CAPITOLO 3
La risposta pacifica dei difensori dei diritti umani:
“Potete uccidermi ma non riuscirete mai ad uccidere le
mie idee”
[1]
.
Amnesty
International in un dossier del 2005 individua otto difensori dei diritti umani la
cui attività è rivolta da anni ad una campagna di raccolta di informazioni e diffusione delle violenze commesse dal governo
marocchino nel Sahara Occidentale (dal maggio 2005 attenti alle repressioni delle autorità contro le manifestazioni ad Al Aiun e in altre città
del Marocco e del Sahara Occidentale). Sette attivisti sono stati arrestati
tra il giugno e agosto dello stesso anno accusati di appartenere ad associazioni
non autorizzate ( forse per la loro affiliazione all’associazione per i diritti
umani del Forum per
Al
termine del processo dei difensori, Amnesty International afferma che “c’è stato un grave passo indietro per i diritti
umani nel Sahara Occidentale”, e che “la condanna dei sette imputati, accusati di aver partecipato a manifestazioni
contro il Marocco, non ha rispettato le regole dell’equità”; considerando
infine i difensori dei diritti umani prigionieri di opinione.
[3]
Tra
gli otto attivisti dei diritti umani mi sembra doveroso riportare le preziose
testimonianze di Tamek Ali Salem e Aminatou Haider, simboli di una resistenza
pacifica, che sono riusciti ad uscire provvisoriamente
dai territori occupati per una campagna di sensibilizzazione internazionale.
Protagonisti nella difesa dei diritti umani, ma per questo vittime di torture,
hanno approfittato di queste occasioni per sottoporsi a cure mediche.
Ali Salem Tamek. “Né l’interruzione dello stipendio,
né la rimozione, né la detenzione, né il licenziamento mi dissuaderanno dalla
mia lotta
[4]
”.
E’
lunga la lista delle carcerazioni dell’attivista saharawi, accusato dal Marocco
di minacciare la sicurezza interna dello stato attraverso le sue opinioni
sull’indipendenza del Sahara Occidentale e per i suoi presunti rapporti con
il Fronte Polisario. Nel 2005 è stato imprigionato nuovamente per una sua
presunta confessione rilasciata sotto la tortura di tre uomini secondo i quali
Tamek avrebbe ricevuto fondi dal FP.
Membro
attivo fino al suo scioglimento del Forum Verità e Giustizia sezione Sahara
Occidentale, l’attivista dei diritti umani ha sempre cercato, nei suoi anni
in prigione, di denunciare attraverso
numerosi scioperi della fame (17 tra i quali il più lungo durato 51 giorni
nel 2005) le violazioni nelle carceri del Sahara Occidentale.
Nella
testimonianza sulle condizioni del carcere di Inezgane, Tamek afferma come “precedentemente non mi era stato possibile rivelare le condizioni di detenzione
di questa prigione…ma adesso lo posso fare grazie anche all’interesse generale
rivolto verso i diritti umani .. inoltre il moltiplicarsi di tante tragedie
verificatesi nelle carceri marocchine, mi spingono a scrivere quanto segue..”
Nell’antico blocco che era composto da sette vani, ognuno di
La
politica del regno del Marocco di violenza ed intimidazione è sempre più spesso
rivolta anche alle famiglie degli attivisti dei diritti umani con lo scopo
di dissuadere quest’ultimi dalle loro attività.
Come
molti altri anche la famiglia di Tamek è stata colpita dalla “violenza trasversale”.
La
moglie dell’attivista dopo due anni d silenzio dichiara, nel 2005 su giornale
El Moundo, di essere stata selvaggiamente violentata da cinque poliziotti
marocchini (dalla Direzione Generale di Vigilanza del Territorio - DGST),
sotto gli occhi della figlia Thawra di 4 anni (a causa del suo nome che significa
“Rivoluzione”, la bambina non è stata inserita all’ufficio anagrafe).
Mentre
tornava dal carcere di Ait Mellul, vicino ad Agadir, dove era stata a visitare
il marito, condannato a due anni per "separatismo”, è stata prelevata
con la figlia portata in un posto segreto in aperta campagna. Dopo essersi
rifiutata di rispondere a domande rivolte ad ottenere maggiori informazioni
su Tamek e altre persone, e di accettare
la loro proposta di dissuadere sessualmente alcuni leader saharawi, "mi
fecero quello che nessun essere umano avrebbe fatto ad un altro..” A seguito
dello stupro collettivo i violentatori gli urinarono addosso. Aouicha aveva
riconosciuto i sui violentatori, uno
di loro era cugino di suo marito, funzionario nella località di Tan Tan e
collaboratore della DGST per "Questioni sahrawi”.Dopo averla portata
a casa la minacciarono di rappresaglie se avesse riferito l’accaduto alla
stampa. Oggi la moglie del leader saharawi vive a Madrid e con l’aiuto di
avvocati spagnoli vuole intraprendere un’azione legale contro i sui presunti
violentatori. “Non in Marocco, perché
lì la giustizia è sotto controllo, ma qui in Europa.
[6]
" Questa è una dimostrazione delle tante violenze
che si stanno commettendo nei confronti di donne, uomini e bambini saharawi
nel Marocco e nel Sahara Occidentale occupato .
Ali
Salem Tamek dopo aver ottenuto il passaporto, grazie a diverse sollecitazioni
internazionali, è uscito dai territori occupati: nel suo viaggio in Europa ha incontrato vari deputati e rappresentanti
di gruppi politici nella sede del Parlamento Europeo, i responsabili di varie
organizzazioni di difesa dei diritti umani, tra cui l’Alto Commissariato dei
Diritti Umani delle Nazioni Unite (HCDH), il Comitato Internazionale contro
Come
lui stesso aveva preannunciato in varie conferenze anche qui in Italia, al
suo ritorno ad El Ayoun fu immediatamente incarcerato. Fu deciso alla Corte
di appello di di trasferirlo in un ospedale psichiatrico poiché era stato
considerato non sano di mente.” Esprimo chiaramente il mio rifiuto ad essere ospedalizzato in Marocco
e rigetto sullo Stato marocchino la
responsabilità della malattia cutanea alla pelle delle mie mani apparsa dopo
iniezioni fattemi dallo staff medico del
carcere di Inzegane nel
In realtà quelle affermazioni mirano a disinformare
l’opinione pubblica e tentano vanamente di giustificare l’ingiustificabile.
Occorre infatti rispondere alla domanda centrale: perché arrestarci? Noi abbiamo
adottato convinzioni e opinioni contrarie a quelle ufficiali e le abbiamo
espresse chiaramente sia nella stampa marocchina che sulla stampa estera.
Voi volete far tacere ogni voce libera sahrawi che vuole svelare i crimini
commessi dal regime marocchino verso i sahrawi, dopo aver fallito utilizzando
ogni altro mezzo possibile. Ho già trascorso alcuni anni in carcere per le mie idee, sono stato incarcerato
4 volte in varie carceri marocchine, sono stato vittima di torture, di minacce,
sono stato licenziato dal mio lavoro, detenuto arbitrariamente, condannato
ingiustamente. Sono stato oggetto di campagne di intimidazione, di tentativi
di corruzione da parte delle autorità e dei media al servizio del governo
marocchino (makhzen). Ho subito la ferita più atroce: il violo di mia moglie
da parte di 5 poliziotti marocchini di fronte alla mia figlioletta “Thawra”,
di 4 anni. La storia ora si
ripete: voi fate ricorso agli stessi metodi di condanna, all’incarcerazione.
E’ questo dunque il nostro torto? Dovreste essere un po’ più coraggiosi e giudicarci per le nostre convinzioni,
senza implicarci in avvenimenti che hanno avuto luogo mentre io mi trovavo
in Europa, dove venivo ricevuto...
[7]
”
Aminatou Haidar . “Europei, perché difendete il Marocco
de Torturatori?”
[8]
.
Grazie
al Premio Juàn Maria Bandrés per la difesa del diritto d’asilo e la solidarietà
con i profughi, conferito dalla Commissione spagnola (CEAR) l’8 maggio del
2006, Aminatou è riuscita ad uscire dai territori occupati intraprendendo
il suo viaggio in Europa ed in altri continenti come il Sud Africa, ospite
in queste settimane di giugno e luglio.
Previsto
il suo ritorno nel Sahara Occidentale,entro la fine dell’anno, Aminatou, allo
stesso tempo con la sua forza e fragilità ha colpito l’opinione pubblica e
gli stati ospitanti.
Considerata
una delle principali leader (se non la principale) per la difesa dei diritti
umani nel Sahara Occidentale, insieme ad Ali Salem Tamek, , è importante riportare
la sua testimonianza per ricostruire
anni cruciali di violazioni che sono state commesse e si stanno tutt’oggi
commettendo.
Dalla
registrazione dell’incontro organizzato a Scienze Politiche di Bologna, il
12/06/’06:
“..Io sono saharawi, sono una difensora dei
diritti umani Saharawi, sono mamma di due bambini. Sono stata vittima sotto
il regno di Hassan II e sono tutt’ora vittima sotto il regno di Mohamed VI
; e sicuramente dopo questo mio viaggio in Italia
mi metteranno di nuovo in prigione.
La mia esperienza personale non è un’esperienza
isolata, ma fa parte di una politica di repressione che lo stato del Marocco
ha praticato nel Sahara Occidentale…Io avevo 20 anni nel 1987 e quell’anno sono stata sequestrata.In quell’anno
c’era una visita di una Commissione
delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale; noi saharawi ci siamo organizzate
per fare una serie di manifestazioni. Io allora studiavo e con un gruppo di
studenti abbiamo deciso di scrivere due lettere una in inglese e una in francese
da consegnare al capo della missione, con lo scopo di denunciare la realtà
dei diritti umani e di fare il referendum nel Sahara Occidentale. Ventiquattro
ore prima dell’arrivo della Commissione sono stati sequestrati molti cittadini,
tra cui io. Sono stata sequestrata alle tre e mezza a casa mia e sono stata
torturata da momento del mio arrivo al centro segreto, trascorrendo tre settimane
di torture e interrogatori .Quando mi hanno preso mi hanno legato le mani
e i piedi, mi hanno messo una benda sugli occhi, e mi hanno messo anche uno
straccio con dei prodotti chimici sulla bocca sul naso e sulle orecchie. Mi
picchiavano, e a volte utilizzavano anche la scossa elettrica, mi hanno violentato,
tutto questo per l’unica colpa di voler partecipare ad una manifestazione pacifica.
Dopo queste tre settimane è iniziato un altro dramma per me: non potevo vedere
la mia famiglia ma solo forze di sicurezza che ci trattavano come animali.
Non avevamo nessun diritto, in quel momento si è fermata la mia vita. Sono
stata buttata in un luogo dove c’erano solo rifiuti e non avevo contatto con
il resto del mondo. Non avevo il diritto a una doccia, non potevo uscire al
sole, non avevo l’aria pulita, sono sempre stata con gli occhi bendati: tutto
questo per tre anni e sette mesi. La mia famiglia non avendo avuto nessuna
informazione mi considerava tra le
persone già morte.
Non potevo dormire tranquillamente nel
centro segreto,ogni ora e mezza picchiavano su un portone di ferro, ci facevano
passare la notte anche in piedi rivolte verso il muro con le mani legate.
Quello che mangiavo era pieno di insetti,
sporco, anche il nostro corpo era pieno di animali. Facevo parte di un gruppo
di 64 persone, tra loro c’erano 10 donne, con noi c’era anche una persona
anziana che aveva 70, un’altra un era una ragazza di 16 anni e una famiglia
intera. L’unico figlio di una delle donna fu torturato a morte mentre la madre
sentiva le sue urla e lo hanno buttato nel bagno. Io personalmente l’ho toccato
con i miei piedi perché avevo gli occhi bendati, ho sentito che sotto ai piedi
c’era un corpo, ho cercato di alzare la benda per vedere cosa c’era. Mi e
tutt’ora rimasta impressa l’immagine di quel giovane che non conoscevo: mi
ha dato forza per continuare, sentivo la responsabilità di difendere la dignità
delle persone, attentata fino a quel livello. Per me questi tre anni e
sette mesi sono stati una sofferenza, ci sono tanti dettagli ma non voglio
entrare in merito..
Siamo stati liberati nel 1991, insieme
a noi hanno liberato un altro gruppo della prigione di Kalaat M’Gouna.
In tutto il gruppo c’erano 379 persone tra cui 70 donne .Questo gruppo ha trascorso
16 anni senza essere processato. Per noi fino ad oggi ci sono ancora più di
500 scomparsi, senza sapere se sono vivi o morti.
Con la mia liberazione sono iniziate altre
sofferenze: sono sempre sorvegliata, non ho il diritto ad avere un passaporto,
ogni volta che mi sposto la polizia mi interroga.
Nonostante fossi stata promossa alla maturità,
non mi hanno permesso di continuare i miei studi all’università.
Nel
1994 dopo aver ricuperato un po’ di forze ho discusso con altri amici e abbiamo
deciso di lavorare insieme nella difesa dei diritti umani. Il nostro compito
era prendere contatto con le organizzazioni che si occupano della difesa di
tali diritti. Abbiamo iniziato prendendo contatti con comitati marocchini
in difesa dei diritti umani. La prima associazione che ci ha accolto è stata
l’Associazione marocchina per la difesa
dei diritti umani (AMDH). ed è rimasta ancora l’unica associazione marocchina
che ci difende e lavora con noi. Penso che abbia una posizione molto nobile:
quando eravamo in carcere sono stati gli unici a chiedere la nostra liberazione,
sono entrati in conflitto con il ministero dell’Interno perchè quest’ultimo
affermava in maniera falsa che noi non eravamo in sciopero della fame. Hanno
creato un comitato affinché potesse visitare il carcere di El Aiun, ma non
gli è stato permesso. Però hanno incontrato le nostre famiglie, persone vittime
della tortura…Poi ha fatto un rapporto sulle testimonianze che a mio avviso
rappresenta
Il
17 Giugno del 2005, noi , come difensori
dei diritti umani volevamo essere presenti nella manifestazione di famiglie
che chiedevano la liberazione dei figli. Quando siamo arrivati la polizia
ha intervenuto in una maniera selvaggia e violenta: mi hanno picchiata colpendomi
alla testa, come avete visto nelle fotografie via internet, mi hanno lasciata
lì coperta di sangue in strada. Uno dei difensori ha provato a portarmi all’ospedale
ed è stato picchiato anche lui. L’ospedale è stato circondato dalle forze di sicurezza che hanno anno proibito alla mia li i visitarmi. Da lì
mi hanno sequestrata senza prendere in considerazione il mio stato di salute.
Mi anno portato dal commissariato della polizia interrogandomi per tre giorni,
chiedendomi quali erano le mie attività e quali rapporti avevo con le organizzazioni
internazionali e locali in difesa dei diritti umani, quale era la mia posizione
sulla questione del Sahara Occidentale. Sono stata poi sorpresa davanti al
giudica che ha presentato un rapporto che non aveva niente a che vedere con
l’interrogatorio. Sulla base di quel rapporto falso, confezionato dalla polizia,
che io non avevo mai sottoscritto, il giudice ha sentenziato la mia carcerazione.
Non hanno preso in considerazione il mio
stato di salute , non hanno preso in considerazione che ero una mamma.
Dal
21 maggio del 2005 sono scoppiate delle manifestazioni pacifiche nei territori
occupati, organizzate per chiedere il diritto all’autodeterminazione del popolo
saharawi. Sono persone che in modo pacificano sventolano bandiere saharawi portando slogan a favore dell’indipendenza.
Ma l’intervento della polizia è sempre stato selvaggio: .molti saharawi sono
stati torturati, alcune case sono state distrutte e molte persone sono state
prese.
Il
nostro compito come difensori dei diritti umani è di osservare le violazioni dei diritti umani e comunicarli
alle organizzazioni internazionali, scattare delle foto e mandarle, attraverso
internet, al mondo. Il Marocco decise che i difensori dei diritti umani
andavano fermati, essendo il territorio chiuso dalla stampa e da osservatori
internazionali, il Marocco può avere
le mani libere.
Sono
stata incarcerata insieme ad altri difensori dei diritti umani, siamo stati
incarcerati nella “prigione nera”, così chiamata perché le condizioni all’interno
sono molto difficili. La nostra attività era anche la difesa sulle condizioni
degli attivisti all’interno del carcere affinché migliorassero le loro condizioni.
Non credevo che la situazione fosse così pessima. Come difensori per noi è
stata una buona occasione per poter
osservare i crimini che si stavano commettendo. Abbiamo anche fatto diversi
scioperi della fame, il più lungo è durato
51 giorni: si protestava contro le condizioni difficili. Abbiamo scattato
in segreto delle fotografie per farle uscire al mondo: erano fotografie terribili
di prigionieri uno sull’altro, in condizioni disumane. Io ho passato 6 mesi
in questo posto terribile.
Passavo la notte a litigare con gli animali,
topi e insetti..I miei figli mi potevano visitare una volta alla settimana
solo per qualche minuto.
Alla fine dei sei mesi siamo stati processati,
era un processo farsa,in di questi hanno partecipato alcuni osservatori internazionali,
tra loro c’era un avvocato, un magistrato Italiano. Il loro rapporto dichiarava
che le accuse dl processo non avevano niente a che vedere con le attività
che noi svolgevamo.
Quando sono stata candidata al premio Sahara
del parlamento europeo e al premio o Juàn Maria Bandrés ero ancora
in prigione. Grazie all’ottenimento del premio sono riuscita ad uscire dal
territorio. Ho colto l’occasione di fare una grande tourrne in Europa e in
altri paesi per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla situazione
della popolazione Saharawi nel territori occupati, ma sopratutto smentire
le grandi bugie della propaganda marocchina, perché il Marocco dice che lui
rispetta i diritti umani, che tutti i saharawi che sono nelle zone occupate
sono marocchini e che hanno tutti i
diritti. Ma tutto questo non è vero :io dico che i Saharawi non vogliono essere
marocchini, noi siamo molto attaccati all’identità del nostro popolo. Noi
siamo convinti che la nostra causa sia giusta e che questo conflitto è un
problema di decolonizzazione . Il Marocco non rispetta i diritti dei Saharawi, il Marocco ci tratta solo
con la violenza, l’unica politica che riconosce è quella del bastone. Ogni
voce libera o che difende principi nobili sa che il suo destino sarà o la
prigione o la repressione.
In
questo preciso istante molti Saharawi
nei territori occupati sono sotto tortura oppressi. Sopratutto
le donne e i bambini che soffrono di più. Nonostante tutte le risoluzioni
e leggi internazionali che proibiscono le violenze contro i più deboli il Marocco le pratica.
La scuola è controllata dalla polizia,
i bambini e i ragazzi saharawi non hanno la possibilità di vivere una vita
tranquilla. Alcune volte noi mamme saharawi preferiamo che i nostri figli
rimangano a casa da scuola perché molte volte vengono picchiati. Io personalmente
ho una figlia di 12 anni che è stata picchiata ed intimidita dieci giorni
fa, accusata di aver disegnato la bandiera saharawi sul tavolo, le hanno proibito
di partecipare alla fine del corso, malgrado sia molto brava negli studi.
L’anno scorso prima di essere arrestata lei doveva festeggiare con la classe
la fine della scuola, lei aspettava che io tornassi con un regalo per la fine
del corso. L’unico regalo che gli anno dato è stato una sacca con il mio sangue
dopo che mi avevano picchiata, allora la sua gioia di è tramutata in tristezza.
Anche quest’anno le hanno proibito di partecipare alla fine del corso perché
io mi trovo qua, in Europa a parlare. Quello che succede a mia figlia succede
anche mote altre famiglie.
Le autorità nel Marocco hanno cominciato
ad utilizzare nuovi metodi di repressione il 16, 17 e 18 di maggio scorso
le macchine della polizia hanno anche attaccato i manifestanti, l’anno scorso un giovane è stato picchiato morte. Il 28 di maggio di quest’anno a un ragazzo
che aveva 16 anni gli è stato versato del
prodotto infiammabile sul corpo e lo
hanno bruciato, potete vedere le sue
fotografie. Adesso si trova in condizioni molto gravi: è stato Portato a Casablanca,
è stato isolato anche la sua famiglia non poteva vederlo.
Il Marocco sta continuando la sua politiche
di violazione dei diritti umani: oltre a essere una difensora dei diritti
umani, sono una mamma, sono una donna,
e le mamme saharawi e le donne saharawi
sono quelle che soffrono di più. E’ da trent’anni che la donna saharawi soffre
sul suo corpo e sulla sua dignità.. noi donne saharawi preferiamo morire piuttosto
di perdere la nostra dignità; le donne saharawi sono violentate soprattutto
dalle forze di sicurezza.
Vorrei che voi visitaste i territori occupati
per sentire le testimonianze delle donne saharwi, sentireste da loro che i
cani trovati fuori sono più umani della polizia: le donne picchiate venivano
gettate per strada in periferia e i cani leccavano il loro sangue.
Questa è la situazione dei diritti umani
nel Sahara Occidentale occupato.
Il mio messaggio e che voi, come uomini
liberi, dovete sostenerci e aiutarci. Non chiediamo niente di impossibile
noi chiediamo la pace e l libertà come tutti i popoli del mondo, noi siamo
un popolo pacifico, abbiamo scelto una battaglia non violenta, però il Marocco
applica una politica di terrorismo di stato contro di noi. Quello che ci dispiace
è che il Marocco è sostenuto da alcuni paesi che dichiarano di difendere i
diritti mani.
Io sono portatrice di questo messaggio
di pace, per i bambini che soffrono, per le donne che soffrono, per gli anziani
che soffrono. Io lascio questo messaggio nelle vostre mani. Sono sicura che
quando tornerò mi metteranno di nuovo in carcere, per avervi incontrato e
raccontato. Ho molta fiducia in voi,
dovete sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale. Basta sofferenze per il
popolo saharawi, basta separazione di intere famiglie, basta l’esilio lontani
dal nostro paese, basta con la guerra ,basta con le carceri , noi vogliamo
la giustizia, la pace, la nostra libertà e vivere con dignità…
DOMANDE AD AMINATOU
HAIDAR:
Quando hanno tratto questo comitato di
arbitraggio noi saharawi eravamo per loro un ostacolo noi volevamo le prove
dei morti ed è anche i loro corpi ed abbiamo chiesto a questo comitato la
verità sugli oltre 500 scomparsi e soprattutto come difensori dei diritti
umani chiedevamo che i responsabili fossero processati qualunque forse il
suo ruolo .
Quando hanno formato lo IER hanno cercato
di accontentarci in con cose molto piccole che non corrispondono nemmeno ad
una giornata di repressione che i saharawi hanno subito. Erano convinti di
chiudere in fretta questo dossier, per noi invece era solo l'inizio di un
percorso. Per noi era importante avere il riconoscimento, anche se piccolo,
che lo Stato del Marocco aveva sequestrato cittadini saharawi. Quando lo IER
stabilisce un indennizzo, fornisce anche il nome del sequestrato e la data
del sequestro, con un documento in cui lo Stato del Marocco riconosce il suo
errore e chiede perdono alla persona che ha subito le ingiustizie. Per noi
è stato un grande risultato perché abbiamo un documento ufficiale dello Stato
che riconosce quest'errore, noi chiediamo a questo punto dove è il suo corpo
e di portare davanti alla giustizia i responsabili di questo misfatto. A questo
punto si è aperto per loro un altro fronte, tutto questo prima della creazione
dello IER, si sono resi conto di avere commesso un errore, dalla loro punto
di vista, e quindi quando hanno formato
lo IER e sono arrivati al dossier saharawi si sono bloccati. Noi, come difensori
dei diritti degli umani, abbiamo presentato un rapporto di 40 pagine sottoscritto
da tutte le associazioni saharawi che operano in difesa dei diritti umani
nel Sahara occidentale. In questo documento abbiamo specificato che la
repressione fatta dallo Stato marocchino contro i Saharawi era in relazione
con il conflitto nel Sahara occidentale. Inizialmente hanno rifiutato il documento, solo dopo lunghi negoziati
hanno deciso di accettarlo, dopo un anno che erano in possesso del documento
e non lo avevano ancora pubblicato sul loro sito Internet sono arrivate le
proteste di Amnesty International che hanno costretto lo IER a pubblicarlo.
Quando abbiamo visto che avevano sostituito
Sahara occidentale con Sahara marocchino abbiamo telefonato al presidente
dello IER chiedendogli di pubblicare il documento senza correzioni, in caso
contrario avremmo fatto un comunicato attaccando direttamente e personalmente
il presidente dello IER. Il giorno successivo il documento è stato pubblicato
integralmente senza correzioni. Lo
IER ha fatto a El Aiun alcune sedute private, ma dopo la pubblicazione del
documento sono state interrotte e non sono state fatte altre sedute. Per noi
e per la popolazione marocchina lo IER ha fallito, e anche all'estero
si sono resi conto che lo Stato marocchino ha solamente cercato di fare una
operazione di facciata, di propaganda, ma tutto il mondo sa che i diritti
umani non sono rispettati né Marocco né nel Sahara occidentale. Amnesty International,
HRW e OCMT hanno confermato quello che sto dicendo.
Secondo te Aminatou,
è migliorata la situazione dei diritti umani sotto il regime Mohamed
VI?
L’’unica differenza è che sotto il regime di Hassan II
tutte le violenze avvenivano di nascosto, non c’era nessun osservatore internazionale.
Sotto Mohamed VI la società civile e le associazioni in difesa dei diritti
umani, attraverso interne hanno cominciato a divulgare foto ed informazioni.
Questo ha reso Mohamed VI più cauto nella sua politica di sparizione, ora
la tattica del Marocco è condannare persone, tramite processi farsa, a pene
molto alte di prigione. Del resto la repressione continua, le torture continuano,
il non riconoscimento dei tuoi diritti continua
Cosa differenzia
l’intifada scoppiata l’anno scorso con le precedenti?
“L’intifada c’è stata diverse volte: negli
anni ’80, negli anni ’90…Mi ricordo benissimo quando abbiamo fatto una grande
manifestazione alla fine degli anni ‘90 a sud del Marocco, ad Aassa, lì la
polizia caricò con delle pallottole.
Voi attivisti, come te e Tamek, siete considerati
come leader, soprattutto dai giovani?
“E’ vero che molti giovani vedano me, Ali
Sale Tamek, come esempio e guida comprendono
che gli attivisti si stanno sacrificandosi
non solo per loro ma per tutto il popolo saharawi.. Quello che io spero è
di riuscire a trasmettere ai giovani i nostri ideali, la nostra maniera di
lotta, soprattutto per quanto riguarda la nostra resistenza non violenta”.
Le grandi manifestazioni sono controllate
e coordinate dai difensori dei diritti umani. Me altre manifestazioni che si svolgono quasi tutti i
giorni sono spontanee, vengono svolte dai giovani nelle scuole, da donne..
In queste manifestazioni di cui noi non abbiamo il controllo io ho molta paura
che possano degenerarsi.
Quando sono
nati i Comitati in difesa dei diritti Umani nel Sahara Occidentale?
Da ’94 abbiamo cominciato a costituire
comitati che non sono mai state legalizzate, ma siamo sempre state legate
ad altre grandi organizzazioni internazionali. Questo ci da forza. L’ultima
Associazione per la difesa dei diritti umani Saharawi il Comitato esecutivo
ha 15 persone e il Comitato di Coordinamento
ne ha 53. non è stato legalizzato hanno chiuso la sede e hanno incarcerato
il presidente del Comitato.
[1]
Parole di Aminatou Haider, dette durante il suo pestaggio da parte della polizia marocchina
in una manifestazione pacifica .A mio avviso, rappresentano la filosofia
di lotta degli attivisti
[2] Amnesty International, Marocco/Sahara Occidentale: i difensori dei diritti umani nel mirino 29/08/2005
[3]
Amnesty international, Dichiarazione pubblica di Amnesty International
sul processo dei sahraui difensori dei diritti umani ad El Ayoun, 15/12/2005.
[4]
A cura del Coordinamento delle Associazioni di solidarietà con il popolo
Saharaui dell’Emilia – Romagna e di Jacueline Philippe referente dell’ANSP
e del BIRDHSO, Scheda informativa militante dei diritti umani nel Sahara Occidentale
Ali Salem TAMEK, maggio 2005.
[5] A cura di J.Philippe, Dal carcere di Inezgane: testimonianza di Tamek Ali Salem, Bologna, marzo 2004.
[6]
Articolo scritto dal giornalista marocchino Ali Lmrabet,
La moglie di un leader sahraui, Auicha
Tamek, denuncia di essere stata stuprata da 5 poliziotti marocchini nel
giugno 2005, n esclusiva per El Mundo, Madrid, 27 giugno 2005.
[7]
BIRDHSO,
[8]
Dall’intervista di Manuela Irace, Europeri perché difendete il Marocco dei torturatori?, Liberazione,
14/06/’06.