Indice

Capitolo III

3. La cooperazione necessaria per un popolo dimenticato

3.1 Tipologie e strumenti di cooperazione

La cooperazione governativa
La cooperazione decentrata e il partenariato
La cooperazione non governativa

3.2 La cooperazione internazionale: fonte di vita per il Popolo Saharawi

L'intervento delle Organizzazioni non Governative italiane nei campi profughi
L'azione degli Enti Locali italiani: la Regione Emilia Romagna
L'assistenza internazionale

 


LA COOPERAZIONE NECESSARIA PER UN POPOLO DIMENTICATO

Ospite di un territorio straniero, in attesa che la comunità internazionale prenda posizioni forti per uscire da questo conflitto che dura da ormai ventisette anni, il popolo saharawi deve far fronte ogni giorno a problemi d'irrigazione e d'approvvigionamento d'acqua potabile, alle carenze nutrizionali e ai tanti problemi sanitari. Le possibilità di produzione di beni di sussistenza locale sono, infatti, molto ristrette, nonché impossibili su larga scala. (Olmi, cap. 1, 1998; Mancinelli, cap. 1-2, 1998)
Tale produzione, quindi, può al massimo costituire un complemento alimentare, ma non sostituirsi al supporto esterno.
Per queste ragioni, i rifugiati saharawi restano interamente dipendenti dall'aiuto umanitario internazionale, sia a livello d'assistenza alimentare, che nel settore dell'igiene e dei bisogni sanitari di base.
(Olmi, cap. 1, 1998)
In questo precario contesto l'Unione Europea, le agenzie delle Nazioni Unite e gli organismi non governativi continuano a garantire la sopravvivenza della popolazione saharawi con interventi d'emergenza e, in alcuni casi, di sviluppo.
L'impegno per garantire ai profughi saharawi l'aiuto umanitario necessario al loro mantenimento è sempre più indispensabile soprattutto per impedire che si tenti di "prenderli per fame" e di stroncare così la loro resistenza. Anche in Italia sono molti gli interventi degli Organismi non Governativi finanziati dagli Enti Locali e da ECHO (Ufficio per gli aiuti umanitari dell'Unione Europea) che cercano di migliorare le condizioni di vita della popolazione nei campi profughi. Molte sono anche le iniziative che partono dalle tante Associazioni di solidarietà per il popolo saharawi nate in tutte le regioni italiane. Importante è quindi capire come funziona la cooperazione internazionale soprattutto nei confronti di una popolazione che ha garantita la propria sopravvivenza grazie agli aiuti umanitari.
(Provincia di Pisa, Istituzione Centro Nord-Sud, 2003)


3.1 TIPOLOGIE E STRUMENTI DI COOPERAZIONE

La cooperazione allo sviluppo, intesa come processo strutturale che coinvolge ogni aspetto del rapporto fra Nord e Sud del mondo, ha subito un'evoluzione profonda negli ultimi decenni. (Raimondi, Antonelli, cap. 1, 2001)
Tra gli anni cinquanta e l'ultimo decennio è aumentata, infatti, l'interdipendenza all'interno del settore della cooperazione internazionale: le principali Organizzazioni internazionali che si occupano di sviluppo hanno moltiplicato e diversificato i propri interventi; sono aumentate le istituzioni inter-governative (come le banche di sviluppo e gli organismi di rappresentanza) impegnate in quest'ambito; è cresciuto il numero dei donors e, infine, anche il settore privato è stato caratterizzato dalla moltiplicazione e diversificazione degli interventi, sia di natura economico-finanziaria che di tipo solidaristico. (Raimondi, Antonelli, cap. 1-2, 2001)
Dagli anni Ottanta, a fronte dei limitati investimenti privati, gli interventi condotti dai governi e dalle organizzazioni umanitarie del centro per lo sviluppo delle aree periferiche iniziavano a costituire le parti fondamentali del rapporto Nord-Sud.
Negli anni Novanta, la fine del bipolarismo Est-Ovest ha sostanzialmente modificato il sistema delle relazioni internazionali stimolando le varie entità nazionali a ricercare nuove forme di cooperazione basate su interessi comuni ed orientate sul piano politico ed economico alla regionalizzazione. (Raimondi, Antonelli, cap. 1-2, 2001)
Dal punto di vista socio-economico, la rapida crescita dei flussi d'investimento e del commercio internazionale, il progressivo aumento delle politiche di libero mercato nonché la costante crescita dell'economia finanziaria, hanno notevolmente modificato il contesto nel quale la cooperazione opera oggi. La cooperazione allo sviluppo sta, infatti, subendo una triplice trasformazione: geografica, tassonomica e strumentale. (Raimondi, Antonelli, cap. 1-2, 2001)
Sotto il profilo geografico, i maggiori attori dell'assistenza allo sviluppo (Banca Mondiale, agenzie governative bilaterali e così via) intervengono ormai anche in paesi tradizionalmente non riconosciuti come PVS, come gli stati nati dall'implosione del sistema del socialismo reale nell'est europeo. La trasformazione è anche tassonomica, in quanto la categoria dei PVS comprende ormai situazioni assai differenziate per quanto concerne le relative strutture politiche, economiche e sociali.
Infine, anche i criteri d'intervento e gli strumenti finanziari della cooperazione sono mutati a causa soprattutto, del crescente disinteresse e spesso sfiducia dell'opinione pubblica e al frequente disimpegno delle istituzioni politiche nei confronti dell'assistenza allo sviluppo.
Parlando di cooperazione bisogna innanzitutto distinguere tra la cooperazione governativa e quella non governativa.

LA COOPERAZIONE GOVERNATIVA


La cooperazione governativa consiste in un insieme d'interventi intrapresi da un governo sulla base di specifici orientamenti e priorità politiche che trovano riscontro in specifici accordi volti a contribuire allo sviluppo del paese beneficiario. (Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001)
Il concetto d'aiuto pubblico allo sviluppo comprende, quindi, qualunque trasferimento unilaterale di risorse finanziarie, di beni, servizi e varie forme d'assistenza tecnica. Le iniziative sono promosse direttamente dal governo, che ne diviene responsabile e garante, anche se l'attuazione concreta viene spesso affidata ad istituzioni preposte o a soggetti privati.
Gli aiuti allo sviluppo forniti dal governo del Nord sono comunque funzionali a finalità di carattere politico poiché la formulazione di specifici criteri o priorità di distribuzione delle risorse stanziate delinea chiaramente come la cooperazione sia parte integrante della politica estera e delle relazioni internazionali del donor. (Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001)
L'assistenza pubblica ai PVS comprende interventi totalmente gratuiti come i doni, in altre parole trasferimenti in denaro o in natura per i quali non è richiesto nessun rimborso, interventi d'assistenza tecnica diretta ad accrescere il livello delle conoscenze e l'efficienza nei PVS e, infine, i crediti d'aiuto che devono essere rimborsati nella valuta del donatore e, all'atto dell'obbligazione, abbiano una componente dono non inferiore al 25% ad un tasso di sconto del 10%.
Parlando di cooperazione governativa è necessario sottolineare un'ulteriore distinzione tra cooperazione bilaterale, multilaterale e multibilaterale. (MAE - DGCS, 1998; Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001).
L'aiuto bilaterale nasce dai rapporti diretti tra il paese donatore e quello beneficiario che stipulano accordi di cooperazione e protocolli d'intesa che definiscono gli obbiettivi di sviluppo comunemente individuati e le strategie e risorse utili al loro conseguimento.
La cooperazione multilaterale, che trova espressione nell'opera delle Istituzioni ed Agenzie internazionali per lo sviluppo, si basa sulla volontà della comunità internazionale di mantenere la pace e promuovere lo sviluppo ed il benessere dei popoli, attraverso azioni comuni condotte da appositi organismi. Accanto all'assistenza multilaterale bisogna ricordare quella multibilaterale, ovvero l'insieme degli interventi condotti dagli organismi internazionali impiegando risorse destinate dal paese donatore affinché siano impiegate in determinate aree o per specifiche finalità. Esempi importanti di cooperazione multibilaterale sono state le risorse stanziate dal governo italiano a favore di Agenzie ed organismi internazionali in occasione della crisi del Kosovo, destinate ad essere utilizzate per interventi d'emergenza, riabilitazione e ricostruzione dell'area interessata dalle conseguenze del conflitto.
Poiché l'intero sistema degli interventi multilaterali non trova fondamento nelle relazioni dirette tra donor e destinatario dell'aiuto, ma su programmi e priorità di sviluppo universali, si ritiene per questo che la cooperazione multibilaterale abbia un approccio sostanzialmente neutrale. Una gestione multilaterale o multibilaterale dell'assistenza umanitaria può assicurare un migliore coordinamento degli interventi di sviluppo ma, risulta certamente più costosa e relativamente più esposta ai rischi derivati dalla fungibilità dell'aiuto. (Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001)
In ogni caso, l'efficacia e l'efficienza degli interventi, in termini di conseguimento a costi sostenibili degli obbiettivi prefissati, dipendono da molteplici fattori.
I criteri sottostanti all'assistenza pubblica e la loro traduzione nei modelli operativi possono essere desunti da alcuni indicatori come:
- il rapporto tra aiuto bilaterale e multilaterale;
- la quota di APS (aiuto pubblico allo sviluppo) rispetto al PNL;
- la distribuzione settoriale;
- la distribuzione geografica dell'aiuto;
- le caratteristiche degli aiuti in termini di vincoli o condizionalità.
Questi dati, pur non essendo univocamente interpretabili, possono comunque offrire utili indicazioni sulle tendenze relative alle politiche degli aiuti. (Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001)


LA COOPERAZIONE DECENTRATA E IL PARTENARIATO


Questi nuovi schemi della cooperazione allo sviluppo non sono frutto di nuovi contenuti o nuovi temi, quanto piuttosto originali e più efficaci approcci che cercano di superare i limiti della cooperazione governativa e non. Queste formule appaiono, anche se con significati più limitati rispetto a quelli attuali, già nella Convenzione di Lomé (28 febbraio 1975), con la quale si associavano alla CEE 46 paesi ACP (dell'Africa, Carabi e Pacifico) introducendo importanti innovazioni nelle relazioni tra Nord e Sud del mondo. (Calchi Novati, 1998; Triulzi, 1998)
L'accordo stabiliva, infatti, come norma che avrebbe dovuto regolare il sistema della cooperazione CEE - ACP, il principio del "partenariato tra eguali" che, nell'art. 2, si esplicava nell'eguaglianza fra i partner, nel rispetto della sovranità di ciascuno, nell'interesse reciproco e nel diritto d'ogni Stato a determinare le proprie scelte politiche, sociali, culturali ed economiche.
Anche la cooperazione decentrata è inserita nella prima Convenzione di Lomé, ma trova specifica menzione e disciplina nella revisione dell'accordo avvenuta nel 1995.
Con la cooperazione decentrata, la Commissione Europea intendeva assicurare un migliore aiuto allo sviluppo a favore di tali paesi, tenendo soprattutto conto dei bisogni e delle priorità espresse dalle popolazioni.
Un tale approccio mirava inoltre a rafforzare il ruolo della società civile nei processi di sviluppo.
In concreto venivano incoraggiati i rapporti di partenariato tra attori organizzati omogenei del nord e del sud: cooperazione tra regioni ed enti locali, con il superamento dei gemellaggi a vocazione prevalentemente culturale; cooperazione interuniversitaria; partenariato tra ONG; collaborazione tra imprese; cooperazione intersindacale, etc.
Questi nuovi approcci di cooperazione mirano a rafforzare il ruolo della società civile nei processi di sviluppo e consistono, da un lato, nel coinvolgere ed associare ai diversi livelli d'intervento gli attori economici e sociali sia al Nord che al Sud e, dall'altro, nel far divenire attori determinanti, attraverso la loro partecipazione attiva, i gruppi target dei programmi. (Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001).
Partnership e decentramento configurano, quindi, la necessità di pari opportunità e partecipazione ad ogni livello dei processi di sviluppo:
-livello locale: beneficiari diretti
-livello medio: decisioni programmatiche e scelte politiche intermedie
-livello macro: scelte politiche istitutive e d'orientamento.
Tali approcci sono sicuramente caratterizzati da grande complessità, in quanto producono implicazioni a Sud, con il riequilibrio tra il ruolo dello Stato e popolazioni beneficiarie, e a Nord, dal momento che i donors assumono un ruolo di sostegno e d'accompagnamento piuttosto che d'intervento diretto o unilaterale. (Raimondi, Antonelli, cap. 3,2001).
Per quanto riguarda il nostro paese, l'approccio decentrato, fondato cioè sulla cooperazione tra formazioni sociali e tra comunità, scaturisce dalla sintesi delle esperienze di lotta contro la povertà maturate, tra gli anni Settanta ed Ottanta, nell'ambito della cooperazione non governativa e del volontariato. (Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001).
La cooperazione decentrata, secondo la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri italiano, è l'azione di cooperazione allo sviluppo svolta dalle Autonomie locali italiane, singolarmente o in consorzio fra loro, anche con il concorso delle espressioni della società civile organizzata del territorio di relativa competenza amministrativa.
L'Italia ha riconosciuto, nell'ambito della legge 49 del 1987, la rilevanza dei processi di sviluppo endogeno e partecipativo, nonché il ruolo di proposizione ed attuazione che può essere assunto dalle Autonomie locali (Regioni, Province autonome ed enti locali) e dalle espressioni organizzate della società civile (ovvero le ONG e le altre formazioni sociali impegnate nella solidarietà internazionale).( www.esteri.it )
Le disposizioni contenute nella legge 49 furono integrate, per quanto riguarda l'azione delle Autonomie locali, dalle norme contenute nella legge 68 del 1993, nella legge 142 del 1990, nel D.P.R. del 31 marzo 1994 e dalle normative in materia adottate dalla maggioranza delle Regioni italiane. (Antonelli, Raimondi, cap. 3,2001;www.esteri.it )
Anche la riforma dell'art.117 della Costituzione italiana, tuttora in via d'elaborazione, contiene alcune innovazioni per quanto riguarda il ruolo delle istituzioni regionali nei rapporti internazionali.
Questo perché sta crescendo la consapevolezza della grande importanza che riveste una collaborazione stretta tra singole realtà locali dei paesi in via di sviluppo interessate a processi di crescita e omologhe realtà locali espressione di paesi a maggior grado di sviluppo.
In attesa di una riforma dell'attuale legge che regola la cooperazione internazionale, legge 49/87, che presenta alcune lacune e che non ha consentito una piena applicazione delle sue potenzialità, s'iniziano ad avere segnali positivi da parte del Ministero degli Affari Esteri italiano che, nel marzo del 2000, ha approvato linee d'indirizzo e modalità attuative della cooperazione decentrata allo sviluppo.
Gli Enti e le Autonomie locali possono, ad oggi, secondo la legge 68 del 1993 destinare l'8 per mille dei loro bilanci ad azioni di cooperazione internazionale. (Raimondi, Antonelli, cap. 3, 2001; www.esteri.it )
Secondo i dati forniti dall'Osservatorio Interregionale sulla Cooperazione allo Sviluppo si è assistito ad un notevole incremento degli stanziamenti per la cooperazione decentrata negli ultimi anni: dai 9,5 milioni di euro del 1996, ai 50 milioni di euro del 2000, considerando solo le risorse messe a disposizione dalle amministrazioni locali italiane.
Per quanto concerne i finanziamenti va fatto notare che gli Enti e le Autonomie locali stanno operando secondo un doppio ruolo: da una lato sono implementatori di progetti, dall'altro finanziano progetti che vengono realizzati da altri. Mentre la prima modalità di lavoro è conforme alla definizione di cooperazione decentrata, la seconda, in assenza di una vera relazione tra territori e attori che ne caratterizzano il tessuto sociale, si limita ad essere uno strumento aggiuntivo per il sostegno finanziario d'azioni di cooperazione, non necessariamente decentrata.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il tipo d'interventi realizzati e i paesi in cui è intervenuta la cooperazione decentrata italiana.
Un'analisi dei progetti classificati come emergenza e come sviluppo indica in media il 72% di risorse destinate a progetti di sviluppo e il 28% a quelli d'emergenza. Si può dunque affermare che non esista una specificità settoriale propria degli interventi di cooperazione decentrata, ma piuttosto una riproposizione degli ambiti d'intervento tipici della cooperazione non governativa.
Per quanto riguarda la distribuzione geografica degli interventi, la scelta viene fatta seguendo diversi criteri.
Nei 1.349 progetti di cooperazione decentrata realizzati nel 2000, la Bosnia viene indicata quale area preferenziale d'intervento, seguita dall'Africa sub-Sahariana, dall'America Latina, dagli altri paesi
dell'ex-Jugoslavia, dalla Palestina, dal Medio Oriente e dal Nord Africa.
Stando a questi dati le priorità geografiche della cooperazione decentrata non possono essere immediatamente ricondotte a quelle della cooperazione non governativa o governativa italiana.
Infatti, se si esclude la Bosnia, le altre aree d'intervento sembrano rispondere a criteri diversi, quali: la prossimità geografica all'Italia (Balcani, Mediterraneo ed Europa centrale e orientale); in secondo luogo sembrano essere privilegiate le aree con evidenti indici di povertà (Africa Sub-Sahariana ed altri paesi) e infine, vengono riscoperti i legami con i paesi di emigrazione e di immigrazione (America Latina e Nord Africa).
Nel complesso, fatte salve alcune eccezioni, la cooperazione decentrata nel nostro paese, si caratterizza più in termini di diversificazione delle fonti di finanziamento, che di reale capacità di costruzione di reti territoriali. Ciò è dovuto innanzitutto alle difficoltà oggettive che incontrano i soggetti non ONG, nell'identificazione e nello sviluppo di partenariati nei paesi d'intervento.
La cooperazione decentrata coinvolge oggi una pluralità di soggetti pubblici e privati: Regioni, Province, Comuni, ONG, Istituti di ricerca, Università, associazioni, gruppi di base, cooperative, rappresentanze sindacali e del mondo imprenditoriale, associazioni di categoria, associazioni d'immigrati etc.
In questo contesto, le ONG, disponendo di una forte specializzazione tecnica e progettuale, stanno cercando di svolgere un ruolo di coordinamento fra enti finanziatori e i beneficiari.
Questo ruolo diviene sempre più importante quanto più vasto e articolato è il panorama degli attori in campo. Inoltre le ONG rivestono un ruolo fondamentale nei processi di cooperazione decentrata per i legami con gli attori locali, la conoscenza dei territori e le capacità d'articolare azioni di formazione.
Anche l'Unione Europea, già da tempo, ha assunto questa prospettiva che parte dalle esigenze e dalle iniziative locali per inquadrare i propri principi d'intervento. (Triulzi, cap. 2, 1998; Livi, cap. 1, 1997; Antonelli, Raimondi, cap. 3, 2001)
Secondo la Comunità Europea, sono da considerare azioni di cooperazione decentrata e non governativa quelle attività che rispondono ai seguenti dieci principi e criteri:

1. hanno come fine lo sviluppo delle capacità, dell'autonomia e dei poteri dei soggetti decentrati dei paesi emergenti, dando la priorità al rafforzamento degli attori sociali più deboli e svantaggiati (cooperazione decentrata partecipativa) e alla creazione di reti di co-sviluppo tra soggetti decentrati di diverse aree (cooperazione decentrata integrativa);
2. sono promosse e realizzate dai poteri pubblici locali e dagli attori della società civile nel quadro di un programma concertato con gli altri attori locali e nazionali;
3. sono coordinate e coerenti con le politiche centrali, e comunque il rafforzamento degli attori decentrati deve progressivamente favorire la loro partecipazione alla definizione delle politiche a livello nazionale;
4. si fondano su istituzioni e modalità di partecipazione e di concertazione democratica, sul dialogo politico, e sono volte a controbilanciare le tendenze oligarchiche e l'inefficacia delle misure statali nazionali;
5. coinvolgono a diversi livelli una gamma varia e pluralista di attori competenti e/o rappresentativi dei diversi settori della società, e favoriscono gli scambi d'esperienza e di conoscenza e la valorizzazione delle tradizioni e delle conoscenze locali;
6. sono sostenibili, e cioè non creano dipendenza e assistenzialismo, e sono flessibili nei contenuti e nei tempi essendo aperte al processo d'apprendimento ed errore;
7. hanno una gestione trasparente e leggera (per adattarsi ai cambiamenti), sono aperte a metodi di monitoraggio e di valutazione partecipativi;
8. hanno effetti moltiplicatori potendo portare ad una diffusione progressiva delle attività e dei risultati, al coinvolgimento di altri attori e di più ampi strati di popolazione;
9. hanno come riferimento un'area geografica determinata e lo sviluppo locale;
10. danno luogo a rapporti di lunga durata e a quello che potremmo definire come un contratto di co-sviluppo tra Entità Locale dei vari paesi.
(Scanavini Katia, cap. 1, 2003; AA.VV. Regione Piemonte, cap. 2, 1999)
Il testo normativo che regola il sostegno dell'Unione Europea a tali attività è il regolamento n. 1659/98 del Consiglio Europeo.
Ultimamente la Commissione europea ha prorogato la validità di tale provvedimento ed ha incrementato le disponibilità finanziarie fino a 24 milioni di euro.
Le principali fonti di finanziamento per i progetti di cooperazione internazionale e d'aiuto umanitario d'iniziativa decentrata possono essere individuate su tre livelli istituzionali:
- Finanziamenti comunitari messi a disposizione dall'Unione Europea a cui si accede attraverso una specifica linea di finanziamento (B7-6002). Possono ottenere tali finanziamenti tutti gli organismi decentralizzati europei e dei PVS come le amministrazioni locali, le ONG, le associazioni di volontariato, i sindacati, le cooperative, le associazioni culturali, gli istituti di ricerca e le organizzazioni religiose.
- Finanziamenti nazionali messi a disposizione dai governi nazionali. Il Ministero degli Affari Esteri italiano attua due forme di finanziamento rivolte principalmente alle ONG ufficialmente riconosciute dal MAE e accreditate presso di esso. Può emanare bandi di gara per l'assegnazione della gestione operativa di progetti redatti dal MAE stesso e in questo caso il finanziamento è coperto al 100 per cento.
Il MAE può anche contribuire con co-finanziamenti alla realizzazione di progetti presentati presso il Ministero dalle ONG e in tal caso il finanziamento non può superare il 70 per cento dell'importo totale delle iniziative programmate.
- Finanziamenti regionali che si basano sull'autonomia di molti
enti locali nel devolvere l'8 per mille dei loro bilanci per finanziare attività di cooperazione internazionale.
Appare chiaro che la cooperazione decentrata non si può fare ovunque né in qualunque momento, né può essere seriamente promossa da qualunque attore. Sono infatti necessari alcuni presupposti di partenza: il protagonismo dei vari soggetti locali ( a livello istituzionale, economico, sociale, culturale), la comprensione dei processi in atto sul territorio, la presenza di un certo grado di maturità nei processi d partecipazione, decentramento, concertazione e pianificazione a livello istituzionale e non, conoscenza dei flussi e delle relazioni tra centro e territorio e le competenze e conoscenze progettuali e di lavoro nei paesi più svantaggiati. L'assenza di alcuni di questi elementi accresce il rischio di burocratizzazione delle forme di coordinamento territoriali e di rigidità delle procedure amministrative.
La cooperazione decentrata può essere l'anello di congiunzione tra il senso civico locale e la sfera internazionale e rappresentare una vera e propria scuola d'impegno politico che potrebbe dar vita ad una mondializzazione dei movimenti di solidarietà civica.


LA COOPERAZIONE NON-GOVERNATIVA


La cooperazione non-governativa comprende la vasta serie d'interventi condotti a fini di solidarietà internazionale da soggetti privati senza fini di lucro e si differenzia da quella pubblica in quanto risulta autonoma e slegata da direttive e priorità politiche particolari.
(Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001; www.ong.org )
Fonte e alimento della cooperazione non governativa è la società civile, l'insieme cioè delle istituzioni sociali sovra-familiari e non statali che riuniscono gli individui con uno scopo preciso e ne coordinano ed esprimono le opinioni e gli interessi particolari.
Le istituzioni della società civile comprendono le associazioni e corporazioni, le Chiese, i sindacati e le formazioni politiche, le municipalità e le autonomie locali e, più in generale, le espressioni dell'opinione pubblica. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001; www.ong.org )
La distinzione tra i due tipi di cooperazione governativa e non governativa non necessariamente definisce una contrapposizione fra modelli antagonisti, ma rileva diversità di presupposti e strategie che nella realtà tendono ad essere sempre più integrate.
I protagonisti storici della cooperazione non governativa sono le Organizzazioni non governative, sebbene il recente configurarsi della cooperazione decentrata e del partenariato evidenzi il coinvolgimento di nuovi soggetti associativi. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001; www.ong.org )
La sigla ONG, pur essendo comunemente accettata, non si presta ad una definizione univoca, evidenziando una diversità strutturale della società civile ed un diverso sviluppo dei soggetti e delle strategie di cooperazione nei vari paesi. Nonostante queste difficoltà, è possibile comprendere nella definizione di ONG tutti quegli organismi, di varia dimensione, caratterizzati da un comune fine solidaristico non lucrativo, poiché ogni profitto derivante dalla loro attività viene reinvestito nei programmi di sviluppo o nell'educazione allo sviluppo, e dall'assenza di vincoli istituzionali rispetto ai governi e alle loro politiche.
Le ONG, oltre a dar voce alla società civile, impiegano un approccio partecipativo, cioè coinvolgono i beneficiari nei processi d'aiuto.
Storicamente le ONG hanno origine, fra gli anni Sessanta e Settanta in quasi tutti i paesi sviluppati, con le grandi campagne contro la fame e la disuguaglianza sociale, trovando i fondamenti teorici di riferimento nel pensiero di derivazione marxista e socialista, nell'esperienza cristiana e in alcune correnti liberali. Nel corso dell'ultimo decennio il fenomeno associativo si è fortemente diffuso anche negli stessi PVS.
Le ONG del Sud hanno un ruolo fondamentale di interfaccia tra le politiche d'assistenza condotte dal Nord e le peculiarità dello sviluppo necessario al proprio paese, costituendo così la base per l'avvio di processi di partenariato. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001; www.ong.org )
Le attività espletate dalle ONG del Nord in collaborazione con controparti locali vanno dall'aiuto finanziario, tecnico e materiale alla formazione ed al trasferimento di know-how tecnologico, dall'aiuto d'emergenza (sanitario ed alimentare) fino all'insieme d'attività di educazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica nei paesi del Nord circa le problematiche del sottosviluppo.
Facendo una rapida analisi delle procedure previste nei vari paesi membri dell'Unione Europea per il finanziamento pubblico degli interventi delle ONG, si possono rilevare tre linee fondamentali:
- la sovvenzione progetto per progetto: il finanziamento, di solito non integrale, dei singoli interventi promossi dalle ONG non preclude la loro autonomia ma traduce semplicemente un legame tra governo e società civile.
- la cooperazione en régie: si tratta d'interventi, pianificati attraverso accordi bilaterali intergovernativi, la cui esecuzione è affidata alle ONG. In questo caso, all'integrale copertura finanziaria del progetto corrisponde la perdita d'autonomia delle ONG che diventano solo esecutrici dell'opera.
- la cooperazione programmatica: si tratta di un procedimento tipico dei paesi del Nord Europa, dove le ONG sono solite operare su piattaforme settoriali o regionali, secondo le quali vengono predisposti piani d'intervento, di media o lunga durata, in base ai quali viene articolata anche la spesa pubblica per la cooperazione non-governativa.
Le procedure di finanziamento e, più in generale, il rapporto fra assistenza pubblica allo sviluppo e cooperazione non-governativa, stanno tendendo ad una sempre maggiore uniformità di regolamentazione e di funzionamento in forza del processo d'unificazione europea.
I progetti che le ONG realizzano sono divisibili in tre categorie:
- progetti di sviluppo
- progetti d'emergenza
- progetti di educazione allo sviluppo
Da un punto di vista strettamente tecnico, con il termine progetto di sviluppo s'intende una serie d'azioni tra loro correlate e coordinate, realizzate per ottenere un determinato obbiettivo (generalmente compreso nella promozione dello sviluppo), utilizzando entro un tempo definito un budget specifico e limitato. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001; www.ong.org )
Sono necessari interventi d'emergenza in situazioni d'emergenza provocata da fattori umani (i conflitti), naturali (terremoti, cicloni, carestie), ma può anche aggravarsi per il concorso di entrambi i fattori. Obbiettivo degli interventi d'emergenza è allora il ripristino, nel più breve tempo possibile, delle condizioni d'accesso alle risorse per le popolazioni colpite e, quindi, il ripristino di soddisfacenti capabilities per i soggetti coinvolti. Questa fase d'assistenza umanitaria risulta la base per il ripristino di condizioni idonee per lo sviluppo.
Occorre cioè che la pianificazione degli interventi d'emergenza, pur ponendosi obbiettivi a breve termine, si configuri in modo funzionale alle fasi della ricostruzione e riabilitazione (economica, sociale ed istituzionale) e a quella dello sviluppo, orientandosi alle prospettive nel medio e lungo periodo della comunità e dell'area coinvolta.
A tal fine è importante riconoscere che le persone colpite dall'evento tragico costituiscono una risorsa, piuttosto che un gruppo impotente di vittime. La riorganizzazione della vita sociale, nel nuovo contesto cui adattarsi, rappresenta l'obbiettivo del sostegno offerto dalle organizzazioni d'intervento umanitario.
La relazione tra azioni umanitarie e programmi di sviluppo è rafforzata, sul piano operativo, dall'opportunità di adottare, pur con la maggiore flessibilità e rapidità richieste dai caratteri dell'emergenza, gli stessi assetti operativi previsti per la progettazione di sviluppo.
Con ciò s'intende sottolineare che le azioni d'emergenza configurano un ciclo vitale di breve periodo articolato nelle fasi di programmazione, implementazione e valutazione costante delle attività realizzate.
La predisposizione, da parte dei donors, di canali privilegiati e più veloci per il finanziamento delle azioni, consente di ridurre ulteriormente i tempi per l'avvio dei processi di soccorso, ricostruzione e riabilitazione.
Il riferimento alle fonti di finanziamento consente di evidenziare alcune tendenze, emerse nell'ultimo decennio in relazione alla diffusione di eventi tragici e di conflitti. Sempre più spesso, infatti, si è fatto un uso strumentale delle emergenze che, avendo un forte impatto emotivo sulla società civile, vengono strumentalizzate per fini politici.
Nell'ultimo decennio, ai tagli nell'aiuto pubblico allo sviluppo ed al calo della rilevanza politica dell'assistenza allo sviluppo è corrisposto l'aumento delle risorse destinate agli interventi d'emergenza. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001; www.ong.it )
Questo cambiamento non riguarda soltanto le politiche dei donors, ma coinvolge anche le strategie condotte dalle organizzazioni non governative. Così, nei paesi caratterizzati da un basso livello di risorse disponibili per la cooperazione non-governativa e dalla burocratizzazione dei canali tradizionali di finanziamento, è notevolmente cresciuto il numero delle ONG orientate agli interventi d'emergenza.
Più in generale, si assiste ad un dirottamento delle risorse dalle aree sottosviluppate a quelle interessate dai conflitti ( si pensi, ad esempio, al calo di APS per i Paesi dell'Africa sub-sahariana ed agli investimenti per la ricostruzione e riabilitazione nei Balcani ) che sta spostando il baricentro degli interventi di cooperazione non-governativa e sembra avviare una guerra tra poveri e vittime per assicurarsi le risorse disponibili. (Antonelli, Raimondi , cap. 3, cap. 5, 2001)
Appare, quindi, necessario aumentare le risorse disponibili e lavorare per una separazione istituzionale e finanziaria tra interventi finalizzati allo sviluppo e gli aiuti umanitari e d'emergenza.
Le ONG possono svolgere anche attività d'informazione e educazione allo sviluppo che possono contribuire ad accrescere la coscienza e la sensibilità dell'opinione pubblica dei donatori circa i temi dell'aiuto allo sviluppo, della pace, della cooperazione economica e culturale tra Nord e Sud del mondo. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001)
L'attività di sensibilizzazione dell'opinione pubblica non è solo una mera espressione del legame tra ONG e società civile, ma può costituire anche uno strumento importante per creare una reale capacità di lobbying e advocacy sulle grandi questioni della cooperazione.
L'educazione allo sviluppo e la sensibilizzazione possono contribuire a creare un'etica della cittadinanza globale che a sua volta stimola il riorientamento della politica verso uno sviluppo umano e sostenibile e favorisce la genesi di una reale partnership tra popoli del Nord e del Sud del mondo.
Come dimostra l'esperienza di alcuni paesi del Nord Europa, la rappresentanza organizzata degli interessi coinvolti nell'aiuto ai PVS produce una notevole forza contrattuale impiegata per richiedere discipline politiche e normative più idonee per il settore. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, 2001; www.ong.it )
La cooperazione non-governativa italiana è comprensibile solo tenendo conto della storia e delle peculiarità della nostra società civile e del nostro sistema politico (la frammentazione e la contrapposizione ideologica, la partitocrazia etc.), nonché della rilevanza di certi fattori culturali ed economici (come, ad esempio, l'influenza della Chiesa cattolica, il divario Nord-Sud, l'assistenzialismo etc.).
In Italia le ONG comprendono una vasta gamma di formazioni sociali, caratterizzate da ispirazione e natura diversa (religiose e laiche, politiche e settoriali), ma tutte accomunate dall'assenza del fine lucrativo, dalla mancanza di vincoli istituzionali rispetto ai governi e soprattutto dall'impegno solidaristico a favore dei PVS. (Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001)
Queste organizzazioni svolgono le loro attività secondo la legge 49 del 1987 che, ampliando la precedente legge 38 del 1979, provvede a regolamentare alcuni degli aspetti più rilevanti della cooperazione non governativa. Le ONG italiane possono ricevere finanziamenti pubblici dal Ministero degli Affari Esteri solo se sono state riconosciute idonee da quest'ultimo. Nel nostro paese le ONG sono, in linea di massima, raggruppate in organismi di coordinamento nazionale, la cui nascita riflette le fasi evolutive descritte e la diversa ispirazione ideologica:
- la Federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario (FOCSIV), nella quale si raccolgono i gruppi di matrice cattolica e missionaria.
- il Coordinamento delle Organizzazioni non-governative per la cooperazione internazionale allo sviluppo (COCIS), che comprende le formazioni d'ispirazione laica.
- il Coordinamento d'iniziative popolari di solidarietà internazionale (CIPSI), nato dall'unione d'organismi di diversa estrazione accomunati dalla volontà di operare, al contrario delle altre organizzazioni, attraverso processi di partenariato e senza ricorrere all'invio di personale espatriato.
(Antonelli, Raimondi, cap. 3, cap. 5, 2001; www.ong.it )
La costituzione dell'Associazione delle ONG italiane, avvenuta nel 1997, nonché le sinergie instaurate in certi settori d'intervento, come la formazione delle risorse umane o i progetti di sviluppo in consorzio, possono essere interpretati come segni di una certa propensione al superamento di un panorama diviso e frammentato.( www.ong.it )

3.2 LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE: FONTE DI VITA PER IL POPOLO SAHARAWI


Il popolo saharawi, attraverso l'organizzazione politica che è riuscito a costruire fin dai primi anni della diaspora, ha sempre affiancato all'azione militare un'attività diplomatica che gli ha permesso, nel corso dei lunghi anni di resistenza, di sviluppare una rete di rapporti a livello internazionale.
In questi anni d'esilio, nonostante le innumerevoli difficoltà, intorno al popolo saharawi si sono sviluppate diverse iniziative di solidarietà sia sul terreno della sensibilizzazione dell'opinione pubblica nei diversi paesi europei, sia su quello della fornitura d'aiuti umanitari.
Anche l'Italia ha contribuito e continua ad impegnarsi per la causa saharawi anche se il governo italiano non ha ancora riconosciuto lo stato saharawi e non ha mai preso posizioni politiche in merito.
Le iniziative partono quindi dagli organismi non governativi, dagli Enti locali e dai numerosi comitati e associazioni di solidarietà con il popolo saharawi nate in tutte le regioni italiane.
Molto spesso, queste tre realtà cooperano nella realizzazione e gestione di progetti che hanno come beneficiari il popolo saharawi.

L'INTERVENTO DELLE ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE ITALIANE NEI CAMPI PROFUGHI


Le ONG impegnate oggi nei campi profughi sono Africa 70, Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), Cestas ( Centro di educazione sanitaria e tecnologia appropriate sanitarie), Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti ) e la fondazione Terres des hommes.
Africa 70, una Organizzazione Non Governativa, che fa parte della federazione Cocis, già da alcuni anni ha iniziato a lavorare nei campi profughi saharawi.
Il progetto di sviluppo tuttora in corso interviene nelle tendopoli con l'obbiettivo di migliorare le condizioni sanitarie degli animali da allevamento e agisce con due prospettive complementari tra loro. (Bollettini informativi di Africa 70; Quadro logico del progetto; www.africa70.it ).
La prima è un obbiettivo di breve periodo, il miglioramento generale delle condizioni del patrimonio zootecnico che possa consentire lo
spostamento delle mandrie nella massima sicurezza possibile, una volta risolto il contenzioso con il Marocco sulla sovranità delle terre.
La seconda prospettiva è di lungo periodo, e tende al miglioramento generale del settore, slegato, quindi, da particolari dinamiche in atto.
Nelle tendopoli gli animali sono in cattivo stato a causa dell'inadeguata alimentazione e dello scarso controllo veterinario.
Un altro grande problema è anche la mancanza di controlli dei prodotti derivati dalla macellazione, con dirette ripercussioni sull'esposizione degli uomini alle patologie d'origine animale.
L'interesse della popolazione verso i problemi legati al bestiame è direttamente correlato alla dimensione di supporto alimentare che questa attività riveste dato il deficit di proteine animali nell'area.
Il miglioramento complessivo del settore veterinario è quindi sia funzionale al rientro in patria sia al futuro rilancio delle attività d'allevamento una volta ristabilita la normalità.
In questo senso, fondamentale è il sostegno alla strutturazione del Dipartimento di veterinaria del Ministero della Salute Pubblica.
I beneficiari di questo progetto sono 6000 allevatori privati, per lo più donne. Gli effetti dell'intervento si estendono, però, a tutta la popolazione della tendopoli per quanto riguarda gli aspetti preventivi sanitari degli allevamenti.
Anche il rafforzamento istituzionale del Dipartimento di veterinaria ha parimenti una ricaduta sulla totalità dei profughi.
La metodologia d'intervento attuata per la realizzazione del progetto si articola in due componenti:
1) appoggio istituzionale.
Creazione di una banca dati sullo stato di salute del patrimonio zootecnico;
Rafforzamento delle strutture a disposizione del Dipartimento di veterinaria e formazione del personale.
2) valorizzazione del patrimonio zootecnico
Riduzione delle principali malattie, campagne di vaccinazioni;
Miglioramento delle tecniche di allevamento;
Miglioramento delle tecniche di lavorazione dei prodotti zootecnici e commercializzazione della carne.
Un altro progetto di sviluppo ancora in corso nei campi profughi riguarda la formazione di fisioterapisti e tecnici d'ortopedia ausiliari saharawi promossa dal CESTAS ( Centro di educazione sanitaria e tecnologie appropriate sanitarie ), una ONG riconosciuta idonea dal Ministero degli Affari Esteri dal 1979. ( www.cestas.org )
Il progetto, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiano, è finalizzato al miglioramento delle condizioni e delle prospettive di vita dei disabili motori nei campi profughi, alla promozione di corsi formativi in loco per quindici fisioterapisti ausiliari e cinque tecnici di ortopedia, alla riorganizzazione del centro sanitario preesistente
nell'ospedale-scuola Chraid Cherif, all'informazione sociosanitaria in campo fisioterapico- riabilitativo rivolta alla popolazione dei campi.
Le attività del CESTAS e della Mezza Luna Rossa Saharawi, la controparte locale, puntano inoltre al miglioramento delle condizioni di vivibilità e di efficienza delle tecniche fisioterapiche attraverso il ripristino della funzionalità degli impianti e delle attrezzature nell'ospedale-scuola e nella palestra per riabilitazione.
Nei campi profughi, un ruolo fondamentale è svolto già da diversi anni dal CISP, il Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli, una ONG italiana che dal 1983 opera nel campo della cooperazione internazionale e della lotta all'esclusione sociale. ( www.cisp-ngo.org )
Il CISP ha realizzato dal 1984 varie azioni umanitarie per il popolo saharawi dirette soprattutto all'assistenza alimentare, logistica e sanitaria, all'educazione scolastica e alla formazione professionale.
(Lopriore, Branca, 2001; www.cisp-ngo.org )
Dal 1993 ad oggi, un rilievo particolare hanno avuto i programmi condotti per ECHO (European Community Humanitarian Office) che hanno permesso non solo di affrontare specifiche emergenze, obbiettivo primario dell'aiuto, ma anche di svolgere altre due importanti funzioni.
La prima è quella di realizzare, attraverso un lavoro costante il loco, processi di rafforzamento delle istituzioni locali, in particolare di quelle preposte dal governo saharawi allo svolgimento di programmi umanitari: la Mezza Luna Rossa e il Dipartimento per la Cooperazione.
La seconda è quella di rafforzare il coordinamento tra ONG europee e una positiva integrazione del loro operato con la controparte locale.
ECHO, l'ufficio umanitario della Comunità Europea riceve il 30% dei fondi dalla Commissione Europea e il 25% dai singoli stati membri; è attivo in trenta conflitti regionali e in più di 85 nazioni nel mondo.
L'intervento in Algeria, nei campi profughi saharawi, avviene attraverso quattro organismi non governativi Europei per un totale, nel 2003, di 5,14 milioni di euro. ( www.europa.eu.int/comm/echo )
Questi organismi non governativi pater di ECHO sono la Caritas Belgium, Medico International, Solidaridad Internacional e il CISP.
Nell'ambito dei programmi d'emergenza il CISP ha costantemente svolto, quando è stato possibile, brevi indagini di valutazione e di raccolta dati che potessero aggiornare il quadro dei bisogni della popolazione. Un esempio recente e particolarmente rilevante è dato dall'indagine nutrizionale compiuta all'inizio del 1997 in collaborazione con l'Istituto Nazionale della Nutrizione italiano. ( Lopriore, Branca, 2001; www.cisp-ngo.org )
Nel 1995 CISP entrò a far parte di un consorzio, che già da anni era operativo nel settore degli aiuti umanitari ai rifugiati saharawi, di cui fanno parte Oxfam-Solidarité (Belgio), CIMADE (Francia), Caritas Secours International (Belgio), e dal 1995 Medico International (Germania), Secours Populaire Français e Solidaridad Internacional (Spagna). Il consorzio continua a seguire gli obbiettivi relativi principalmente alla definizione di piani d'intervento e la formulazione di proposte da inoltrare ad ECHO e ad altri uffici dell'Unione Europea.
Le principali motivazioni del lavoro del consorzio sono:
-assicurare maggiore efficacia agli interventi, tramite un forte coordinamento e la messa in comune di competenze e strutture
necessarie alla realizzazione di aiuti umanitari nei campi saharawi,
anche al fine di ridurre i costi di gestione;
-facilitare il dialogo con donatori, in primo luogo l'Unione Europea, proponendo ad essi piani globali di intervento precedentemente definiti e organizzati con le autorità saharawi. ( Lopriore, Branca, 2001; www.cisp-ngo.org )
Tra le responsabilità del consorzio vi è anche quella di assicurare un effettivo monitoraggio degli interventi, a due livelli diversi ma complementari. Da una parte, viene monitorato il buon funzionamento organizzativo dei programmi, con particolare riferimento alle operazioni logistiche (acquisti, trasporti e distribuzione).
Dall'altra, viene anche svolta una periodica opera di verifica, sempre in collaborazione con la Mezza Luna Rossa Saharawi, sulla sicurezza alimentare complessiva dell'area. La Mezza Luna Rossa Saharawi (MLRS) si è costituita sin dai primi anni d'esilio del popolo saharawi e opera, quindi, in uno stato di continua emergenza, dovendo far fronte alle necessità ed ai problemi di una popolazione che vive in un campo di rifugiati, la cui sussistenza dipende esclusivamente dall'arrivo di aiuti esterni. ( Lopriore, Branca, 2001)
Il compito della MLRS consiste innanzitutto nel fare una stima delle principali necessità che vengono mensilmente aggiornate che lavora a diretto contatto delle famiglie e sulla base di queste informazioni, vengono formulati piani d'intervento e richieste d'aiuto ad organizzazioni esterne. Oltre che con la MLRS, il consorzio collabora attivamente con la Mezza Luna Rossa Algerina (MLRA), che da sempre garantisce un aiuto costante alla MLRS. Nello svolgimento dei progetti la MLRA collabora attivamente curando le pratiche doganali e i trasporti dei beni alimentari dal porto di Orano fino al centro d'immagazzinamento e distribuzione.
Il CISP è quindi la ONG italiana che gestisce il maggior numero d'interventi d'emergenza nei campi profughi saharawi. (Lopriore, Branca, 2001; www.cisp-ngo.org )
Nel 1997, il CISP ha condotto una valutazione nutrizionale sullo stato di salute e di nutrizione della popolazione che vive nei campi profughi. Questa ricerca, che rimane ancora oggi la più aggiornata in merito, ha permesso di valutare meglio la dieta alimentare dei rifugiati, di identificare i gruppi più vulnerabili della popolazione e di valutare con maggiore precisione quali sono le carenze nutritive. (Lopriore, Branca, Istituto Nazionale della Nutrizione, 1998)
I dati ottenuti hanno definito la situazione nutrizionale, a livello nazionale, altamente vulnerabile sia in termini d'insicurezza alimentare, come disponibilità e accesso agli alimenti, che per l'aspetto fisiologico nel rispetto delle differenti categorie d'età e sesso della popolazione.
Lo stato nutrizionale nel complesso risulta relativamente soddisfacente da un punto di vista proteico - energetico nonostante il problema della denutrizione cronica associato alle tante carenze di sostanze nutritive fondamentali come il ferro, la vitamina A, la vitamina B e lo zinco.
I gruppi tra la popolazione che sono stati identificati come maggiormente a rischio nutrizionale sono i bambini al di sotto dei cinque anni di età e le donne in età fertile, in gravidanza e lattanti. (Lopriore, Branca, Istituto Nazionale della Nutrizione, 1998)
Sulla base di questa ricerca il CISP ha garantito aiuti alimentari e sostegno alla popolazione in maniera costante fino ad oggi.
Il CISP, quindi, in collaborazione con il Ministero della Salute Pubblica della RASD e con l'Istituto nazionale di ricerca sull'alimentazione e la nutrizione di Roma, ha stipulato un piano strategico della nutrizione pubblica per la popolazione dei campi profughi saharawi che sta alla base di tutti gli interventi umanitari degli ultimi anni. (Lopriore, Branca, 1998-2001, Istituto Nazionale della Nutrizione, 1998)
Secondo questo piano, il problema di maggiore importanza è il ritardo nella crescita e i frequenti casi di anemia.
Quattro sono le strategie per combattere questi gravi problemi:
-diversificazione degli alimenti;
-arricchimento della razione alimentare;
-aumento delle razioni alimentari per i soggetti sensibili;
-azioni di salute pubblica.
Uno degli obbiettivi principali che il CISP persegue nei suoi interventi alimentari è proprio la diversificazione della dieta attraverso l'apporto sempre maggiore di frutta e verdura fresca, fonte principale di vitamine e minerali. (Lopriore, Branca, 1998-2001, Istituto Nazionale della Nutrizione, 1998)
Le difficoltà logistiche e le limitazioni economiche che riguardano il costante tentativo di aumentare le razioni di alimenti freschi forniti alla popolazione, hanno portato il CISP, come altre ONG, a metodi alternativi come l'arricchimento degli alimenti.
Arricchire un alimento significa aggiungere sostanze nutritive necessarie ad alimenti che la popolazione consuma comunemente.
Il CISP tiene anche conto dei casi in cui la dieta giornaliera deve essere aumentata come per i bambini anemici o con un forte ritardo nella crescita o come per le donne in gravidanza.
La strategia seguita in questi anni prevede anche un'azione definita di salute pubblica che prevede l'organizzazione di campagne di promozione e sensibilizzazione all'allattamento materno, alla prevenzione e trattamento della dissenteria e di tutte le malattie infantili, all'educazione nutrizionale delle mamme etc. (Lopriore, Branca, 1998-2001, Istituto Nazionale della Nutrizione, 1998)
Il CISP non si occupa solo dell'aspetto alimentare della popolazione saharawi, infatti nel 2002 ha realizzato un progetto che aveva come scopo il controllo della diffusione delle epatiti virali nei campi.
Il progetto prevedeva, nello specifico, la formazione di personale sanitario specializzato, il sostegno al laboratorio d'analisi dell'ospedale di Raduni (campi profughi) per la diagnosi delle epatiti virali e l'organizzazione in collaborazione con il Ministero della Sanità saharawi di campagne d'informazione sanitaria per la prevenzione della malattia.
Nel 2002 il CISP ha portato avanti anche un progetto di sostegno alle
istituzioni scolastiche per frenare l'abbandono scolastico nei campi profughi. Le iniziative prevedevano anche la divulgazione e discussione di temi legati alla tutela dei diritti dei minori secondo la carta delle Nazioni Unite. Gli educatori dovevano scegliere gli articoli principali, tradurli, diffonderli nelle scuole e facilitare la comprensione e divulgazione. ( www.cisp-ngo.org )
Sempre nel campo educativo, il CISP ha realizzato nel 2000 un progetto che prevedeva la diffusione dei principi umanitari, della tutela dei diritti dell'uomo e dell'educazione alla pace tra la popolazione saharawi
Attiva nei campi profughi già da diversi anni è anche l'ONG Terres des hommes, un'ONG internazionale che ha una sua sede a Milano, che proprio l'anno scorso ha portato a termine tre importanti progetti d'emergenza finanziati da ECHO nella wilaya di Dajla.
(www.tdhitaly.org; Intervista alla Signora Cristina la Rosa, Maggio 2004)
Il progetto d'assistenza sanitaria materno infantile terminato nel dicembre del 2003 ha riportato risultati soddisfacenti.
Nel corso di tutto il progetto sono state lanciate molte campagne di sensibilizzazione rivolte alle donne sulla necessità di un controllo ginecologico puntuale, e soprattutto di seguire un monitoraggio delle gravidanze. I dispensari di quartiere e l'ospedale di riferimento sono stati attrezzati per effettuare le consulte di base e gli esami clinici necessari per il controllo delle gravidanze grazie anche al nuovo apparecchio per le ecografie. Vinte le riluttanze dovute alla cultura tradizionale che considera la gravidanza un fatto strettamente famigliare poco comunicabile all'esterno, Terres des Hommes è riuscita ad aumentare notevolmente la percentuale delle donne incinta che hanno seguito il controllo della gravidanza fino ad arrivare ad una percentuale superiore al 50% delle future mamme di Dajla. (www.tdhitaly.org ; Intervista alla Signora Cristina la Rosa, Maggio 2004 )
Data comunque la preferenza al parto in casa, ancora molto radicata nella donna saharawi per ragioni di riservatezza e la scarsità del personale sanitario locale adeguatamente formato, Terres des Hommes ha lanciato con successo una riqualificazione delle comadronas, le levatrici tradizionali. Grazie a tutti questi interventi la mortalità perinatale in questa wilaya è passata dal 13% all'8%.
Sempre nel campo sanitario Terres des Hommes in collaborazione con la Mezza Luna Rossa Saharawi ha condotto un progetto finanziato da ECHO per il riequipaggiamento dell'ospedale di Dahkla e la rivitalizzazione dell'attività sanitaria mediante l'invio di medici di base e chirurghi. Dahkla è la wilaya più distante rispetto a Rabouni, centro amministrativo di riferimento e sede dell'ospedale centrale.
A Dahkla esiste un piccolo ospedale e diversi dispensari decentrati a cui fanno riferimento circa 38000 persone.
Il progetto, concluso nel dicembre 2003, è riuscito a migliorare l'assistenza sanitaria alla popolazione di Dahkla, in particolare alle donne in gravidanza, alle madri, ai bambini e agli anziani.
Il vecchio ospedale di Dahkla è stato ristrutturato, attrezzato e fornito di una nuova divisione materna -infantile. (www.tdhitaly.org ; Intervista alla Signora Cristina la Rosa, Maggio 2004 )
Terres des Hommes è intervenuta anche nel campo alimentare fornendo un sussidio per integrare la dieta di base di 800 bambini appartenenti alle famiglie più vulnerabili e numerose.
Questo intervento è reso possibile attraverso il sostegno a distanza di questi bambini da parte di donatori italiani. (www.tdhitaly.org ; Intervista alla Signora Cristina la Rosa, Maggio 2004 )
Terres des Hommes in collaborazione con i Veterinari senza frontiere Italia e grazie ad un finanziamento di ECHO, ha deciso di attuare un progetto pilota per la salvaguardia del patrimonio zootecnico con il duplice scopo di aumentare le risorse nutritive disponibili nei campi e mantenere il più possibile in vita una delle pochissime attività produttive possibili in loco legate alla cultura nomade.
L'intervento è riuscito a creare un Centro veterinario in grado di effettuare controlli clinici preventivi e curativi sul bestiame esistente,
di introdurre pratiche di corretta alimentazione a livello degli allevatori, di mettere a coltura foraggiera un perimetro di cinque ettari nel centro della wilaya di Dajla in grado di soddisfare le necessità nutritive del bestiame. ( www.tdhitaly.org )
Attualmente la fondazione Terres des Hommes sta gestendo un aiuto diretto alle famiglie più indigenti dei campi profughi, prefiggendosi di migliorare l'alimentazione di 500 bambini in difficoltà.
Questo progetto è totalmente finanziato da Terres des Hommes Italia con fondi di raccolta presso il pubblico. (www.tdhitaly.org ; Intervista alla Signora Cristina la Rosa, Maggio 2004 )
Importanti attività sono realizzate anche dall'ONG COSPE, cooperazione per i paesi emergenti, che già da cinque anni gestisce nei campi profughi saharawi un programma d'intervento sull'intolleranza al glutine (Morbo Celiaco) che si è scoperto essere molto elevato tra la popolazione infantile (5,6% contro lo 0,5 in Italia). (www.cospe.org ; Intervista al responsabile del Progetto, Guiglia Sandro, Maggio 2004)
Il COSPE, grazie a questo progetto, è riuscito:
-far conoscere a molte mamme questa malattia grazie anche all'impegno del Ministero della Salute e della Cooperazione saharawi;
-dotare la popolazione di un laboratorio diagnostico specifico per renderli autonomi nell'individuazione dei soggetti celiaci;
-formare un'equipe saharawi di cinque persone in loco (coordinatrice, pediatra, tecnico di laboratorio, animatrice, autista) in grado di gestire il programma d'intervento in modo autonomo;
-informare le mamme sulle caratteristiche di questa patologia che può essere curata soltanto con una dieta senza glutine, insegnando loro come realizzare la dieta adeguata per i loro figli celiaci;
-creare e sostenere un gruppo di mamme, embrione della futura Associazione Celiaci Saharawi;
-garantire il rifornimento di 27000 Kg di farina senza glutine (fabbisogno annuale), 600 kit diagnostici per il laboratorio, il denaro necessario per la gestione in loco grazie ai finanziamenti della regione Toscana, delle associazioni, ONG ed aziende private che hanno formato una rete di solidarietà per la realizzazione del progetto.
-realizzare delle adozioni a distanza dei ragazzi celiaci saharawi da parte di famiglie italiane e dei soggiorni estivi specifici per ragazzi affetti da celiachia, in Italia e Spagna.
La gestione della campagna adozioni è gestita, in particolare, dall'Associazione di solidarietà di Livorno e dall'AIC (Associazione Italiana Celiaci). (www.cospe.org ; Intervista al responsabile del Progetto, Guiglia Sandro, Maggio 2004)

L'INTERVENTO DEGLI ENTI LOCALI ITALIANI, LA REGIONE EMILIA ROMAGNA

La società civile italiana s'impegna costantemente per la causa saharawi non solo attraverso le Organizzazioni Non Governative ma sempre di più attraverso le iniziative degli enti locali di cooperazione decentrata.
La regione Emilia Romagna insieme alla regione Toscana sono le realtà più attive nel nostro territorio nazionale.(www.saharawi.org)
La regione Emilia Romagna, in particolare, ha recepito negli ultimi anni numerose sollecitazioni che riguardano un'accresciuta partecipazione di soggetti pubblici e privati ad iniziative di cooperazione e solidarietà internazionale.(www.regione.emilia-romagna.it/cooperazionedecentrata )
Molti enti locali emiliani si avvalgono sempre più della possibilità di utilizzare l'8 per mille dei loro bilanci per finanziare tali attività.
La regione coordina gli interventi secondo un documento di programmazione triennale che il Consiglio regionale è tenuto ad approvare, su proposta della Giunta, nel quale sono indicati gli obbiettivi generali e le priorità d'intervento. L. R. 24/06/2002 n.12)
La regione Emilia Romagna ha da tempo acquisito un ruolo guida nel settore della cooperazione allo sviluppo grazie anche al cospicuo impegno finanziario.
Negli ultimi anni le risorse destinate a questi interventi sono raddoppiate, raggiungendo nell'anno 2002/2003 i 3,5 milioni di Euro.
Questo impegno finanziario ha permesso, negli anni precedenti, di implementare 44 interventi di cooperazione allo sviluppo in 11 paesi e 53 interventi d'emergenza in 19 paesi.
Nell'ambito delle iniziative di cooperazione allo sviluppo, la regione copre le spese dei progetti presentati dai soggetti quali ONG, Enti Locali, ONLUS, associazioni di volontariato, cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, università, fondazioni, istituti di ricerca, sindacati, imprese di pubblico servizio, istituti di credito, imprese interessate fino al 70% del totale.
Per quanto riguarda l'ammissibilità dei progetti, essi devono prevedere nelle voci spesa un massimo del 6% per le spese generali e un massimo del 30% per i compensi del personale italiano.
La regione Emilia Romagna per la popolazione saharawi svolge anche azioni politiche e di solidarietà.
(Dossier saharawi, Assessorato alle Politiche Sociali, immigrazione, progetto giovani e cooperazione internazionale, Regione Emilia Romagna; Bollettino Ufficiale Regione Emilia Romagna, N. 122, 14 novembre 2003).

A) Azioni politiche

Tra le cosiddette iniziative politiche realizzate dalla regione Emilia Romagna in favore del rispetto del Piano di Pace delle Nazioni Unite per la soluzione della crisi nel Sahara Occidentale, occorre sottolineare:
-la mozione del Consiglio regionale n. 3090 del 11/12/1997
-la mozione n.6491 del 20/01/2000 approvata dal Consiglio regionale con cui la Giunta regionale s'impegna a proseguire nelle iniziative d'aiuto internazionale a sostegno della comunità saharawi presente nei territori algerini e ad assumere ogni utile iniziativa nei confronti del Parlamento e del governo, al fine di porre in essere azioni concrete di solidarietà e di pressione politica per permettere la celebrazione del referendum di autodeterminazione.
-la risoluzione del Consiglio regionale approvata in data 17 dicembre 2002 con cui s'invita il governo italiano a riconoscere al Fronte Polisario uno status ufficiale dando così pari dignità ad ambo le parti che hanno negoziato e sottoscritto gli accordi di Houston.
-L'inserimento dei territori saharawi tra quelli considerati prioritari nei piani di lavoro 2000-2002 e rinnovati nei piani approvati per il triennio 2003- 2005.
I settori considerati prioritari sono il settore socio-sanitario, con particolare riguardo alla prevenzione delle malattie infettive; le iniziative d'accoglienza ed assistenza sanitaria dei bambini; l'invio d'attrezzature e materiale d'uso sanitario; l'invio di aiuti umanitari e il sostegno ai servizi di gestione dello smaltimento dei rifiuti e dell'utilizzo dell'acqua.
-La realizzazione di numerosi gemellaggi degli Enti Locali della regione Emilia-Romagna con le wilayas e dairas saharawi.
Questi patti d'amicizia ed il conseguente impegno del partner italiano di promuovere ed estendere i rapporti di conoscenza reciproca, di solidarietà e di scambio di esperienze socio-culturali sono un fenomeno diffuso sul territorio regionale.
Peculiare della Regione Emilia-Romagna è il fatto che, a differenza ad esempio della regione Toscana, la spinta verso l'istituzione dei patti di amicizia non ha radici politiche ma sono quasi sempre le associazioni di solidarietà presenti sul territorio che propongono alle istituzioni politiche un gemellaggio con un Ente Locale saharawi.
Questo dimostra come è forte il coinvolgimento della società civile emiliano romagnola che cerca anche attraverso le istituzioni politiche di sostenere la questione saharawi.
Fino ad oggi gli Enti Locali emiliano romagnoli che hanno sottoscritto patti d'amicizia con le Dairas e Wilayas saharawi sono il Comune di Forlì, il Comune di Medicina (BO), il Comune di Marzabotto (BO), il Comune di San Lazzaro (BO), il comune di S. Agata Bolognese (BO), il Comune di Formigine (MO), il Comune di Carpi (MO), il Comune di Novi di Modena (MO), il Comune di Nonantola (MO), il Comune di Scandiano (RE), il Comune di Luzzara (RE), il Comune di Cavriago (RE), il Comune di Albinea (RE), il Comune di Viano (RE), il Comune di Reggio Emilia, la Comunità Montana dell'Appennino Reggiano e di Parma Est, la Provincia di Bologna, di Modena, di Parma e di Reggio Emilia.
(Dossier saharawi, Assessorato alle Politiche Sociali, immigrazione, progetto giovani e cooperazione internazionale, Regione Emilia Romagna; Bollettino Ufficiale Regione Emilia Romagna, N. 122, 14 novembre 2003).

B) Azioni di solidarietà della Regione Emilia-Romagna

-Mostra fotografica itinerante, 1993.
La prima iniziativa di solidarietà risale al 1993, anno in cui la regione Emilia Romagna partecipa ad un'iniziativa di sensibilizzazione sul territorio, realizzata dall'ONG Cestas, sul problema del popolo saharawi, iniziativa che prevedeva una mostra fotografica itinerante, conferenze, seminari e incontri politici.

- Piano di lavoro 1998- L .R. 5/96.
Il coordinamento regionale emiliano - romagnolo di solidarietà con il popolo saharawi ha attivato, con il contributo della regione Emilia Romagna, un programma di sensibilizzazione sul territorio, invio di
materiale amministrativo e di aiuti umanitari, finalizzato da un lato al sostegno della campagna per un referendum libero e democratico e, dall'altro, a forme di appoggio solidale ai profughi saharawi rifugiati nel deserto algerino.

-Piano di lavoro 1999- L .R. 5/96
A partire dal 1999 la regione Emilia Romagna ha iniziato a contribuire alle iniziative delle associazioni di solidarietà del territorio (Associazione un bambino per amico, Associazione Jaima Saharawi) nell'organizzazione di attività ricreative e di sostegno nell'ambito delle iniziative di accoglienza estiva dei bambini saharawi.
Da molti anni infatti, durante il periodo estivo, alcune famiglie, associazioni di solidarietà ed enti locali dell'Emilia Romagna, realizzano programmi di accoglienza di bambini saharawi aventi molteplici obbiettivi, tra i quali quello di permettere la nascita ed il consolidamento di rapporti di amicizia con coetanei italiani, lasciare il deserto algerino nel periodo di maggiori difficoltà climatiche, consentire accertamenti e cure mediche, realizzare percorsi educativi e didattici comuni, promuovere presso le famiglie ospitanti la conoscenza della cultura, delle tradizioni e della storia del popolo saharawi. Il programma di accoglienza viene, generalmente, organizzato e monitorato dal Coordinamento Regionale emiliano- romagnolo in stretta collaborazione con la Rappresentanza saharawi in Italia.
In attuazione del Piano di lavoro 1999 (L. R. 5/96) si procedette, inoltre, al cofinanziamento di un progetto dell'ONG GVC finalizzato alla realizzazione di un'Officina mobile e Corsi di formazione per meccanici, elettrauto, saldatori.
Fu, inoltre, realizzato un programma di formazione a favore delle donne del Centro donne 27 febbraio, in collaborazione con l'Assessorato Pari Opportunità della provincia di Parma e con i contributo della Regione Emilia Romagna.

- Marzo 2000.
Venne organizzata una grande raccolta di attrezzature sanitarie e farmaci presso le strutture sanitarie regionali sulla base delle richieste della controparte (Ministero della Sanità, Mezza Luna Rossa Saharawi, Ministero della cooperazione saharawi)
La gestione operativa dello stoccaggio e verifica degli aiuti umanitari fu affidata al GVC e all'ANPAS regionale.
Furono raccolti e inviati un camion con rimorchio Iveco (acquistato e donato) carico di attrezzature sanitarie e pezzi di ricambio, di farmaci,
indumenti, pneumatici, filtri e altri ricambi meccanici.
Sempre nell'anno 2000 fu regolamentata l'assistenza sanitaria ai bambini saharawi nell'ambito delle iniziative di accoglienza realizzate dalle associazioni di solidarietà.
I minori extracomunitari che entrano nel territorio della regione Emilia Romagna nell'ambito di programmi solidaristici di accoglienza promossi dalle associazioni di volontariato legalmente riconosciuti, usufruiscono del diritto di ricevere l'assistenza primaria di medicina generale per tutto il periodo di durata del permesso di soggiorno. L'assistenza comporta l'iscrizione al Sistema Sanitario Regionale presso l'AUSL del Comune in cui i minori e i relativi accompagnatori dimorano e il rilascio del tesserino sanitario.

- Progetto di formazione rivolto a medici e infermieri saharawi.
Tale progetto, promosso dall'Assessorato alle Politiche Sociali della regione Emilia Romagna, è attualmente in corso.
Il progetto, realizzato dall'Anpas emiliano -romagnola in collaborazione con la AUSL di Modena e di Bologna, prevede per il primo anno moduli formativi in ostetricia, pediatria e neonatologia oltre percorsi formativi in prevenzione sanitaria e primo soccorso alla popolazione. Questa esperienza formativa, fortemente richiesta dalla controparte saharawi, ha l'obbiettivo di formare quadri sanitari che saranno a loro volta formatori per altri che già operano nel territorio.

- Partecipazione della regione Emilia - Romagna alla Carovana italiana 2001 di solidarietà con il popolo saharawi.
La Carovana di solidarietà attraversa varie regioni italiane ed il territorio algerino nel suo tragitto verso i campi profughi e rappresenta un momento di grande solidarietà e di sostegno politico alla causa saharawi.
La regione Emilia-Romagna ha contribuito direttamente all'allestimento di un centro di raccolta in collaborazione con l'Associazione modenese Rock no War, ha finanziato la spedizione di una autocisterna con rimorchio acquistata dall'associazione di Reggio Emilia Jaima Saharawi e di due autobus donati dal Consorzio Pistoiese Trasporti ed ha coordinato l'iniziativa in collaborazione con l'Associazione Nazionale di solidarietà con il popolo saharawi.
Tra i principali donatori occorre annoverare l'associazione di Modena Kabara Lagdaf (una cisterna e circa cinque tonnellate di aiuti umanitari), l'associazione Jaima Saharawi (una autocisterna, attrezzature e materiale d'uso sanitario), l'associazione bolognese El Ouali (un riunito dentistico e attrezzature odontoiatriche), l'associazione di Rimini Hammada, l'ONG GVC, l'AUSL di Bologna Sud, il Comune di Formigine, il Comune di Modena ed il Comune di Forlì.
La rete di solidarietà emiliano-romagnola è stata, in assoluto, la più importante nel contesto italiano in quanto a partecipazione alla carovana di solidarietà 2001.

-Piano di lavoro 2001, delibera del Consiglio Regionale 11/07/2001,n.221.
Azioni di controllo e prevenzione delle epatiti virali nei campi profughi saharawi realizzato dall'associazione Forlivese per le Malattie del Fegato e dall'ONG CISP di Roma con il sostegno del Comune di Forlì e dell'ospedale Morgagni.
Accoglienza estiva dei bambini saharawi su tutto il territorio regionale.
La provincia di Parma insieme al GVC e con il contributo della RER ha iniziato un progetto di formazione in ambito informatico per la realizzazione di un giornale di divulgazione dei diritti delle donne presso la scuola 27 febbraio.
La provincia di Bologna in collaborazione con l'associazione di solidarietà El Ouali ha realizzato una fornitura di alimenti freschi (carni, frutta e verdure) ai bambini di una scuola della wilaya di Smara.
L'associazione El Ouali, in collaborazione con le associazioni Kabara Lagdaf (Modena), Jaima Saharawi (Reggio Emilia), il Comitato Sport e Solidarietà Rimini, il Comitato di Solidarietà con il popolo saharawi di Ferrara, l'associazione Celeste Group di Bologna ed il Comune di Bologna hanno realizzato un Charter di solidarietà che ha trasportato ai campi aiuti umanitari in occasione della maratona nel deserto e del ventiseiesimo anniversario della proclamazione della R.A.S.D.

- Piano di lavoro 2002
Realizzazione progetto "Per non dimenticare il mare….di libertà" realizzato da ANPAS Emilia-Romagna in collaborazione con l'Azienda Ospedaliera S. Orsola-Malpighi e Azienda Ospedaliera policlinico di Modena.
Il progetto prevede la formazione di medici ed infermieri saharawi che avverrà interamente ai campi profughi e l'apertura di un centro sociosanitario presso l'ospedale nazionale di Rabouni.
La cooperativa sociale Ccils (Cesenatico) in collaborazione con il settore solidarietà del CNA regionale e la rete degli artigiani solidali (marchio CNA) ha realizzato un progetto di potenziamento dei percorsi formativi per le donne e di autonomia e integrazione delle persone disabili nella wilaya di Dajla.
Il progetto prevede sia la fornitura di attrezzature sanitarie e ausili per portatori di handicap che forniture di attrezzature per l'avvio di attività artigianali del Centro delle donne di Dajla e sostegno per la creazione di rete di vendita.
La provincia di Ferrara in collaborazione con il comune di Forlì, la provincia di Reggio Emilia, l'ONG CISP, l'associazione AFMF di Forlì, il comitato ferrarese di solidarietà, l'ex municipalizzata di Reggio Emilia AGAC e l'ARPA regionale ha realizzato un progetto di sostegno alle capacità di gestione e smaltimento dei rifiuti solidi e di prevenzione sanitaria nella wilaya di Smara.
Le associazioni di solidarietà per il popolo saharawi presenti sul territorio emiliano romagnolo insieme alle province di Parma, Reggio Emilia e Rimini hanno proposto e gestito un progetto molto importante di ristrutturazione e riqualificazione del sistema sanitario di base nella wilaya di Smara.
Il progetto, fortemente richiesto dal Ministero della Salute Pubblica saharawi consiste nella ristrutturazione e fornitura di arredi e di attrezzature sanitarie dei dispensari di Smara.
Sempre per i dispensari di Smara si sono attivate diverse realtà di Parma quali Help for Children, il Gruppo Insieme, l'associazione Orizzonti Nuovi, l'associazione Il Pozzo di Sicar, la Farmacia Chimica Bottega per la fornitura di medicinali e materiale sanitario per i dispensari.
Il comune di Forlì ha realizzato un progetto in collaborazione con le scuole medie e professionali presenti sul territorio che prevedeva il trasporto ai campi algerini di materiale scolastico ed altri aiuti raccolti sul territorio grazie anche alla realizzazione di uno spettacolo teatrale "Le ali spezzate".
Il 25-27 ottobre 2002 è stato realizzato dall'Associazione nazionale di Solidarietà con il popolo saharawi una conferenza europea di tutte le organizzazioni amiche del popolo saharawi.
Anche nel 2002 è stata organizzata la maratona nel deserto in occasione dell'anniversario della nascita della R.A.S.D. e tutte le iniziative legate ai soggiorni estivi dei bambini saharawi in Italia.

-Piano triennale 2003-2005, delibera del Consiglio Regionale n.516, 4/11/2003. (Bollettino Ufficiale della Regione Emilia-Romagna)
La regione Emilia-Romagna, sulla base dell' approvazione del Documento di indirizzo programmatico per il triennio 2003-2005 per
la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo e in transizione, in attuazione dell'art.10 della L.R. 24 giugno 2002, n.12, continua tuttora a portare avanti importanti interventi per la popolazione saharawi.
Nel 2003, la riforma federalista approvata con Legge n.131 del 5/6/2003 dal Parlamento dà dignità e rilevanza costituzionale alle attività internazionali delle Regioni, tra l'altro permettendo accordi delle stesse, nel rispetto delle linee fondamentali della politica estera della Repubblica, non solo con altre Regioni e territori, ma anche con Stati esteri.
Tale riforma ha dato un nuovo impulso a tutte le attività internazionali anche della Regione Emilia-Romagna che ha incrementato gli interventi di solidarietà internazionale.
Per quanto riguarda la questione Sahara Occidentale, la regione Emilia-Romagna ritiene la sanità la priorità più urgente insieme a quella politica.
Il piano triennale 2003-2005 ha stabilito che si punterà al settore sanitario, a consolidare la progettazione regionale già avviata, garantendo così la continuità degli interventi e migliorandone la relativa efficacia, volta a potenziare il sistema sanitario di base della wilaya di Smara, allo scopo di realizzare un modello di riferimento per gli altri dispensari e le altre wilayas e riavvicinare la popolazione al sistema sanitario saharawi.
Fondamentale rimane la prevenzione sanitaria da realizzare anche attraverso campagne di informazione alle donne e alla popolazione.
Riguardo all'apertura del Polo sociosanitario della Regione Emilia-Romagna a Rabouni, secondo il piano triennale 2003-2005, verrà completata la dotazione delle necessarie attrezzature e, soprattutto, garantito il funzionamento.
L'obbiettivo rimane quello di garantire la sostenibilità dei progetti regionali attraverso accordi operativi con le autorità locali, mettere in rete gli interventi già in essere in modo da sfruttare tutte le sinergie possibili, assicurare un flusso di comunicazione costante con la regione Emilia-Romagna.
Sempre più importanti sono le tematiche ambientali, specie nel sostegno ai servizi di gestione dello smaltimento dei rifiuti e nell'utilizzo dell'acqua.
L'obbiettivo nel medio periodo è quello di fornire assistenza istituzionale a vari livelli nella definizione delle strategie e nella gestione dei servizi.
La wilaya dove tali interventi potranno concentrarsi resta quella di Smara.
La regione Emilia-Romagna ha anche istituito un gruppo di lavoro e studio sui diritti umani in Sahara Occidentale che si occuperà del monitoraggio costante e dell'implementazione di azioni di sensibilizzazione sul territorio sul tema del rispetto dei diritti umani.
Il Piano conferma, inoltre, i finanziamenti per le carovane di aiuti umanitari e i soggiorni estivi dei bambini saharawi.
(Dossier saharawi, Assessorato alle Politiche Sociali, immigrazione, progetto giovani e cooperazione internazionale, Regione Emilia Romagna; Bollettino Ufficiale Regione Emilia Romagna, N. 122, 14 novembre 2003)

C) Associazioni emiliano romagnole di solidarietà al popolo
Saharawi.

Le associazioni di solidarietà, nate dalla società civile italiana desiderosa di impegnarsi attivamente per la causa saharawi, sono una realtà molto forte e di fondamentale importanza per le ONG e gli Enti Locali che decidono di iniziare progetti nei campi profughi saharawi.
Le associazioni e i comitati di sostegno, che non sono altro che il raggruppamento di diverse associazioni, sono diventati sempre più una sorta di braccio operativo, di mediatore tra ONG o Ente Locale e controparte saharawi, di canale di informazione e sensibilizzazione della società italiana in riguardo a tale vicenda.
I comitati di sostegno organizzano raccolte fondi, gestiscono i soggiorni estivi dei bambini saharawi in Italia, partecipano all'organizzazione di carovane e charter di aiuti umanitari per i campi profughi ma soprattutto cercano di sensibilizzare e tante volte di informare la popolazione italiana su un conflitto ignorato da molti.
Esiste un coordinamento che fa capo all'Associazione Nazionale di Solidarietà al Popolo Saharawi con sede a Roma cui anno riferimento i vari comitati regionali (Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia).
Nella regione Emilia Romagna le associazioni di solidarietà al popolo saharawi hanno avuto dei ruoli fondamentali per la progettazione e la realizzazione di molteplici progetti portati avanti dagli Enti Locali emiliano romagnoli.
Le associazioni presenti sul territorio regionale sono ad oggi otto:
- l'associazione "Jaima Sahrawi" per una soluzione giusta e non violenta nel Sahara Occidentale con sede a Reggio Emilia è nata a seguito di esperienze di solidarietà nei confronti delle popolazioni del Sahara Occidentale a partire dall'estate 1998 ma si è costituita formalmente nel mese di gennaio 2000.
L'associazione Reggiana opera in collaborazione con una rete di associazioni, gruppi, ONG, Enti Locali ed organizzazioni pubbliche per lo sviluppo e si propone di promuovere ed attuare iniziative dirette a trovare una soluzione giusta e non violenta nel Sahara occidentale ed a creare un tessuto di solidarietà concreta con il popolo saharawi attraverso campagne di informazione, scambi culturali ed ogni altra forma di sensibilizzazione e di aiuto umanitario.
Nel corso di questi quattro anni l'associazione ha realizzato incontri-dibattiti con proiezione di film ed illustrazione della questione saharawi in collaborazione con più gruppi ed associazioni, ha organizzato la raccolta di fondi attraverso la realizzazione di momenti conviviali e non solo. Nel 1999, 2000 e 2001 sono stati accolti dall'associazione reggiana gruppi di bambini saharawi durante l'estate; nell'estate del 2001 inoltre sono state accolte due ragazze disabili provenienti dal Centro di Educazione Speciale di Smara.
Nell'estate 2000 è stata organizzata una tournée in tutta Italia del Gruppo Musicale della Gioventù Saharawi con lo scopo di diffondere la conoscenza della cultura e della loro causa.
Non ultima è da considerare la campagna politica e di sensibilizzazione che l'associazione Jaima Saharawi porta avanti nei confronti delle Amministrazioni Locali e dei partiti politici.
Periodicamente sono state infine organizzate visite ai campi dei rifugiati. Numerosi amministratori, rappresentanti di associazioni, famiglie, cittadini sono stati ospiti nelle tende delle famiglie saharawi.
A dicembre 2001 l'associazione ha promosso e realizzato il progetto "Jalla gumu", 1° campo di lavoro con le bambine ed i bambini saharawi presso i campi profughi in Algeria. Il progetto aveva l' obiettivo di realizzare un progetto di attività extrascolastica per un gruppo di bambini e bambine saharawi e di offrire ai partecipanti al progetto l'opportunità di conoscere e toccare con mano la storia e la realtà del popolo saharawi.
- l'associazione "El Ouali" per la libertà del Sahara Occidentale è un'associazione di volontariato nata nel gennaio del 2000 dopo alcuni anni di attività come Comitato di solidarietà.
L'associazione El Ouali ha sede a Bologna e conta ad oggi circa 70 iscritti che sostengono la lotta del popolo saharawi rispondendo al loro appello di non essere lasciati soli nel silenzio dell'indecisione internazionale.
Il suo scopo è quello di promuovere ed organizzare iniziative di solidarietà, di aiuto umanitario, economico, sanitario e medico, di sostegno alla popolazione Saharawi.
Fa parte del Coordinamento Regionale Emilia Romagna delle associazioni di solidarietà con il popolo saharawi, dell'Associazione nazionale di solidarietà, ed è iscritta all'albo del volontariato regionale.
Da alcuni anni l'associazione El Ouali organizza l'accoglienza estiva di circa dieci bambini saharawi dai sei agli undici anni; attraverso la progettazione di iniziative mirate sostiene il popolo saharawi anche con l'invio di farmaci, attrezzature sanitarie, materiale didattico e generi alimentari; organizza viaggi ai campi profughi saharawi che consentono ai partecipanti di rendersi conto personalmente delle reali condizioni di vita della popolazione. L'associazione bolognese è dal 2001 l'organizzatrice per l'Italia della "Sahara Marathon", evento internazionale che si svolge ai campi profughi saharawi in occasione dell'anniversario della proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Una delle principali attività dell'associazione è infine la promozione di iniziative rivolte alla cittadinanza, come dibattiti, incontri, cene di solidarietà, banchetti informativi, mostre fotografiche, proiezioni di filmati, concerti, ecc, senza dimenticare la sensibilizzazione alle Istituzioni per l'approvazione di ordini del giorno e gemellaggi con le città Saharawi. Inoltre, l'associazione El Ouali cura il sito www.saharawi.org dove è possibile trovare molti documenti, foto e materiali sul popolo saharawi e sull'impegno italiano.
- l'associazione di solidarietà con il popolo saharawi "Kabara Ladgaf" di Modena.
L'Associazione "Kabara Lagdaf", costituitasi nel 1993, opera in collaborazione con il Coordinamento Provinciale di aiuti al Popolo Saharawi. I settori di maggior intervento sono l'accoglienza estiva di bambini Saharawi, progetti sanitari a favore di minori, progetti di formazione, raccolta ed invio di aiuti umanitari ai campi profughi, promozione di viaggi di conoscenza.
Molte le iniziative organizzate in questi anni a sostegno della causa Saharawi, soprattutto di carattere politico e di sensibilizzazione
Dal 1994 l'associazione aderisce alle carovane di solidarietà inviando soprattutto mezzi ed attrezzature per l'irrigazione ed il lavoro agricolo. Nel 2001 ha acquistato una autocisterna per il trasporto dell'acqua, essendone prioritario l'approvvigionamento per il fabbisogno dei diversi campi. Anche quest'anno, oltre ad aderire al Charter di solidarietà con la raccolta e l'invio di aiuti di prima necessità, l'Associazione ha promosso il progetto "Acqua per Crescere". Si tratta del proseguimento di un progetto intervento per il miglioramento dell'operatività degli orti della provincia di Llayoun. L'intervento consiste nella fornitura di pompe per l'estrazione dell'acqua da irrigazione e la fornitura di un autocarro da adibire al trasporto di terriccio e materiale organico.
-il Comitato ferrarese di solidarietà con il Popolo saharawi: Nati Liberi è un consorzio di enti locali, associazioni e privati cittadini coordinati da ARCI Nuova Associazione Comitato Provinciale di Ferrara, che svolge funzione di associazione-capofila.
ARCI Nuova Associazione in qualità di capofila del Comitato Nati Liberi ha svolto molteplici iniziative in collaborazione con i rappresentanti del Popolo saharawi in Italia; nello specifico ha gestito attività per sostenere la questione del Popolo saharawi, l'invio di materiali sanitari per l'Ospedale di Smara e di materiale didattico per le scuole di Smara, scambi giovanili e soggiorni estivi per i bimbi saharawi, sostenuto e promosso la cultura e le tradizioni saharawi, coinvolgendo sia il Comune che la Provincia di Ferrara. Il Comitato ferrarese opera in collaborazione varie associazioni, gruppi, ONG, enti locali ed organizzazioni pubbliche realizzano attività di sensibilizzazione e solidarietà nei confronti del popolo saharawi attivando forme di collaborazione dirette a favore dei profughi. Nel corso di questi tre anni ha realizzato incontri-dibattiti con proiezione di film ed illustrazione della questione saharawi in collaborazione con più gruppi ed associazioni.
Nel 2000 e 2001 ha accolto gruppi di bambini saharawi durante l'estate; nel 2001 ha gestito l'incisione un compact disc con le canzoni della tradizione saharawi eseguite da un gruppo di bambini saharawi in visita alla città.
Non ultima è da considerare la campagna politica e di sensibilizzazione nei confronti delle Amministrazioni Locali e dei partiti politici.
- l'associazione Hammada, nasce alcuni anni fa grazie all'impegno di un gruppo di cittadini riminesi, venuti a conoscenza della sofferenza e dell'isolamento del popolo saharawi. Da allora ha promosso numerose iniziative di sensibilizzazione e di sostegno umanitario.
Collabora costantemente con l'Associazione Nazionale di Solidarietà con il popolo saharawi e con il Coordinamento regionale promovendo progetti di solidarietà come l'invio di carovane di aiuti umanitari o l'organizzazione di iniziative pubbliche di informazione.
- Il Comitato Sport e Solidarietà di Rimini è sorto il 18/06/1993 su iniziativa di un gruppo di dirigenti di una squadra di calcio, la Sanvis di Rimini. Questa squadra, ora Rimini United, aveva già realizzato molte iniziative sportive solidali, missioni di pace e di aiuto a paesi bisognosi di tutto il mondo. Moltissime le iniziative sportive, per raccogliere aiuti umanitari e far conoscere le sofferenze dei piccoli popoli spesso dimenticati. Venuti casualmente a conoscenza del popolo saharawi, la squadra si recò nel gennaio del 1993 presso le tendopoli di saharawi, per toccare con mano i problemi di questo popolo e conoscere la triste realtà in cui era ed è costretto a vivere. Il contatto con i giovani avvenne tramite incontri di calcio disputati sul deserto dei campi profughi.
In questa occasione fu consegnato ingente materiale sportivo, attrezzature varie ed una notevole quantità di medicinali.
Da allora sono moltissime le iniziative d'ospitalità di squadre giovanili di calcio saharawi, anche per lunghi mesi dando la possibilità a molti giovani di impratichirsi con il gioco del calcio ma, anche di studiare presso le nostre strutture scolastiche.
Numerose anche, le attività collaterali di sostegno materiale alla popolazione, come in occasione dell'alluvione di Llayoun del 1994 dove moltissime persone persero tutto e molti furono i morti, il Comitato intervenì fornendo aiuti di prima necessità per le famiglie colpite.
Successivamente iniziò una campagna di sostegno per l'accoglienza estiva dei bambini che vide nell'estate del '95 l'arrivo di 58 piccoli saharawi.
Nell'ottobre del 1995 si stipulò il primo gemellaggio di una scuola elementare di Rimini, la "L. Ferrari", con una scuola saharawi di Smara.
Dal 1996 il Comitato ha promosso costantemente iniziative d'ospitalità estiva, oltre per giovani sportivi anche di giovanissimi artisti, cantanti, ballerini e musicisti per promuovere e sostenere le tradizioni e la cultura saharawi. Ha inoltre contribuito costantemente all'invio d'aiuti umanitari sia con progetti propri sia con la partecipazione alle carovane nazionali.
- Il Comitato Riccione - Cattolica si è costituito di fatto nel gennaio 2002 a seguito dell'adesione, e poi partecipazione, da parte di un piccolo gruppo composto da 7 persone, alla seconda Sahara Marathon.
Le principali attività organizzate, svolte spesso in collaborazione e/o contatto con l'Associazione El Ouali di Bologna riguardano iniziative di sensibilizzazione ed informazione con serate a tema e raccolta di fondi, la partecipazione alla Sahara Marathon, assieme all'associazione El Ouali al Convivio dei Popoli, svolto a Riccione nel mese di giugno dell'anno scorso, la partecipazione, sempre insieme all'associazione El Ouali all'iniziativa di informazione multietnica all'interno del Festival del Teatro di Santarcangelo e l'organizzazione del soggiorno di due gruppi di bambini Saharawi presso la Colonia Perla Verde di Riccione.
- Il Comitato Parmense Help for Children è un'associazione senza fini di lucro costituita a Parma nel 1998, composta interamente da volontari che prestano la loro opera senza alcun compenso e regolarmente iscritta all'Albo Regionale del Volontariato.
L'associazione si occupa di solidarietà internazionale ed agisce fin dalla sua costituzione in favore dei bambini bielorussi della regione di Gomel, la più colpita dalla nube nucleare che si sprigionò in seguito allo scoppio della Centrale Nucleare di Chernobyl, distante meno di 100 chilometri.
Più in generale l'associazione "si prefigge di intervenire attivamente per aiutare le persone, in particolare i bambini, che si trovano in precarie condizioni di salute ed in gravi difficoltà economiche o che siano privi di assistenza morale e materiale. A tal fine promuove ed incoraggia ogni iniziativa tesa ad approfondire la conoscenza di tali problematiche, sulla base del rispetto reciproco e nella piena difesa dell'altrui libertà di pensiero e di religione, di sviluppo economico, scientifico, tecnico, culturale in ambito nazionale ed internazionale."
Solo dall'estate 2002, grazie anche al sostegno della provincia di Parma e dell'associazione Jaima Saharawi , l'associazione a iniziato ad accogliere i primi gruppi di bambini saharawi.

L'ASSISTENZA INTERNAZIONALE


La sopravvivenza della popolazione saharawi è garantita, oltre che dalle tante Organizzazioni non governative europee e dai governi nazionali, da istituzioni come il WFP (Word Food Program) e UNHCR (United Nation High Commissioner for refugees) che dal 1985 sono presenti nei campi profughi saharawi con programmi di assistenza umanitaria che hanno aiutato il popolo saharawi a superare i momenti di crisi e difficoltà. ( www.wfp.org ; www.unhcr.ch )
L'Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR) si occupa specificatamente dal 1950 di proteggere i diritti dei rifugiati cercando di migliorare le loro condizioni di vita.
Il Programma alimentare Mondiale (WFP) cerca invece dal 1962, anno della sua costituzione, di combattere la fame nel mondo.
Il WFP, dal 1985, ha garantito alla popolazione saharawi, ogni anno un intervento di assistenza e aiuto alimentare. ( www.wfp.org )
L'ultimo intervento della durata di ventiquattro mesi è ancora in corso e finirà in agosto di quest'anno. (Projects for executive board approval,
Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
Questa operazione si basa sulla stima fatta dal WFP sull'incapacità per il 95% dei nuclei famigliari che vivono nei campi di procurarsi il cibo necessario per il sostentamento in modo autonomo.
Secondo il WFP il livello di malnutrizione rimane molto alto: il 13% dei bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta mentre il 35% soffre di rachitismo, mentre circa il 44% di bambini sotto i cinque anni e più del 48% di madri soffrono di anemia. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
Tra marzo e luglio del 2000, UNHCR ha condotto una registrazione preliminare usando le liste degli aventi diritto al voto prodotte dalla missione delle Nazioni Unite per l'organizzazione di un referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).
I risultati dimostrano che ci sono 155.430 rifugiati nei campi che continuano ad avere bisogno di assistenza umanitaria, inclusi 4.000 bambini e 2.380 donne che soffrono di vari gradi di malnutrizione.
Con questo ultimo intervento, WFP intende fornire assistenza ai rifugiati e razioni supplementari per i 6.380 bambini e donne. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
La realizzazione di tale progetto avviene anche grazie alla cooperazione tra WFP ed il governo della RASD, il governo algerino, UNHCR, ECHO e le varie ONG che operano sul territorio.
Vera protagonista della messa in opera di tutti gli interventi previsti è la Mezza Luna Rossa Saharawi (MLRS), che coordina tutto il percorso degli aiuti umanitari dall'arrivo in Algeria fino alla scelta e distribuzione alle famiglie. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
Le operazioni di distribuzione degli aiuti sono programmate da un comitato locale composto da rappresentanti del governo saharawi, da personale del WFP, dell'UNHCR e della Mezza Luna Rossa Saharawi.
Fondamentali per il buon funzionamento della catena degli aiuti alimentari sono le donne saharawi che aiutano gli organi competenti nella distribuzione delle razioni alimentari e nella segnalazione dei casi più urgenti.
Questo intervento ancora oggi in corso prevede la distribuzione di 66.654 tonnellate di cibo ad un costo di 29.765.704 dollari. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
In particolare si tratta di cereali, olio vegetale, zucchero, sale e legumi che vengono distribuiti mensilmente ai comitati delle donne che a loro volta li danno ai nuclei famigliari di riferimento. UNHCR fornisce il lievito per il pane ed il tè per gli adulti.
Il progetto del WFP garantisce anche diete alimentari diversificate per i bambini e le donne che soffrono di malnutrizione ed anemia. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
La razione generale di cibo distribuito (CD) per la popolazione saharawi che vive nei campi profughi fornisce all'incirca 2.144 Kcal per persona al giorno mentre i beneficiari di razioni di cibo supplementari (CS) ricevono 977 Kcal in più. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)


Beni Alimentari CD CS - CD CS - CD CS - CD CS
g/Giorno Kcal Proteine Grassi

Cereali 450 0 1575 0 51,75 0 6,75 0

Legumi 67 0 228 0 13,40 0 0,40 0

Olio vegetale 25 20 221 0 0 0 25 20

Zucchero 30 15 120 60 0 0 0 0

Sale iodato 5 0 0 0 0 0 0 0

Farine 0 200 0 740 0 40 0 12

Totale 577 235 / 2144 977 / 65,15 40 / 32,15 32


Nei limiti delle possibilità, il WFP e UNHCR cercano di diversificare il più possibile le razioni di cibo fornendo anche riso, orzo, lenticchie, piselli secchi e fagioli.
L'intervento del WFP insieme all'opera dell'UNHCR non mira solo alla fornitura di cibo ma, cerca anche a garantire l'acqua e le condizioni sanitarie minime. La quantità minima di acqua necessaria quotidianamente per individuo è di 15 litri.
Nella prima metà del 2001, circa il 65% della quantità di acqua necessaria ai campi era garantita dagli interventi del WFP e dell'UNHCR. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
Dal 2001 ad oggi, i rifornimenti di acqua ai campi profughi sono aumentati grazie alla realizzazione di nuovi progetti gestiti dal WFP e UNHCR che mirano alla creazione di un sistema di trasporto dell'acqua che copra tutto il territorio dei campi e che sia più efficiente.
Ogni operazione prevista dal piano di assistenza umanitaria è controllata e monitorata da un responsabile del Word Food Program che si trova a Tindouf, la città algerina più vicina ai campi profughi saharawi, e dalle autorità dell'UNHCR. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)
Il WFP, in stretta collaborazione con la MINURSO e UNHCR, tiene costantemente sotto controllo gli svolgimenti politici della questione saharawi nell'ottica di un eventuale rimpatrio.
Il WFP e UNHCR sono costantemente pronti a tale eventualità con un piano di rimpatrio che definisce nei particolari l'organizzazione e la gestione del ritorno in patria dell'intera popolazione. (Projects for executive board approval, Algeria 10172.0, Agenda item 6, 2002)