La
svolta di Mohamed VI ?
Lo IER (Istance E’quité et Réconciliation)
Mohamed VI cercò fin da subito – almeno sulla
carta - di intraprendere una politica alternativa al “pugno di ferro” attuata
dal padre defunto nel 1999.
Il
7 gennaio del 2004 Mohamed VI inaugura
i lavori dello IER (Istance E’quité et Réconciliation) annunciando che : “L'obiettivo di questa Istanza, sarà di fare
in modo che i marocchini si riconcilino con loro stessi e la loro storia,
che liberino le loro energie, e che siano parte integrante nell'edificazione
di una società democratica moderna, contro ogni recidiva”
[1]
Lo
IER era formato da sedici Commissari, sei dei quali venivano dalla prigione
politica e due dall’esilio forzato, incluso il presidente Benzekri , che ha
trascorso sedici anni in prigione per aver fatto parte dell’opposizione. La
commissione era nata per indagare sui crimini contro l’umanità commessi dal
padre Hassan II durante gli anni di piombo.
Le modalità di azioni della Commissione per
Tutto
ciò però, risulta vano poiché nell’ articolo 6 del documento, si precisa che
il mandato dello IER “non è un'istanza giudiziale e non può individuare responsabilità
individuali “ e ancora sottolinea che“l'istanza non può, in nessun caso, dopo
le inchieste necessarie, individuare responsabilità di tipo individuali qualunque
siano. Farà attenzione a non prendere
nessuna iniziativa tale da suscitare la disunione o il rancore o seminare
la discordia. “
Il
presidente Benzekri ha precisato a Human Rights Watch che l'interdizione di
indicare i responsabili si applica solo nelle relazioni pubbliche dell'IER.
Durante il suo lavoro, l'IER ha registrato i nomi dei presunti responsabili,
ma la parte del rapporto contiene
questi nomi sarà presentata solo al Re e non al pubblico. Questo comporta
che i torturatori di una volta, impuniti per i crimini passati, si possono
trovare a ricoprire le stesse cariche precedenti.
Questa impossibilità, criticata da molte associazioni marocchine ed internazionali
, tra cui
Riporto
la testimonianza di Abdltif Ngadi, rappresentante per il Marocco di Trasparency
International, un’ONG che lotta contro la corruzione, imprigionato nel 1975
per aver fatto parte di un gruppo studentesco che si opponeva alle politiche
di Hassan II.” No, non sono andato a
testimoniare e non ci andrò. Da quando sono uscito, ho incontrato diverse
volte l’uomo che mi ha torturato, lo incontro anche oggi, e lui è sempre lì,
a fare il suo lavoro da poliziotto. Se andassi a testimoniare non cambierebbe
nulla, perché
Ali Amar e Younès Alami
[6]
sottolineano, in un articolo di Le Monde Diplomatique,
come alcune società, tra cui il Sud Africa ,l’Argentina, il Cile , l’Uruguay,
che hanno effettuato una transizione democratica,
chiudendo definitivamente con il loro passato oscuro, mentre il Marocco,
non è riuscito nell’impresa poiché non si è spezzata
la continuità al regime precedente.
L’informazione censurata
Con il rapporto annuale del 2006 di Reporters Sans Frontières,
sulla libertà di stampa in Marocco, si comprende come si è ben lontano da
un diritto di informazione, fin da sempre censurato, prima con Hassan II ora con Mohamed VI. Il Rapporto denuncia
molti casi di violazione nonostante “nel 2004 le autorità marocchine avessero dato segnali incoraggianti”
. Cita alcuni casi tra cui due giornalisti incarcerati per diffamazione: “Anas Tadili, direttore del settimanale
Akhbar Al Ousboue, ancora in carcere al 1 gennaio
I
giornalisti marocchini sono relativamente liberi di esercitare il loro mestiere
solo se “non superano le linee rosse
fissate dal Palazzo reale : cioè la questione territoriale ( il Sahara
occidentale), la questione politico-religiosa ( tutto ciò che riguarda il
re), e i vari traffici in cui sono implicati a volte, importanti personalità
del Regno.”
La
lista delle condanne a giornalisti e giornali riporta puntualmente da Reporters Sans Frontières è lunga.
Il
settimanale Le Journal Hebdomadaire è stato denunciato dal Centro europeo di ricerca, di analisi e
di consigli in materia strategica (ESISC, agenzia del Belgio), per i dubbi
sollevati dal settimanale sull’obiettività di una ricerca, effettuata dallo
stesso ESISC (commissionata dal governo marocchino), sul coinvolgimento del
Fronte Polisario in attività di terrorismo internazionale. Le Journal Hebdomadaire
è stato condannato a 274.000 Euro di multa che se fosse confermata in appello
costringerebbe il giornale alla chiusura. Sembra quindi un cambio di strategia,
con lo scopo di far chiudere i giornali impossibilitati a pagare multe
così eccessive
[7]
. I giornali sono condannati "
Essenzialmente perché rifiutando di sottoporsi ai " sacri valori"
che il regime pretende di imporre sempre più ai marocchini, al centro dei
quali si trova una monarchia di diritto divino che ricorda al mondo che il Marocco vive ancora sotto un
regime medievale dissimulato dietro una vernice di modernità.”
[8]
Il
Simbolo della libertà di stampa in Marocco è il giornalista Ali Lmrabet
[9]
, redattore capo di Demain Magazine
e Douman. E’ stato condannato il 21 maggio 2003 dal tribunale di Rabat a quattro
anni di prigione per “ oltraggio alla
persona del re”, “attentato all’integrità territoriale” e “ attentato al regime
monarchico”, per poi essere liberato il 10 dicembre 2004 con grazia reale.
Denunciato nel marzo 2005 da Ahmed El Khe portavoce l’Association des
parents des Sahraouis victimes de la répression dans les camps Tindouf (PASVERTI),
il tribunale di Rabat ha condannato il giornalista Ali Lmrabet a dieci anni
di interdizione dalla professione.
“Lmrabet era accusato di "tradimento"
e "volontà di nuocere al Marocco" per due articoli pubblicati a
novembre e a gennaio sul quotidiano spagnolo El Mundo e sul settimanale arabo
Al Mustakil. Nei due pezzi Lmrabet
affermava che i rifugiati sahrawi che si trovano nei campi profughi di Tindouf,
nel sudovest dell'Algeria, non si sentono marocchini e non hanno intenzione
di tornare in Marocco: se lo volessero potrebbero farlo facilmente passando
per
Nel Sahara Occidentale la censura è quasi totale e le
informazioni escono solo grazie all’utilizzo di internet e ad alcuni giornalisti
che entrano clandestinamente. Dall’inizio dell’Intifada, nel maggio 2005,
i siti internet, creati direttamente nel Sahara occidentale, sono aumentati,
poiché strumento che ha permesso alle notizie di uscire e contrastare la propaganda
dell’agenzia reale (MAP – Maghreb Arabe Presse). E’ questo che ha spinto il
governo marocchino ad oscurare nel Sahara Occidentale tutti i siti internet
che parlano di saharawi.“Reporters sans frontières ha potuto verificare
che i siti arso.org, cahiersdusahara.com, cahiersdusahara.com, wsahara.net
et spsrasd.info sono inaccessibili dal Marocco dal 21 novembre 2005 . Questi siti denunciano
l’occupazione Marocchina nel Sahara occidentale e incoraggiano l’organizzazione
di manifestazioni ma non fanno appelli alla violenza. La decisione di bloccare
questi siti può essere stata presa dal ministro delle Comunicazioni, incaricato
della censura, o da quello dell’interno
che segue la questione saharawi
[11]
.”
L’intifada saharawi
Continuano le denuncie da parte di organizzazioni, tra
cui Amnesty International, sulle violazioni
dei diritti umani: torture, maltrattamenti e l’uso eccessivo della forza durante
ed in seguito a manifestazioni nel Sahara Occidentale, in particolare dopo
lo scoppio dell’intifada (così chiamata dai Saharawi) nel maggio dell’anno
scorso.
Il 21 dello stesso
mese i famigliari e alcuni attivisti hanno organizzato una manifestazione
contro il trasferimento di un ragazzo saharawi dal carcere di El Aiun ad Agadir
(
In varie occasioni il Comitato dei diritti Umani delle
Nazioni Unite ha espresso preoccupazioni per l’alto numero di denuncie di
tortura o maltrattamenti e per la mancanza di indagini su tali episodi, ricordando
al Marocco la dichiarazione del Comitato contro la tortura delle NU :”..basta che l’atto di tortura sia denunciato
dalla vittima perché scatti l’obbligo dello Stato di esaminarlo al più presto
ed in modo imparziale..”
[12]
. Tutto
ciò in Marocco non è mai successo.
Sono stati inoltre denunciati abusi compiuti durante
[1]
Human Rights Watch, Marocco’s Truth Commission, Novembre 2005
Volume 17,No.11(E))
[2]
IER (Instance Equité et Réconciliation),
www.ier.ma
(introduzione al documento ufficiale)
[3]
Peace Reporter,Fantasmidel passato, Marocco, 15/12/2005
[4]
Human Rights Watch, Marocco’s Truth Commission, Novembre 2005
Volume 17,No.11(E))
[5] Francesca Caferri, Il Marocco alza il velo sui suoi “anni di piombo”, Venerdì, n. 64
[6]
Rispettivamente Direttore e giornalista del Journal Hebdomadaire, Casablanca.(Settimanale
marocchino), Riconciliazione
fragilissima in Marocco:i torturatori di un tempo sono ancora in servizio,
Le Monde Diplomatique, Aprile 2005.
[7]
Reporters Sans Frontières, Maroc ,Rapport
annuel 2006
[8]
Des intllectuels è pinglent le régim, Le Journal Hebdomadaire, (http://www.lejournal-hebdo.com/article.php3?id_article=7135).
[9]
Francesco Correale,
Il Marocco sugli scogli della democrazia. Riflessioni su un’instabilità
annunciata , Afriche e Orienti, n° 3-4, 2003
[10]
Reporters Sans Frontières,
Confirmation de l’interdiction d’exercer
à l’encontre d’Ali Lmrabet : "Ce jugement est nul et non avenu",
Maroc 24/06/2005.
[11]
Reporters sans frontières, Dénonce
la censure des sites sahraouis, 2/12/2005.
[12]
Comunicato stampa di Amnesty International, Marocco/Sahara Occidentale: la giustizia deve
cominciare a fare inchieste sugli atti di tortura, 22/06/2005.
Amnesty International, Marocco e
Sahara Occidentale, sezione Italiana, 29/04/2005
[13]
Amnesty International, la situazione dei diritti umani
in Marocco, sezione italiana, 17/11/2005
Anderw Elkin, Démocratie en péril au Maroc,Le journal Alternatives, 30 Maggio 2003.