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                                                                                                                                       CAPITOLO 3

                                                                                                     La risposta pacifica dei difensori dei diritti umani:

“Potete uccidermi ma non riuscirete mai ad uccidere le mie idee” [1] .

Amnesty International in un dossier del 2005  individua otto difensori dei diritti umani la cui attività è rivolta da anni ad una campagna di raccolta di informazioni  e diffusione delle violenze commesse dal governo marocchino nel Sahara Occidentale (dal maggio 2005 attenti  alle repressioni delle autorità contro  le manifestazioni ad Al Aiun e in altre città del Marocco e del Sahara Occidentale). Sette attivisti sono stati arrestati tra il giugno e agosto dello stesso anno accusati di appartenere ad associazioni non autorizzate ( forse per la loro affiliazione all’associazione per i diritti umani del Forum per la Verità e Giustizia – Sezione Sahara, sciolta il 18 giugno del 2003) e di aver incitato ad attività di protesta violente la popolazione (gli attivisti negano con fermezza quest’ultima accusa). Le  attività così denominate “illegali” sembrano essere proprio quelle sopra indicate: la loro libera opinione sull’autodeterminazione del popolo Saharawi, la diffusione di informazioni e di idee e i rapporti con le organizzazioni esterne, inclusa la stessa Amnesty International [2] .

Al termine del processo dei difensori, Amnesty International afferma che “c’è stato un grave passo indietro per i diritti umani nel Sahara Occidentale”, e che “la condanna dei sette imputati, accusati di aver partecipato a manifestazioni contro il Marocco, non ha rispettato le regole dell’equità”; considerando infine i difensori dei diritti umani prigionieri di opinione. [3]

Tra gli otto attivisti dei diritti umani mi sembra doveroso riportare le preziose testimonianze di Tamek Ali Salem e Aminatou Haider, simboli di una resistenza pacifica,  che sono riusciti ad uscire provvisoriamente dai territori occupati per una campagna di sensibilizzazione internazionale. Protagonisti nella difesa dei diritti umani, ma per questo vittime di torture, hanno approfittato di queste occasioni per sottoporsi a cure mediche. 

 

Ali Salem Tamek. “Né l’interruzione dello stipendio, né la rimozione, né la detenzione, né il licenziamento mi dissuaderanno dalla mia lotta [4] ”.

E’ lunga la lista delle carcerazioni dell’attivista saharawi, accusato dal Marocco di minacciare la sicurezza interna dello stato attraverso le sue opinioni sull’indipendenza del Sahara Occidentale e per i suoi presunti rapporti con il Fronte Polisario. Nel 2005 è stato imprigionato nuovamente per una sua presunta confessione rilasciata sotto la tortura di tre uomini secondo i quali Tamek avrebbe ricevuto fondi dal FP.

Membro attivo fino al suo scioglimento del Forum Verità e Giustizia sezione Sahara Occidentale, l’attivista dei diritti umani ha sempre cercato, nei suoi anni in prigione, di denunciare  attraverso numerosi scioperi della fame (17 tra i quali il più lungo durato 51 giorni nel 2005) le violazioni nelle carceri del Sahara Occidentale. iedi sollevati contro il muro o sulle spalle di un altro detenuto. Le malattie sono molto frequenti  e mal curate; per questo alcuni provvedono da soli utilizzando metodi come l’urinarsi addosso. Le torture sono frequenti in particolare le cosiddette “bastonature” o l’immersione del detenuto in una vasca d’acqua fredda. Non essendo divisi per pene commesse si trovano nello stesso luogo condannati per reati civili, minorenni e malati mentali insieme a condannati per stupro o assassinio. L’attivista conclude con una riflessione sulle leggi che regolano il funzionamento delle prigioni dicendo che  l’attivismo delle organizzazioni dei Diritti Umani che hanno messo a nudo la situazione nelle carceri e in particolare in quella di Iezgane (della quale hanno raccomandato la chiusura), a dispetto di tutto ciò questo carcere resta sempre un carnaio di morti viventi [5] .”

Nella testimonianza sulle condizioni del carcere di Inezgane, Tamek  afferma come “precedentemente non mi era stato possibile rivelare le condizioni di detenzione di questa prigione…ma adesso lo posso fare grazie anche all’interesse generale rivolto verso i diritti umani .. inoltre il moltiplicarsi di tante tragedie verificatesi nelle carceri marocchine, mi spingono a scrivere quanto segue..” Nell’antico blocco che era composto da sette vani, ognuno di 3 metri x 5 , i detenuti venivano ammucchiati con i loro oggetti personali ed erano previste fino a 130 -140 persone . Il nuovo blocco è composto da sei vani con una superficie di 12 metri x 2 privi di finestre e sono previste da 90 a 100 persone. Il blocco femminile è formato da due vani per oltre 120 carcerate. Durante la notte per la mancanza di spazio, i detenuti sono costretti a dormire con il dorso in terra e i p

La politica del regno del Marocco di violenza ed intimidazione è sempre più spesso rivolta anche alle famiglie degli attivisti dei diritti umani con lo scopo di dissuadere quest’ultimi dalle loro attività.

Come molti altri anche la famiglia di Tamek è stata colpita dalla “violenza trasversale”.

La moglie dell’attivista dopo due anni d silenzio dichiara, nel 2005 su giornale El Moundo, di essere stata selvaggiamente violentata da cinque poliziotti marocchini (dalla Direzione Generale di Vigilanza del Territorio - DGST), sotto gli occhi della figlia Thawra di 4 anni (a causa del suo nome che significa “Rivoluzione”, la bambina non è stata inserita all’ufficio anagrafe).

Mentre tornava dal carcere di Ait Mellul, vicino ad Agadir, dove era stata a visitare il marito, condannato a due anni per "separatismo”, è stata prelevata con la figlia portata in un posto segreto in aperta campagna. Dopo essersi rifiutata di rispondere a domande rivolte ad ottenere maggiori informazioni su Tamek e altre persone,  e di accettare la loro proposta di dissuadere sessualmente alcuni leader saharawi,  "mi fecero quello che nessun essere umano avrebbe fatto ad un altro..” A seguito dello stupro collettivo i violentatori gli urinarono addosso. Aouicha aveva riconosciuto i sui violentatori,  uno di loro era cugino di suo marito, funzionario nella località di Tan Tan e collaboratore della DGST per "Questioni sahrawi”.Dopo averla portata a casa la minacciarono di rappresaglie se avesse riferito l’accaduto alla stampa. Oggi la moglie del leader saharawi vive a Madrid e con l’aiuto di avvocati spagnoli vuole intraprendere un’azione legale contro i sui presunti violentatori. “Non in Marocco, perché lì la giustizia è sotto controllo, ma qui in Europa. [6] " Questa è una dimostrazione delle tante violenze che si stanno commettendo nei confronti di donne, uomini e bambini saharawi nel Marocco e nel Sahara Occidentale occupato .

Ali Salem Tamek dopo aver ottenuto il passaporto, grazie a diverse sollecitazioni internazionali, è uscito dai territori occupati: nel suo viaggio in Europa  ha incontrato vari deputati e rappresentanti di gruppi politici nella sede del Parlamento Europeo, i responsabili di varie organizzazioni di difesa dei diritti umani, tra cui l’Alto Commissariato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (HCDH), il Comitato Internazionale contro la Tortura (CAT), la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), e L’Ufficio Internazionale per il rispetto dei Diritti Umani nel Sahara Occidentale (BIRDHSO)…

Come lui stesso aveva preannunciato in varie conferenze anche qui in Italia, al suo ritorno ad El Ayoun fu immediatamente incarcerato. Fu deciso alla Corte di appello di di trasferirlo in un ospedale psichiatrico poiché era stato considerato non sano di mente.” Esprimo chiaramente il mio rifiuto ad essere ospedalizzato in Marocco e rigetto sullo Stato marocchino la responsabilità della malattia cutanea alla pelle delle mie mani apparsa dopo iniezioni fattemi dallo staff medico  del carcere di Inzegane nel 2003”.

In realtà quelle affermazioni mirano a disinformare l’opinione pubblica e tentano vanamente di giustificare l’ingiustificabile. Occorre infatti rispondere alla domanda centrale: perché arrestarci? Noi abbiamo adottato convinzioni e opinioni contrarie a quelle ufficiali e le abbiamo espresse chiaramente sia nella stampa marocchina che sulla stampa estera. Voi volete far tacere ogni voce libera sahrawi che vuole svelare i crimini commessi dal regime marocchino verso i sahrawi, dopo aver fallito utilizzando ogni altro mezzo possibile. Ho già trascorso alcuni anni in carcere per le mie idee, sono stato incarcerato 4 volte in varie carceri marocchine, sono stato vittima di torture, di minacce, sono stato licenziato dal mio lavoro, detenuto arbitrariamente, condannato ingiustamente. Sono stato oggetto di campagne di intimidazione, di tentativi di corruzione da parte delle autorità e dei media al servizio del governo marocchino (makhzen). Ho subito la ferita più atroce: il violo di mia moglie da parte di 5 poliziotti marocchini di fronte alla mia figlioletta “Thawra”, di 4 anni. La storia ora si ripete: voi fate ricorso agli stessi metodi di condanna, all’incarcerazione. E’ questo dunque il nostro torto? Dovreste essere un po’ più coraggiosi e giudicarci per le nostre convinzioni, senza implicarci in avvenimenti che hanno avuto luogo mentre io mi trovavo in Europa, dove venivo ricevuto... [7]

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Aminatou Haidar . “Europei, perché difendete il Marocco de Torturatori?” [8] .

Grazie al Premio Juàn Maria Bandrés per la difesa del diritto d’asilo e la solidarietà con i profughi, conferito dalla Commissione spagnola (CEAR) l’8 maggio del 2006, Aminatou è riuscita ad uscire dai territori occupati intraprendendo il suo viaggio in Europa ed in altri continenti come il Sud Africa, ospite in queste settimane di giugno e luglio.

Previsto il suo ritorno nel Sahara Occidentale,entro la fine dell’anno, Aminatou, allo stesso tempo con la sua forza e fragilità ha colpito l’opinione pubblica e gli stati ospitanti.

Considerata una delle principali leader (se non la principale) per la difesa dei diritti umani nel Sahara Occidentale, insieme ad Ali Salem Tamek, , è importante riportare la sua testimonianza  per ricostruire anni cruciali di violazioni che sono state commesse e si stanno tutt’oggi commettendo.  

Dalla registrazione dell’incontro organizzato a Scienze Politiche di Bologna, il 12/06/’06:

..Io sono saharawi, sono una difensora dei diritti umani Saharawi, sono mamma di due bambini. Sono stata vittima sotto il regno di Hassan II e sono tutt’ora vittima sotto il regno di Mohamed VI ; e sicuramente dopo questo mio viaggio in Italia mi metteranno di nuovo in prigione.

La mia esperienza personale non è un’esperienza isolata, ma fa parte di una politica di repressione che lo stato del Marocco ha praticato nel Sahara Occidentale…Io avevo 20 anni nel 1987 e quell’anno sono stata sequestrata.In quell’anno c’era una visita  di una Commissione delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale; noi saharawi ci siamo organizzate per fare una serie di manifestazioni. Io allora studiavo e con un gruppo di studenti abbiamo deciso di scrivere due lettere una in inglese e una in francese da consegnare al capo della missione, con lo scopo di denunciare la realtà dei diritti umani e di fare il referendum nel Sahara Occidentale. Ventiquattro ore prima dell’arrivo della Commissione sono stati sequestrati molti cittadini, tra cui io. Sono stata sequestrata alle tre e mezza a casa mia e sono stata torturata da momento del mio arrivo al centro segreto, trascorrendo tre settimane di torture e interrogatori .Quando mi hanno preso mi hanno legato le mani e i piedi, mi hanno messo una benda sugli occhi, e mi hanno messo anche uno straccio con dei prodotti chimici sulla bocca sul naso e sulle orecchie. Mi picchiavano, e a volte utilizzavano anche la scossa elettrica, mi hanno violentato, tutto questo per l’unica colpa di  voler partecipare ad una manifestazione pacifica. Dopo queste tre settimane è iniziato un altro dramma per me: non potevo vedere la mia famiglia ma solo forze di sicurezza che ci trattavano come animali. Non avevamo nessun diritto, in quel momento si è fermata la mia vita. Sono stata buttata in un luogo dove c’erano solo rifiuti e non avevo contatto con il resto del mondo. Non avevo il diritto a una doccia, non potevo uscire al sole, non avevo l’aria pulita, sono sempre stata con gli occhi bendati: tutto questo per tre anni e sette mesi. La mia famiglia non avendo avuto nessuna informazione  mi considerava tra le persone già morte.

Non potevo dormire tranquillamente nel centro segreto,ogni ora e mezza picchiavano su un portone di ferro, ci facevano passare la notte anche in piedi rivolte verso il muro con le mani legate.

Quello che mangiavo era pieno di insetti, sporco, anche il nostro corpo era pieno di animali. Facevo parte di un gruppo di 64 persone, tra loro c’erano 10 donne, con noi c’era anche una persona anziana che aveva 70, un’altra un era una ragazza di 16 anni e una famiglia intera. L’unico figlio di una delle donna fu torturato a morte mentre la madre sentiva le sue urla e lo hanno buttato nel bagno. Io personalmente l’ho toccato con i miei piedi perché avevo gli occhi bendati, ho sentito che sotto ai piedi c’era un corpo, ho cercato di alzare la benda per vedere cosa c’era. Mi e tutt’ora rimasta impressa l’immagine di quel giovane che non conoscevo: mi ha dato forza per continuare, sentivo la responsabilità di difendere la dignità delle persone, attentata fino a quel livello. Per me questi tre anni e sette mesi sono stati una sofferenza, ci sono tanti dettagli ma non voglio entrare in merito..

Siamo stati liberati nel 1991, insieme a noi hanno liberato un altro gruppo della prigione di Kalaat M’Gouna.

In tutto il gruppo c’erano 379  persone tra cui 70 donne .Questo gruppo ha trascorso 16 anni senza essere processato. Per noi fino ad oggi ci sono ancora più di 500 scomparsi, senza sapere se sono vivi o morti.

Con la mia liberazione sono iniziate altre sofferenze: sono sempre sorvegliata, non ho il diritto ad avere un passaporto, ogni volta che mi sposto la polizia mi interroga.

Nonostante fossi stata promossa alla maturità, non mi hanno permesso di continuare i miei studi all’università.

Nel 1994 dopo aver ricuperato un po’ di forze ho discusso con altri amici e abbiamo deciso di lavorare insieme nella difesa dei diritti umani. Il nostro compito era prendere contatto con le organizzazioni che si occupano della difesa di tali diritti. Abbiamo iniziato prendendo contatti con comitati marocchini in difesa dei diritti umani. La prima associazione che ci ha accolto è stata l’Associazione marocchina per la difesa dei diritti umani (AMDH). ed è rimasta ancora l’unica associazione marocchina che ci difende e lavora con noi. Penso che abbia una posizione molto nobile: quando eravamo in carcere sono stati gli unici a chiedere la nostra liberazione, sono entrati in conflitto con il ministero dell’Interno perchè quest’ultimo affermava in maniera falsa che noi non eravamo in sciopero della fame. Hanno creato un comitato affinché potesse visitare il carcere di El Aiun, ma non gli è stato permesso. Però hanno incontrato le nostre famiglie, persone vittime della tortura…Poi ha fatto un rapporto sulle testimonianze che a mio avviso rappresenta la verità. E’ per questo che l’associazione ha dei problemi con le autorità marocchine. Abbiamo preso contatti anche con organizzazioni internazionali, come Amnesty International. Con loro volevamo denunciare la repressione che lo stato del Marocco stava effettuando contro il Sahara Occidentale occupato. Questo ha convinto Amnesty International a visitare il territorio e ad avere quasi una permanenza continua . Questo non ha fatto piacere al governo che continua ad intimidire le nostre attività. Alcuni sono stati espulsi dal territorio marocchino, altri sono stati privati di passaporto, alcuni sono staiti licenziati dal lavoro, tra cui anch’io. Ho passato 16 anni senza avere la possibilità di un passaporto e sono stata processata in una maniera ingiusta. Diversi sono stati i processi ai difensori dei diritti umani, nel 2001, 2002. Tra i difensori c’è Ali Salem Tamek che ha visitato l’Italia.

Il 17 Giugno del 2005, noi , come difensori dei diritti umani volevamo essere presenti nella manifestazione di famiglie che chiedevano la liberazione dei figli. Quando siamo arrivati la polizia ha intervenuto in una maniera selvaggia e violenta: mi hanno picchiata colpendomi alla testa, come avete visto nelle fotografie via internet, mi hanno lasciata lì coperta di sangue in strada. Uno dei difensori ha provato a portarmi all’ospedale ed è stato picchiato anche lui. L’ospedale è stato  circondato dalle forze di sicurezza che hanno  anno proibito alla mia li i visitarmi. Da  lì mi hanno sequestrata senza prendere in considerazione il mio stato di salute. Mi anno portato dal commissariato della polizia interrogandomi per tre giorni, chiedendomi quali erano le mie attività e quali rapporti avevo con le organizzazioni internazionali e locali in difesa dei diritti umani, quale era la mia posizione sulla questione del Sahara Occidentale. Sono stata poi sorpresa davanti al giudica che ha presentato un rapporto che non aveva niente a che vedere con l’interrogatorio. Sulla base di quel rapporto falso, confezionato dalla polizia, che io non avevo mai sottoscritto, il giudice ha sentenziato la mia carcerazione.

Non hanno preso in considerazione il mio stato di salute , non hanno preso in considerazione che ero una mamma.

Dal 21 maggio del 2005 sono scoppiate delle manifestazioni pacifiche nei territori occupati, organizzate per chiedere il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. Sono persone che in modo pacificano sventolano  bandiere saharawi portando slogan a favore dell’indipendenza. Ma l’intervento della polizia è sempre stato selvaggio: .molti saharawi sono stati torturati, alcune case sono state distrutte e molte persone sono state prese.

Il nostro compito come difensori dei diritti umani è di osservare  le violazioni dei diritti umani e comunicarli alle organizzazioni internazionali, scattare delle foto e mandarle, attraverso internet, al mondo. Il Marocco decise che i difensori dei diritti umani andavano fermati, essendo il territorio chiuso dalla stampa e da osservatori internazionali, il  Marocco può avere le mani libere.

 Sono stata incarcerata insieme ad altri difensori dei diritti umani, siamo stati incarcerati nella “prigione nera”, così chiamata perché le condizioni all’interno sono molto difficili. La nostra attività era anche la difesa sulle condizioni degli attivisti all’interno del carcere affinché migliorassero le loro condizioni. Non credevo che la situazione fosse così pessima. Come difensori per noi è stata una buona occasione  per poter osservare i crimini che si stavano commettendo. Abbiamo anche fatto diversi scioperi della fame, il più lungo è  durato 51 giorni: si protestava contro le condizioni difficili. Abbiamo scattato in segreto delle fotografie per farle uscire al mondo: erano fotografie terribili di prigionieri uno sull’altro, in condizioni disumane. Io ho passato 6 mesi in questo posto terribile.

Passavo la notte a litigare con gli animali, topi e insetti..I miei figli mi potevano visitare una volta alla settimana solo per qualche minuto.

Alla fine dei sei mesi siamo stati processati, era un processo farsa,in di questi hanno partecipato alcuni osservatori internazionali, tra loro c’era un avvocato, un magistrato Italiano. Il loro rapporto dichiarava che le accuse dl processo non avevano niente a che vedere con le attività che noi svolgevamo.

Quando sono stata candidata al premio Sahara del parlamento europeo e al premio o Juàn Maria Bandrés ero ancora in prigione. Grazie all’ottenimento del premio sono riuscita ad uscire dal territorio. Ho colto l’occasione di fare una grande tourrne in Europa e in altri paesi per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla situazione della popolazione Saharawi nel territori occupati, ma sopratutto smentire le grandi bugie della propaganda marocchina, perché il Marocco dice che lui rispetta i diritti umani, che tutti i saharawi che sono nelle zone occupate sono  marocchini e che hanno tutti i diritti. Ma tutto questo non è vero :io dico che i Saharawi non vogliono essere marocchini, noi siamo molto attaccati all’identità del nostro popolo. Noi siamo convinti che la nostra causa sia giusta e che questo conflitto è un problema di decolonizzazione . Il Marocco non rispetta i diritti dei Saharawi, il Marocco ci tratta solo con la violenza, l’unica politica che riconosce è quella del bastone. Ogni voce libera o che difende principi nobili sa che il suo destino sarà o la prigione o la repressione.

In questo preciso istante molti  Saharawi nei territori occupati sono sotto tortura oppressi. Sopratutto le donne e i bambini che soffrono di più. Nonostante tutte le risoluzioni e leggi internazionali che proibiscono le violenze contro i più deboli  il Marocco le pratica.

La scuola è controllata dalla polizia, i bambini e i ragazzi saharawi non hanno la possibilità di vivere una vita tranquilla. Alcune volte noi mamme saharawi preferiamo che i nostri figli rimangano a casa da scuola perché molte volte vengono picchiati. Io personalmente ho una figlia di 12 anni che è stata picchiata ed intimidita dieci giorni fa, accusata di aver disegnato la bandiera saharawi sul tavolo, le hanno proibito di partecipare alla fine del corso, malgrado sia molto brava negli studi. L’anno scorso prima di essere arrestata lei doveva festeggiare con la classe la fine della scuola, lei aspettava che io tornassi con un regalo per la fine del corso. L’unico regalo che gli anno dato è stato una sacca con il mio sangue dopo che mi avevano picchiata, allora la sua gioia di è tramutata in tristezza. Anche quest’anno le hanno proibito di partecipare alla fine del corso perché io mi trovo qua, in Europa a parlare. Quello che succede a mia figlia succede anche mote altre famiglie.

Le autorità nel Marocco hanno cominciato ad utilizzare nuovi metodi di repressione il 16, 17 e 18 di maggio scorso le macchine della polizia hanno anche attaccato i manifestanti,  l’anno scorso un  giovane è stato picchiato  morte. Il 28 di maggio di quest’anno a un ragazzo che aveva 16 anni gli è stato versato  del prodotto infiammabile  sul corpo e lo hanno bruciato,  potete vedere le sue fotografie. Adesso si trova in condizioni molto gravi: è stato Portato a Casablanca, è stato isolato anche la sua famiglia non poteva vederlo.

Il Marocco sta continuando la sua politiche di violazione dei diritti umani: oltre a essere una difensora dei diritti umani, sono una  mamma, sono una donna, e le mamme saharawi e le donne  saharawi sono quelle che soffrono di più. E’ da trent’anni che la donna saharawi soffre sul suo corpo e sulla sua dignità.. noi donne saharawi preferiamo morire piuttosto di perdere la nostra dignità; le donne saharawi sono violentate soprattutto dalle forze di sicurezza.

Vorrei che voi visitaste i territori occupati per sentire le testimonianze delle donne saharwi, sentireste da loro che i cani trovati fuori sono più umani della polizia: le donne picchiate venivano gettate per strada in periferia e i cani leccavano il loro sangue.

Questa è la situazione dei diritti umani nel Sahara Occidentale occupato.

Il mio messaggio e che voi, come uomini liberi, dovete sostenerci e aiutarci. Non chiediamo niente di impossibile noi chiediamo la pace e l libertà come tutti i popoli del mondo, noi siamo un popolo pacifico, abbiamo scelto una battaglia non violenta, però il Marocco applica una politica di terrorismo di stato contro di noi. Quello che ci dispiace è che il Marocco è sostenuto da alcuni paesi che dichiarano di difendere i diritti mani.

Io sono portatrice di questo messaggio di pace, per i bambini che soffrono, per le donne che soffrono, per gli anziani che soffrono. Io lascio questo messaggio nelle vostre mani. Sono sicura che quando tornerò mi metteranno di nuovo in carcere, per avervi incontrato e raccontato. Ho molta fiducia in voi, dovete sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale. Basta sofferenze per il popolo saharawi, basta separazione di intere famiglie, basta l’esilio lontani dal nostro paese, basta con la guerra ,basta con le carceri , noi vogliamo la giustizia, la pace, la nostra libertà e vivere con dignità…

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DOMANDE AD AMINATOU HAIDAR:

La Commissione dello IER ha preso in considerazione le violazioni che sono state commesse contro i saharawi, e secondo lei è riuscito nel suo lavoro?

Quando hanno tratto questo comitato di arbitraggio noi saharawi eravamo per loro un ostacolo noi volevamo le prove dei morti ed è anche i loro corpi ed abbiamo chiesto a questo comitato la verità sugli oltre 500 scomparsi e soprattutto come difensori dei diritti umani chiedevamo che i responsabili fossero processati qualunque forse il suo ruolo .

Quando hanno formato lo IER hanno cercato di accontentarci in con cose molto piccole che non corrispondono nemmeno ad una giornata di repressione che i saharawi hanno subito. Erano convinti di chiudere in fretta questo dossier, per noi invece era solo l'inizio di un percorso. Per noi era importante avere il riconoscimento, anche se piccolo, che lo Stato del Marocco aveva sequestrato cittadini saharawi. Quando lo IER stabilisce un indennizzo, fornisce anche il nome del sequestrato e la data del sequestro, con un documento in cui lo Stato del Marocco riconosce il suo errore e chiede perdono alla persona che ha subito le ingiustizie. Per noi è stato un grande risultato perché abbiamo un documento ufficiale dello Stato che riconosce quest'errore, noi chiediamo a questo punto dove è il suo corpo e di portare davanti alla giustizia i responsabili di questo misfatto. A questo punto si è aperto per loro un altro fronte, tutto questo prima della creazione dello IER, si sono resi conto di avere commesso un errore, dalla loro punto di vista, e quindi quando hanno formato lo IER e sono arrivati al dossier saharawi si sono bloccati. Noi, come difensori dei diritti degli umani, abbiamo presentato un rapporto di 40 pagine sottoscritto da tutte le associazioni saharawi che operano in difesa dei diritti umani nel Sahara occidentale. In questo documento abbiamo specificato che la repressione fatta dallo Stato marocchino contro i Saharawi era in relazione con il conflitto nel Sahara occidentale. Inizialmente hanno rifiutato il documento, solo dopo lunghi negoziati hanno deciso di accettarlo, dopo un anno che erano in possesso del documento e non lo avevano ancora pubblicato sul loro sito Internet sono arrivate le proteste di Amnesty International che hanno costretto lo IER a pubblicarlo. Quando abbiamo visto che avevano sostituito Sahara occidentale con Sahara marocchino abbiamo telefonato al presidente dello IER chiedendogli di pubblicare il documento senza correzioni, in caso contrario avremmo fatto un comunicato attaccando direttamente e personalmente il presidente dello IER. Il giorno successivo il documento è stato pubblicato integralmente senza correzioni. Lo IER ha fatto a El Aiun alcune sedute private, ma dopo la pubblicazione del documento sono state interrotte e non sono state fatte altre sedute. Per noi e per la popolazione marocchina lo IER ha fallito, e anche all'estero si sono resi conto che lo Stato marocchino ha solamente cercato di fare una operazione di facciata, di propaganda, ma tutto il mondo sa che i diritti umani non sono rispettati né Marocco né nel Sahara occidentale. Amnesty International, HRW e OCMT hanno confermato quello che sto dicendo. 

Secondo te Aminatou,  è migliorata la situazione dei diritti umani sotto il regime Mohamed VI?

L’’unica differenza è che sotto il regime di Hassan II tutte le violenze avvenivano di nascosto, non c’era nessun osservatore internazionale. Sotto Mohamed VI la società civile e le associazioni in difesa dei diritti umani, attraverso interne hanno cominciato a divulgare foto ed informazioni. Questo ha reso Mohamed VI più cauto nella sua politica di sparizione, ora la tattica del Marocco è condannare persone, tramite processi farsa, a pene molto alte di prigione. Del resto la repressione continua, le torture continuano, il non riconoscimento dei tuoi diritti continua 

Cosa differenzia l’intifada scoppiata l’anno scorso con le precedenti?

“L’intifada c’è stata diverse volte: negli anni ’80, negli anni ’90…Mi ricordo benissimo quando abbiamo fatto una grande manifestazione alla fine degli anni ‘90 a sud del Marocco, ad Aassa, lì la polizia caricò con delle pallottole.La novità di questa Intifada è che la partecipazione è da parte di tutte le generazioni:molti giovani, donne, bambini e anziani”.  

Voi attivisti, come te e Tamek, siete considerati come leader, soprattutto dai giovani?

“E’ vero che molti giovani vedano me, Ali Sale Tamek,   come esempio e guida comprendono che gli  attivisti si stanno sacrificandosi non solo per loro ma per tutto il popolo saharawi.. Quello che io spero è di riuscire a trasmettere ai giovani i nostri ideali, la nostra maniera di lotta, soprattutto per quanto riguarda la nostra resistenza non violenta”.

 Che influenza avete nelle manifestazioni organizzate nei Territori occupati?

Le grandi manifestazioni sono controllate e coordinate dai difensori dei diritti umani. Me altre  manifestazioni che si svolgono quasi tutti i giorni sono spontanee, vengono svolte dai giovani nelle scuole, da donne.. In queste manifestazioni di cui noi non abbiamo il controllo io ho molta paura che possano degenerarsi. 

Quando sono nati i Comitati in difesa dei diritti Umani nel Sahara Occidentale?

Da ’94 abbiamo cominciato a costituire comitati che non sono mai state legalizzate, ma siamo sempre state legate ad altre grandi organizzazioni internazionali. Questo ci da forza. L’ultima Associazione per la difesa dei diritti umani Saharawi il Comitato esecutivo ha 15 persone e il Comitato di Coordinamento  ne ha 53. non è stato legalizzato hanno chiuso la sede e hanno incarcerato il presidente del Comitato.

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[1] Parole di Aminatou Haider, dette durante il suo pestaggio da parte della polizia marocchina in una manifestazione pacifica .A mio avviso, rappresentano la filosofia di lotta degli attivisti

[2] Amnesty International,  Marocco/Sahara Occidentale: i difensori dei diritti umani nel mirino 29/08/2005

[3] Amnesty international, Dichiarazione pubblica di Amnesty International sul processo dei sahraui difensori dei diritti umani  ad El Ayoun, 15/12/2005.

[4] A cura del Coordinamento delle Associazioni di solidarietà con il popolo Saharaui dell’Emilia – Romagna e di Jacueline Philippe referente dell’ANSP e del BIRDHSO,  Scheda informativa militante dei diritti umani nel Sahara Occidentale Ali Salem TAMEK, maggio 2005.

[5] A cura di J.Philippe, Dal carcere di Inezgane: testimonianza di Tamek Ali Salem, Bologna, marzo 2004.

[6] Articolo scritto dal giornalista marocchino Ali Lmrabet, La moglie di un leader sahraui, Auicha Tamek, denuncia di essere stata stuprata da 5 poliziotti marocchini nel giugno 2005, n esclusiva per El Mundo, Madrid, 27 giugno 2005. 

[7] BIRDHSO, la RASD Violazioni dei Diritti Umani nei Territori Occupati del Sahara Occidentale ATTUALITA, dall' 1 al 31 agosto 2005 N° 8).Della risposta di Tamek al comunicato del procuratore generale della corte d’appello di El Ayoun , pubblicato dall’agenzia di stampa marocchina MAP.

[8] Dall’intervista di Manuela Irace, Europeri perché difendete il Marocco dei torturatori?, Liberazione, 14/06/’06.