attentati al diritto alla vita, l’uso sproporzionato della forza e l’esilio forzato [2] .Lo IER fece un resoconto esauriente sulle oppressioni passate, indennizzando e riabilitando le vittime in base al grado di violenza subita. Molte furono le fosse comuni scoperte; nel 2005 venne ritrovata alle periferie di Casablanca una fossa comune con più di 100 cadaveri, risultato di una forte repressione rivolta ai manifestanti che nel 1981 erano scesi in piazza per l’aumento del prezzo del pane. Circa mille manifestanti vennero uccisi. [3]

Tutto ciò però, risulta vano poiché nell’ articolo 6 del documento, si precisa che il mandato dello IER “non è un'istanza giudiziale e non può individuare responsabilità individuali “ e ancora sottolinea che“l'istanza non può, in nessun caso, dopo le inchieste necessarie, individuare responsabilità di tipo individuali qualunque siano. Farà attenzione  a non prendere nessuna iniziativa tale da suscitare la disunione o il rancore o seminare la discordia. “

Il presidente Benzekri ha precisato a Human Rights Watch che l'interdizione di indicare i responsabili si applica solo nelle relazioni pubbliche dell'IER. Durante il suo lavoro, l'IER ha registrato i nomi dei presunti responsabili, ma   la parte del rapporto contiene questi nomi sarà presentata solo al Re e non al pubblico. Questo comporta che i torturatori di una volta, impuniti per i crimini passati, si possono trovare a ricoprire le stesse cariche  precedenti. Questa impossibilità, criticata da molte associazioni marocchine ed internazionali , tra cui la stessa Human Right Watch, non mette fine all’impunità di cui godono i responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani del passato [4] .

Riporto la testimonianza di Abdltif Ngadi, rappresentante per il Marocco di Trasparency International, un’ONG che lotta contro la corruzione, imprigionato nel 1975 per aver fatto parte di un gruppo studentesco che si opponeva alle politiche di Hassan II.” No, non sono andato a testimoniare e non ci andrò. Da quando sono uscito, ho incontrato diverse volte l’uomo che mi ha torturato, lo incontro anche oggi, e lui è sempre lì, a fare il suo lavoro da poliziotto. Se andassi a testimoniare non cambierebbe nulla, perché la Commissione non può punire nessuno e nelle udienze non si possono fare i nomi delle persone accusate di crimini. Ci si siede lì e si racconta la propria storia. A che serve? Io voglio giustizia, giustizia vera. Voglio che questa gente vada in prigione e che certe cose non succedano più. E non voglio soldi per quello che ho passato: come farebbero a stimare la sofferenza mia e di mia madre? E i mie sogni spezzati?” [5]

Ali Amar e Younès Alami [6] sottolineano, in un articolo di Le Monde Diplomatique, come alcune società, tra cui il Sud Africa ,l’Argentina, il Cile , l’Uruguay, che hanno effettuato una transizione democratica,  chiudendo definitivamente con il loro passato oscuro, mentre il Marocco,  non è riuscito nell’impresa poiché non si è spezzata  la continuità al regime precedente.

 

L’informazione censurata

Con il rapporto annuale del 2006 di Reporters Sans Frontières, sulla libertà di stampa in Marocco, si comprende come si è ben lontano da un diritto di informazione, fin da sempre censurato, prima con  Hassan II ora con Mohamed VI. Il Rapporto denuncia molti casi di violazione nonostante “nel 2004 le autorità marocchine avessero dato segnali incoraggianti” . Cita alcuni casi tra cui due giornalisti incarcerati per diffamazione: Anas Tadili, direttore del settimanale Akhbar Al Ousboue, ancora in carcere al 1 gennaio 2006” e “Abderrahmane El Badraoui, vecchio direttore del settimanale Al-Moulahid Assiyassi, ha beneficiato di una grazia reale, il 15 dicembre 2005, dopo tre anni e mezzo di detenzione in condizioni difficili.”.

I giornalisti marocchini sono relativamente liberi di esercitare il loro mestiere solo se “non superano le linee rosse fissate dal Palazzo reale : cioè la questione territoriale ( il Sahara occidentale), la questione politico-religiosa ( tutto ciò che riguarda il re), e i vari traffici in cui sono implicati a volte, importanti personalità del Regno.

La lista delle condanne a giornalisti e giornali riporta puntualmente da Reporters Sans Frontières è lunga.

Il settimanale Le Journal Hebdomadaire è stato denunciato  dal Centro europeo di ricerca, di analisi e di consigli in materia strategica (ESISC, agenzia del Belgio), per i dubbi sollevati dal settimanale sull’obiettività di una ricerca, effettuata dallo stesso ESISC (commissionata dal governo marocchino), sul coinvolgimento del Fronte Polisario in attività di terrorismo internazionale. Le Journal Hebdomadaire è stato condannato a 274.000 Euro di multa che se fosse confermata in appello costringerebbe il giornale alla chiusura. Sembra quindi un cambio di strategia,  con lo scopo di far chiudere i giornali impossibilitati a pagare multe così eccessive [7] . I giornali sono condannati " Essenzialmente perché rifiutando di sottoporsi ai " sacri valori" che il regime pretende di imporre sempre più ai marocchini, al centro dei quali si trova una monarchia di diritto divino che ricorda  al mondo che il Marocco vive ancora sotto un regime medievale dissimulato dietro una vernice di modernità.” [8]

Il Simbolo della libertà di stampa in Marocco è il giornalista Ali Lmrabet [9] , redattore capo di Demain Magazine e Douman. E’ stato condannato il 21 maggio 2003 dal tribunale di Rabat a quattro anni di prigione per “ oltraggio alla persona del re”, “attentato all’integrità territoriale” e “ attentato al regime monarchico”, per poi essere liberato il 10 dicembre 2004 con grazia reale. Denunciato nel marzo 2005 da Ahmed El Khe portavoce l’Association des parents des Sahraouis victimes de la répression dans les camps Tindouf (PASVERTI), il tribunale di Rabat ha condannato il giornalista Ali Lmrabet a dieci anni di interdizione dalla professione. “Lmrabet era accusato di "tradimento" e "volontà di nuocere al Marocco" per due articoli pubblicati a novembre e a gennaio sul quotidiano spagnolo El Mundo e sul settimanale arabo Al Mustakil. Nei due  pezzi Lmrabet affermava che i rifugiati sahrawi che si trovano nei campi profughi di Tindouf, nel sudovest dell'Algeria, non si sentono marocchini e non hanno intenzione di tornare in Marocco: se lo volessero potrebbero farlo facilmente passando per la Mauritania. La versione ufficiale di Rabat è che questi profughi sono stati [10] .

Nel Sahara Occidentale la censura è quasi totale e le informazioni escono solo grazie all’utilizzo di internet e ad alcuni giornalisti che entrano clandestinamente. Dall’inizio dell’Intifada, nel maggio 2005, i siti internet, creati direttamente nel Sahara occidentale, sono aumentati, poiché strumento che ha permesso alle notizie di uscire e contrastare la propaganda dell’agenzia reale (MAP – Maghreb Arabe Presse). E’ questo che ha spinto il governo marocchino ad oscurare nel Sahara Occidentale tutti i siti internet che parlano di saharawi.“Reporters sans frontières ha potuto verificare che i siti arso.org, cahiersdusahara.com, cahiersdusahara.com, wsahara.net et spsrasd.info sono inaccessibili dal  Marocco dal 21 novembre 2005 . Questi siti denunciano l’occupazione Marocchina nel Sahara occidentale e incoraggiano l’organizzazione di manifestazioni ma non fanno appelli alla violenza. La decisione di bloccare questi siti può essere stata presa dal ministro delle Comunicazioni, incaricato della censura,  o da quello dell’interno che segue la questione  saharawi [11] . 

 

L’intifada saharawi

Continuano le denuncie da parte di organizzazioni, tra cui Amnesty  International, sulle violazioni dei diritti umani: torture, maltrattamenti e l’uso eccessivo della forza durante ed in seguito a manifestazioni nel Sahara Occidentale, in particolare dopo lo scoppio dell’intifada (così chiamata dai Saharawi) nel maggio dell’anno scorso.

Il  21 dello stesso mese i famigliari e alcuni attivisti hanno organizzato una manifestazione contro il trasferimento di un ragazzo saharawi dal carcere di El Aiun ad Agadir (550 Km a nord del Marocco). La forte repressione da parte delle forze di sicurezza marocchine ha determinato la dispersione violenta della protesta. A seguito di questo evento centinaia di manifestanti scesero in piazza rivendicando l’indipendenza del Sahara Occidentale e sventolando bandiere della RASD. Alla fine di maggio le proteste si estesero in altre città del Sahara Occidentale come Smara e Dakhla e del Marocco come Agadir, Casablanca, Fez, Marrakech e Rabat. Molti sono gli studenti che fanno parte di questo movimento. I manifestanti hanno portato avanti la loro protesta in modo pacifico tranne nelle giornate dal 24 al 26 maggio quando furono bruciate le bandiere marocchine e lanciate pietre e bottiglie molotov; ma furono sempre e fin da subito repressi in maniera violenta dalla polizia che agiva con pestaggi e arresti sommari.

In varie occasioni il Comitato dei diritti Umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazioni per l’alto numero di denuncie di tortura o maltrattamenti e per la mancanza di indagini su tali episodi, ricordando al Marocco la dichiarazione del Comitato contro la tortura delle NU :”..basta che l’atto di tortura sia denunciato dalla vittima perché scatti l’obbligo dello Stato di esaminarlo al più presto ed in modo imparziale..” [12] . Tutto ciò in Marocco non è mai successo.

Sono stati inoltre denunciati abusi compiuti durante la Campagna “anti-terrorismo”, promossa da Mohamed VI, iniziata nel 2002 ed intensificata dopo  l’ attentato di Casablanca del 16 maggio 2003. Amnesty Iternational e l’AMDH ( Associazione Marocchina per la difesa dei Diritti Umani), hanno espresso la loro preoccupazione poiché la  legge contro il terrorismo da ad altre forze di polizia il diritto di detenere un sospetto per otto giorni, senza che questi possa contattare né un avvocato né qualsiasi altra persona, di perquisire case e negozi senza mandato. Inoltre la definizione di “terrorismo” è vaga e poco specifica: include infatti anche tutti i turbamenti dell'ordine pubblico. [13]

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[1] Human Rights Watch,  Marocco’s Truth Commission, Novembre 2005 Volume 17,No.11(E))

[2] IER (Instance Equité et Réconciliation), www.ier.ma (introduzione al documento ufficiale)

[3] Peace Reporter,Fantasmidel passato, Marocco, 15/12/2005

[4] Human Rights Watch,  Marocco’s Truth Commission, Novembre 2005 Volume 17,No.11(E)) 

[5] Francesca Caferri, Il Marocco alza il velo sui suoi “anni di piombo”, Venerdì, n. 64

[6] Rispettivamente Direttore e giornalista del Journal Hebdomadaire, Casablanca.(Settimanale marocchino), Riconciliazione fragilissima in Marocco:i torturatori di un tempo sono ancora in servizio, Le Monde Diplomatique, Aprile 2005.

[7] Reporters Sans Frontières, Maroc ,Rapport annuel 2006

[8] Des intllectuels è pinglent le régim, Le Journal Hebdomadaire, (http://www.lejournal-hebdo.com/article.php3?id_article=7135).

[9] Francesco Correale, Il Marocco sugli scogli della democrazia. Riflessioni su un’instabilità annunciata , Afriche e Orienti, n° 3-4, 2003

[10] Reporters Sans Frontières, Confirmation de l’interdiction d’exercer à l’encontre d’Ali Lmrabet : "Ce jugement est nul et non avenu", Maroc 24/06/2005.
 

[11] Reporters sans frontières, Dénonce la censure des sites sahraouis, 2/12/2005. 

[12] Comunicato stampa di Amnesty International, Marocco/Sahara Occidentale: la giustizia deve cominciare a fare inchieste sugli atti di tortura, 22/06/2005.

Amnesty International, Marocco e Sahara Occidentale, sezione Italiana, 29/04/2005

[13] Amnesty International, la situazione dei diritti umani in Marocco, sezione italiana, 17/11/2005

  Anderw Elkin, Démocratie en péril au Maroc,Le journal Alternatives, 30 Maggio 2003.