“Sapienza Università di Roma”

 

 

 

 

Facoltà di Ingegneria

Tesi di laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio

 

 

 

 

 

 

VALUTAZIONE DELL’INCIDENZA E DELLA SOSTENIBILITA’ DELLA TECNOLOGIA FOTOVOLTAICA NEI PAESI IN EMERGENZA.

Caso studio: I CAMPI PROFUGHI SAHARAWI

 

 

 

Laureando:

Carlo Tacconelli

Matricola 1048143

 

 

Relatore:                                                       Correlatore

Prof. Rodolfo Araneo                                   Prof. Andrea Micangeli

                                         

 

      

Anno accademico 2006-2007

Indice

 

 

1)  IL FOTOVOLTAICO………………………………………              1

- l’effetto fotovoltaico………………………………………..      1

- struttura e principio di funzionamento di una cella FV     3

- tipologia delle celle        ………………………………………...              4

    - silicio monocristallino……………………………………             5

    - silicio policristallino……………………………………..             5

    - silicio amorfo…………………………………………….              6

    - nuove tecnologie…………………………………………              7

- caratteristiche elettriche di una cella…………………….           11

- materiali e ricerca, vantaggi e svantaggi…………………           15

- componenti di un sistema fotovoltaico …………………..    17

   - tipi di sistemi……………………………………………...            18

   - generatore………………………………………………...           19

   - sistemi di accumulo……………………………………….           21

   - regolatore di carica……………………………………….    23

   - inverter……………………………………………………           24

 

2)  ANALISI DELLA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE ED ECONOMICA………………………………………………..            28

    - un nuovo modello di generazione energetica…………….            28

    - vantaggi della tecnologia FV:……………………………..           29

- la modularità…………………………………………….            29

- la generazione decentrata……………………………….            30

- l’affidabilità e durata…………………………………….          30

- l’aumento dell’occupazione……………………………...    30

- la scelta e il controllo……………………………………           30

- il recupero del territorio…………………………………          30

- la rispondenza ai carichi…………………………………   32

- l’elettrificazione nei Paesi in Via di Sviluppo…………...           32

- la qualità dell’energia…………………………………...           32

- i costi evitati       ……………………………………………..     33

  - impatto ambientale…………………………………………     34

  - costi ambientali        ……………………………………………..     36

        - produzione e smaltimento pannelli FV…………………..            36

       - impatto sistema di accumulo elettrochimico……………..            37

       - bilancio energetico………………………………….……            37

  - impatto economico…………………………………….……     40

        - costi di produzione dell’energia fotovoltaica………….      40

        - incidenza dei costi di un impianto Stand Alone………….           41

               

 

3)  STATO DELL’ARTE DEL FOTOVOLTAICO NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO……………………………………....        44

 - le tappe della solarizzazione rurale……………………...     45

     - sistemi isolati (stand alone)………………………………     45

   - schema impianto………………………………….        47

   - manutenzione…………………………………...…...            48

     - principali applicazioni………………………………..…..            48

               - pompaggio dell’acqua………………………………            48

               - presidi medici……………………………………….     49

               - produzione elettrica su piccola scala……………….           50

               - potabilizzazione dell’acqua……………………...….            51

                                          

4)   I SAHARAWI………………………………………………     52

     - Il Sahara Occidentale…………………………………….            52

           - la colonizzazione……………………………………….            53

           - il movimento di liberazione nazionale (Fronte Polisario)  54

           - la ripresa delle rivendicazioni di Marocco e Mauritania   56

           - la nascita della RASD …………………………………            57

           - il piano di pace dell’ONU       ……………………………..     58

    - Situazione attuale: i campi profughi in Algeria…………     59

   - Utilizzo del FV nel contesto Saharawi: il villaggio di Dakhla

           - piccole utenze domestiche       ……………………………...            64

           - orti fotovoltaici…………………………………………           65

           - presidi medici…………………………………………..           66

 

5)  PROGETTAZIONE E DIMENSIONAMENTO DI UN ORTO FOTOVOLTAICO COMUNITARIO NEL VILLAGGIO DI DAKHLA……………………………………………………..     67

- caratteristiche climatiche e irraggiamento solare……….           70

    - analisi del sito……………………………………………...            76

 - caratteristiche del sito…………………………………..            76

 - stima del fabbisogno d’acqua…………………………...            78

 - accumulo idraulico……………………………………...            79

- dimensionamento del sistema di pompaggio…………….     81

- note sulla producibilità di un impianto…………………..            83

- calcolo del fabbisogno energetico dell’utenza……………           86

     - analisi dei carichi……………………………………….            86

- dimensionamento impianto fotovoltaico……………........     87

     - generatore…………………………………………….…           87

     - batterie…………………………………………………..            89

     - regolatore di carica…………………………………......           91

- considerazioni economiche: “AzzeroCO2………………     93

    - schema riassuntivo costi…………………………………            94

- valutazioni finali…………………………………………...            95

   

 

- Conclusioni e prospettive…………………………………..            97

- Ringraziamenti………………………………………….….            98

- Bibliografia……………………………………………..…..           99

- Sitografia …………………………………………………..         100

 

Introduzione

 

Allo stato attuale, la popolazione mondiale ottiene l’energia di cui necessita quasi esclusivamente (90% circa) dai combustibili fossili, che la forniscono attraverso il processo di combustione, con forma­zione di anidride carbonica e altri “gas serra”; si registra così una progressione del riscaldamento terrestre per effetto serra. Gli effetti nocivi dei processi di combustione costringono la società ad una maggior consapevolezza dei meccanismi causa-effetto legati alla pro­duzione di energia e ad adottare opportune strategie che permettano di creare un modello di sviluppo compatibile con le risorse disponi­bili e con l’equilibrio ambientale del pianeta. Occorre infatti promuo­vere un sistema energetico accettabile sia sotto il profilo ambientale che sotto quello economico, sostenendo l’utilizzo delle fonti rinnova­bili di energia e l’uso razionale delle risorse.

La fonte energetica indubbiamente più diffusa sul nostro pianeta è quella solare, disponibile gratuitamente ed in misura di molto supe­riore al fabbisogno energetico della popolazione mondiale. Da sem­pre l’energia solare è stata utilizzata per soddisfare le necessità uma­ne; innanzitutto come fonte di luce e calore e quindi, attraverso i processi di fotosintesi, per l’accrescimento delle colture alimentari ma anche come motore primario dell’energia meccanica che movimenta le masse d’aria riscaldate che generano i venti.

Tra le diverse tecnologie messe a punto per lo sfruttamento del­l’energia solare, quella fotovoltaica consente di trasformare diretta­mente la “luce” del sole in energia elettrica, ed è la più innovativa e promettente a medio e lungo termine. Questa sorgente di energia si rinnova ad ogni sorgere del sole sul nostro pianeta e non dipen­de da giacimenti localizzati. La conversione fotovoltaica potrà gio­care un ruolo di effettiva rilevanza sullo scenario energetico mon­diale, con un conseguente abbassamento dei costi, anche alla luce degli orientamenti normativi in campo internazionale che stimola­no fortemente lo sfruttamento sostenibile delle fonti rinnovabili sul pianeta.

In questa tesi si è svolto un lavoro di ricerca e progettazione di sistemi fotovoltaici nelle tendopoli Saharawi; in questa regione situata al sud-ovest dell’Algeria, a pochi chilometri dal confine con il Sahara Occidentale, una delle zone più dure del deserto del Sahara, l’impiego del fotovoltaico (FV) è molte volte l’unica soluzione possibile. Infatti, la rete elettrica algerina non copre tutte le wilayas (villaggi).

Il popolo Saharawi presente nei campi vive ormai da più di trent’ anni dell’assistenzialismo della cooperazione internazionale. Per tale motivo il suo sviluppo economico è limitato al piccolo commercio in nero, e le risorse disponibili per l’alimentazione appaiono ridotte. A causa delle situazione politica la popolazione vive quotidianamente la difficoltà di una vita condotta in campi profughi, nella disoccupazione e nell’impossibilità di un concreto sviluppo economico.

In questo lavoro, a partire dai dati ricavati nella missione fatta nel mese di settembre 2007, verrà dimensionato un sistema FV per il pompaggio dell’acqua per l’irrigazione di orti a Dakhla, la wilaya più isolata dei Campi Profughi Saharawi.

Attualmente è in fase di svolgimento un progetto pilota al fine di valutare l’effettiva realizzabilità proponendosi come obiettivo generale l’aumento dell’autonomia alimentare della popolazione Saharawi.

L’iniziativa della creazione di orti per la produzione agricola, si inserisce negli ultimi anni come uno dei più importanti interventi per lo sviluppo economico della popolazione e non soltanto per la semplice assistenza: questo tipo di investimento è l’unico in grado di garantire sul tempo un reale aumento dell’autonomia della popolazione Saharawi.

Un criterio determinante nella scelta della tecnologia da introdurre è stato quello della sostenibilità socio-culturale, ambientale e tecnologica non senza porre attenzione al riscontro economico.

La tesi è strutturata in 5 capitoli: dopo aver illustrato le caratteristiche principali della tecnologia fotovoltaica e il suo utilizzo nei Paesi in Via di Sviluppo, si cercherà di fornire un quadro del contesto storico-sociale dei Saharawi, comprensivo di una descrizione delle applicazioni tecnologiche più comuni.

Infine, nell’ultimo capitolo verrà analizzato il  fabbisogno energetico e verrà svolta la progettazione e il dimensionamento di un sistema di pompaggio dell’acqua per l’irrigazione di un orto comunitario, per l’occasione ribattezzato “orto fotovoltaico”.

 

 

 

 

Ai miei genitori e “a tutti quelli che hanno gli occhi

ed un cuore che non basta agli occhi”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 


IL SISTEMA FOTOVOLTAICO

 

Attraverso l’effetto fotovoltaico la luce del sole viene direttamente convertita in energia elettrica. Per rendere possibile questa trasformazione occorrono dei semiconduttori come, ad esempio, silicio, arseniuro di gallio, telluriuro di cadmio, diseleniuro di indio e rame. Il silicio cristallino è il semiconduttore più comunemente utilizzato. Il silicio è un elemento chimico molto diffuso sulla terra (nella sabbia), ed è considerato pressochè inesauribile.

I semiconduttori utilizzati per realizzare le celle fotovoltaiche devono essere estremamente puri , e pertanto, storicamente, i produttori di moduli si sono orientati sull’utilizzo degli scarti dell’industria elettronica. Seppure caratterizzati da una purezza (e, di conseguenza, da un costo) ben superiore a quella necessaria per il silicio di grado solare, infatti, gli scarti dell’industria elettronica (ben consolidata e diffusa) costituiscono ancora la fonte privilegiata dal punto di vista tecnico economico.

 

 

L’effetto fotovoltaico

                                                                        

Ogni atomo di silicio dispone di quattro elettroni nell’orbitale più esterno (elettroni di valenza) attraverso i quali forma quattro legami covalenti con altri quattro atomi di silicio. Il reticolo cristallino che ne deriva è molto stabile. Fornendo agli elettroni di valenza una certa quantità di energia sotto forma di luce o di calore essi sono in grado di “saltare” dalla banda di valenza alla banda di conduzione, lasciando uno spazio vuoto nel reticolo cristallino detto lacuna.

Il risultato di questo fenomeno (privo di una direzione privilegiata per il movimento delle cariche) è un flusso sia di elettroni che di lacune (in realtà la lacuna non si muove, ma viene occupata dall’elettrone più esterno di un atomo adiacente che a sua volta lascia una lacuna nello spazio da esso precedentemente occupato, come se la lacuna si fosse spostata). In condizioni normali questo movimento disordinato di cariche di segno opposto è ostacolato da continui fenomeno di ricombinazione tra elettroni e lacune, ed ha come unico effetto la produzione di calore. Per limitare nel cristallo di silicio i fenomeni di ricombinazione degli elettroni e per produrre un effetto utile dal punto di vista elettrico che sia in grado di dare un orientamento preferenziale al movimento degli elettroni si può ottenere un campo permanente sovrapponendo due strati di silicio “drogati” con altri elementi chimici. In particolare, arricchendo uno dei due strati con atomi di fosforo, che hanno cinque elettroni di valenza, si determina un eccesso di elettroni debolmente legati all’atomo perché non coinvolti in legami di valenza. Aggiungendo poi alcuni atomi di boro (con tre elettroni di valenza), si crea una zona con lacune in eccesso.

Se ora questi due strati, detti rispettivamente N e P, vengono sovrapposti (ottenendo cosi una giunzione p-n), si genera un movimento di elettroni verso la zona P, che all’equilibrio crea una situazione di non neutralità elettrica. Nella zona P infatti si concentrano più elettroni e, nella regione di contatto dove è avvenuto il flusso, lo strato presenta una carica negativa; la zona N risulta, invece, carica positivamente. Si è così ottenuto un campo elettrico di bassa entità, ma stabile, all’interno del cristallo di materiale semiconduttore.

Quando una cella di silicio drogato viene esposta ai raggi solari, gli elettroni di valenza, assorbendo i fotoni acquistano l’energia necessaria per saltare nella banda di conduzione e migrare nella zona N: parallelamente, le lacune si “muovono” verso la zona P. Questo fenomeno è detto EFFETTO FOTOVOLTAICO.

 

 

La cella è caratterizzata dalla presenza su entrambe le superfici, posteriore ed anteriore, di contatti metallici con la funzione di raccogliere il flusso di elettroni, e convogliarli all’estremità superiore della cella stessa, dove viene misurata la tensione. Se il circuito è aperto, ovvero la cella non è collegata ad alcun carico elettrico, quella che si misura è la tensione di circuito aperto (Vca): diversamente, se il circuito è chiuso può circolare la corrente elettrica I.

In alcuni casi, gli elettroni non riescono a raggiungere i contatti metallici, e si dirigono direttamente verso una lacuna di segno opposto, colmandola (fenomeni di ricombinazione).

Si definisce allora distanza di diffusione il tratto che deve essere percorso all’interno del reticolo cristallino da un elettrone per potersi legare ad un atomo.

All’aumentare di questa distanza, aumenta la probabilità che le cariche che circolano liberamente nella banda di conduzione raggiungano i contatti metallici e diano luogo ad un effetto utile.

Questa distanza dipende dalla composizione della cella: per un semiconduttore drogato con un atomo diverso ogni 10 miliardi di atomi di silicio, tale grandezza è di circa 0,5 mm.

Nelle immediate vicinanze della giunzione, la probabilità che le cariche si mantengano separate e contribuiscano quindi ad incrementare il flusso di corrente elettrica è sufficientemente alta: al di fuori di questa area, la probabilità di successo diminuisce all’aumentare della distanza da tale zona.

 

Struttura e funzionamento di una cella fotovoltaica

 

Una cella è costituita da due diversi strati di materiale drogato: lo strato rivolto verso l’esterno è drogato con fosforo ( presenza di elettroni debolmente legati), mentre lo strato posteriore è drogato con boro (presenza di lacune nella struttura cristallina). Attraverso la migrazione di cariche che si ottiene alla giunzione, tra i due strati si genera un campo elettrico che orienta il flusso di elettroni eccitati dalla luce del sole.

Per raccogliere il flusso elettrico vengono realizzati dei contatti metallici sui lati anteriore e posteriore della cella; mentre il contatto sul lato posteriore viene esteso a tutta la cella, quello sul lato frontale, esposto alla luce, viene disposto a forma di griglia o con delle sottili ramificazioni, come compromesso tra la necessità di minimizzare le resistenze elettrice e quella di garantire una sufficiente trasparenza dello strato anteriore alla luce.

I fenomeni di riflessione vengono ridotti applicando sulla superficie anteriore un sottile strato anti-riflesso a base di nitruro di silicio o diossido di titanio.

La radiazione solare induce una separazione di cariche ed eventualmente una corrente elettrica che va ad alimentare una determinata utenza. Fenomeni di ricombinazione, di riflessione e la presenza dei contatti metallici sulla superficie anteriore posso incidere negativamente sull’efficienza della cella. Inoltre, buona parte della radiazione solare (ad onde corte e ad onde lunghe) non può essere utilizzata ai fini dell’effetto fotovoltaico. Una parte di questa radiazione viene infine dissipata sotto forma di calore.

Di seguito si riporta una schematizzazione del bilancio energetico di cella fotovoltaica:

 

100%  irraggiamento solare

- 3%  fenomeni di riflessione e presenza dei contatti metallici

-23%  fotoni troppo poco energetici

-32%  fotoni troppo energetici

-8,5 %  fenomeni di ricombinazione

-20% gradiente elettrico all’interno della cella

-0,5% perdite termiche dovute alla resistenza nei contatti

 

= 13% energia elettrica utilizzabile

 

Tipologia di celle fotovoltaiche

 

Il mercato delle celle fotovoltaiche è senza dubbio dominato dai se­miconduttori in silicio. Il motivo di quest’ampia diffusione è dovuto essenzialmente alla grande disponibilità di silicio sul nostro pianeta. Inoltre, lo sviluppo dell’industria elettronica, che utilizza massiccia­mente questo elemento, ha incentivato il progressivo miglioramento dei metodi di trattamento e lavorazione del materiale e ha contemporaneamente reso disponibili scarti di produzione che possono essere riutilizzati con profitto nell’industria del fotovoltaico.

Per ottenere silicio in forma pura la sabbia deve essere fusa insieme a polverino di carbone. Mediante questo processo è possibile ottenere silicio con un grado di purezza del 98%. Il silicio viene, quindi, ulteriormente raffinato mediante un processo chimico durante il quale viene dapprima ridotto, finemente macinato e, successivamente, trattato in un forno con acido idrocloridrico.

Il prodotto di questo trattamento è un liquido a base di idrogeno e tricloro-silano, avente una temperatura di ebollizione pari a 31°C.

Le impurità vengono separate dal silicio attraverso un processo di distillazione per fasi successive. Quando il grado di purezza raggiunge quello desiderato, il tricloro-silano viene ridotto a silicio in presenza di idrogeno ad una temperatura di 1000°C.

A questo punto il silicio può essere sottoposto a diversi trattamenti per conseguire le celle.

I diversi tipi di celle fotovoltaiche differiscono per i processi di pro­duzione. In generale la tipica cella fotovoltaica è costituita da un sottile wafer di spessore pari a 0,25-0,30 mm circa di silicio monocri­stallino o policristallino. Essa è di forma quadrata e di superficie pari a circa 100 cm2 (fino a 225 cm2 ) e si comporta come una minuscola batteria producendo, nelle condi­zioni standard di irraggiamento una corrente di 3 ampère (A) con una tensione di circa 0,5 volt (V). Esistono diversi tipi di celle fotovoltaiche.

 

CELLE IN SILICIO MONOCRISTALLINO

Il metodo Czochralski è quello maggiormente utilizzato per produrre celle in silicio monocristallino destinate alle applicazioni più comuni. Questo processo prevede la fusione dei cristalli di silicio, opportunamente orientati, ad una temperatura di 1420°C: una volta estratto dal bagno di fusione (all’interno di un crogiolo di grafite), il silicio viene sottoposto a raffreddamento controllato (al fine di ottenere la formazione di un unico cristallo) ed assume una forma cilindrica. I cilindri così ottenuti hanno diametro di 30 cm, e sono lunghi diversi metri. Prima di essere tagliati a fette sottili (wafers), con spessore pari a 0,3 mm, vengono ulteriormente sagomati al fine di ottenere delle celle di forma più simile a quella quadrata (in modo da riempire meglio lo spazio utile del modulo che costituiranno). A questo punto si passa al drogaggio dei wafers: viene dapprima realizzato lo strato P (drogaggio con boro), quindi lo strato N mediante la diffusione di atomi di fosforo ad una temperatura compresa tra 800-1000°C.

Dopo aver apposto i contatti sulla superficie posteriore del wafer, e fissate le connessioni elettriche, la cella viene trattata superficialmente con uno strato anti-riflesso.

Il processo cosiddetto “float-zone” è invece un processo di lavorazione che consente di ottenere silicio con gradi di purezza superiore, e celle fotovoltaiche più efficienti (incremento dell’1-2%); tuttavia, questo procedimento è molto costoso. Il silicio, avvolto in una bobina, viene fuso dal basso verso l’alto mediante un campo ad alta frequenza. A partire dai nuclei di silicio posti all’estremità superiore della barra viene prodotto silicio monocristallino puro, attraverso un processo di raffreddamento. Le impurità, in questo caso, si separano depositandosi nel bagno di fusione.

L’efficienza di tali celle è del 15-18%.

 

 

CELLE IN SILICIO POLICRISTALLINO

Il casting è la tecnica maggiormente utilizzata.

Il silicio impuro è riscaldato fino a temperatura di 1500°C, quindi, viene raffreddato fino ad una temperatura di circa 800°. In questo modo vengono creati dei blocchi di silicio con dimensioni di 40x40 cm e spessore 0,3 mm. Anche in questo caso parte del silicio viene perso durante la fase di taglio.

Al termine del processo di drogaggio vengono inseriti sulla superficie posteriore della cella i contatti. Le connessioni elettriche sono, quindi, fissate sulla superficie anteriore, a sua volta trattata con un processo anti-riflesso.

L’efficienza è del 13-15%.

CELLE IN SILICIO AMORFO

Per il processo produttivo, differiscono in maniera sostanziale dai prodotti in cristallino. La tecnologia dei film sottili di silicio amorfo è più recente di quelle precedenti ma ha raggiunto ormai una discreta diffusione. Differisce poichè il materiale attivo è  disponibile in forma di gas e viene depositato su diversi tipi di superfici di sostegno. La pellicola che si deposita raggiunge uno spessore di pochi micron, a differenza dei 250-350 μm delle celle in cristallo. Una tecnologia di questo genere consente interessanti applicazioni potendosi integrare laddove i più tradizionali pannelli soffrono dei vincoli dovuti alla loro struttura rigida; tuttavia la tecnologia del film sottile non offre le stesse garanzie di stabilità nel tempo del rendimento delle celle. I rendimenti specifici delle celle mostrano una crescita significativa negli ultimi anni; i costi per kWp risultano piuttosto alti se paragonati a quelli dei moduli in silicio cristallino, ma occorre

considerare che i moduli in silicio amorfo presentano spesso caratteristiche che ne consentono usi specifici quali l’installazione su strutture flessibili, la composizione in strutture di forma particolare o la costruzione di pannelli srotolabili.

I laboratori di tutto il mondo hanno svolto un’intensa attività di ricerca nel campo dei nuovi materiali, allo scopo di ottenere prodotti adatti all’impiego per la produzione di energia elettrica da effetto fotovoltaico con costi ridotti e buone efficienze. Nel corso dell’ultimo decennio, sono stati proposti e studiati diversi nuovi materiali per la realizzazione di celle fotovoltaiche, ma solo alcuni di essi sono usciti dalla fase di sperimentazione in laboratorio.

 

Campo fotovoltaico in silicio amorfo

Nuove tecnologie

 

CELLE A FILM SOTTILE

Sono composte da strati di materiale semiconduttore (non sempre è presente il silicio), depositati generalmente come miscela di gas su supporti a basso costo (vetro, polimeri, alluminio) che danno consistenza fisica alla miscela. La deposizione di un gas consente l’utilizzo di una ridotta quantità di materiale attivo. I processi produttivi per la commercializzazione dei film sottili inoltre possono essere fortemente automatizzati.

Tra queste tecnologie si sono affermate, oltre alla tecnologia di produzione delle cella tradizionale in silicio amorfo, quelle per la produzione di celle a film sottile in CDTE (telloruro di cadmio), di celle in GaAs (arseniuro di gallio-rendimento di laboratorio 35%) e di celle in CIS (diseleniuro doppio di rame ed iridio). Queste tecnologie consentono il deposito del materiale attivo in strati molto sottili (5-10 μm) e presentano alcune peculiarità, tra cui la possibilità ad esempio di realizzare celle in CIS con deposito su superfici flessibili.

 

 

Quando gli strati di deposizione del materiale attivo sono più d’uno, si parla di celle multigiunzione. Al fine infatti di migliorare l’efficienza delle celle si utilizzano celle composte, costituite da diversi materiali semiconduttori disposti a strati, uno sull’altro, che permettono di sfruttare le differenti porzioni dello spettro solare convertendole in elettricità. Questa configurazione, che permette di aumentare l’efficienza complessiva della cella, viene anche definita come Split Spectrum Cell o VMJ (Vertical Multijunction Cell).

La ricerca attualmente è mirata anche ad esplorare metodi utili ad abbassare il costo delle celle a film sottili prodotte con materiali innovativi, attraverso la produzione di supporti-pellicola meno costosi, lo sviluppo di sistemi per il recupero dei semiconduttori a fine vita delle celle, la realizzazione di film di semiconduttori più sottili.

FOTOVOLTAICO A CONCENTRAZIONE

Il componente alla base delle tecnologie e dei sistemi solari a concentrazione è un "collettore concentratore", vale a dire un dispositivo in grado di raccogliere e convogliare la radiazione solare verso un ricevitore. Il ricevitore può essere di tipo termico, FV o termo-FV. In relazione alla geometria e alla disposizione del

concentratore rispetto al ricevitore si hanno i concentratori parabolici lineari, a torre con ricevitore centrale e i concentratori parabolici puntuali o a disco. Soprattutto negli ultimi 5-10 anni, i sistemi solari a concentrazione sono stati oggetto di profonde innovazioni che ne hanno migliorato le prospettive, rendendo superati quei luoghi comuni secondo i quali tali sistemi risulterebbero inadatti alle alte latitudini o inaffidabili a causa dei complicati sistemi di inseguimento del sole.

I più recenti sistemi solari a concentrazione sono molto diversi da quelli prodotti appena qualche anno fa. L'affidabilità sta aumentando e concentrazioni elevate della radiazione solare possono essere ottenute anche con sistemi completamente statici.

L'applicazione dell'ottica senza immagini ha svolto un ruolo determinante nel migliorare la qualità delle tecnologie utilizzate. Questa disciplina scientifica ha aperto la strada alla realizzazione di sistemi a concentrazione sempre più versatili, più economici e più

efficienti (fino a 3 o 4 volte) di quelli progettati e costruiti sulla base della più nota e tradizionale ottica con immagini. Con l'applicazione combinata dell'ottica con immagini e dell'ottica senza immagini, la radiazione solare può essere, attraverso fasi successive, intensificata fino e oltre a 10.000 soli anche in sistemi molto compatti. Anche la

recente disponibilità di nuovi materiali (alcuni utilizzati finora solo nell'industria spaziale) ha consentito di migliorare le prestazioni dei sistemi a concentrazione: rivestimenti a film sottile, nuovi materiali riflettenti, metalli ultraleggeri, materiali resistenti alle elevate temperature (questi ultimi importanti per la costruzione di ricevitori capaci di operare a temperature dell'ordine di 1.000- 2.000 °C e di alimentare sistemi per la produzione di energia elettrica e reattori chimici). Infine, innovazioni di rilievo riguardano le architetture degli impianti, studiate per ridurre al minimo le complicazioni impiantistiche e massimizzare le efficienze dei vari componenti.

Queste innovazioni sono, in alcuni casi, in una fase di avanzato sviluppo, in altri sono applicate in impianti che possono considerarsi quasi commerciali, rendendo particolarmente vivo in tutto il mondo l'interesse per gli impianti solari a concentrazione, come si è potuto constatare nel corso del seminario internazionale "New Advances in

Concentrating Solar Power" tenutosi a Verona in occasione di Solarexpo2000.

In Italia il tema del solare a concentrazione, dopo circa 15 anni, è tornato ad essere di grande attualità a seguito di un finanziamento di 100 milioni di euro assegnato all'ENEA per un Piano strategico di sviluppo del solare termoelettrico su larga scala.

 

Concentratore solare

 

I sistemi FV a concentrazione sono stati oggetto di interesse sin dalle prime applicazioni terrestri del FV per la possibilità che essi offrono di ridurre la superficie di celle necessaria sostituendola con una superficie di raccolta dell'energia del sole composta da specchi, in

genere meno costosi. Programmi di sviluppo di questa tecnologia furono stimolati dalla primi crisi petrolifera (1973), soprattutto negli Stati Uniti. Si stima che dal 1975 al 1992 siano stati spesi a livello mondiale oltre 40 milioni di dollari per lo sviluppo di questi sistemi, senza tuttavia cogliere un concreto successo commerciale. Tale impegno economico ha comunque rappresentato una piccola frazione rispetto a quello che si è investito per lo sviluppo dei moduli piani, tecnologia ormai affermatasi commercialmente per le piccole applicazioni remote. Negli anni '90 la ricerca sul FV a concentrazione è comunque continuata, portando ad importanti sviluppi tecnologici

che sembrano promettere un'applicazione su larga scala di questi sistemi, partendo da taglie da 100 kW, per arrivare, nel tempo, alla realizzazione di centrali da centinaia di MW. Le celle FV a concentrazione in silicio oggi disponibili sono progettate per operare fino ed oltre 500 soli ed hanno efficienze che superano anche il 26%. La radiazione concentrata può inoltre essere filtrata rimuovendone una parte della componente termica con incrementi di efficienza dell'ordine del 30%.

I dati sulla radiazione solare diretta, la sola in genere utilizzata nei sistemi solari a concentrazione, sono oggi molto più accurati rispetto al passato ed hanno consentito di riscontrare che anche alle alte latitudini un sistema a concentrazione riceve l'80% della

radiazione solare annuale di un pannello solare piano. In aggiunta agli sviluppi tecnologici, varie altre considerazioni di carattere generale stanno rendendo attraente questa tipologia di PV.

Il silicio di grado solare proviene dagli scarti del silicio per uso elettronico, la cui produzione annuale, ora di 16.000 t, non dovrebbe subire incrementi significativi nei prossimi 10-20 anni. Questa dipendenza del silicio solare da quello elettronico pone un serio limite alla ulteriore crescita dei moduli PV piani. D'altro canto la produzione

diretta di silicio solare non è, ad oggi, fattibile sul piano economico ed altri tipi di celle, come quelle GaAr (Gallio-Arseniuro), anche se sperimentate con successo, sono ben lontane dalla maturità commerciale.

Il FV a concentrazione richiede celle molto più sofisticate e quindi più costose (la spesa, tuttavia, è ampiamente compensata dal minor costo degli specchi) ma non porrebbe limiti alla disponibilità di silicio, in quanto le quantità richieste si ridurrebbero di un fattore 1000.

 

LE CELLE SOLARI “DYE-SENSITIZED”

Il principio di funzionamento di queste celle, individuato già nel 1990 dal chimico svizzero Michael Graetzel, si basa su un processo simile a quello della fotosintesi. Mentre in una cella convenzionale il silicio svolge tutte e tre le funzioni necessarie al funzionamento del sistema assorbendo la luce solare, resistendo al campo elettrico necessario a separare gli elettroni dalle lacune e conducendo le cariche libere (elet­troni e lacune) ai collettori delle celle, nella celle Dye-sensitized cia­scuna delle tre funzioni è assegnata ad una sostanza diversa.

La cella Dye-sensitized utilizza un colorante organico (in pratica un fotosen­sibilizzatore) per assorbire la luce creando una coppia elettrone-lacuna.

Uno strato di ossido metallico nanoporoso ad elevata area superficiale viene utilizzato quale conduttore di elettroni mentre si utilizza un elet­trolita liquido come conduttore delle lacune. Ulteriori sviluppi di queste celle prevedono la sostituzione dell’elettrolita liquido generalmente usa­to per la funzione del trasporto delle lacune con polimeri conduttori. Ciò potrebbe consentire un’ulteriore riduzione dei costi e quindi un impor­tante passo verso la competitività dell’elettricità solare fotovoltaica. Infatti, l’obbligo di assolvere a tutte e tre le funzioni contemporaneamen­te comporta, nelle celle tradizionali, la necessità di disporre di semicon­duttori estremamente puri con un costo di conseguenza molto elevato. Il team Ricerca e Sviluppo della STMicroeletectronics, società italo-francese leader nella produzione di semiconduttori, è impegnato nello sviluppo degli approcci di ricerca del professor Graetzel. L’azienda ritiene sia pos­sibile produrre sistemi fotovoltaici con semiconduttori organico-polime­rici ad un costo di 200 € al kWp pari a circa 20 volte meno dei sistemi attuali al silicio, l’efficienza dovrebbe essere del 5-10% e quindi per avere 1 kWp di picco servono dai 20 ai 10 m2 di superficie fotovoltaica.

 

 

 

 

 

 

 

Proprietà elettriche delle celle

 

 

In letteratura si indica come curva caratteristica di una cella fotovoltaica la curva che interessa il quarto quadrante del sistema cartesiano del quale vengono diagrammate corrente e tensione.

L’effetto provocato dall’irraggiamento può essere rilevato misurando la tensione ai due morsetti di una cella fotovoltaica (tensione di circuito aperto Vca). Se il circuito viene chiuso su un amperometro è possibile misurare la corrente di corto circuito. Per costruire l’intera curva caratteristica di una cella occorrono un resistore variabile (shunt), un voltmetro ed un amperometro.

Per confrontare il comportamento di celle diverse è necessario definire univocamente le condizioni rispetto alle quali devono essere eseguite le misurazioni.

In base alle norme IEC 60904/ DIN EN 60904 tali valori di riferimento (STC) sono:

 

·        Irraggiamento: 1000 W/m2

·        Temperatura di esercizio della cella: 25°C con uno scarto di 2°C

·        Distribuzione spettrale della radiazione solare conforme alle IEC 60904-3 e massa    d’aria AM= 1,5

 

La curva di potenza è caratterizzata dai seguenti tre punti:

 

- Punto di massima potenza o MPP ( Maximum Power Point): è il punto in     corrispondenza del quale la cella eroga la massima potenza. Le variabili che descrivono questo punto sono la potenza Pmp , la tensione Vmp, e la corrente Imp di massima potenza. La potenza, in questo caso, è espressa in “watt di picco” (Wp) per indicare che è stata misurata in condizioni standard (STC);

 

- La corrente di corto circuito Icc, che per celle in silicio monocristallino ( 10cm x 10cm) è circa 3A (maggiore della Imp di circa il 15%);

 

- La tensione di circuito aperto Vca, che per celle in silicio monocristallino (10cm x 10cm) è circa compresa tra 0,5V e 0,6V, mentre celle amorfe delle stesse dimensioni hanno una  Vca di 0,6V e 0,9V.

 

 

La curva caratteristica delle celle amorfe differisce da quella delle celle in silicio cristallino considerevolmente: il punto di massima potenza si ha in corrispondenza a circa 0,4V ed, in generale, l’intera curva è più piatta (minore efficienza significa infatti anche minore corrente).

Per ottenere la medesima potenza conseguibile con una cella di dimensioni standard in silicio cristallino occorre, una superficie amorfa maggiore. Anche l’inverter e l’inseguitore del Punto di Massima Potenza devono avere caratteristiche diverse da quelli impiegati per le celle cristalline.

E’ importante sottolineare che la curva caratteristica di una certa cella fotovoltaica si modifica al variare di due parametri: l’irraggiamento e la temperatura di esercizio della cella stessa.

In particolare, al crescere dell’irraggiamento, la Icc aumenta proporzionalmente mentre la Vca rimane pressochè costante. In caso di diminuzione dell’irraggiamento al di sotto di valori vicini ai 100-200 W/m2 , anche la tensione diminuisce, secondo una relazione di tipo logaritmico (con una conseguente perdita di efficienza per basso irraggiamento).

Un altro parametro importante ai fini della valutazione delle prestazioni della cella è il “Fill Factor” o “Fattore di Forma” (FF) dato dal rapporto tra la potenza della corrente di corto circuito per la tensione di circuito aperto.

Il fattore di forma FF indica quindi quanto l’area sottesa dalla curva caratteristica si discosta da un rettangolo di area Icc x Vca.

 

FF= (Imp x Vmp) / (Icc x Vca)

 

Valori tipici del fill factor per celle in silicio cristallino sono compresi tra 0,75 e 0,85, mentre per il silicio amorfo il FF è pari a 0,5-0,7.

 

SENSIBILITA’ ALLO SPETTRO SOLARE

A seconda del tipo di silicio e della tecnologia impiegati, le celle sono caratterizzate da una diversa sensibilità alla distribuzione spettrale tipica della radiazione solare, che ha un picco di potenza nel campo del visibile (0,38µm <λ< 0,78µm). In particolare, le celle in silicio cristallino sono più sensibili alla radiazione nella banda delle onde lunghe (ordine del micron), mentre le celle a film sottile reagiscono in modo più efficiente alla radiazione nel campo del visibile. Le celle in silicio amorfo rispondono invece in modo ottimale alla radiazione nella banda delle onde corte. Nelle celle a giunzione multipla, tipicamente le celle a film sottile con strati sovrapposti di silicio amorfo caratterizzati da una diversa sensibilità allo spettro solare, viene coperta in modo ottimale la gran parte della distribuzione spettrale. Inoltre, questo tipo di celle si comporta in modo molto efficiente in condizioni di scarsa insolazione.

In una cella a tripla giunzione, ad esempio, lo strato superficiale assorbe la luce di colore blu lasciando passare le altre componenti della radiazione. Lo strato intermedio assorbe la luce di colore giallo-verde mentre, in ultima istanza, il terzo strato è fotosensibile alla luce di colore rosso.

 

 

EFFICIENZA DELLE CELLE FOTOVOLTAICHE

L’efficienza di una cella fotovoltaica è calcolata come rapporto tra la potenza di picco (Pp) e la potenza irraggiata dal sole, ed è pertanto uguale a:

 

η= Pp/ (E x A)

 

 

          

Dove:

E è l’irraggiamento solare espresso in W/m2

A è l’area della cella (nel caso di un modulo, è l’area del modulo espressa in m2)

 

L’efficienza riportata nelle schede tecniche dei moduli fotovoltaici è sempre riferita alle condizioni standard (STC).

E’ importante osservare che l’efficienza di una cella varia con l’irraggiamento e con la temperatura di esercizio della cella.

In casi diversi dalle condizioni standard, il valore dell’efficienza è dato come differenza tra l’efficienza nominale (ηstc) e la variazione di rendimento (Δη) che si ha a seguito di una variazione delle condizioni di prova:

 

η= ηstc- Δη

 

Il fattore S è espresso come rapporto tra l’irraggiamento effettivo e l’irraggiamento che si avrebbe in condizioni standard (1000 W/m2). Tramite il fattore S così definito, è possibile valutare il valore approssimato dello scostamento dell’efficienza dal suo valore nominale, a temperatura costante, utilizzando la seguente formula approssimata:

 

Δη= -0,04 x  ηstc  x S

 

Con un irraggiamento di 500 W/m2, S assume un valore di 0,5: pertanto considerando, a titolo di esempio, una cella in silicio cristallino con ηstc pari al 15,4%, si ha che la corrispondente diminuzione di efficienza è approssimativamente pari a

 

Δη= -0,04 x 0,154 x 0,5 = 0,004

 

Il nuovo valore dell’efficienza sarà, quindi, all’incirca del 15%.

Un risultato diverso è conseguibile utilizzando celle a tripla giunzione, la cui efficienza aumenta anche del 30% rispetto al valore nominale in condizioni di scarso irraggiamento.

Come accennato in precedenza, il rendimento della cella è sensibile anche alla temperatura di esercizio della cella. Le celle in silicio cristallino raggiungono la massima efficienza a basse temperature (all’aumentare della temperatura l’efficienza, invece, diminuisce rispetto al valore nominale). La risposta delle celle alla variazione di temperatura cambia, tuttavia a seconda del tipo di cella e del materiale impiegato.

In prima approssimazione, nel caso di celle cristalline si stima una variazione percentuale del rendimento pari allo 0,45% per °C (fattore di temperatura).

La variazione di rendimento registrabile a temperature diverse da quella standard (25°C), con irraggiamento costante, può quindi essere stimata mediante al seguente espressione approssimata:

 

Δη= -0,45% x (25°C- ΔT) x ηstc

 

Il fattore di temperatura (variazione dell’efficienza per °C) dipende a sua volta dal grado di irraggiamento: con bassi valori dell’irraggiamento, nelle celle cristalline, l’effetto temperatura è piuttosto contenuto ( con E= 1000 W/m2 il fattore di temperatura è pari a -0,15% per °C)

Diversamente, il fattore di temperatura delle celle in silicio amorfo in condizioni di scarso irraggiamento ha segno positivo e può arrivare fino a +1,4% per °C

 

 

 

 

Materiali e ricerca, vantaggi e svantaggi

 

Le differenti tecnologie per la produzione delle celle fotovoltaiche e le diverse celle che di conseguenza i produttori sono in grado di of­frire, presentano pregi e difetti specifici.

In termini generali, si può affermare che i rendimenti migliori appar­tengono ai pannelli in silicio monocristallino seguiti a breve da quello policristallino, sebbene alcuni nuovi materiali abbiamo mostrato in laboratorio rendimenti estremamente promettenti. Il calo del rendi­mento avviene generalmente a fronte di una diminuzione, in verità non proporzionale, dei costi del prodotto. I pannelli monocristallini inoltre sono quelli che garantiscono la miglior prestazione nel tempo in termini di durata, affidabilità e costanza nei rendimenti. Il proces­so produttivo che porta alla creazione di tali celle è tuttavia com­plesso e alquanto energivoro, ragioni queste del costo elevato del prodotto.

La nuova tecnologia del silicio amorfo è caratterizzata da una marca­ta versatilità d’impiego. La possibilità di depositare il materiale attivo su substrati di diverso tipo da usare anche quali elementi strutturali nelle facciate degli edifici rappresenta un’opportunità considerevole per la diffusione di questo tipo di celle. L’integrazione del pannello negli edifici costituisce inoltre un passo avanti verso la loro indipen­denza energetica e la produzione di energia da fonte solare su larga scala. Resta tuttavia da superare l’ostacolo costituito dal basso rendi­mento di queste celle e dal degrado delle prestazioni che i pannelli in amorfo mostrano già dopo 10 anni.

Anche l’ingegnerizzazione degli stessi moduli di silicio ha subito, negli ultimi anni, modifiche sostanziali con l’introduzione della tec­nologia laser a contatti sepolti (LGBG) per le celle fotovoltaiche al si­licio. La tecnologia attualmente più usata per la realizzazione delle celle al silicio prevede che i contatti metallici vengano saldati sulla superficie della cella, comportando alcuni svantaggi fra cui una ridu­zione dell’area captante. La tecnologia LGBG si basa invece sulla possibilità di “nascondere” i contatti all’interno della cella. Un laser viene utilizzato per creare dei solchi sulla superficie della cella all’in­terno dei quali viene poi fuso il metallo a base di rame che fungerà da conduttore per l’elettricità prodotta. Tale processo, inventato da Martin Green e Stuart Wenham nel 1984, è stato poi applicato per la realizzazione di celle commerciali dal 1992. Attualmente le celle LGBG raggiungono un’efficienza del 17%, ma gli esperti prevedono di raggiungere a breve il 20%. Un discorso a parte deve essere fatto per i nuovi film sottili, per i quali non sono disponibili dati di rilevanza statistica che consentano di trarre delle conclusioni generali. I nuovi prodotti rappresentano tuttavia una promessa per il futuro in termini di riduzione dei costi e aumento delle prestazioni del sistema. La divisione di Scienze dei Materiali (MSD) del Lawrence Berkeley National Laboratory, in colla­borazione con alcuni gruppi della Cornell University e dell’Universi­tà Ritsumeikan del Giappone, ha scoperto che il valore del gap di banda di un particolare semiconduttore, il nitruro di indio (InN), non è pari a 2 elettronvolt (eV) come si riteneva finora, ma è molto più basso e dell’ordine dei 0,7 eV. Questa scoperta permetterebbe la co­struzione di un singolo sistema di semiconduttori con leghe di indio, gallio e azoto, virtualmente in grado di convertire l’intero spettro della luce solare (dall’infrarosso all’ultravioletto) in corrente elettrica. La limitazione principale infatti dell’efficienza delle celle, siano esse realizzate in silicio o con materiali diversi, è causata dall’intervallo, o gap, fra le bande di energia del semiconduttore, che non è in grado di assorbire i fotoni di bassa energia. Il nitruro di indio e gallio dovreb­be, in teoria, permettere di coprire l’intero spettro della luce solare. Finora, questo materiale non era stato preso in considerazione anche perché i suoi cristalli presentano numerose irregolarità. D’altro canto, i vantaggi sono molti: dal costo non eccessivo all’elevata capacità termica e dalla resistenza alla radiazione, proprietà ideali per una cella solare

Il quadro fin qui presentato è riassunto sinteticamente nella tabella seguente che espone i punti di forza e le principali debolezze dei di­versi tipi di celle fotovoltaiche attualmente disponibili sul mercato, ovvero ancora in fase di prototipo di laboratorio.

 

CARATTERISTICHE RIASSUNTIVE DELLE TECNOLOGIE DI PRODUZIONE DEI PANNELLI

 

 

 

 

SILICIO MONO

 

SILICIO POLI

 

 SILICIO AMORFO

                              

 

GaAs

 

CIS

 

Dimensioni lato cella

 

8-10 cm

 

12-15 cm

Variabili

(standard comm. 30 cm)

 

Variabili

 

Variabili

 

Spessore cella

 

250-350 μm

 

250-350 μm

 

pochi μm

 

5-10 μm

 

5-10 μm

 

Rendimento cella

 

14-17%

 

10-14%

4-6% singolo

7-10% tandem

 

25%

 

8-10%

 

 

 

Vantaggi

- Alto rendimento

- Stabilità

- Tecnologia affidabile

- Costo minore

- Fabbricazione      più semplice

- Migliore occupazione dello spazio

- Buon rendimento in caso di irragg. diffuso

- Adatto a supporti flessibili

- Alta resistenza alle alte temperature

- Adatto ad applicazioni aeronautiche

- Molto stabile

- Utilizzabile su substrati flessibili

 

 

 

 

 

Svantaggi

- Costo

- Energia grigia

- Elevata quantità di materiale necessario

- Complessità di produzione

- Minor rendimento

- Sensibilità alle impurità

- Basso rendimento complessivo

- Degrado iniziale delle prestazioni

- Scarsa stabilità negli anni

- Tossicità

- Scarsa disponibilità del materiale

- Costi estremamente elevati

- Tossicità

 

COSTI MEDI per kWp

 

5,4

 

4,5

 

3,6

 

n.d.

 

6,5

Componenti e schema d’impianto

 

Le configurazioni tipiche che possono essere realizzate con il fotovoltaico sono:

 

1) Sistemi autonomi isolati dalla rete (stand-alone o isolati)
2) Sistemi connessi alla rete elettrica (grid-connected)
3) Sistemi ibridi

 

1) I sistemi autonomi sono impianti completamente indipendenti dalla rete elettrica che si  affidano esclusivamente all’energia solare per  assolvere alla richiesta di  energia di

qualsiasi portata  e   qualsiasi    grandezza.
Sono realizzati particolarmente in zone remote dove potrebbe risultare difficile collegarsi alla rete o dove l’allacciamento ad essa risulterebbe troppo costoso.
L'elettricità generata dai sistemi autonomi semplici può essere usata in vari modi, principalmente in sistemi in corrente continua (DC) senza le batterie. In questo caso l’energia prodotta dai moduli viene direttamente utilizzata dal carico: come per esempio in un sistema di pompaggio delle acque. La pompa solare sommersa lavora nelle ore

diurne riempiendo i serbatoi e smette al tramonto. I sistemi autonomi possono essere anche installati con batterie al fine di accumulare l’energia prodotta dai moduli ed avere un sistema completamente funzionante anche nelle ore notturne o in periodi di cattivo tempo. Con questo sistema si possono illuminare strade e case, far funzionare ventilatori e molte altri vari apparecchi in corrente continua già presenti in commercio.
Nel caso di utilizzo di apparecchiature in corrente alternata (AC) bisognerà aggiungere al sistema un inverter, che, posto tra le batterie ed il carico, trasforma la tensione da continua in alternata consumando solo una piccola parte di corrente per il suo funzionamento.
I sistemi stand-alone con batterie funzionano collegando i moduli fotovoltaici alla batteria e la batteria al carico attraverso un regolatore di carica, che permette un controllo dell’intero impianto mantenendo sempre efficiente la carica stessa degli accumulatori. I moduli fotovoltaici caricano la batteria durante il giorno che poi

alimenta il carico in base al fabbisogno.

Questi sistemi possono essere usati anche come back-up in caso di black-out.

Principali vantaggi dei sistemi autonomi :


- l’energia è prodotta dove e quando è necessaria e come back-up durante la notte o nei       

  giorni di cattivo tempo
- sono facili da trasportare, installare ed utilizzare
- tutti i moduli fotovoltaici richiedono soltanto un controllo e una pulizia occasionale
- sono silenziosi e non inquinano

 

2) I sistemi connessi alla rete sono impianti fotovoltaici collegati direttamente alla comune rete elettrica attraverso un particolare inverter appositamente studiato per queste connessioni.
Il loro funzionamento è molto semplice: il sistema produce nelle ore diurne la quantità di energia in base alla richiesta dell’utente (non ci sono limiti di potenza per le installazioni, ma generalmente gli impianti per abitazioni possono partire dal minimo di 1kWp fino al 3-5kWp, e per attività commerciali 20-30kWp fino a 100kWp). Questa energia è però disponibile solo nelle ore diurne. Nel caso la produzione del campo fotovoltaico non venga utilizzata completamente, l’elettricità fornita dai moduli viene immessa nella rete elettrica e rivenduta alla società fornitrice.
Al contrario se l’elettricità fornita dai moduli non è sufficiente in momenti di maggiore utilizzo, la          differenza   viene   automaticamente       fornita     dalla   rete.
In questo modo i sistemi connessi alla rete riducono il consumo di elettricità della rete e permettono quindi di avere un rimborso direttamente dalla società fornitrice nella bolletta.

 

3) I sistemi ibridi consistono in una combinazione di moduli fotovoltaici con altre fonti di energia elettrica (ad esempio generatori eolici, generatori idroelettrici, ecc..) per caricare batterie e soddisfare il fabbisogno energetico, considerando le caratteristiche e altri dettagli          del luogo di installazione.
I sistemi ibridi, che non sono collegati alla rete elettrica principale, sono sistemi autonomi e funzionano in   modo   indipendente    ed             affidabile.
Le migliori applicazioni per questi sistemi sono in aree remote, come ad esempio, villaggi rurali, stazioni di telecomunicazioni, ecc…

 

 

Il sistema fotovoltaico è composto da alcuni elementi fondamenta­li: il generatore, i sistemi di condizionamento e di controllo della potenza, l’inverter, le strutture di sostegno e, nel caso degli im­pianti isolati, gli accumulatori.

Il generatore è composto da un insieme di moduli fotovoltaici collegati in serie ed in parallelo, in modo da ottenere i valori di tensione e cor­rente desiderati. Il generatore è generalmente suddiviso in stringhe di pannelli. Il trasferimento dell’energia dall’impianto all’utenza avviene attraverso ulteriori dispositivi necessari per la trasformazione della cor­rente continua in corrente alternata e per la regolazione della potenza in uscita. Poiché l’impianto fotovoltaico produce solo nelle ore di luce, se si vuole garantire una completa autonomia ad un’utenza isolata dal­la rete, il sistema deve essere in grado di accumulare l’energia in sur­plus prodotta durante le ore di maggiore insolazione, per poi utilizzar­la a richiesta dell’utenza. Lo stoccaggio dell’energia viene realizzato mediante accumulatori che devono soddisfare parametri specifici.

 

 

 

GENERATORE

La singola cella fotovoltaica costituisce il componente elementare del­l’impianto ma, per essere in grado di fornire una potenza elettrica si­gnificativa, essa deve essere collegata in serie ad altre celle fino a for­mare il modulo fotovoltaico, di potenza media compresa tra i 50 e i 200 Wp. Per aumentare ancora la potenza elettrica è necessario collegare tra loro più moduli, in serie o in parallelo. Più moduli collegati in una struttura comune vengono indicati con il termine di pannello, mentre un insieme di pannelli collegati elettricamente in serie costituisce una stringa. Infine, il collegamento in parallelo di più stringhe, fino a rag­giungere la potenza elettrica desiderata, costituisce il generatore.

 

L’impianto fotovoltaico nel suo complesso non è costituito dal solo generatore, ma necessita di una serie di componenti ausiliari di con­nessione alle utenze e/o alla rete di distribuzione, di accumulo energetico e di trasformazione. Ciascuno dei dispositivi posti a valle del generatore ha una sua specifica efficienza che condiziona la resa com­plessiva del sistema..

 

 

Fig.

a) Cella; b) Modulo; c) Stringa; d) Campo fotovoltaico.

 

 

Come già detto, le celle di silicio cristallino, che assorbono il 60% circa del mercato dei pannelli fotovoltaici, sono costituite da sottili fettine di semiconduttore opportunamente drogato con uno spessore di qualche centinaio di micron e lato di circa 12 cm. Per formare il modulo fotovoltaico le celle devono essere collegate elettricamente e assemblate l’una a fianco dell’altra. A questo scopo, le celle vengono posate su un supporto rigido, costituito da vetro o da materiali plasti­ci adatti (EVA) e protetto da un vetro anteriore. È necessario infatti ricordare che i cristalli costituenti la cella sono molto fragili e non sopportano sollecitazioni meccaniche o deformazioni senza danni.

Sono commercializzate anche soluzioni a doppio vetro, che consentono trasparenze talvolta essenziali per l’integrazione architettonica dei pan­nelli, o pannelli con bassa trasmittanza termica e quindi buone proprietà isolanti, che ne consentono l’utilizzo quali elementi di tamponamento.

Le celle realizzate in silicio amorfo consentono invece la deposizione del semiconduttore su diversi materiali e supporti fino a realizzare prodotti leggeri e deformabili. Non è necessario l’utilizzo del substra­to di EVA e il modulo ha un aspetto molto gradevole, presentandosi come una superficie uniforme con riflessi anche colorati. Un’altra soluzione particolarmente interessante dal punto di vista architettoni­co è rappresentata dalle tegole fotovoltaiche costituite da strisce già formate in tegole preaccostate su una struttura di supporto.

Tutti i moduli fotovoltaici si configurano esternamente come compo­nenti a due terminali caratterizzati da uno specifico valore di tensio­ne e di corrente. Il collegamento tra le celle viene realizzato a mezzo di sottili bandelle metalliche elettrosaldate; quelle terminali vengono generalmente fatte uscire dal retro forando il supporto posteriore in corrispondenza della cassetta di terminazione, che si presenta come un contenitore plastico fissato sul retro del modulo contenente la morsettiera che rende disponibili le due polarità.

I moduli sono poi generalmente completati con una cornice esterna in alluminio anodizzato che facilita le operazioni di montaggio e con­sente di distribuire gli sforzi dovuti al serraggio dei dadi o ad altre sollecitazioni. Il modulo risulta inoltre protetto da infiltrazioni poiché la cornice viene fissata con collanti siliconici.

Alcune soluzioni commerciali prevedono la fornitura di moduli sen­za cornice esterna; l’aspetto della struttura risulta più snello e questi pannelli meglio si prestano ad integrazioni architettoniche, anche se presentano alcuni problemi di montaggio e di isolamento.

 

 

 

CARATTERISTICHE DEI MODULI COMMERCIALI

Superficie: 0,5 – 1 m2

Potenza: 50 – 180 W

 

 

SISTEMI DI ACCUMULO

Laddove sia necessario immagazzinare l’energia prodotta dal sistema fotovoltaico per renderla disponibile nelle ore di basso o nullo irraggia­mento, l’impianto deve essere completato con una batteria di accumula­tori di opportuna capacità che consentano anche di far fronte ai carichi di punta richiesti dall’utenza senza dover sovradimensionare il genera­tore. A prescindere dal tipo di accumulatore scelto, questa integrazione rappresenta sempre un elemento critico del sistema poiché richiede un’accurata manutenzione per evitare un decadimento veloce delle pre­stazioni. I requisiti principali degli accumulatori adatti all’accoppiamen­to con i generatori fotovoltaici possono essere riassunti come segue:

 

● buone capacità di assorbimento e cessione di energia in piccole e grandi quantità;

● elevata intensità di corrente in uscita;

● lunga durata;

● ridotta manutenzione;

● ridotta autoscarica.

 

Tra le batterie disponibili sul mercato le più idonee risultano quelle al piombo acido che hanno registrato negli ultimi anni un incremento di prestazioni ed affidabilità dovuto soprattutto al largo impiego di una tecnologia analoga adottata nell’industria automobilistica.

Batteria al piombo acido

Infatti, sebbene le caratteristiche peculiari delle batterie per impiego nel settore del fotovoltaico le differenzino, per specifiche costruttive e per prestazioni elettriche, da quelle utilizzate nel settore dell’autotra­zione, le due tecnologie condividono alcune scelte costruttive.

In termini di prezzo, è necessario evidenziare che le batterie risultano, più ancora dei moduli fotovoltaici, i componenti più costosi dell’im­pianto; richiedono infatti una sostituzione al termine della loro vita utile che risulta generalmente di 6 ÷ 8 anni, contro una vita utile dei pannelli di 30 anni. È necessaria inoltre una periodica manutenzione.

Oltre alle batterie al piombo acido, il mercato offre, per l’impiego nei sistemi fotovoltaici, le batterie al nichel/cadmio che però risentono ancora dell’effetto memoria, hanno una maggiore autoscarica e pre­sentano il problema dello smaltimento finale del cadmio, ma offrono una vita utile più lunga.

In ogni caso, qualunque sia la scelta in merito al tipo di accumulatore, particolare attenzione deve essere riservata all’alloggiamento dello stesso. È da preferire, qualora sia possibile, la collocazione all’interno di locali esenti da umidità, polveri sospese e fumi, con temperature comprese tra i +5 e i +50°C. Le pareti devono possibilmente essere ri­vestite con materiali antiacido, così come le strutture sulle quali vengo­no posati gli accumulatori in modo da mantenerli su un piano orizzon­tale. In particolare, i circuiti elettrici presenti nel locale devono ottem­perare alle specifiche previste dalle norme CEI (CEI 31-33 locali a ri­schio di esplosione ed incendio) per questo tipo di impianti.

È molto importante anche l’aerazione del locale, dato che il processo di carica e scarica sviluppa una miscela esplosiva di ossigeno ed idro­geno che può essere portata, mediante opportuna ventilazione, al di sotto del limite di esplosività.

Si riportano nella tabella a seguire i costi indicativi di alcuni accumu­latori al piombo, ricordando che il costo dell’accumulatore risulta proporzionale alla sua capacità, intesa come carica espressa in ampe­rora [Ah] erogati alla temperatura di 20°C, in un tempo di scarica che è normalmente di 10 ore. Tale capacità diminuisce al diminuire della temperatura e del tempo di carica, che pone un limite alla corrente massima erogabile.

 

 

 

Tipo

 

Capacità

[AH a 10 ore]

Tensione

(V)

Costo al pubblico

[]

Piombo ermetico

65

12

100

Piombo acido

67

12

170

Gel

65

12

150

  

   

 

REGOLATORE DI CARICA

Per evitare scariche troppo profonde degli accumulatori così come cariche eccessive, si impiegano opportuni regolatori di carica .

Nei sistemi stand-alone la tensione nominale del generatore FV deve essere più alta di quella di ricarica delle batterie per far si che la tensione di MPP ( Maximum Power Point), alle alte temperature, sia sufficiente per la ricarica considerando anche le cadute di tensione nei cavi e nei diodi di stringa pari circa all’1-2% del totale. In questo caso,, il regolatore di carica misura la tensione della batteria e la protegge da fenomeni di sovraccarica attraverso una delle seguenti azioni:

 

-scollegando il generatore FV quando si supera la tensione di soglia della batteria

 corto circuitando il generatore con un regolatore di shunt

-regolando la tensione con un regolatore dotato di MPPT

 

                

Regolatore di carica                                                 Regolatore di carica

con display per carichi                                           di piccola potenza (max 40W)

                            elevati (20A).

 

 

Per evitare che nei periodi di bassa insolazione la batteria si scarichi alimentando il generatore FV si usa un diodo che blocca le correnti inverse, e che solitamente è integrato nel regolatore di carica.

Per ottimizzare le operazioni degli accumulatori ed aumentarne sensibilmente la vita, sono necessari dei regolatori di carica molto flessibili che siano in grado di adattarsi alle diverse condizioni di carica e di temperatura delle batterie.

Le principali mansioni di un moderno regolatore di carica sono:

 

- ottimizzazione della carica dell’accumulatore

- prevenzione da sovraccarica

- prevenzione da fenomeni di scarica indesiderati

- protezione da scarica profonda

- informazioni sullo stato di carica

 

Inoltre un buon regolatore deve offrire:

 

• Affidabilità.

• Semplicità costruttiva: per correnti inferiori a 30–40° (tensioni 12/24V) il mercato offre regolatori compatti e totalmente elettronici, mentre per generatori di taglia maggiore si ricorre a regolatori a controllo elettronico con attuazione elettromeccanica.

• Regolazione ON-OFF: consiste nella completa connessione o sconnessione del generatore fotovoltaico dalla batteria quando la tensione della stessa oltrepassa una prestabilita soglia.

• Regolazione con MPPT.

 

 

INVERTER

I convertitori sono apparecchi elettronici in grado di convertire le grandezze elettriche tensione e corrente di un circuito in valore e/o forma. Fra le varie tipologie di convertitori statici di potenza, quelli in grado di convertire la corrente continua in corrente alternata vengono, in genere, identificati con la dizione tecnica inverter.

Negli impianti collegati alla rete, la tensione continua da convertire in alternata è quella del generatore FV mentre, in quelli stand-alone, è quella presente al nodo generatore-batteria di accumulatori. Per gli impianti grid-connected, l’inverter deve essere in grado di immettere energia nella rete di distribuzione collegata al sistema elettrico nazionale.

Le funzioni svolte dalle principali sezioni in cui è logicamente possibile suddividere un inverter sono le seguenti:

 

• Maximum Power Point Tracker (MPPT). Questo dispositivo ha lo scopo di individuare istante per istante quel particolare punto sulla caratteristica I-V del generatore PV per cui risulta massimo il trasferimento di potenza verso il carico posto a valle. Il MPPT si rende necessario perché, come abbiamo in precedenza visto, la curva caratteristica I-V di una cella FV, non rimane costante ma varia istantaneamente al modificarsi delle condizioni di irraggiamento solare e col variare della temperatura: queste continue variazioni provocano continuamente lo spostamento del punto di massima potenza.

 

• Ponte di connessione. E’ il cuore dell’inverter e permette di passare dalla corrente continua alla corrente alternata facendo uso di dispositivi semiconduttori (transitori, tiristori, ecc) pilotati con sequenze di impulsi di comando controllati.

 

• Trasformatore. Le funzioni del trasformatore sono due: la prima di adeguamento del livello di tensione di circuito primario con il valore richiesto dal carico e la seconda la separazione galvanica (o metallica) tra generazione FV e utenza. Nei casi in cui non

sia richiesta la separazione galvanica tra i circuiti a monte e a valle del trasformatore, la presenza di quest’ultimo non è strettamente necessaria in quanto l’innalzamento o la diminuzione della tensione del generatore ai valori richiesti dal carico può essere realizzata elettronicamente.

 

• Protezione di massima corrente. Provvede a sezionare l’uscita dei circuiti di potenza quando viene superata una determinata soglia di corrente. In genere ogni macchina è dotata anche di un dispositivo di protezione con intervento magnetotermico

utilizzato come rincalzo a salvaguardia dell’inverter stesso.

 

• Protezioni di interfaccia con la rete elettrica. Gli impianti grid-connected devono essere in grado di disconnettersi automaticamente in caso di malfunzionamento di quest’ultima come, ad esempio, quando avviene una interruzione della fornitura di energia elettrica.

 

Inverter

 

Al giorno d’oggi appartiene all’equipaggiamento standard degli inverter disponibili sul mercato anche un’interfaccia per PC oppure un display interno che rilevi tutti i dati notevoli di funzionamento dell’inverter. Per la connessione in rete esistono inverter che presentano diversi schemi di connessione, raggruppabili essenzialmente in tre categorie:

 

• Inverter centrale, per moduli o per stringa .

• Inverter con o senza trasformatore (interruzione galvanica).

• Inverter con controllo trifase della rete o ENS (dispositivo di interruzione dell’ erogazione da parte dell’inverter, inaccessibile ai gestori della rete).

Gli inverter senza trasformatori hanno in linea di principio un rendimento più alto dal momento che si evitano le dispersioni relative al trasformatore. Questo tipo di apparecchiature lavorano con tensioni di ingresso più alte anche se questo comporta maggiori provvedimenti per la sicurezza. Importante, per la definizione delle misure di sicurezza da applicare per il circuito a corrente continua, è la presenza o meno di

un’interruzione galvanica tra ingresso e uscita dell’inverter.

Per la protezione da un contatto indiretto (contatto con una parte conduttiva che per errore è sotto tensione) all’interno del circuito di corrente continua si possono usare materiali isolanti della classe II. Se i moduli non posseggono la classe II per la protezione dai contatti indiretti è necessario che la tensione a vuoto del generatore PV non superi mai 120 VCC e l’inverter utilizzato deve avere un'interruzione sicura tra l’ingresso a corrente continua e la tensione alternata della rete; l’inverter deve anche avere la capacità di lavorare con tensioni di input adeguate a tensioni di sistema molto più basse. La maggior parte degli inverter disponibili sul mercato hanno un sistema di controllo dell’isolamento che verifica lo stato dei cavi in corrente continua.

La produzione annuale di energia di un impianto FV è definita tra l’altro anche dal grado di efficienza dell’inverter scelto e dalla sua capacità di adeguamento alla potenza del generatore FV. In generale gli inverter possono essere sottodimensionati. L’adeguamento di potenza tra l’inverter e il generatore, cioè il rapporto tra la potenza

nominale dell’inverter e quella del generatore deve essere scelta in modo che l’inverter ottenga un grado di efficienza massimo sul funzionamento annuale. Un sovradimensionamento del generatore presenta il vantaggio che l’inverter lavora più spesso in campi di carico parziale e quindi con maggiore grado di rendimento di

trasformazione. Il rapporto ottimale di adeguamento dipende fra l’altro anche dal

sito e dall’orientamento del generatore FV (frequenza dell’intensità di irraggiamento) e dall’andamento della curva del grado di efficienza del rendimento dell‘inverter in questione. Nel caso di un generatore dall’orientamento ottimale la potenza nominale di CC dell’inverter dovrebbe essere dall’80 al 100% della potenza nominale del

generatore.

Sono tre i diversi sistemi per l’erogazione di energia all’interno del gruppo degli impianti connessi in rete:

 

• Inverter centrale con connessione in serie e parallela dei moduli PV dalla parte del circuito in continua. La raccolta dell’energia avviene esclusivamente dalla parte della corrente continua.

 

 

Fig. Diversi tipi di inverter

 

• Inverter a stringa (inverter orientato ai moduli) con connessione in serie dei moduli PV dalla parte della continua e connessione in parallelo dalla parte dell’inverter. In alcuni inverter di questo tipo si possono collegare anche due o più stringhe.

 

• Inverter integrati nei moduli per singoli moduli PV con connessione in parallelo dell’inverter dalla parte dell’inverter. La raccolta dell’energia avviene esclusivamente dalla parte dell’inverter.

 

Lo schema a inverter centrale è il più utilizzato perché contiene i costi. Negli impianti con inverter centrale il generatore FV è composto da diverse stringhe in parallelo, ognuna composta da moduli connessi in serie. Le stringhe vengono raccolte nella scatola di connessione del generatore e collegate mediante una linea principale all’inverter. La connessione in parallelo di più inverter di minore potenza in combinazione master-slave fa aumentare il grado di efficienza a carico parziale ma porta a un aumento dei costi di investimento.

Negli impianti con inverter a stringhe non è necessaria la scatola di connessione, poiché le stringhe si collegano direttamente all’inverter. Questo riduce il tempo di installazione dalla parte del circuito in continua.

Gli inverter integrati nei moduli sono di piccola taglia, con potenze da 100W a 500W. Questi vengono montati direttamente sul retro del modulo o nelle sue immediate vicinanze. In questo modo si evita tutta la parte delle connessioni in corrente continua. Il costo specifico di un inverter centrale è in parte molto inferiore a quello degli inverter integrati nel modulo e inoltre gli inverter di bassa potenza hanno un grado di efficienza inferiore. Dall’altra parte un sistema con inverter centrale richiede una maggiore quantità di installazioni dalla parte del circuito in corrente continua, che a confronto con la tecnologia di installazione in alternata presenta costi maggiori. Gli inverter integrati nei moduli rendono superflua la presenza della scatola di connessione (compresi tutti gli altri relativi dispositivi necessari) e inoltre i circuiti di continua vengono in parte o completamente sostituiti da circuiti in alternata, meno costosi. L’impiego di inverter a stringhe oppure integrati nei moduli rende necessario un sistema di rilevamento e di controllo dei dati e può rendere la manutenzione più onerosa. D’altro canto la regolazione "individuale" del punto di massima potenza MPPT può aumentare il grado di rendimento di tutto il sistema, soprattutto quando si parla di integrazione nell’edificio, poiché ogni elemento può funzionare al massimo indipendentemente dagli altri che in quel momento si trovano sottoposti per esempio ad altre condizioni di irraggiamento. Risulta anche più facile in questo modo realizzare un ampliamento dell’impianto per fasi.

 

 

 

ANALISI DELLA SOSTENIBILITA’ ECONOMICA ED AMBIENTALE

 

 

Un nuovo modello di generazione energetica

 

 

Negli ultimi 50 anni la generazione energetica centralizzata è stata considerata il mezzo più efficiente per produrre e distribuire elettrici­tà ad un ampio numero di consumatori. In effetti il contributo offerto dall’economia di scala alla produzione di energia da centrali a com­bustibili fossili (e ad energia nucleare) permette di ridurre i costi di produzione, anche alla luce della relativa disponibilità di combustibi­li fossili a basso costo e dei sostegni per lo sviluppo delle infrastrut­ture per la distribuzione dell’energia.

Tuttavia lo sfruttamento dei combustibili fossili per la produzione energetica non potrà continuare a lungo sia a causa della progressiva riduzione della disponibilità dei combustibili stessi sia per l’aumenta­ta consapevolezza in merito all’impatto ambientale associato allo sfruttamento delle fonti non rinnovabili ed ai processi di combustio­ne. Il modello attuale di generazione energetica, basato appunto sulle grandi centrali a combustibili fossili, richiede inoltre una rete di di­stribuzione energetica che copra l’intero territorio. I costi di questa sovrastruttura sono elevati in termini di investimento e di spesa di manutenzione. Anche la rete degli elettrodotti presenta inoltre alcune problematiche ambientali che ultimamente sono state oggetto di at­tenzione pure da parte dell’opinione pubblica.

Quanto sopra esposto fa supporre che nell’ottica di uno sviluppo so­stenibile della nostra società, il modello energetico dovrà in futuro essere orientato verso la generazione distribuita sul territorio. La pro­duzione dovrà essere affidata anche agli impianti di piccola-media taglia che potranno soddisfare la richieste delle utenze poste nelle vicinanze dell’impianto energetico riducendo la loro dipendenza dal­le grosse reti di distribuzione ed evitando il trasporto dell’energia sulle lunghe distanze e le perdite associate.

La generazione elettrica a piccola scala, connessa alla rete elettrica di distribuzione, viene detta generazione (o microgenerazione) distri­buita. Questo tipo di produzione, e quella degli impianti fotovoltaici in particolare, presenta alcuni aspetti che giustificano una produzio­ne della tecnologia su larga scala.

Il modello proposto dalla generazione elettrica distribuita consente di ridurre i costi imputabili alle infrastrutture, dovuti al sempre crescen­te carico elettrico che la rete è chiamata a sopportare, soprattutto alla luce dei picchi di carico; ne derivano alcuni disservizi quali la so­spensione della fornitura di energia a partire dagli utenti industriali fino a quelli civili.

La generazione distribuita in un quadro di ampio sviluppo può per­mettere di ritardare, se non di evitare, eccessivi aumenti nel dimensio­namento della rete. La decentralizzazione permette inoltre di evitare le perdite di carico dovute alla rete che, nel caso dell’elettrificazione di utenze e territori rurali, raggiungono valori prossimi al 25%.

In questo nuovo modello di generazione energetica sul territorio si inseriscono a pieno titolo anche gli impianti fotovoltaici. Lo sfrutta­mento ottimale della fonte energetica solare per la produzione di energia elettrica prevede l’installazione di numerosi impianti di di­mensioni medio-piccole in grado di sfruttare le potenzialità dei diver­si siti. La dimensione ridotta ben si adatta agli impianti fotovoltaici; per tale ragione non ha senso considerare l’economia di scala relativa alla taglia d’impianto. Eventuali riduzioni di costo e vantaggi econo­mici si avranno solo se aumenteranno i volumi di produzione dei pannelli piuttosto che le taglie degli impianti. Oltre ad inserirsi a pie­no titolo tra le tecnologie adatte alla microgenerazione, il sistema fo­tovoltaico offre numerosi aspetti positivi che si concretizzano in al­trettanti vantaggi associati all’uso della “risorsa sole”.

Nel seguito si analizzano brevemente tali aspetti e si danno degli spunti di riflessione, con la speranza che l’inquadramento della tec­nologia anche al di fuori delle sue caratteristiche tecniche possa fornire un quadro più ampio e consentire un’esatta valu­tazione complessiva delle potenzialità del sistema.

 

LA MODULARITA

Parlando in termini generali e senza alcun riferimento a specifiche situa­zioni che andranno valutate singolarmente, è possibile variare la taglia di un impianto fotovoltaico aggiungendo o rimuovendo alcuni moduli o alcune stringhe di pannelli. La dimensione del sistema può quindi essere adeguata alle esigenze dell’utenza e ai suoi fabbisogni energetici.

L’adeguamento non è così semplice se si utilizzano altre tecnologie quali i gruppi elettrogeni diesel.

La modularità e la capacità di rispondere a richieste diverse in termi­ni di produzione energetica rendono la tecnologia fotovoltaica uno strumento estremamente versatile che può essere facilmente impiega­to per soddisfare la richiesta energetica di una calcolatrice tascabile così come di un capannone industriale.

Inoltre la tecnologia fotovoltaica, in virtù della sua modularità, può essere impiegata con ottimi risultati nel settore dell’arredo urbano.

 

LA GENERAZIONE DECENTRATA

In sintesi, si può sottolineare nuovamente che il fotovoltaico consente di generare corrente laddove questa deve essere impiegata; si riducono in tal modo le perdite dovute al trasporto e alla trasformazione. Il fotovoltaico è quindi uno degli strumenti migliori per la generazione diffusa di energia e consente la riduzione dei carichi sulla rete.

 

L’AFFIDABILITA’ E LA DURATA

Gli impianti fotovoltaici sono di facile manutenzione, i costi relativi sono di molto inferiori a quelli che competono alle altre tecnologie di produzione energetica, sia da fonti rinnovabili sia da fonti non rinno­vabili.

La tecnologia si basa su una proprietà intrinseca del silicio e il proces­so di trasformazione energetica è semplice, non richiede né l’utilizzo di parti in movimento, né la disponibilità di serbatoi di stoccaggio del combustibile.

La vita utile dell’impianto è superiore a 30 anni e le sue prestazioni rimangono inalterate anche dopo 20 anni di attività. Le norme tecni­che a tutela e a garanzia della qualità assicurano la rispondenza dei prodotti agli standard richiesti.

 

L’AUMENTO DELL’OCCUPAZIONE

Come ogni altra tecnologia altamente specializzata, quella del settore fotovoltaico crea una domanda di personale qualificato e apre nuovi settori di produzione tecnologica. È difficile stimare quali saranno i volumi di questa domanda di manodopera che seguirà da vicino le variazioni del mercato. Un’incentivazione del settore si tradurrà quindi in un aumento della richiesta di manodopera e di occupazione.

 

LA SCELTA E IL CONTROLLO

La taglia dell’impianto in grado di soddisfare le richieste di una fami­glia o di una piccola comunità non è di certo confrontabile con quella delle grandi centrali termoelettriche. È però più facile per l’utente operare delle scelte personali di gestione dell’impianto favorendo il risparmio energetico. Tali scelte si rifletteranno infatti direttamente in un ritorno economico. Con l’impianto fotovoltaico l’utente diventa anche produttore e la gestione dell’energia diventa più consapevole, consentendo di evitare alcuni sprechi.

 

IL RECUPERO DEL TERRITORIO

Molto spesso, nella gestione del territorio, si assiste al difficile ripristi­no di spazi urbani che derivano dalla dismissione di particolari strut­ture a carattere industriale o di siti che erano stati precedentemente destinati ad attività specifiche quali il deposito di rifiuti da discarica o simili. Proprio le discariche controllate, ad esempio, non possono esse­re sede di nuove costruzioni. È possibile recuperare questi spazi in vari modi; tra le opportunità di recupero si deve ricordare anche quel­la di utilizzare lo spazio per l’installazione dei pannelli fotovoltaici a mezzo di strutture facilmente smontabili che consentano la manuten­zione ottimale della discarica. Esperienze in tal senso sono state fatte negli Stati Uniti con notevoli successi. I generatori fotovoltaici sono facilmente rimovibili ed esercitano un basso carico sul terreno senza creare particolari problemi alla gestione della discarica stessa ma con­sentendo invece un recupero secondario del territorio. Un altro esem­pio di recupero degli spazi urbani marginali mediante l’impiego della tecnologia fotovoltaica è quello degli impianti installati al di sotto delle linee di corrente ad alta tensione, dove non solo non è possibile edifi­care, ma non è neppure possibile utilizzare in sicurezza macchine ope­ratrici che superino restrittivi limiti d’altezza.

A parte i due casi particolari descritti sopra, anche lo sfruttamento di tetti, tettoie e pensiline per la posa dei pannelli rappresenta un esempio di recupero e valorizzazione del territorio urbano. Per dirlo con uno slogan, insomma, “il fotovoltaico si accontenta degli spazi marginali”.

 

LA RISPONDENZA AI CARICHI

Le richieste di energia elettrica di una generica utenza possono essere descritte in maniera accurata ed esaustiva quando si disponga della curva di carico associata. La curva di carico mostra il consumo di energia elettrica dell’utente nell’arco della giornata (ovvero nell’arco del mese o dell’anno, in funzione del livello di dettaglio scelto).

Analogamente l’impianto fotovoltaico è caratterizzato da una curva di produzione che evidenzia l’energia prodotta dal generatore nell’arco della giornata al variare dell’insolazione.

In molti casi è possibile ottenere una buona sovrapposizione tra la curva di carico giornaliera e la curva di produzione dell’impianto; anche tra le curve mensili è possibile una buona sovrapposizione in determinati tipi di applicazioni. L’impianto produce energia quando ce n’è più bisogno; è questo il caso tipico degli impianti di climatiz­zazione. I condizionatori consumano più energia quanto più la radia­zione solare scalda gli ambienti; parallelamente, l’impianto fotovol­taico produce più energia quanto più la radiazione solare è intensa.

 

 

L’ELETTRIFICAZIONE NEI PVS (PAESI IN VIA DI SVILUPPO)

Il fotovoltaico consente l’elettrificazione delle utenze isolate nei con­fronti delle quali rappresenta talvolta l’unica opzione, soprattutto quando si tengano in considerazione anche gli aspetti ambientali. È già stato sottolineato infatti come in alcune situazioni, laddove ad esempio sussistano vincoli paesaggistici o ambientali che non consentono la realizzazione di elettrodotti aerei o interrati per il trasporto dell’ener­gia, la generazione elettrica a mezzo della tecnologia fotovoltaica offre soluzioni ben integrabili nell’ambiente e certamente affidabili. Inoltre, in queste situazioni spesso l’impianto fotovoltaico ha anche forti impli­cazioni sociali. Ad esempio, l’illuminazione di una scuola in una zona rurale permette un’educazione serale e attività comunitarie; l’alimenta­zione di un frigorifero aiuta l’efficacia dei programmi di immunizza­zione alle malattie endemiche.

Due miliardi di persone al mondo non dispongono di energia elettrica: per i Paesi in Via di Sviluppo (PVS) la tecnologia fotovoltaica rappre­senta una valida risposta. La bassa densità dell’utenza caratteristica di questi territori non giustifica infatti l’elettrificazione del territorio a mezzo di infrastrutture stabili di distribuzione energetica.

 

 

LA QUALITA’ DELL’ENERGIA

L’energia prodotta in prossimità del sito di utilizzazione ha un valore maggiore di quello dell’energia fornita dalle centrali tradizionali e trasportata a mezzo elettrodotto fino all’utente. Vengono infatti evita­te le perdite di trasporto. La produzione di energia elettrica nelle ore di insolazione permette di ridurre la domanda alla rete durante il giorno proprio quando si registra la maggiore richiesta. L’obiettivo, sebbene ambizioso e certamente di lungo periodo, è quello di “livel­lare” i picchi giornalieri delle curve di domanda, ai quali solitamente corrispondono le produzioni energetiche più costose. Il fotovoltaico è quindi un’alternativa interessante, in particolare alla luce della cre­scente diffusione dei sistemi di condizionamento negli edifici resi­denziali e commerciali.

 

 

 

I COSTI EVITATI

Dal costo di installazione dell’impianto fotovoltaico, nel caso la so­luzione adottata sia quella di un’integrazione dei pannelli nella co­pertura dell’edificio o in facciata, si possono correttamente detrarre i costi dei materiali edili che i pannelli vanno a sostituire. Ad esem­pio, nel caso della copertura, la superficie coperta dai pannelli non necessiterà di tegole o di altri tipi di copertura a finitura del tetto. Analoghe considerazioni possono essere fatte per i vetri delle fac­ciate.

 

 

Impatto ambientale

 

 

L’impiego del sistema fotovoltaico per la produzione energetica pre­senta notevoli vantaggi di carattere ambientale, legati principalmente alla riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera.

Il tema risulta di particolare rilevanza sia per gli aspetti relativi alla salute umana, legati ad alcuni agenti inquinanti che agiscono preva­lentemente a livello locale, sia per la salute dell’intero pianeta minac­ciata dal progressivo aumento della concentrazione di anidride car­bonica in atmosfera. Tale aumento è infatti riconosciuto quale uno dei principali fattori responsabili dei cambiamenti climatici in atto, come è dimostrato anche dalle crescenti preoccupazioni che hanno portato, tra l’altro, a raggiungere un ampio consenso sulla necessità di un impegno mondiale per la riduzione delle emissioni di gas aventi ef­fetto serra.

In fase di esercizio un impianto fotovoltaico non produce alcuna emissione chimica, termica o acustica, poiché la produzione di ener­gia elettrica ha luogo direttamente a partire dall’irraggiamento solare, senza parti in movimento o consumo di combustibile.

Viceversa una centrale tradizionale che impiega combustibili fossili produce emissioni inquinanti in atmosfera. I principali gas emessi sono: anidride carbonica (CO2), monossido di carbonio (CO), ossidi di azoto (NOx) e anidride solforosa (SO2). Vengono inoltre emesse in atmosfera altre sostanze, quali ad esempio le polveri sottili.

Attualmente, nella realtà italiana, per produrre 1 kWh elettrico, te­nendo conto del parco elettrico esistente, del mix di combustibili uti­lizzati e delle perdite di rete, viene bruciato l’equivalente di circa 2,56 kWh di combustibili di origine fossile, con l’emissione di circa 670 g di CO2, 1,4 g di SO2 e 1,9 g di NOx.

In conclusione, un sistema fotovoltaico presenta l’indubbio vantaggio di produrre energia elettrica senza emettere, in fase di esercizio, alcu­na sostanza inquinante in atmosfera. In altri termini, la produzione di energia elettrica a partire dall’irraggiamento solare in sostituzione delle fonti fossili consente un risparmio netto di emissioni atmosferi­che inquinanti.

Il quantitativo di emissioni evitate è funzione della producibilità an­nua dell’impianto, ovvero della potenza installata e del rendimento medio dei pannelli, nonché dell’insolazione media. Di seguito si espongono i valori medi di riduzione annua delle emissioni atmosfe­riche conseguibili adottando un pannello fotovoltaico da 1 kWp in silicio monocristallino con un rendimento medio del 13%. A titolo comparativo vengono presentate le riduzioni conseguibili in diverse località italiane. Le emissioni evitate sono state calcolate prendendo a riferimento i quantitativi medi precedentemente indicati per il parco elettrico italiano.

 

 

 

Calcolo delle emissioni annue evitate per kWp installato (kg/ kWp)

 

 

Gas effetto serra

 

 

CO2

 

 

SO2

 

 

 

NOx

 

Italia settentrionale

804

1,7

2,3

Italia centrale

985

2,1

2,8

Italia meridionale

1.120

2,3

3,2

I costi ambientali

 

Impiegare l’energia solare nella produzione di elettricità, come più volte sottolineato, presenta evidenti vantaggi ambientali. Tuttavia anche un sistema fotovoltaico può comportare alcuni impatti negativi sull’ambiente.

Mentre la fase di esercizio dell’impianto non comporta emissioni no­cive nell’ambiente, le fasi di produzione dei pannelli, di installazione degli stessi e di smantellamento al termine della vita utile dell’im­pianto possono essere fonte di inquinamento per l’ambiente. In parti­colare i costi ambientali sono imputabili al consumo di materie prime e di energia nonché alla produzione di rifiuti durante tutto il ciclo di vita del sistema.

Viene di seguito presentato un esempio degli impatti ambientali che possono derivare dalle fasi di produzione ed esercizio degli impianti fotovoltaici, suddivisi per componente.

 

 

L’IMPATTO AMBIENTALE DEI PANNELLI FOTOVOLTAICI

L’impatto ambientale relativo alla produzione dei pannelli comprende tutti i costi ambientali connessi alle operazioni di estrazione del silicio, di lavorazione dello stesso per la produzione delle celle fotovoltaiche, di assemblaggio di queste ultime in pannelli, di uso degli stessi e, infi­ne, del loro smaltimento al termine della vita utile dell’impianto.

 

L’estrazione del minerale comporta un consumo di combustibili fos­sili per garantire il funzionamento dei macchinari nonché alcuni ri­schi per la salute umana, tipici delle attività minerarie in generale (la polvere di silice può causare danni alle vie respiratorie).

Le operazioni di purificazione del silicio comportano la contestuale produzione di materiali pericolosi quali ad esempio il silano, men­tre il drogaggio implica l’emissione in atmosfera, anche se in quan­tità minima, di composti tossici quali ad esempio il diborato e il fosfito. Il processo produttivo, affinato nell’industria della microe­lettronica, dalla quale proviene gran parte del silicio usato nell’in­dustria fotovoltaica, è tuttavia costantemente oggetto di monitorag­gio e controllo.

Nella fase di crescita dei cristalli, il consumo di energia è piuttosto elevato poiché la lavorazione della silice richiede un passaggio in forno a temperature molto elevate (circa 2.000°C). Tuttavia, attual­mente, gran parte del silicio impiegato nell’industria del fotovol­taico viene recuperato dagli scarti dell’industria elettronica dove il grado di purezza richiesto è elevato. Una crescita spinta del mer­cato richiederebbe processi produttivi specifici con il raggiungi­mento di gradi di purezza adeguati alle necessità; i moduli fotovoltaici vengono infine assemblati in strutture con im­piego di alluminio.

La fase di esercizio dei pannelli non determina alcun impatto sul­l’ambiente in termini di consumo energetico o di emissioni di inqui­nanti. L’occupazione del suolo, in questa fase, è invece rilevante. La superficie impegnata da un impianto fotovoltaico è funzione della potenza installata: in media sono necessari 10 m2 di superficie ogni kWp installato, variabili in funzione della tipologia di pannelli e dei relativi rendimenti, ai quali deve essere sommata la superficie neces­saria a garantire le distanze di rispetto tra i moduli per evitare l’om­breggiamento reciproco. L’incidenza del distanziamento delle schiere di moduli e degli spazi “tecnici” (edificio, quadri elettrici, cabine, ecc.) è pari a circa il 50% della superficie complessiva. L’installazione degli impianti su superfici già adibite ad altro uso (tipicamente tetti e facciate), anziché a terra, riduce notevolmente l’impatto ambientale legato all’occupazione del suolo.

Al termine della vita utile dell’impianto i pannelli devono essere op­portunamente smaltiti. Il silicio, una volta esaurita la sua funzione, non è biodegradabile e neppure riciclabile per usi alternativi.

 

L’IMPATTO AMBIENTALE DEI SISTEMI DI ACCUMULO

Gli impatti ambientali legati alle fasi di produzione, di utilizzo e di smaltimento delle batterie, sono funzione oltre che della scelta del sistema di impianto (gli accumulatori vengono impiegati esclusivamente in sistemi stand alone), anche del tipo di batterie adoperate. Gli accumulatori più frequentemente impiegati nei si­stemi fotovoltaici comprendono le batterie al piombo acido e quel­le al nichel/cadmio. In entrambi i casi il principale costo ambien­tale è quello relativo alla produzione di rifiuti tossici e pericolosi per l’ambiente e per la salute umana. La produzione delle batterie comporta infatti l’uso di metalli pesanti (piombo, cadmio, ecc.) e altre soluzioni potenzialmente dannose (es. acido solforico dilui­to). Il piombo, ad esempio, può influire sui processi biochimici vitali e danneggiare il fegato, il sistema nervoso e l’apparato ripro­duttivo, mentre l’acido solforico può provocare ustioni e contami­nare, se disperso sul terreno, suolo e acque con effetti potenzial­mente nocivi per flora e fauna.

Tuttavia, è possibile rendere controllabile il processo di smaltimento dei composti citati. Al termine della loro vita utile, gli accumulatori possono essere immessi in un ciclo industriale di recupero che comprende la frantu­mazione e la successiva separazione dei vari componenti, la fusione e la raffinazione della componente metallica e la neutralizzazione della componente liquida.

 

IL BILANCIO ENERGETICO

L’analisi degli impatti ambientali indotti dall’adozione della tecnolo­gia fotovoltaica durante tutto il ciclo di vita dei prodotti pone in evi­denza che la produzione degli impianti comporta una costo energeti­co non nullo.

L’input energetico cumulato, ossia l’apporto di energia primaria nel­l’intero ciclo di vita dei pannelli, è stato stimato, in diversi studi sul­l’argomento, pari al 10-20% dell’energia prodotta dagli stessi pannelli nell’arco della vita utile dell’impianto, in funzione della tecnologia considerata (Aguado, 1998).

Al fine di determinare il “peso” degli input energetici, appare poco significativo riferirsi al valore assoluto in energia spesa per la produ­zione dell’impianto. Generalmente si fa piuttosto riferimento al rap­porto tra l’energia prodotta dallo stesso impianto durante tutta la sua vita utile e la quantità di energia richiesta per la produzione delle sue componenti ed in particolare, in questo caso, dei pannelli. Si danno di seguito alcune definizioni.

● L’energia grigia è la quantità di energia necessaria al ciclo completo di fabbricazione di un modulo, a partire dall’estrazione delle mate­rie prime, al loro trasporto, fino alla conclusione della lavorazione.

● Il tempo di recupero energetico è il tempo necessario al modulo per produrre una quantità di energia pari a quella richiesta per la sua produzione, ossia pari alla sua energia grigia.

● Il fattore di rimborso energetico è il rapporto tra la durata di vita di un modulo e il suo tempo di recupero energetico.

I valori degli indici relativi alle diverse tipologie di pannelli, ipotiz­zando una produzione specifica annua di 1.200 kWh/kWp e una vita utile di 30 anni, sono riportati in tabella.

 

 

 

UNITA’

MONOCRIST.

POLICRIST.

AMORFO

Energia grigia

kWh/kWp

5-8

3,5 - 7

2,5 - 4

Tempo di recupero energetico

Anni

2,1 - 3,3

3,9 - 6,6

2,9 - 5,8

Fattore di rimborso  energetico

       /                 

7,5 - 12

3,7 - 6,4

4,3 - 8,6

 

 

Nella tabella che segue l’input energetico e il fabbisogno di materiali primari dei sistemi fotovoltaici sono posti a confronto con quelli rela­tivi alle altre tecnologie di produzione energetica.

 

 

Catena

Energetica

 

 

Efficienza

energetica

%

 

Consumo ferro

kg/GWhel

 

Consumo rame

kg/Gwhel

 

Consumo bauxite

kg/GWhel

Fotovoltaico

10 - 18

1.022 - 1.717

267-1.588

2.500 - 4.000

Carbon fossile

4 - 6

2.887 - 3.708

14 -19

50 - 94

Petrolio

2,5 - 3,5

1.782 - 2.009

14 -16

32 - 39

Gas naturale

1 - 1,5

1.904

16

55

 

 

Dal confronto emerge che il sistema fotovoltaico presenta un consu­mo di energia primaria ed un fabbisogno di materiale per unità ener­getica prodotta superiori rispetto alle centrali alimentate a combusti­bili fossili. Il motivo principale va ricercato nella bassa densità ener­getica dell’irraggiamento solare sulla superficie terrestre che richiede, a parità di energia prodotta, grandi superfici collettrici di energia e quindi un alto consumo di materie prime.

Le emissioni specifiche rilasciate in atmosfera durante l’intero ciclo di vita degli impianti sono invece nettamente inferiori. La maggior par­te delle emissioni nelle centrali tradizionali deriva infatti dagli inqui­nati emessi a seguito dei processi di combustione delle fonti fossili.

 

 

 

 

 

 

 

 

Emissioni atmosferiche prodotte nell’intero ciclo di vita dei principali combustibili

Impatto economico

 

Il costo dell’energia fotovoltaica, malgrado la riduzione dei prez­zi registrata negli ultimi anni, non è ancora competitivo rispetto alle fonti tradizionali. Da un punto di vista meramente economi­co non vi è quindi un sostanziale vantaggio a fare ricorso a tale fonte energetica in integrazione (utenze già connesse in rete) o sostituzione (utenze isolate) alle altre fonti.

Nell’elettrificazione in Paesi in Emergenza o in Via di Sviluppo, pur risultando l’investimento piuttosto oneroso rispetto a sistemi alternativi (gruppi elettrogeni, ecc.), l’impianto fotovoltaico può rappresenta­re l’unica opportunità di fornitura dell’energia elettrica per queste utenze quando si vogliono tenere in considerazione anche gli aspetti dell’impatto ambientale e dell’integrazione nel territorio. In tali situazioni, la fornitura di energia elettrica a mezzo degli im­pianti fotovoltaici può risultare una proposta valida qualora si tengano in considerazione anche i costi di elettrificazione di zone a bassa densità abitativa. La manutenzione di tali impianti è più onerosa rispetto a quella richiesta dagli impianti connessi alla rete e deve essere effettuata con maggiore attenzione, pena un cattivo funzionamento.

 

 

COSTO DI PRODUZIONE DELL’ENERGIA FOTOVOLTAICA

Il costo dell’energia prodotta può essere agevolmente calcolato par­tendo dalla determinazione del costo del sistema fotovoltaico riparti­to su base annua e suddividendo tale voce di costo per il numero medio di kWh prodotti nel corso dell’anno. Il costo annuale di un impianto fotovoltaico è dato, a sua volta, dalla somma della riparti­zione su base annua del costo dell’investimento iniziale e dei costi annuali di gestione. La formula tipicamente utilizzata è la seguente:

 

Costo kWh = (Ai + G) / N

 

dove

Ai = costo dell’investimento ripartito su base annua, calcolato in fun­zione della durata dell’impianto (stimata prudenzialmente in 30 an­ni) e del tasso di interesse reale (pari al 5%);

G = costo di esercizio e manutenzione;

N = rappresenta il numero di kWh prodotti dall’impianto in un anno.

 

 

L’opportunità del ricorso ai sistemi fotovoltaici, per utenze isolate, è determinata dalla distanza della rete di distribuzione dell’energia elettrica. Il costo di allacciamento è infatti correlato alla lunghezza della linea elettrica aggiuntiva che è necessario realizzare per rag­giungere l’utenza.

Nel nostro caso, la scelta del FV stand alone, come sistema di produzione dell’energia necessaria, è fortemente motivata dalle caratteristiche che presenta il particolare utente (villaggio), ossia: località isolata, bassa potenza richiesta, assenza di rete elettrica, ecc.

 

Nella tabella sono esposti i costi di installazione di un impianto foto­voltaico di potenza pari a 1 kWp.

 

 

COSTI D’INVESTIMENTO

 

 

 

Componente

 

Costi (e/KWp)

 

Costi

(e/kWp) in percentuale

 

Moduli

 

3.900

 

                 46%

Opere edili e strutture di sostegno

700

                   8%

Inverter e controlli

800

                 10%

Opere elettriche

550

                   7%

Accumulatori

1.700

                 20%

Installazione

750

                   9%

TOT. GENERALE (IVA esclusa)

8.400

               100%

IVA (10%)

840

 

 

 

TOT. GENERALE (IVA inclusa)

 

 

 

9.240

Incidenza delle voci di costi di un impianto fotovoltaico isolato dalla rete

 

I dati rappresentano i valori medi desunti dall’analisi del mercato italiano e dalle esperienze progettuali del CETA. (Centro di Ecologia Teorica e Applicata)

 

 

La manutenzione di un impianto fotovoltaico isolato è generalmente più onerosa rispetto a quella di un impianto collegato alla rete, per la presenza del sistema di accumulo. Il costo di gestione generalmente rappresenta circa il 3% del costo d’impianto.

 

 

 

COSTI DI GESTIONE

 

Voce di costo Costi

[/anno]

Manutenzione impianto

210

TOT. GENERALI

210

 

 

Agli impianti isolati è concessa la detrazione ai fini IRPEF del 36% del costo rimasto a cari­co del contribuente, in dieci quote annuali.

È di seguito presentato il risultato del calcolo relativo al costo del­l’energia prodotta con un impian­to isolato di piccola potenza, espresso per kWp installato. Si ipotizza una producibilità annua di circa 1.250 kWh. Si considera che l’im­pianto non benefici di contributi in conto capitale ma che l’utente si avvalga della detrazione a fini IRPEF. Il costo considerato si intende comprensivo di IVA al 10%.

Costo medio dell’energia prodotta da un impianto fotovoltaico isolato dalla rete

Costo dell’investimento ripartito su base annua (IVA inclusa) [/anno]

590

Costi di gestione [/anno]

210

Detrazione IRPEF (primi 10 anni) [/anno]

   ( - ) 330

 Tot costi* [/anno]

668

Producibilità annua dell’impianto [kWh/anno]

1.250

COSTO DEL kWh [/kWh]

0,53

 

Il totale dei costi annui non corrisponde alla somma algebrica delle voci di costo in quanto la ripartizione è fatta su 25 anni di vita dell’impianto mentre solo per i primi 10 è possibile avvalersi della detrazione IRPEF.

 

 

Il calcolo del tempo di ritorno per questi impianti porta a conclusioni insostenibili sotto un’ottica esclusivamente imprenditoriale dell’ini­ziativa. Tuttavia il calcolo del tempo di ritorno è di per sé privo di significato in quanto il valore da attribuire al costo dell’energia acqui­stata dalla rete per identificare il ricavo annuo dell’impianto in fun­zione dei costi evitati è un dato che dipende in stretta misura dalla distanza dell’impianto dalla rete e dai costi presunti di elettrificazio­ne. A prescindere dalle considerazioni economiche, vi sono poi dei casi in cui il ricorso all’energia fotovoltaica è imposto dalle condizioni che caratterizzano alcune utenze isolate.

In conclusione, nonostante i bassi rendimenti di conversione che que­sta tecnologia offre e i costi d’impianto che richiedono elevati capitali iniziali, i sistemi fotovoltaici presentano vantaggi indiscutibili e forni­scono un importante contributo allo sviluppo sostenibile, coniugando le esigenze della nuova società industriale, sempre più energivora, con la tutela e il rispetto per l’ambiente.

 

Tabella riassuntiva degli elementi a favore della tecnologia fotovoltaica

 

Beneficio

Descrizione

Modularità

Aggiungendo o rimuovendo alcuni moduli l’impianto di generazione può essere dimensionato in funzione della domanda di energia da parte dell’utenza.

Emissioni evitate ed impatto ambientale

Gli impianti fotovoltaici non presentano impatti ambientali significativi nella fase di esercizio, l’energia solare non fa rumore e non emette sostanze odorose. I pannelli, se ben integrati, non deturpano l’ambiente.

Recupero ambientale

Il fotovoltaico consente di riutilizzare e recuperare superfici e spazi altrimenti inutilizzati; il fotovoltaico si “accontenta degli spazi marginali”.

Generazione diffusa sul territorio

Il fotovoltaico consente di generare corrente laddove questa deve essere impiegata riducendo le perdite dovute al trasporto e alla trasformazione.

Affidabilità e durata

Gli impianti fotovoltaici consentono una manutenzione facile e poco onerosa. La vita utile dell’impianto è superiore a 30 anni.

Rispondenza ai carichi

In molte situazioni l’impianto fotovoltaico produce energia quando ce n’è più bisogno; è questo il caso tipico degli impianti di climatizzazione.

Scelta e controllo

Con l’impianto fotovoltaico l’utente diventa anche produttore e la gestione dell’energia diventa più consapevole, consentendo di evitare alcuni sprechi.

Occupazione

La diffusione della tecnologia fotovoltaica sul territorio crea una domanda di personale qualificato e apre nuovi settori di produzione tecnologica.

Elettrificazione dei PVS

Per i Paesi in Via di Sviluppo (PVS) la tecnologia fotovoltaica rappresenta una valida risposta alle richieste energetiche. L’esiguità dell’utenza non giustifica infatti l’elettrificazione del territorio.

Qualità dell’energia

L’energia prodotta da un impianto fotovoltaico è qualitativamente superiore a quella prodotta dagli impianti tradizionali quando si tengano in considerazione anche le perdite evitate nel trasporto.

Costi evitati

Nell’integrazione architettonica, il costo di alcuni materiale edili può essere detratto da quello dell’impianto fotovoltaico.

 

STATO DELL’ARTE DEL FOTOVOLTAICO NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

 

Nel mondo sono un miliardo e mezzo le persone che non hanno accesso all’elettricità. Si tratta quasi esclusivamente di abitanti delle comunità rurali dei Paesi in sviluppo e la mancanza di elettricità ha un impatto diretto sulla qualità di vita di queste persone. Infatti, pessime condizioni igieniche, scarso sviluppo sociale ed economico, accesso limitato all’educazione caratterizzano spesso l’esistenza di chi vive senza energia elettrica. La soluzione “tradizionale” consiste nella costruzione di grandi centrali elettriche, a fonti fossili (carbone, petrolio, gas naturale) o nucleari, e di una costosa rete capillare che porti l’energia nei villaggi isolati. Le centrali termoelettriche o nucleari e le dighe di grandi dimensioni hanno però ampiamente dato prova della propria insostenibilità ambientale. Entra allora in gioco l’energia dal sole.

Il fotovoltaico è una tecnologia che ha dimostrato la propria validità non solo come fonte energetica pulita nei paesi industrializzati, ma anche come soluzione sostenibile per fornire energia in maniera locale e distribuita a chi non ne ha.

 

 

Popolazione mondiale (in milioni) che non aveva accesso all’energia elettrica nel 2002 e stima per il 2030

 

LE TAPPE DELLA SOLARIZZAZIONE RURALE

Si iniziò a discutere di fotovoltaico per applicazioni rurali negli anni ’70. La quasi totalità dei progetti realizzati in quell’epoca erano di carattere dimostrativo e avevano lo scopo di sperimentare la tecnologia per il pompaggio dell’acqua e l’elettrificazione di edifici di uso comune: cliniche rurali, piccoli negozi, edifici comunali. Gran parte di questi progetti non ebbero un esito positivo a causa della mancanza di formazione di tecnici locali e un’informazione insufficiente per gli utilizzatori finali. Ciò fece capire come per garantire il successo di un progetto fosse indispensabile coinvolgere le popolazioni locali nella manutenzione degli impianti e prevedere una loro partecipazione anche minima ai costi di operatività, in maniera tale da aumentare il senso di proprietà e responsabilità.

Negli anni ’80 nacque un nuovo approccio grazie alla diminuzione dei costi del fotovoltaico e al lavoro di organizzazioni non governative che, per prima cosa, cercavano di rispondere direttamente ai bisogni delle famiglie. I progetti includevano la realizzazione di infrastrutture locali per l’installazione e la manutenzione degli impianti, programmi di informazione per gli utilizzatori finali, creazione di crediti rurali, formazione di imprenditori per la nascita di micro-imprese. A partire dalla anni ’90 avvenne il grosso salto di qualità: vennero lanciate molteplici iniziative su grande scala da cui presero anche avvio dei veri e propri mercati fotovoltaici locali, nati dalla cooperazione fra ONG (Organizzazioni Non Governative) del mondo industrializzato, ONG locale e, talvolta, governi nazionali.

La tecnologia fotovoltaica che gode di consolidata e riconosciuta applicazione nei PVS è sicuramente quella dei sistemi isolati. Grazie alla forte autonomia ed alla capacità di generare energia elettrica esattamente nel luogo in cui serve, infatti, tale applicazione ha saputo conquistarsi una nicchia di mercato anche in tempi in cui i costi dei moduli ne rendevano, in generale, molto poco appetibile l’acquisto.

In moltissimi casi, laddove il collegamento alla rete nazionale (o locale ) risulti problematico dal punto di vista economico, ambientale, logistico o paesaggistico, i sistemi isolati si propongono come una brillante soluzione.

 

Gli impianti fotovoltaici isolati (stand alone)

In questo tipo di impianto l’energia generata alimenta direttamente il carico elettrico; quella in eccesso viene accumulata nelle batterie che la rendono disponibile nei periodi in cui il generatore fotovoltaico non produce corrente. Questi impianti rappresentano la soluzione più idonea per soddisfare la richiesta di energia di utenze isolate per le quali il costo di elettrificazione, cioè l’approntamento di una linea elettrica di distribuzione per l’allacciamento diretto dell’utenza alla rete, sarebbe certamente alto.

 

Utenza isolata non allacciata alla rete

 

Nei sistemi fotovoltaici isolati l’immagazzinamento dell’energia in genere viene effettuato mediante accumulatori elettrochimici. La pre­senza di batterie di accumulo permette di far fronte a punte di carico, senza dover sovradimensionare i generatori, nonché di garantire la continuità dell’erogazione di energia, anche in caso di basso irraggia­mento o guasto temporaneo dei generatori. Inoltre la batteria di accu­mulo svolge, spesso, il compito di realizzare l’accoppiamento ottima­le fra il generatore fotovoltaico e il resto del sistema. Mentre per un impianto FV connesso alla rete si vuole massimizzare l’irradiazione annuale e quindi la producibilità dell’impianto, dal momento che i surplus e i deficit vengono compensati dalla rete, per un impianto FV autonomo dotato di accumulatori elettrochimici si desidera massimizzare la radiazione giornaliera e minimizzare il divario tra il mese più favorevole e quello meno favorevole. In particolare, per determinare la potenza nominale del generatore fotovoltaico in modo da assicurare l’autosufficienza dell’impianto, è necessario imporre che la produzione d’impianto nel mese più sfavorevole risulti maggiore dell’assorbimento. Ciò comporta un surplus di energia nei mesi più favorevoli che non verrà assorbito dagli accumulatori ma sprecato. Il dimensionamento degli accumulatori costituisce perciò un punto cri­tico della progettazione, condizionando la resa, l’affidabilità e la vita utile dell’impianto. La capacità energetica in kWh degli accumulatori deve garantire un certo numero di giorni di autonomia (pari di solito a 3-5 giorni); la tensione degli accumulatori, per motivi di sicurezza e di compatibilità con gli inverter commerciali, viene spesso limitata a 48V, pertanto la capacità assume valori dell’ordine del migliaio di amperora (Ah).

Lo sviluppo tecnologico in questo settore, legato all’industria auto­mobilistica, ha permesso di ottenere accumulatori al piombo acido con bassa autoscarica, lunga vita (maggiore di 6 anni) e manutenzio­ne ridotta (o addirittura nulla).

 

 

SCHEMA DI IMPIANTO

 

I componenti fondamentali di un sistema fotovoltaico isolato sono:

 

 

 

 

 

Schema di un impianto fotovoltaico isolato

 

 

1. Modulo FV: trasforma l’energia solare in energia elettrica.

2. Regolatore di carica: apparato elettronico posto tra i pannelli e gli accumulatori per ottimizzarne la carica e la scarica ed erogare ener­gia con possibilità di programmazione e controllo del sistema.

3. Accumulatori: solitamente al piombo, immagazzinano l’energia elettrica.

4. Inverter: trasforma la corrente continua proveniente dai moduli in corrente alternata convenzionale a 230V di tensione.

5. Utenze: apparecchi alimentati dall’impianto FV.

 

 

MANUTENZIONE DELL’IMPIANTO

La manutenzione di un impianto fotovoltaico isolato richiede alcune attenzioni in più rispetto a quelle riservate agli impianti collegati alla rete elettrica di distribuzione. Oltre ai normali controlli previsti anche per gli impianti grid connected e alla pulizia periodica dei pannelli, particolare cura deve essere riservata alla manutenzione e gestione degli accumulatori. La vita utile delle batterie varia, a seconda del­l’elettrolita usato, tra 5 e 8 anni, ma preme sottolineare che la durata degli accumulatori stessi è vincolata ad un controllo attento delle loro condizioni di funzionamento e di conservazione.

 

Tipiche applicazioni di un sistema stand alone nei PVS

 

POMPAGGIO DI ACQUA.

Il pompaggio d’acqua per uso civile – uno dei principali problema nei PVS – costituisce una delle applicazioni più riuscite del FV, Le configurazioni adottate negli impianti di pompaggio FV dipendono dalla fonte dell’acqua e dal suo uso finale. Nel caso di sollevamento d’acqua per riempire un serbatoio da cui attingere in un secondo tempo, il sistema deve essere composto da pannelli FV e da una elettropompa, scelti in base alla profondità del pozzo e alla portata d’acqua desiderata. Nel caso in cui invece non sia previsto l’accumulo idraulico si rende indispensabile l’uso di batterie elettriche. Il ricorso a pompe sommerse nei pozzi molto profondi rende necessario l’utilizzo sia dell’inverter che dell’accumulo elettrico. Le batterie elettriche non hanno soltanto il compito di accumulo, ma anche la duplice funzione di garantire l’elevata corrente di spunto della pompa in fase di avvio, e quella di stabilizzare la tensione dai pannelli FV.

 

 

PRESIDI MEDICI

Il fotovoltaico accresce la qualità del sistema sanitario nelle aree rurali perché garantisce delle diagnosi più appropriate grazie alla luce artificiale e all’uso dei microscopi elettronici e permette sfruttare in pieno le potenzialità offerte dalla telemedicina. Nelle cliniche rurali sono conservati i vaccini che devono essere tenuti a basse temperature e in caso di malfunzionamento nella catena di refrigerazione l’efficacia del vaccino viene perduta senza che dottori e infermieri se ne accorgano. Le unità di refrigerazione più diffuse nel terzo mondo sono quelli a cherosene, ma da una ricerca condotta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in tre Paesi africani è risultato che nel 35% dei casi questi dispositivi mantenevano i vaccini a temperature superiori a quelle dovute. Si è anche riscontrato che i refrigeratori a energia fotovoltaica erano più affidabili, mantenendo in media il vaccino alla temperatura richiesta per periodi di tempo ben superiori rispetto ai refrigeratori a cherosene. Gli elettrogeneratori a fonti fossili possono essere fonte, poi, di ulteriori problemi nelle cliniche rurali.

 

 

 

Bambini della riserva ecologica di Xixuaú-Xipariná nella foresta amazzonica ( Brasile)

 

 

 

 

PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA

In generale, l’adozione di sistemi FV per alimentare una comunità rurale isolata rappresenta per i PVS un valido strumento per avviare lo sviluppo delle aree rurali. Questo è un settore di sviluppo al quale gli organismi internazionali, negli ultimi anni, ne hanno riconosciuto l’importanza stanziando diversi finanziamenti. I sistemi

FV, proprio per le potenze in gioco molto basse, sono compatibili con le utenze rurali.

Un confronto analitico tra un gruppo elettrogeno Diesel ed un impianto FV equivalente è stato fatto dalla NASA Lewis Centre. La conclusione di tale studio è che gli impianti FV sono competitivi con i gruppi elettrogeni Diesel quando il costo del sistema FV installato è inferiore a 5 $/Wp.

Infine, il confronto del costo del kWh prodotto tra diverse alternative possibili per una stessa località, è quello che determina la scelta finale.

 

 

 

Installazione di moduli FV a Palmarin, Senegal

 

POTABILIZZAZIONE DELL’ACQUA

Nei PVS la costruzione di impianti di trattamento dell’acqua è uno tra i problemi più diffusi e più delicati. L’inadeguata conoscenza della qualità dell’acqua è un fattore problematico perché non permette di sapere quali sono i trattamenti più adatti alla potabilizzazione della risorsa idrica. Altro ostacolo difficile da superare è la carenza di personale specializzato per la manutenzione e la gestione degli impianti e le scarse risorse economiche disponibili. Esistono numerosi procedimenti per la potabilizzazione dell’acqua, uno di questi sfrutta le capacità dell’ipoclorito di sodio.

Infatti, il risultato che si ottiene versando un certa quantità di questo composto liquido nell’acqua è la seguente:

 

NaClO + H2 O    HClO + Na+ OH-

 

Il cloro in acqua forma acido ipocloroso (HClO), vero agente disinfettante, che tende a dissociarsi in ioni H+ e ClO- in condizioni di pH elevato. Mentre il cloro gassoso reagisce con l’acqua formando ioni H+, l’ipoclorito forma ioni idrossido. È possibile produrre ipoclorito di sodio circa al 5% anche per elettrolisi, attraverso quindi una fonte di energia a corrente continua come un alimentatore oppure una batteria. Perciò in questo senso è possibile fornire la potenza elettrica necessaria con un pannello FV.

 

 

Aquaclor solar, sistema per l’autoproduzione di cloro, diffuso nei campi Saharawi

I SAHARAWI: STORIA DI UN POPOLO

 

 

Il Sahara Occidentale

 

 

Il Sahara Occidentale è un territorio di circa 266000 Km2 che si affaccia sull’Atlantico per un migliaio di chilometri, confina con il Marocco, l’Algeria e la Mauritania. E' in gran parte desertico, ma ricchissimo di risorse minerarie (soprattutto fosfati). Le coste sono pescosissime. I suoi confini sono convenzionali, poiché seguono in parte l'andamento dei paralleli e dei meridiani, tracciati dalle diplomazie europee in seguito alle decisioni della Conferenza di Berlino del 1884/85. Per molto tempo le popolazioni che nomadizzavano nel territorio ignorarono questi confini artificiali ma, a partire dagli inizi di questo secolo, sono diventati oggetto di un'attenta sorveglianza da parte della polizia coloniale. Le frontiere divennero allora ben reali per quelle popolazioni ma ancora oggi, sono oggetto di contenzioso, per le particolare vicende legate alla decolonizzazione della regione. La popolazione appartiene al complesso delle tribù Saharawi. Organizzate da secoli in modo autonomo, con forme proprie di lingua, cultura e organizzazione sociale, nomadi fino a tempi recenti. Prima dell'arrivo degli spagnoli le tribù erano numerose, 40 secondo la tradizione riunite in una confederazione.

La struttura sociale delle comunità nomadi del Sahara Occidentale è una storia marcata da costanti correnti migratorie rendono l'entità territoriale di questo Paese, così come di altri paesi africani, difficilmente definibile se non con il ricorso ai confini tracciati dalle colonie. E' quindi dal XIV secolo che si può constatare una netta distinzione politica che separa la regione dal resto del Maghreb.    
A partire dal XIII sec. i Maqil, nomadi provenienti dall'oriente arabo, si sono insediati progressivamente nel territorio che si estende dall'Oued Draa all'attuale Mauritania, entrando in simbiosi con i berberi, anch'essi nomadi. E' da questa unione che nasce l'attuale popolazione del Sahara Occidentale.       
Ciò che fa oggi del Sahara Occidentale una "nazione" e un popolo, come per altri Paesi, africani e non, non è il riferimento a frontiere del passato precoloniale ma la volontà di un popolo che si identifica nella medesima impronta sociale e linguistica.

 

LA COLONIZZAZIONE         
Verso
il 1433-34 il portoghese Gil Eanes tocca per la prima volta la costa dell'attuale Sahara Occidentale.         
Alla fine del XV sec. la Spagna si assicura, grazie alla mediazione papale, il controllo delle isole Canarie e di parte della costa africana (da Cap Bojador all'attuale Agadir), mentre il Portogallo si assicura il controllo della costa a sud di Cap Bojador.
L'occupazione spagnola si limita al litorale ed è solo alla fine XIX sec. che la sua presenza diviene effettiva, nel quadro della corsa alla colonizzazione dell'Africa. Nel 1884, in seguito alle spedizioni intraprese da Emilio Monelli, la Spagna dichiara sotto la propria protezione la regione del Rio de Oro e conclude accordi con i capi-tribù locali. L'anno seguente, alla Conferenza di Berlino, viene ratificata la partizione dell'Africa e la Spagna  vede riconosciuti i propri diritti sui territori del Sahara.

In seguito, altri trattati vengono conclusi tra la Spagna e la Francia per stabilire le rispettive zone d'influenza nell'Africa Occidentale:
trattato di Parigi (27 giugno 1900): fissa le frontiere meridionali e orientali del Rio de Oro;
convenzione di Parigi (3 ottobre 1904): fissa la frontiera settentrionale includendo il Saguiet El Hamra e la zona di Tarfaya fino all'Oued Draa; convenzione di Madrid (27 novembre 1912): conferma le frontiere e limita quelle dell'enclave di Ifni.

                                                     Paesaggio del Sahara Occidentale

 

La scarsa penetrazione della Spagna nelle zone interne della colonia, garantisce libertà d'azione alla popolazione sahrawi impegnata contro l'occupazione.
Il leader religioso (cheick) Ma El Ainin, che si stabilisce nella zona del Saguiet El Hamra (fiume rosso) e fonda Smara, rendendola centro religioso e politico, dirige azioni di resistenza contro l'occupazione coloniale sia al nord che al sud del Sahara; in un primo tempo trova l'appoggio del sultano del Marocco per rifiutarlo immediatamente dopo, quando il sultano decide la collaborazione con la Francia.
Il
23 giugno del 1910 è l'esercito francese a bloccare l'avanzata dei patrioti sahrawi; la lotta, dopo la morte nell'ottobre dello stesso anno di Cheick Ma El Ainin, viene portata avanti dal figlio che entra a Marrakesh nel 1912. La Francia reagisce violentemente, radendo al suolo la città di Smara e distruggendo la biblioteca, che conteneva più di 5000 manoscritti. Sotto il protettorato francese del Marocco ed in particolare tra il 1924 e il 1932, i sahrawi conducono azioni di guerriglia, sfruttando la loro conoscenza del territorio. La repressione francese è dura e supportata dalla collaborazione spagnola che dal 1934 diviene effettiva.      

E' la scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa negli anni Cinquanta ad aprire una fase di colonizzazione più intensa e ad una trasformazione della società tradizionale. Lo sfruttamento economico delle nuove risorse richiede nuova forza lavoro e comporta la sedentarizzazione della popolazione. La scuola è un privilegio raro e solo a pochissimi sahrawi è permesso di studiare in Spagna.

La fine degli anni Cinquanta, con la maturazione dei movimenti indipendentisti africani e arabi, rappresenta il punto di svolta nella storia della regione.
Il 2 marzo del 1956 il Marocco ottiene l'indipendenza e reclama ufficialmente i territori del Sahara Occidentale sotto l'occupazione spagnola, in vista della realizzazione del "Grande Marocco", ottenendo la zona di Tarfaya (10 gennaio 1958).
La Spagna amministra il Sahara come una provincia interna, rappresentata da tre deputati nel Parlamento spagnolo e governata da un delegato del gen. Franco.
La proclamazione d'indipendenza della Mauritania il 28 novembre 1960 aggiunge un nuovo soggetto nella questione della rivendicazione del territorio del Sahara.
Il 16 ottobre 1964 il Comitato per la decolonizzazione dell'ONU adotta una risoluzione che demanda alla Spagna l'applicazione, per Ifni e il Sahara Occidentale, della risoluzione dell'Assemblea Generale ONU datata 14 dicembre 1960 sul diritto all'indipendenza dei Paesi sotto dominazione coloniale. Due risoluzioni analoghe sono adottate, in tempi successivi (16 dicembre 1965 e 20 dicembre 1966), dall'Assemblea Generale ONU con il comune obiettivo di sollecitare la Spagna a organizzare un referendum, sotto il controllo delle Nazioni Unite, che permetta alla popolazione autoctona di esprimersi liberamente e preveda il ritorno degli esiliati.

 

IL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE         NAZIONALE (1957-1973)              
La guerra del 1957-58 contro la presenza coloniale spagnola rappresenta un'autentica manifestazione del nazionalismo sahrawi; la guerra è persa e il popolo sahrawi è di nuovo oggetto di sterminio e persecuzione ma si rafforza la coscienza nazionale e politica.
Malgrado la persistenza del controllo coloniale e la repressione sistematica da parte del Marocco, a partire dai primi anni Sessanta infatti, si inizia una riorganizzazione delle forze indipendentiste nelle città, nei centri abitati e presso i rifugiati nei paesi vicini.
Tale processo si traduce materialmente nella formazione di un'organizzazione politica indipendentista e clandestina il cui obiettivo è di riunire e canalizzare le forze e la aspirazioni popolari: il Movimento di Liberazione del Sahara, che si svilupperà nei territori all'interno       e si espanderà a tutta la colonia.      
Le prime azioni del Movimento non hanno carattere militare e prendono la forma di resistenza civile: scioperi, manifestazioni, insegnamento della lingua araba e della storia nazionale sahrawi.         
Il coprifuoco decretato nel 1969 e la serie di carcerazioni ed espulsioni dello stesso anno muovono l'ONU a richiamare la Spagna all'applicazione della risoluzione 1514 sulla decolonizzazione.
Il 17 giugno del 1970, quando il governo coloniale convoca a El Ayoun una manifestazione sahrawi per esprimere l'adesione alla Madre Patria (la Spagna), il Movimento sfrutta l'occasione per manifestare apertamente il rifiuto del colonialismo da parte dei sahrawi e presentare alla Spagna un documento di richiesta di indipendenza del territorio.
Un generale spagnolo ordina alle forze di polizia e alla legione (El Tercio) di fare disperdere la folla, composta da migliaia di persone: è un massacro, seguito dalla persecuzione e carcerazione di centinaia di militanti.       
La manifestazione di El Ayoun viene duplicata a Smara e Dakhla (i maggiori centri del Sahara Occidentale).       
La notizia del massacro porta la controversia e la lotta del popolo sahrawi per la libertà a conoscenza della comunità internazionale.   
Riorganizzatosi, il 10 maggio 1973 il Movimento si trasforma in un'organizzazione armata denominata Fronte Popolare per la Liberazione del Saguia el Hamra e Rio de Oro (FRONTE POLISARIO).

 

Mine antiuomo disinnescate all’interno del Museo dell’esercito di liberazione popolare

e un soldato saharawi

La lotta armata è annunciata il 20 maggio, in contemporanea con lo sviluppo di un'azione politica volta a organizzare il popolo in favore dell'indipendenza nazionale, spiegare a livello internazionale la situazione della colonia e sollecitare l'appoggio morale e materiale alla causa.        
Dopo anni di intensa azione su tutti i fronti, la Spagna è obbligata a riconoscere il diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza; le truppe abbandonano le numerose postazioni all'interno.

 

LA RIPRESA DELLE RIVENDICAZIONI DEL MAROCCO E DELLA MAURITANIA (1974-75)
Nell'ottobre del 1974, l'Assemblea Generale ONU decide il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja per un parere sulla questione seguente: "Il Sahara, al momento della decolonizzazione spagnola era un territorio di        nessuno”.

Il rapporto della missione ONU composta da rappresentanti della Costa d'Avorio, Cuba e Iran, viene reso pubblico il 15 settembre 1975 e, a proposito dell'opinione della popolazione, rileva che "la quasi unanimità si pronuncia a favore dell'indipendenza e contro le rivendicazioni di Marocco e Mauritania", aggiungendo che "il Fronte Polisario all'arrivo della missione si è manifestato come la forza politica predominante nel territorio. Attraverso tutto il territorio la missione ha assistito a manifestazioni di massa in suo favore." La missione conclude con un'espressione a favore del referendum, rimandando alla Spagna la responsabilità per l'effettiva decolonizzazione.
La sentenza della Corte di Giustizia, nel proprio parere datato 16 ottobre 1975, afferma che il Sahara Occidentale non era terra di nessuno (terra nullius) al momento della colonizzazione spagnola e riconosce l'esistenza di legami giuridici di alleanza tra il Marocco e alcune tribù del Sahara Occidentale, così come con la Mauritania. Cionondimeno, la Corte conclude che non sussistono valide ragioni per non applicare la risoluzione ONU del 1960 sulla decolonizzazione e conferma la necessità del principio di autodeterminazione, attraverso una libera espressione della volontà delle popolazioni del territorio.

Lo stesso giorno della pubblicazione del parere della Corte, Hassan II annuncia l'organizzazione di una grande marcia pacifica, la "marcia verde", composta da 350.000 persone, verso il Sahara Occidentale, per riaffermare le rivendicazioni del Marocco. Questa mossa serve a premere sulla Spagna, che, anche a causa della delicata situazione di passaggio di poteri (il gen. Franco muore il 20 novembre), preferisce essere sollevata dalla responsabilità del referendum.  
Il 14 novembre 1975 viene firmato un accordo tra la Spagna, il Marocco e la Mauritania, che verrà reso pubblico qualche giorno dopo e prevede "l'istituzione di un'amministrazione temporanea nel territorio con la partecipazione del Marocco e della Mauritania" e la fine della presenza spagnola entro il 28 febbraio 1976.

Il territorio del Sahara Occidentale viene dunque spartito tra i due Paesi africani a partire dal 14 aprile 1976.

LA NASCITA DELLA RASD  
L'esercito marocchino, già impegnato nel territorio prima dell'accordo di Madrid, continua l'azione di invasione occupando gli spazi abbandonati dall'esercito spagnolo; Smara è occupata, così come altri centri. La resistenza del Fronte cerca di opporre un freno immediato, le zone occupate dal Marocco sono abbandonate dalla popolazione che si sposta verso zone libere.     
Anche l'esercito mauritano sferra l'attacco e dopo 10 giorni di bombardamenti prende il controllo di Guera.        
L'ONU approva due risoluzioni (10 dicembre 1975) in contraddizione tra loro, sostanzialmente non prendendo posizione; l'Inviato Speciale mandato il 2 febbraio non può che constatare l'impossibilità di una consultazione libera della popolazione.
Il 27 febbraio 1976, a Bir Lahlou, il segretario generale del Fronte Polisario proclama l'indipendenza della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD).

 

Bandiera della RASD


La Mauritania ratifica con il Fronte Polisario nel 1979 un accordo di pace.
Il Marocco invece, raddoppia lo sforzo bellico per occupare tutto il territorio dell'ex Sahara Spagnolo. Nel 1980 infatti il Polisario ha già recuperato una parte di territorio anche ai marocchini, ma Hassan II inizia la strategia dei muri di sabbia. Questi 6 muri, costruiti in tempi successivi dal 1981 al 1986 si snodano su un percorso di 2.500 km, dal sud del Marocco fino alla costa atlantica al confine della Mauritania racchiudendo circa 200.000 kmq. I muri sono di sabbia e pietrame, preceduti da campi di mine (molte delle quali sono italiane) e controllati da sistemi elettronici di sorveglianza e da punti di guardia armati a distanze regolari. Al riparo dai muri, i marocchini hanno colonizzato il Sahara occidentale come mai gli spagnoli avevano saputo fare. Nel 1988 la risoluzione ONU 621/88 istituisce la MINURSO (missione delle nazioni unite per il referendum del sahara occidentale) e un piano di pace. Il 22 febbraio 1982 la RASD è ammessa ufficialmente come membro dell'Organizzazione dell'Unità Africana; successivamente, 73 Stati procedono al riconoscimento della RASD.

 

IL PIANO DI PACE (1990-91)       
Appare evidente che nessuna delle due parti in conflitto può sperare in una vittoria militare sull'altro ma occorre attendere fino al 20 giugno 1990 perché le speranze di pace comincino ad essere concrete: il nuovo Segretario Generale dell'ONU, Perez de Cuellar, annuncia il piano disegnato dall'ONU e dall'Organizzazione per l'Unità Africana per realizzare il referendum nel Sahara Occidentale.

Il 27 giugno il Consiglio di Sicurezza ONU adotta la risoluzione 690 sulla creazione della Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO), dotandola di uomini e risorse.       
Il cessate-il-fuoco è concordato tra i belligeranti il 6 settembre 1991; il referendum era previsto per il mese di febbraio 1992.   
Ad oggi, trascorsi più di 15  anni dagli accordi di pace, il mandato MINURSO è stato protratto ogni semestre ma il referendum non si è potuto svolgere. Il nodo centrale riguarda la composizione del corpo elettorale; il Marocco insiste nel rifiuto di criteri, concordati nel piano di pace, che riconducano al censimento condotto dalla Spagna nel 1974.
I nuovi coloni, continuamente mandati nel territorio del Sahara Occidentale, intasano gli uffici MINURSO con cause di appello contro l'esclusione dalle liste elettorali. Oltre alla ripresa dello sfruttamento delle miniere di fosfati e dei ricchissimi banchi di pesca lungo le coste atlantiche, il Marocco ha iniziato dalla fine degli anni '80 una intensa colonizzazione. Si calcola che attualmente tra coloni, soldati, poliziotti e personale amministrativo ci siano circa 250.000 marocchini nei territori occupati.

RASD LIBERTA’: Mosaico fatto con pietre colorate a Tifariti, nei territori liberati del Sahara Occidentale

Situazione attuale: I campi profughi

Ad oggi il territorio del Sahara Occidentale risulta diviso diagonalmente da nord-est a sud-ovest, da muri di terra e sabbia, costruiti in sei fasi successive tra il 1980 e 1987 dal Marocco, che controlla i 2/3 occidentali del paese, dove sono presenti le maggiori risorse naturali, le attività legate alla pesca e i maggiori giacimenti di fosfati. Il rimanente terzo è controllato dal Fronte Polisario.

 

Dal 1975 nel deserto vicino a Tindouf, l'ultima città del sud algerino, si sono rifugiate circa 200.000 persone e sono stati costruiti degli immensi campi profughi prevalentemente composti da tendopoli, in cui vive la parte libera del popolo Saharawi.
Intanto nei territori occupati, grazie al consenso di alcuni Stati europei, il Marocco riprende lo sfruttamento delle miniere e dei banchi di pesca, mentre la popolazione Saharawi è sottoposta a un regime poliziesco. I processi non vengono effettuati e gli scomparsi sono circa 850.      

I Saharawi (gente del deserto) residenti in campi profughi nell'estremo Sud-Ovest dell'Algeria. Di loro si parla poco, come di tutti i popoli "dimenticati", le cui rivendicazioni vanno a turbare interessi consolidati ed equilibri internazionali delicati. I rifugiati Saharawi sono i sopravvissuti al grande esodo: interminabili marce nel deserto, inseguiti dall'aviazione marocchina avvenuta nel 1975.   
30 anni di vita nella zona considerata tra le più invivibili del nostro pianeta.
Il territorio che ospita i campi profughi è di circa 100 km2, ed è completamente desertico, piatto, ricoperto di sassi e sabbia.      
Il clima è, ovviamente, di tipo desertico con piovosità quasi assente.
La temperatura varia nelle due stagioni: estate ed inverno, raggiungendo i 50°-60° in estate e i 5° sotto zero nelle notti d'inverno. La vegetazione è assente eccetto rarissimi alberi a spine ed una oasi naturale di poche vecchissime palme. L'acqua è reperibile a molti metri di profondità, ed ha un tasso di salinità tale da renderla non potabile.
La vita nei campi scorre lenta, turbata solo dal rumore continuo dei pochi generatori, che garantiscono l'energia elettrica agli ospedali e ai centri di accoglienza.
Nelle tende, per i più fortunati, la luce è garantita dai pannelli solari. Per altri non resta che la debole luce del gas.

La popolazione degli accampamenti è divisa in quattro wilaya che, come unità amministrative, corrispondono alle nostre province. Ogni provincia comprende sei o sette daira, i comuni. Le wilaya e le daira hanno nomi di città e località del Sahara Occidentale, occupate dalle truppe marocchine, per sottolineare lo stretto legame con la propria terra di origine. Le wilaya sono El Ayoun, Ausserd, Smara e Dakhla.

 

            

 

 

 

Alcune

tendopoli

Saharawi

 

 

 

 

 

Ogni comune, diviso in quattro quartieri, conta circa ottomila abitanti in gran parte donne, anziani e bambini. Alle quattro province ed ai venticinque comuni si aggiungono tre scuole residenziali: l’istituto professionale per le donne “27 febbraio”, che ricorda la data di proclamazione della Rasd, e le scuole “9 giugno” e “12 ottobre”, la prima ricorda il martirio del fondatore del Fronte Polisario El Ouali Mustafa Sayed, la seconda fa riferimento alla riunione di Ain Bin Tili nel 1975 dove la nuova generazione, rappresentata dal Fronte Polisario, si incontrò con i tradizionali leader sahrawi riuscendo a raggiungere l’unità nazionale riguardo la necessità d’indipendenza per il progresso del paese.

Tutta la popolazione saharawi ospite dei campi profughi vive in tende tutte uguali, costruite in loco con stoffa dell'ONU o dei paesi europei. Le tende hanno una dimensione variabile tra i 15 ed 30 metri quadrati, arredate di stuoie e tappeti per base e dei materassi sintetici disposti a perimetro della tenda per sedersi e per dormire. Non ci sono sedie e tavoli, si sta seduti sui materassi o per terra anche per mangiare. Dentro le tende si può trovare qualche mobiletto per riporre le poche cose disponibili, molte coperte per il rigido inverno, cuscini e il necessario per il tè, la bevanda tradizionale saharawi. 

Vicino alle tende ogni famiglia ha costruito alcuni piccoli ambienti, in mattoni d’argilla, che fungono da cucina ed abitazione per i mesi più freddi. L’illuminazione è fornita da lampade a gas facilmente reperibili in Algeria così come le bombole che alimentano i fornelli per le cucine. Alcuni edifici, come le receptions destinate all’ospitalità delle delegazioni e gli ospedali, godono dell’apporto di gruppi elettrogeni, in funzione alcune ore al giorno.
In funzione del ritorno nei territori occupati e dell’ufficiale riconoscimento della R.A.S.D. da parte del mondo occidentale, la costituzione di un sistema educativo e sanitario in grado di soddisfare le necessità primarie della popolazione sono da sempre tra le priorità del popolo Sahrawi in esilio. Il tasso di scolarizzazione elementare è ormai prossimo al 100% e sono molti i giovani inviati presso Paesi “amici” (Algeria, Cuba e Italia) per completare gli studi superiori ed universitari, specialmente in ingegneria e medicina.  

Il risultato è ancor più sorprendente se si considera che i mezzi a disposizione sono davvero scarsi: le strutture scolastiche sono spesso fatiscenti, le attrezzature primarie come banchi e lavagne quasi inesistenti e perfino la disponibilità di matite colorate, penne e quaderni è molto bassa. La medicina di base, nonostante lo scarso materiale sanitario a disposizione, è discretamente diffusa: ciascuna wilaya ha un proprio centro sanitario ed esiste anche un ospedale centrale, a Rabouni, in cui possono essere realizzati alcuni semplici interventi chirurgici e/o visite mediche più specialistiche, anche e soprattutto grazie alla presenza di operatori internazionali che affiancano il personale locale.
L’organizzazione sociale all’interno dei campi è tale che tutti sono chiamati ad avere un ruolo attivo, soprattutto le donne che condividono responsabilità quasi a tutti i livelli. Il popolo Saharawi, infatti, vive la propria religione islamica lontano da ogni fanatismo e fondamentalismo, lasciando molta libertà d’azione e movimento alle donne. In realtà le donne, con il loro comportamento, si sono ampiamente guadagnate questa parziale libertà. Gli uomini, infatti, sono stati e sono spesso lontani dai campi (per combattere con il Fronte Polisario prima e per promuovere la causa Sahrawi e per lavorare oggi) ed è soprattutto grazie al lavoro ed all’ingegnosità delle donne Sahrawi che la vita nei campi si è andata organizzando in modo tale da impedire l’instaurazione di quei meccanismi d’attesa passiva, di fatalismo, smobilitazione e corruzione, così comuni nei campi profughi africani.     
Le principali attività quotidiane degli adulti riguardano la gestione delle faccende domestiche (pulizia personale e degli ambienti in cui si vive, preparazione dei pasti, raccolta dell’acqua o del gas e, per le famiglie più fortunate, custodia del bestiame) a cui possono, in alcuni casi, aggiungersi attività di lavoro sociale (insegnamento nelle scuole, attività mediche nei dispensari, lavoro nella radio della wilaya, ecc…).

Il molto tempo libero che resta è spesso dedicato alla socializzazione: i Saharawi amano ritrovarsi assieme e discutere facendo il tè, vero rituale attraverso il quale le famiglie danno il benvenuto ai propri ospiti.        
I bambini, invece, dopo aver frequentato la scuola per otto ore ed aver aiutato la famiglia nello svolgimento di semplici faccende domestiche, trascorrono il loro tempo cercando con la fantasia e l’ingegno tipico dei bambini, di sopperire alla mancanza totale di giochi e strumenti per il gioco. Questa situazione, se da un lato stimola la loro creatività e la loro capacità di adattamento, dall’altro priva i più piccoli degli stimoli necessari per un corretto e vivace sviluppo delle loro capacità intellettive, soprattutto considerando le condizioni in cui i pur ingegnosi insegnanti operano nelle scuole dei campi. 
Ancor più deprimente è la situazione vissuta dai giovani, che trovano nei campi poche attività cui dedicarsi e che spesso vedono la loro professionalità (e gli sforzi sostenuti per maturarla) non utilizzata. Come già detto, sono molti i giovani che all’età di 14/15 anni si sono trasferiti in un paese straniero per continuare i propri studi e contribuire così allo sviluppo della società Sahrawi una volta riconquistata la propria terra. Terminati gli studi, però, questi giovani sono tornati non nel Sahara Occidentale, come si poteva supporre dalle diverse risoluzioni sancite dall’O.N.U., bensì nei campi profughi, cioè in una realtà in cui le competenze maturate non possono ancora esprimersi direttamente ed il cui confronto con la realtà vissuta nei paesi in cui si sono formati risulta particolarmente sconfortante.   
Nel febbraio 2006, i campi profughi Sahrawi sono stati colpiti da una fortissima alluvione che ha devastato gran parte delle strutture faticosamente costruite nei campi; le stime ufficiali della Croce Rossa e delle Nazioni Unite parlano di 12.000 tende grandi (50% del totale) e del 25% delle strutture in muratura (scuole, strutture sanitarie, uffici) distrutti e, cosa ancor più grave nell’immediato, della distruzione del 70% delle riserve alimentari e          sanitarie.
Le tendopoli Saharawi non sono certo un paradiso dove trascorrere le vacanze.

Nella monotonia del paesaggio spiccano i colori delle donne saharawi, che avvolte dai loro mantelli trasparenti dai colori vivacissimi si occupano dell'amministrazione dei campi, e il sorriso dei bambini che giocano con pietre e sabbia.

In un universo materialmente povero all'inizio le tende erano fatte con pezzi di stoffa incessantemente ricuciti in una lotta senza tregua contro il vento ma simbolicamente ricco, la vita dei rifugiati andrà organizzandosi in un modello comunitario del tutto unico al mondo. Sono vecchi, donne e bambini a popolare le tende e le case di sabbia. La maggior parte degli uomini sono al fronte a proteggere il fazzoletto di terra conquistato negli anni. I Saharawi non nascondono la loro povertà come se fosse una vergogna: al contrario sanno valorizzare e nobilitare il poco che hanno, al punto che le stesse tendopoli, messe su con gli aiuti umanitari, che in tanti altri posti al mondo sono inferni senza redenzione, qua sembrano villaggi millenari. Sono capaci di scrivere con i colori, con la luce, con i materiali più poveri sulla grande tela che è il deserto.

E' duro nascere e vivere in un ambiente al limite della sopravvivenza, dove manca il bene più prezioso:     l'acqua.
Autocisterne dell’ONU

riforniscono ogni 15 giorni grandi scatole di metallo, chiuse da rudimentali sportelli dove, trasportata dal vento, inclemente, la sabbia entra a inquinare quell'acqua leggermente salata e resa potabile dall'aggiunta di cloro; acqua che travasata in una varietà di recipienti deve bastare per tutto e per tutta la famiglia, centellinata e recuperata goccia dopo goccia.         
In queste condizioni i bambini crescono consapevoli di tutti i disagi e di tutte le esigenze della famiglia, ma fieri di appartenere al popolo della sabbia.

UTILIZZO DEL FV NEL CONTESTO SAHARAWI: il villaggio di Dakhla

 

Nelle tendopoli Saharawi l’utilizzo del fotovoltaico è molto diffuso perché in molti casi è l’unica soluzione, in quanto la rete elettrica algerina, gestita dalla società Sonelgas, non copre tutte le Wilayas.

Infatti gli unici villaggi raggiunti sono Smara, Rabouni e la Escuela del 27 de Febrero.

Tra tutti i villaggi Dakhla, situata a 170 km di distanza da Rabouni, è la Wilaya più isolata e quindi la meno raggiunta dai servizi offerti dalla RASD e dalla cooperazione internazionale; infatti, c’è totale mancanza di elettricità e copertura telefonica. Di conseguenza l’unica tipologia di impianto FV presente è quella Stand Alone.

Dahkla è abitata da circa 15.000 persone, per lo più anziani, donne e bambini; con il tempo molta gente si è trasferita in altre Wilayas (principalmente Smara e la Escuela 27 de Febrero) in cerca di lavoro. Passeggiando tra le case sono molti i bambini che giocano e le donne che parlano bevendo il tè; di cui si dice che siano tre, il primo amaro     

come la vita, il secondo dolce come l’amore e il terzo soave come la morte.

 

UTENZE DOMESTICHE

Come si è detto precedentemente, le installazioni fotovoltaiche a Dahkla sono tutte Stand Alone; questo si può capire anche dal numero di batterie esaurite buttate per strada. La installazione tipica proprio per essere la più usata, è quella per il soddisfacimento energetico di piccole utenze domestiche: illuminazione, frigorifero, televisione, radio, etc. La configurazione che si adotta è quella autonoma con accumulo, senza integrazione ausiliaria.

Il sistema analizzato è molto semplice: un pannello PV (solitamente 38W) e una batteria (40Ah), collegati ai carichi. L’impianto non contiene inverter e regolatore di carica, due parti fondamentali nei sistemi Stand Alone.

ORTI FOTOVOLTAICI

Molto diffusi nei campi Saharawi sono anche gli orti fotovoltaici. Dal 2000 a Dakhla, la Associaciòn de Amigos del Pueblo Saharaui en Extremadura, e la regione spagnola di Murcia, una contro parte locale e il governatore stesso hanno iniziato un progetto di cooperazione e gestiscono trecentocinquanta orti familiari e un orto centrale di otto ettari. Tutto questo è reso possibile della presenza di due falde acquifere una più profonda e una superficiale, che può essere emunta con pozzi scavati a mano e piccole pompe PV. Si raccolgono pomodori, cipolle, melanzane, cetrioli, peperoni e meloni. I pozzi scavati a mano nella zona hanno una profondità che va dai 3m ai 4m e diametri che variano da 1m a 2m. Il pozzo viene costruito in maniera molto semplice dai Saharawi stessi; si scava una buca di 2-3m di diametro e di profondità circa 3-4m. Successivamente si costruiscono le pareti del pozzo; le pietre vengono sovrapposte in modo da rendere solida la struttura. Ai lati esterni del pozzo viene riportata la terra prima scalzata e in cima viene posto un copertone di una ruota di un camion per aumentare la sicurezza e infine il pozzo viene chiuso con un coperchio di ferro

appoggiato in cima.

 

   

Scavo e copertura di un pozzo familiare

 

La configurazione tipica che viene adottata è quella autonoma con accumulo, senza integrazione ausiliaria. Il sistema è abbastanza semplice: un pannello FV collegato ad una batteria e ad una pompa elettrica.

Nella tabella sono riportate le caratteristiche di un impianto tipo esaminato.

Il pozzo da cui si emunge acqua è fatto a mano ed ha una profondità di due-tre metri, con una diametro di circa un metro e mezzo. L’acqua è caratterizzata da un alto livello di salinità e non è potabile, può essere usata per l’irrigazione degli orti con l’inserimento di un filtro fisico. Non è presente né inverter né regolatore di carica.

 

 

BLOCCO

 

 

CARATTERISTICHE

 

 

Pannello

Fotovoltaico

(1000W/m2 e 25°C)

 

 

Photowatt (Francia)

• Voltaggio nominale = 12 V 

• Massima potenza= 75 W     

 

 

Sistema di

Accumulo

 

 

MAG Super Power (UK)

• Voltaggio=12 V

             • Capacità= 40 Ah

 

 

 

Sistema di

Pompaggio

 

 

 

 

Flojet (USA)

• Voltaggio= 12 V,

• Amperaggio massimo=7.0 Amp                                                                      

• Prevalenza= 2.5 Bar

• Portata max= 12.5 LPM Max

 

Configurazione tipica di un sistema di pompaggio familiare

 

OSPEDALI

L’impianto più grande presente ai campi, con accumulo e integrazione, soddisfa il fabbisogno energetico dell’ospedale di Dajla. E’ costituito da trentadue pannelli, 12 batterie e un inverter e insieme ad un generatore diesel di potenza 2-3 KW fornisce, non senza problemi di efficienza, energia per diciotto-venti ore al giorno. L’utenza è rappresentata dall’illuminazione, alcuni apparecchi medicali, una televisione, un ventilatore e tre condizionatori.

In definitiva, questo è il panorama delle applicazioni della tecnologia FV stand alone nei campi profughi saharawi, in particolare nel villaggio di Dajla, dove l’utilizzo è più diffuso a causa della sua distanza dalla rete elettrica Algerina e ai costi di elettrificazione:

 

TIPO DI

INSTALLAZIONE

 

 

UTILIZZO

 

 

STAND ALONE

(con accumulo e senza

integrazione)

 

- Pompaggio dell’acqua per gli orti familiari.

     - Televisione, radio, decoder, frigorifero

     - Illuminazione.

STAND ALONE

(con accumulo e con

Integrazione generatore Diesel)

     - Farmacie e ospedale

       - Pompaggio dell’acqua per gli orti       

          comunitari

 

PROGETTAZIONE E DIMENSIONAMENTO DI UN ORTO FOTOVOLTAICO COMUNITARIO NEL VILLAGGIO DI DAKHLA

 

Non è facile quantificare la diffusione odierna del fotovoltaico nei paesi in emergenza a causa della mancanza di un repertorio dei progetti, ma si stima che siano già diversi milioni, probabilmente alcune decine di milioni, gli abitanti dei Paesi in Via di Sviluppo che, grazie all’elettricità prodotta col sole, bevono acqua potabile, si curano in cliniche rurali, studiano e danno vita ad attività economiche improntate allo sviluppo sostenibile. Dopo i piccoli impianti fotovoltaici che illuminano le abitazioni e fanno funzionare piccoli elettrodomestici, le pompe fotovoltaiche che estraggono l’acqua dai pozzi rappresentano la tecnologia più diffusa.

In questo capitolo si intende proporre la progettazione e il dimensionamento di un sistema di pompaggio fotovoltaico per l’approvvigionamento di acqua irrigua ad un orto di 1 ettaro (10.000m2)  a servizio della popolazione della wilaya di Dajla.

Obiettivo generale del progetto è l’aumento dell’autonomia economica della popolazione Saharawi. Obiettivo specifico del progetto è la riduzione della malnutrizione delle famiglie con disabili a carico.

Il progetto si propone quindi di facilitare una redistribuzione della produzione degli orti tra i ragazzi disabili del Centro de Discapacidad Mental di Dajla.

Un elemento determinante nella valutazione della tecnologia da introdurre è stato quello della sostenibilità economica e tecnologica.

Nel suddetto caso l’alimentazione tramite pannelli fotovoltaici garantisce che nel tempo non siano necessari costi di alimentazione, peraltro abbastanza elevati nel contesto specifico, vista l’assenza di una rete elettrica. Il pannello fotovoltaico, inserito in una delle zone più soleggiate del pianeta, garantisce infatti la sostenibilità economica del progetto a livello energetico. La facilità dell’estrazione dell’acqua in un una zona con presenza di falde particolarmente superficiali, rende inoltre sufficiente un impianto fotovoltaico decisamente leggero, come quelli scelti per il progetto.

Dal punto di vista tecnologico, invece, la comprovata abitudine della popolazione dei campi a utilizzare pannelli fotovoltaici rende l’iniziativa di semplice introduzione.

Per lo studio di fattibilità è stata effettuata dallo scrivente una missione di monitoraggio ai Campi Saharawi nel mese di Settembre 2007.

Tale missione aveva come obiettivo il reperimento in loco del maggior numero di informazioni possibili riguardo alla disponibilità e all’utilizzo delle risorse idriche disponibili nei diversi campi profughi, ai dati ambientali e climatici, all’analisi dei punti critici degli altri impianti FV, all’analisi dell’impatto sociale di nuove tecnologie e soprattutto alla sostenibilità della loro manutenzione e gestione. L’attività in loco ha interessato sia visite tecniche ai diversi impianti di captazione ed estrazione delle acque, agli orti familiari e a quelli comunitari, sia colloqui formali e non con le diverse autorità della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica) e delle amministrazioni locali (governatori delle province e direttori delle scuole). In questa maniera è stato possibile censire gli impianti utilizzati nella gestione della risorsa acqua ed è stato possibile identificare le necessità primarie delle comunità locali.

Lo scenario emerso da questa visita è una buona organizzazione dell’apparato di gestione e controllo della risorsa acqua, mentre i mezzi tecnici e le risorse materiali sono risultate carenti soprattutto da un punto di vista della manutenzione del sistema sia di captazione che di trattamento e distribuzione della risorsa.

Attualmente si stanno facendo grossi sforzi per garantire la salute pubblica all’interno dei campi e il mantenimento di condizioni igienico - sanitarie tali da limitare il più possibile il diffondersi di epidemie ed infezioni. Per soddisfare queste necessità il Departamento de Hidraulica, un organo della RASD, realizza analisi delle qualità chimico - fisiche e batteriologiche delle acque fornite ai diversi campi con cadenza mensile.

Fondamentalmente l’acqua di falda presenta buone qualità da un punto di vista

batteriologico (l’acqua captata non è contaminata, mentre la sua qualità si deteriora una volta distribuita all’interno dei campi a causa dell’inadeguatezza strutturale dei sistemi di stoccaggio a livello familiare). Al contrario da un punto di vista chimico, l’acqua è estremamente salata (valori della conduttività molto elevati) e presenta valori di nitrati e fluorati assolutamente fuori norma e molto superiori alle quantità massime previste dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il primo e maggior problema del Departamento de Hidraulica è il trattamento delle acque per renderle potabili e diminuire gli effetti nocivi a lungo termine dei componenti chimici al loro interno.

Sostanzialmente nella wilaya di Dajla si conoscono e si sfruttano due acquiferi:

 

• il più profondo a circa 60-70m dal piano di campagna, caratterizzato da un’acqua potabile.

 

• il superficiale a circa 3-5m, dovuto forse, all’accumulo sotterraneo dell’acqua usata per irrigare gli orti emunta dal pozzo più profondo.

 

Tuttavia i dati ricavati non permettono di valutare con precisione le caratteristiche dei pozzi nella zona interessata. Essi sono utili per avere un’idea dell'ordine di grandezza dei parametri in gioco. In generale, problemi relativi alle utilizzazioni delle acque filtranti (pozzi freatici o artesiani) sono trattati di solito attraverso una schematizzazione che non ha certo corrispondenza nelle complesse situazioni naturali, ma che consente tuttavia di inquadrare e risolvere i problemi stessi con sufficiente approssimazione per gran parte delle esigenze pratiche.

Nel caso di studio verrà utilizzata la falda acquifera superficiale per vari motivi, tra cui: minor costo per scavare il pozzo e per il sistema FV. Questo a scapito della qualità dell’acqua molto salina rispetto alla falda in profondità; per ovviare a questo verranno utilizzati filtri fisici.

La presenza di diversi orti che attingono da questa falda, e il fatto che essi crescano rigogliosi è però una testimonianza dell’utilizzabilità di quest’acqua per l’irrigazione.

 

 

Piantagione di cipolle a Dakhla

 

 

Caratteristiche climatiche e irraggiamento solare

 

LA RADIAZIONE GLOBALE.

Per energia solare si intende l'energia, termica o elettrica, prodotta sfruttando direttamente l'energia irraggiata dal Sole verso la Terra. Ogni istante il Sole trasmette sull'orbita terrestre 1367 Watt/m² (detta costante solare). Tenendo conto del fatto che la Terra è una sfera che ruota l'irraggiamento solare medio è, alle latitudini europee, di circa 1000 watt/m². La quantità di energia solare che arriva sul suolo terrestre è quindi enorme, circa diecimila volte superiore a tutta l'energia usata dall'umanità nel suo complesso, ma poco concentrata, nel senso che è necessario raccogliere energia da aree molto vaste per averne quantità significative, e piuttosto difficile da convertire in energia facilmente sfruttabile con efficienze accettabili. Per il suo sfruttamento occorrono prodotti in genere di costo elevato che rendono l'energia solare notevolmente costosa rispetto ad altri metodi di generazione dell'energia. Lo sviluppo di tecnologie che possano rendere economico l'uso dell'energia solare è

un settore della ricerca molto attivo, ma che, per adesso, non ha avuto risultati rivoluzionari.

Da un punto di vista astronomico, la quantità di energia solare disponibile sulla terra è molto variabile. Ciò non dipende soltanto dalla latitudine geografica ma anche dall’ora e dal periodo dell’anno in una determinata località. A causa dell’inclinazione dell’asse terrestre, i giorni estivi sono più lunghi di quelli invernali ed inoltre, il sole

raggiunge altezze maggiori.

Nella tabella vengono riportati i valori della radiazione media giornaliera a Tindouf, Algeria, a 200 km da Dajla:

 

 

 

Mese

 

 

 

Radiazione globale

Giornaliera

su piano orizzontale

(kWh/m2)

 

Radiazione globale

Giornaliera

su piano inclinato di 30°

(kWh/m2)

January

4,22

5,7

February

5

6,2

March

5,94

6,6

April

7,77

6,7

May

            7,22

6,5

June

            7,38

6,3

July

            7,30

5,8

August

            6,91

6,0

September

            6,27

5,7

October

            5,30

5,4

November

            4,38

5,8

December

            3,97

5,4

 

Anche in assenza di foschia e nuvole, parte della radiazione solare proviene da altre direzioni e non solo direttamente dal sole. Questa frazione della radiazione solare, che raggiunge l’occhio dell’osservatore a seguito di un processo di diffusione (scattering) dovuto alla presenza di molecole d’aria e particelle di polvere, è conosciuta come radiazione diffusa Edif.

La capacità che una superficie ha di riflettere la radiazione solare verso l’esterno viene misurata attraverso il coefficiente di albedo. L’albedo varia a seconda del materiale tuttavia può essere assunto pari a 0.2.

La parte di radiazione solare che raggiunge la terra senza variazione di direzione viene chiamata radiazione Edir.

La somma della radiazione diretta, di quella diffusa e di quella riflessa è conosciuta come radiazione solare globale Eg.

Per quanto riguarda l'insolazione, i Campi Profughi Saharawi si trovano in una posizione avvantaggiata essendo collocati a Latitudine: 26,50 gradi (Nord) e Longitudine: 6,00 gradi (Est); ossia nelle zone del globo dove è basso lo spessore dell’atmosfera.

 

 

 

LA TEMPERATURA

La temperatura ambientale di una data località è un importante fattore climatico che incide su un qualsiasi progetto di pannelli FV. Infatti, il rendimento elettrico delle celle diminuisce sensibilmente all’aumentare della temperatura. A differenza di altre applicazioni elettriche, i moduli FV raramente funzionano in condizioni nominali

STC (Standard Test Condition, cioè irraggiamento pari a 1000W/m2 e temparatura di 25°); la curva caratteristica e le prestazioni elettriche di un modulo, infatti, sono fortemente influenzate dalla temperatura operativa del modulo stesso.

Il voltaggio del modulo è fortemente influenzato dalla temperatura, tanto da far riscontrare variazioni di tensione pari a -8V in estate e a +10V nei mesi invernali, per un modulo standard da 50 Wp adeguatamente ventilato.

Le variazioni di temperatura influiscono sia sulla corrente che sulla tensione. Con l’aumentare della temperatura oltre i 25°C diminuisce la tensione ed aumenta la corrente. La temperatura incide in misura superiore sulla tensione ed in misura minore sulla corrente. La potenza di picco è data dal prodotto di questi due elementi.

Normalmente per i moduli in silicio cristallino l’aumento della temperatura comporta un calo della potenza di circa lo 0,5% per ogni grado di temperatura superiore al valore di riferimento (25°C). Tenendo conto del collegamento in serie di più moduli, variazioni significative di temperatura possono anche portare ad aumenti della tensione di funzionamento dell’intero sistema dell’ordine dei 100 V, che, se non previsti in fase di progettazione dell’impianto, potrebbero causare ingenti danni alle apparecchiature poste a valle dei moduli. Nel periodo estivo la riduzione di potenza di un modulo esposto ad alte temperature può arrivare al 35% se confrontata con la potenza nominale in STC; per limitare queste perdite, sarebbe opportuno facilitare lo scambio termico del modulo con l’ambiente esterno per evitarne l’eccessivo riscaldamento. Oltre ai parametri in condizioni nominali (STC), insieme al modulo vengono forniti dei coefficienti correttivi di temperatura espressi come variazione percentuale di tensione (mV) e di intensità di corrente (mA) per °C, da cui è possibile ricavare le prestazioni del modulo ad ogni temperatura.

 

Mese

Temp. Max

Temp. min

Escursione

Media

Gennaio

18

4

14

11

Febbraio

22

5

17

13

Marzo

26

10

16

18

Aprile

32

16

16

24

Maggio

37

20

17

28.5

Giugno

45

26

19

35

Luglio

55

30

25

39

Agosto

43

30

13

37

Settembre

37

25

12

32

Ottobre

31

17

14

24

Novembre

25

14

11

19,5

Dicembre

18

4

14

11

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dati climatici relativi alla temperatura testimoniano come la Hammada algerina sia una tra le zone più dure del deserto del Sahara. A dimostrazione di ciò, il turbante oltre ad indicare l’appartenenza ad un gruppo, in base al colore e al modo di indossarlo (bianco per i marocchini, azzurro per i mauritani, nero per i Saharawi, i cosiddetti “uomini blu”, poiché il colore vegetale dei loro turbanti stingeva  lasciando un alone color indaco sulle facce), è un indispensabile copri-capo usato per proteggersi dalle alte temperature e dalla sabbia.

 

 

 

 

Dalla tabella si deduce anzitutto che la media mensile delle massime oscilla durante l’anno dai 55°C ai 18°C; quella delle minime dai 30°C ai 4°C. Le medie annue rispettivamente tra i 31.08°C ed i 16.75°C con un’escursione di 14.33°C che varia da un massimo di 25°C a luglio ai 9°C a novembre. Le differenze da un mese all’altro sono abbastanza significative, la media mensile tra massime e minime varia tra gli 11°C (dicembre e gennaio) e 39°C (luglio). Il passaggio da un mese all’altro avviene con trapassi anche di una decina di gradi.

I coefficienti che tengono conto delle variazioni di temperatura per la tensione a circuito aperto e la corrente di corto circuito, al fine della certificazione dei moduli, vengono misurati secondo la IEC 61215 e la DIN EN 61215; il coefficiente correttivo per la potenza di picco non è di solito rilevato, ma viene determinato utilizzando la procedura di calcolo descritta nella IEC 60891 e nella DIN 60 891.

I coefficienti riportati in tabella possono essere considerati validi per moduli in silicio cristallino:

 

 

 

 Coefficienti tipici di temperatura

Moduli in silicio cristallino

 Tensione a circuito aperto

  -0.30;   -0.45% /°C

 Corrente di corto circuito

+0.02;   +0.08% /°C

 Potenza MMP (STC)

 -0.37;   -0.52% /°C

 

Coefficienti tipici di temperatura.

 

  

 

 

 

Curva caratteristica di un modulo FV in diverse condizioni di temperatura

 

NUVOLOSITA’.

La nuvolosità o lo stato del cielo costituiscono un fattore decisivo per la determinazione della radiazione solare disponibile. Di conseguenza sia l’irraggiamento che la quota di radiazione diretta e diffusa variano moltissimo a seconda del grado di nuvolosità.

L’eventuale ombreggiamento dei dispositivi captanti non solo riduce la radiazione disponibile effettivamente sfruttata, ma, per i sistemi fotovoltaici in particolare, influisce negativamente sulla resa del sistema.

Gli ombreggiamenti occasionali sono polvere, foglie, escrementi di uccelli, etc. poiché nella regione desertica dei campi saharawi la nuvolosità è davvero scarsa nel corso di tutto l’anno.

 

ELIOFANIA

Per definizione, l'eliofania e' il numero di ore in cui il sole in una data località rimane direttamente visibile nell'unità di tempo stabilita: giorno, mese, anno. I calcoli astronomici ci permettono di determinare con precisione il numero delle ore di insolazione in una determinata località. La durata teorica (eliofania astronomica) non

corrisponde quasi mai a quella effettiva (eliofania osservata), dato che dipende sostanzialmente dalla nuvolosità. La frequenza delle perturbazioni atmosferiche, la maggiore o minore abbondanza di nubi, oltre a definire il clima di una regione è utile per conoscere di quanto si riduca il numero delle ore di sole teorico rispetto a quello

osservato.

Uno strumento che ci permette di misurare l'eliofania è “l'eliofanometro”: attraverso la misurazione della radiazione solare effettuata su di una striscia di carta disposta nel fuoco di una lente, è possibile stabilire la misura dell'illuminazione solare deducendola dalla bruciatura che si nota sulla striscia.

 

Jen   Feb   Mar    Apr    May     Jun      Jul    Aug   Sep  Oct  Nov  Dec

8.5   9.0      9.6   10.2   10.7     11.0    10.9   10.4    9.9   9.2   8.6   8.4

       

Il numero medio del totale delle ore/giorno in cui il sole splende per i singoli mesi nella regione di Tindouf

 

 

Osservando la tabella si vede come la differenza delle ore di sole tra il mese più assolato (giugno) e il meno (dicembre) è di 2.6 h.

 

 

EVAPOTRASPIRAZIONE

L’evapotraspirazione di riferimento (Eto) viene definita come la quantità di acqua dispersa nell’atmosfera, attraverso i processi di evaporazione e traspirazione delle piante, da un prato di ampia estensione i cui processi di crescita e produzione non sono limitati dalla disponibilità idrica o da altri fattori di stress.

Essa in pratica rappresenta la domanda evapotraspirativa dell’ambiente; è strettamente correlata alle variabili meteorologiche (radiazione solare, temperatura e umidità dell’aria, velocità del vento) e non è influenzata dai processi fisiologici della coltura.

Il quaderno 56 della FAO (Allen et al., 1998) suggerisce per il suo calcolo la formula di Penman-Monteith che prende in considerazione sia le variabili fisiologiche sia quelle aerodinamiche che stanno alla base dei meccanismi di controllo del flusso evapotraspirativo.

 

Mese

Jan

Feb

Mar

Apr

May

Jiu

Jul

Aug

Sep

Oct

Nov

Dec

Eto

5.49

6.67

8.18

10.6

12.9

14.1

15.9

15.3

12

9.6

7.3

5.4

 

Valori di ETo nei vari mesi dell’anno a Dajla, Tindouf Algeria, in mm/giorno

 

 

I valori riportati nella sono stati stimati attraverso il metodo di Penman-Monteith: questo metodo si è rivelato valido in molti ambienti, con un margine d'errore del 10%, e la FAO raccomanda questo metodo per stimare l'evapotraspirazione potenziale e per determinare i coefficienti colturali da applicare per estrapolare l'evapotraspirazione effettiva. Il limite operativo del metodo sta nella necessità di disporre di una stazione di rilevamento agrometeorologico nell'ambiente di applicazione.

 

VENTO

Il vento è un fenomeno naturale che consiste nel movimento ordinato, quasi orizzontale, di masse d'aria dovuto alla differenza di pressione tra due punti dell'atmosfera. In presenza di due punti con differente pressione si origina una forza detta forza del gradiente di pressione o forza di gradiente che agisce premendo sulla massa d'aria per tentare di ristabilire l'equilibrio.

Secondo i dati forniti dalla RASD, nelle baraccopoli Saharawi il vento ha una forza pressoché costante: la media mensile si aggira intorno ai 515 Km/giorno. Questo valore equivale a circa 21.5 km/h, cioè 5.9 m/s. Non si sa quanto questi valori siano attendibili; nel caso in cui lo fossero sicuramente sarebbe molto produttivo l’utilizzo della energia eolica.

 

PRECIPITAZIONI.

In meteorologia con il termine precipitazioni si intendono tutti i fenomeni di trasferimento di acqua allo stato liquido o solido dall'atmosfera al suolo. Si formano quando dell'aria calda e umida sale in una corrente ascensionale, si raffredda adiabaticamente fino a condensare e forma una nube, costituita da microscopiche goccioline diffuse. Se la temperatura rimane bassa nevica, se è un po' più alta piove, mentre se fa molto caldo e secco come nel deserto le gocce evaporano prima di toccare terra. Le massime precipitazioni sono intorno all'equatore (per una fascia larga 10° di latitudine). Dall'equatore ai poli si ha una graduale diminuzione con una eccezione tra i 45° e 55° di latitudine dove vi è la massima attività ciclonica. Questo secondo massimo di precipitazione è però inferiore a quello equatoriale.

I dati pluviometrici nei campi saharawi sono tipici di un regime desertico, cioè inferiori ai 250 mm/anno, quasi ininfluenti ai fini di un dimensionamento fotovoltaico

 

 

 

Scelta del sito e caratteristiche

 

Nella regione di Dakhla diversi siti sono stati identificati come possibili fruitori del sistema di pompaggio, secondo un criterio di scelta basato sui seguenti parametri:

 

·        Sito facilmente accessibile ai ragazzi del Centro di Disabilità Mentale locale, quindi non lontano dalla Escuela.

·        Raggiungibilità della risorsa idrica con scavi effettuabili manualmente (fino a 5 metri)

·        Buona disponibilità idrica (circa 100 m3/g)

·        Esistenza di infrastrutture idrauliche per limitare il costo dell’operazione

 

Sono stati considerati, inoltre, anche dei fattori socioeconomici quali:

 

·        L’adesione della comunità al progetto

·        La formazione di personale competente per la gestione e manutenzione del sistema

 

Infine è stato scelto uno spazio di circa 1 ettaro sito all’interno della struttura adibita agli orti della provincia.

 

Immagine della struttura degli orti comunitari di Dajla

 

 

 

Il sito disponeva già di alcune infrastrutture per la captazione della risorsa idrica così strutturate:

 

- un pozzo murato

- un filtro chimico (fertilizzante) per diminuire la salinità dell’acqua

- parte del sistema di tuberie per irrigazione

- un muro di cinta per riparare gli orti dalle tempeste di sabbia

 

Il pozzo non è a sezione circolare ma a sezione quadrata; si presenta come un enorme vascone le cui pareti sono stabilmente rivestite di pietre e le cui dimensioni sono:

 

 

Sezione pozzo: 10m x 10m

 

Livello statico della falda: 3 m

 

Profondità battente idrico: attualmente 65-70 cm ma con un ulteriore scavo si può raggiungere uno spessore di 2,5 m

 

 

 

Poiché il pozzo si trova all’interno di un ampio spazio riservato ad orti esso risente del drenaggio di acqua degli stessi; in pratica l’acqua che viene emunta dal pozzo per l’irrigazione , finisce nel terreno circostante, e la parte che non viene trattenuta dalle piante torna ad alimentare la stessa falda superficiale da cui attinge il pozzo. Questo processo aiuta notevolmente la ricarica dell’acquifero.

Poiché non è stato possibile effettuare prove di emungimento per verificare la portata estraibile dal pozzo si assume che la quantità di acqua estratta giornalmente per l’irrigazione dell’orto sia ammissibile, cioè non provochi un sovrasfruttamento della falda ed un conseguente esaurimento della risorsa idrica.

 

Considerando la profondità a cui avviene il pompaggio e  includendo le perdite continue e localizzate nella tubazione di mandata possiamo stabilire che tale altezza geodetica è di circa 4 metri.

 

 

 

 

STIMA DEL FABBISOGNO DI ACQUA

L’acqua è un elemento fondamentale per la vita e per lo sviluppo delle piante; essa costituisce oltre il 75% in peso delle piante erbacee. Nel momento in cui l’acqua viene a mancare, le piante entrano in uno stato di sofferenza che porta ad una riduzione della produzione e della qualità dei frutti ed infine alla morte per

disseccamento. Ogni coltura ha bisogno di una quantità d’acqua, variabile a seconda della zona climatica in cui si opera, della stagione e del momento vegetativo della pianta. La pioggia non è sufficiente a garantire da sola la crescita regolare e la produzione delle piante dell’orto in quanto anche nelle regioni più favorite dal clima la distribuzione delle precipitazioni atmosferiche è molto irregolare nell’arco dell’anno. E’ pertanto indispensabile sopperire alla mancanza d’acqua con l’irrigazione. Si riporta, il fabbisogno medio giornaliero d’acqua espresso in litri al metro quadrato per alcune coltivazioni di un orto familiare.

 

 

Colture

 

Apr    Mag   Giu   Lug   Ago   Set 

Ortaggi da frutto

-      O,5      1     4       2,5      -

Ortaggi da foglia

1        2       3     6       4        1

Media per l’orto familiare

0,5     1,5      2     5       3,5    0,5

 

Fabbisogno medio giornaliero (l/giorno m2) d’acqua per diverse colture

 

 

Un orto di 10.000 m2 ( 1 ettaro) coltivato con assortimento di specie avrà, un fabbisogno massimo giornaliero di circa 50.000 litri d’acqua al giorno. Poiché l’orto è fatto in una zona desertica dove le temperature e le condizioni meteorologiche non sono favorevoli all’agricoltura, si è assunto un fabbisogno d’acqua di circa 60 m3/g per ogni ettaro. In tabella sono riportati solo i dati relativi ai mesi primaverili ed estivi; in questo studio si è assunto che il fabbisogno d’acqua è costante tutto l’anno a causa delle scarse precipitazioni. Come regola generale è preferibile irrigare quando la temperatura dell'acqua si avvicina a quella del terreno, non quindi nelle ore più calde della giornata, ma all'alba o al tramonto quando la terra non si è ancora riscaldata o si è già raffreddata: si eviteranno pericolosi shock termici, con possibile blocco della vegetazione. Altrettanto importante è non irrigare nelle ore più assolate per evitare bruciature alle foglie, e non irrigare in giornate ventose, così da frenare le perdite d'acqua per evaporazione e traspirazione. Detto ciò, è importante disporre di un sistema d’accumulo per mezzo del quale è possibile immagazzinare l’energia prodotta nell’arco della giornata per sfruttarla la mattina presto o la sera tardi.

E’ evidente che il sistema ha bisogno di un accumulo in quanto l’acqua viene consumata ormai quando i pannelli non forniscono più energia. Anche il consumo relativo all’illuminazione ha bisogno di batterie di accumulo per sfruttare poi la sera l’energia accumulata durante il giorno.

In questa situazione si disporrà di un accumulo idraulico dell’acqua e un accumulo chimico dell’energia elettrica.

 

ACCUMULO IDRAULICO

I serbatoi per l’accumulo d’acqua possono essere metallici o di cemento. Volutamente si trascura l’esistenza di vasche in materiale plastico offerte dal mercato, perché per questo scopo sono sconsigliate: le difficoltà e gli inconvenienti che presentano vanno dal trasporto difficoltoso per l’ingombro, alla loro modesta capacità fino a giungere alla precaria durata dovuta all’esposizione ai raggi solari.

I serbatoi d’acciaio inossidabile presentano i seguenti vantaggi:

• lunga durata di vita e altamente igienici;

• per favorire il loro trasporto, spesso sono realizzati smontati, in settori impilabili, da assemblare interamente imbullonati in opera, senza necessità di disporre delle sofisticate tecnologie di saldatura che questo materiale richiede.

 

Mostrano anche particolari condizioni negative:

• difficilmente la loro costruzione può essere realizzata nel Paese in via di sviluppo in cui dovrà essere installato;

• elevato prezzo aggravato dal trasporto.

 

I serbatoi di ferro verniciato hanno le seguenti caratteristiche:

• struttura semplice, maneggevole ed economica;

• la durata dipende esclusivamente dalla verniciatura applicata per proteggerli e dalla assiduità della manutenzione;

• la forma più razionale è quella circolare, poiché la pressione dell’acqua è vinta direttamente dalla parete esterna senza necessità di particolari rinforzi;

• il fondo deve risultare appoggiato per intero su una superficie rigida, che potrà essere una piattaforma di cemento armato o una griglia composta da putrelle di metallo;

• la verniciatura è molto importante per quanto detto sopra e anche perché trasforma il serbatoio nel contenitore igienicamente più idoneo allo stivaggio d’acqua alimentare; all’interno la vernice dovrà essere di tipo che non rilascia sostanze inquinanti, omologata per poter essere posta a contatto con alimenti.

 

 

I serbatoi di cemento raramente si considerano favoriti soprattutto per difficoltà costruttive. La condizione che rende realmente alternativa la costruzione in cemento è quasi sempre quella in cui il serbatoio può essere piazzato su un’altura vicina al pozzo e, se potrà essere fatto con cisterna interrata, reggerà la spinta dell’acqua contenuta nel modo più economico.

 

    

Tipi di serbatoi nei campi saharawi

 

 

 

Il sostegno dei serbatoi, salvo quando è possibile sfruttare alture, rappresenta l’elevazione dell’acqua da cui assume la pressione necessaria a scorrere fino ai punti di prelievo più remoti. Per un prelievo d’acqua effettuato nelle immediate vicinanze del serbatoio basta la pressione data dalla sopraelevazione di 3 m, che risulta sufficiente anche se l’acqua è al minimo livello. Quando invece il prelievo è situato

lontano, l’elevazione del serbatoio deve essere aumentata di circa 3 m per ogni km di distanza, se il dimensionamento dei tubi e le condizioni delle condotte d’acqua sono ottimali.

 

Detto ciò, si possono fare le seguenti considerazioni:

 

·        La quantità d’acqua necessaria per l’irrigazione dell’orto è pari a circa                                Q= 60m3/g. Questo dato è stato sovradimensionato in quanto si tratta sempre di un territorio desertico.

·        L’acqua pompata sarà accumulata in due serbatoi comunicanti, questo per poter irrigare in ore meno calde. Va considerata in questo senso la necessità di costruire un sostegno che rappresenta l’elevazione dell’acqua da cui assume la pressione

     necessaria a scorrere fino ai punti di prelievo più remoti.

 

Assumendo la scelta progettuale di effettuare l’orto con dimensione quadrata, il punto di irrigazione più lontano dal serbatoio dista da esso poco più di 100 metri. Dimensionando i tubi con le consuete regole dell’idraulica, e tenendo conto delle perdite di carico in essi possiamo valutare l’altezza minima del serbatoio in 3 metri.

Dimensionamento impianto di pompaggio

 

   Q= come prima citato, la portata di acqua necessaria all’orto è di 60 m3/g.

 

   H= la prevalenza totale che la pompa deve superare è di 4m (profondità di      emungimento) + 3m (livello del serbatoio di accumulo) = 7 metri

 

Viste le premesse dell’opera si intende studiare l’acquisto di pompe solari, ovvero di elettropompe dotate di un motore alimentato in corrente continua, preferibile a un generatore diesel per diversi motivi:

 

·        le motopompe reperibili sul mercato lavorano in corrente alternata, ciò richiederebbe l’utilizzo di un inverter. Si è scelto di non inserire un inverter nell’impianto sia per non appesantire troppo il sistema vista anche la scarsità di personale tecnico in grado di poter badare alla manutenzione sia per la difficile reperibilità in loco di pezzi di ricambio . Inoltre la vita media di un inverter è di circa 8-9 anni, circa un terzo dei moduli fotovoltaici, ciò renderebbe meno conveniente l’investimento ed allungherebbe i tempi di payback.

·        sostenibilità del progetto: il sole è una risorsa presente in grande quantità nei campi profughi Saharawi.

·        Risparmio economico nel tempo.

·        Facilità manutenzione e gestione

 

I criteri tecnici adottati nella scelta della pompa sono i seguenti:

 

- minor energia richiesta per il sollevamento della quantità giornaliera d’acqua

- minor tempo di funzionamento delle pompe per espletare il lavoro

- facilità di installazione

- reperimento pezzi di ricambio e minimizzazione costi

 

Fissiamo il numero il tempo di funzionamento della pompa a 5h/giorno, così da avere il vantaggio di poter lavorare durante il periodo di soleggiamento e non dover usufruire sistematicamente delle batterie. Considerando che l’orario di irrigazione è previsto tra le 19 e le 22 in questa maniera riusciremo a riempire completamente il serbatoio di accumulo prima dell’utilizzo.

Tuttavia un orario di funzionamento più breve avrebbe richiesto meno sovraccarico del motore e quindi meno usura e meno manutenzione, ma avrebbe richiesto maggiore potenza e conseguentemente un sistema di alimentazione più pesante e complesso.

Fissato ciò calcoliamo la portata oraria da estrarre:

 

Q= 60 m3/5h = 12 m3/h = 200 l/min = 3,34 l/s

La potenza necessaria per estrarre detta quantità d’acqua (Q= 3,34 l/s) da un pozzo con la prevalenza H prima definita è data da:

 

P= H x g x Q(l/s) =  7 x 9,81 x 3,34 =  230 W

 

dove g è la costante gravitazionale (9,81 m/s2)

 

Viste le frequenti avversità che si verificano nella regione di Dajla, tra cui tempeste di sabbia, difficoltà di reperimento di pezzi di ricambio, aumento fabbisogno idrico nei periodi di siccità,  si è deciso di dotare l’impianto di 2 pompe che lavorino in linea per garantire il servizio anche nel caso in cui una delle due pompe dovesse rompersi. Esse possono lavorare simultaneamente in maniera sinergica al fine di diminuire il tempo necessario all’estrazione e all’occorrenza, in caso di guasto di una delle due, l’altra potrebbe provvedere a fornire il fabbisogno giornaliero di acqua.

 

E’ stata scelta la pompa PS600 C-SJ8- 5 (centrifuga) della Lorentz, le cui caratteristiche sono descritte in tabella:

 

Portata max

Prevalenza

 

Tensione

 

Efficienza

 

Potenza

assorbita

Costo

 

 

125    l/m

 

0-18 m

 

48V

 

47%

 

300W

 

1800 €

 

 

Caratteristiche pompa PS600 C-SJ8- 5 e componenti:

 

 

- motore ad immersione in corrente continua

- controller per il corretto funzionamento della pompa

- controller e disconnessione automatica  quando la batteria è scarica

- inseguimento del punto di MPPT

- regolatore corrente e tensione

- valvola di ritegno

- alta resistenza a sabbia e grani di polvere

- lunga aspettativa di vita

- regolatore di portata e pressione

 

 

 

La scelta di acquistare una pompa centrifuga, il cui rendimento è molto più basso rispetto ad altri tipi di pompa, è motivata dalla forte resistenza all’ostruzione provocata da granelli di sabbia e altre impurità evitando così una rapida usura del sistema di pompaggio.

 

Dai calcoli precedentemente effettuati, per avere un tempo max per il riempimento pari a 5 ore la portata dev’essere di 200 l/m. Il rendimento di una singola pompa è di :

 

Per= Pass x  η = 300 x 0,47 = 141 W

 

perciò inferiore alla potenza necessaria all’emungimento nel tempo stabilito (230 W). A questo scopo decidiamo di lavorare con le due pompe simultaneamente con portata equamente suddivisa (100 l/min).

 

 

 

 

Note sulla producibilità di un sistema

 

L’energia elettrica che un sistema fotovoltaico è in grado di produrre in un certo periodo dipende da diverse variabili:

-Sito d’installazione

-Disposizione dei moduli

-Superficie utile

-Efficienza del sistema

 

L’efficienza complessiva del sistema è data dal prodotto tra l’efficien­za dei moduli e              il BOS (Balance of System) . È questo uno dei parametri che condizionano fortemente la producibilità effettiva del sistema.

 

 

LA POTENZIALITA’ DEL SITO D’INSTALLAZIONE

Nel valutare l’opportunità di installare un impianto fotovoltaico e nel pro­cedere con il successivo dimensionamento di massima, il primo passo da effettuare è quello di stimare la potenzialità del sito d’installazione.

Si dispone a questo punto del dato di insolazione media annua della località di Dajla. Le varia­zioni dell’energia disponibile in funzione della disposizione dei pan­nelli sono espresse da un fattore correttivo detto fattore correttivo di inclinazione e orientamento (FIO) il cui valore è indicato nella tabella seguente.

 

 

 

 

INCLINAZIONE

[gradi rispetto al piano orizzontale]

ORIENTAMENTO

[gradi di scostamento

dal Sud]

20°

30°

45°

60°

90°

0° (Sud)

1,11

1,13

1,11

1,03

0,75

± 15°

1,10

1,12

1,11

1,03

0,76

± 30°

1,09

1,11

1,10

1,03

0,78

± 45°

1,07

1,09

1,08

1,02

0,79

± 60°

1,05

1,06

1,04

0,99

0,78

± 90° (Est - Ovest)

0,99

0,97

0,94

0,88

0,70

 

Fattore correttivo di inclinazione e orientamento

 

 

Dalla tabella risulta evidente che la resa d’impianto più elevata è quella relativa ad una inclinazione dei moduli pari a 30° e ad un orientamento dei moduli a Sud.

L’irraggiamento medio annuo, ovvero l’energia solare incidente utile, sul piano dei moduli (IM) sarà quindi dato da:

IM = I * FIO

 

 

 

RENDIMENTO DEL SISTEMA

Al fine di ottenere una previsione quanto più corretta possibile della produttività di un impianto, è necessario fare riferimento a parametri che rappresentino il funzionamento del sistema e ai dati climatici dell’installazione. Uno dei parametri che può essere utilizzato per contabilizzare le perdite di energia rispetto al quantitativo ideale legato al sito, Eideale, è l’efficienza di BOS (Balance of System), in alcuni casi espresso anche come PR (Performance Ratio).

 

ηBOS= Ereale /Eideale

 

Il quantitativo ideale di energia ottenibile dal generatore FV è pari al prodotto tra la radiazione disponibile per unità di superficie (misurata, ad esempio, in kWh/m2), la superficie attiva del generatore stesso (m2) ed il rendimento dei moduli

 

Eideale= Erad x S x  η

 

L’utilizzo di ηBOS permette di confrontare le prestazioni di sistemi collocati in diverse aree climatiche e geografiche.

A seconda della qualità dell’installazione, l’efficienza del BOS può essere assunta come variabile tra 70% e 85%.

 

 


Calcolo del fabbisogno energetico dell’utenza

 

La più importante fase progettuale, preliminare al dimensionamento dell’impianto, è senza dubbio l’accurata redazione dell’andamento della richiesta energetica dell’utenza (lungo le ore del giorno e nel corso dell’anno).

Nel nostro progetto, considerando il contesto geoclimatico, è necessario considerare, oltre alle pompe precedentemente menzionate anche altre piccole utenze:

Nella struttura degli orti sarà necessario adibire un locale a magazzino per le attrezzature ( concime, attrezzi da giardinaggio, ecc.ecc. ) e un locale per l’alloggio del custode o degli altri lavoratori, come zona d’ombra e di riposo nei periodi più caldi dell’anno. In definitiva le richieste energetiche possono essere cosi descritte:

 

 

- 3 lampadine da 12 W

- Un frigo solare in DC per le bevande e per la conservazione degli ortaggi (100 W)

- Televisore e decoder (100 W)

- 2 pompe per l’acqua da 300 W

 

 

 

 

Analisi dei carichi

 

Carichi elettrici

Potenza

Utilizzo giornaliero (ore)

 

Consumo giornaliero (Wh)

 

Lampadine

3 x 12

                  2

           72

Frigorifero

60

                24 (no d’inverno)

1080 (media)

TV e decoder

100

                  3

         300

Pompe acqua

2 x 300

                  5

       3000

TOTALE

836  W

 

 

 

        4452 Wh

 

 

 

Si noti, come indicato in tabella, è consigliabile non utilizzare il frigorifero in inverno (ossia nel periodo di minor insolazione disponibile), al fine di razionalizzare i consumi e ridurre la taglia del generatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dimensionamento sistema fotovoltaico

 

GENERATORE

Il sistema deve essere dimensionato per essere indipendente tutto l’anno, ossia anche nella giornate peggiori dal punto di vista del rapporto “fabbisogno dell’utenza/ disponibilità della radiazione solare”. Poiché nel nostro caso il carico elettrico risulta praticamente costante tutto l’anno, il mese peggiore per il sistema coincide con il mese di minor insolazione. In un caso del genere, si può cercare di livellare l’ “offerta” della radiazione solare agendo sull’inclinazione dei moduli.

Come precedentemente detto l’inclinazione che, senza dubbio, massimizza la radiazione media annua raccolta è quella di 30°. Nel caso in questione occorre favorire la possibilità del sistema FV di raccogliere energia in inverno al fine di ridurre le dimensioni del generatore (fino ad una certa inclinazione, l’energia raccolta in estate è comunque maggiore di quella invernale) e del sistema di accumulo.

Facendo riferimento alla norma UNI 8477 tale angolo alla latitudine corrispondente ai Campi Profughi Saharawi corrisponde proprio a 30°.

 

Individuato il mese peggiore, cioè dicembre, il calcolo della superficie di moduli necessaria (S) si può effettuare , in prima approssimazione, tramite la seguente formula:

 

Eg = Edic x S x ηm x ηBOS

 

Dove:

 

·        Eg è l’energia assorbita giornalmente dal carico, già calcolata e riportata in tabella

·        Edic è il valore dell’insolazione media giornaliera relativa al mese di dicembre

·        ηm è l’efficienza dei moduli fotovoltaici scelti

·        ηBOS tiene conto delle perdite nelle altre parti del sistema (cavi, batterie, regolatore di carica) ed anche di quelle dovute a deviazioni del comportamento dei moduli rispetto alle condizioni standard in cui vengono testati; come già accennato, le principali voci di perdita conteggiate nel BOS sono:

-         perdite per effetto temperatura;

-         perdite per riflessione sulla cornice dei moduli

-         perdite di mismatch

-         perdite per sporcamento e insabbiamento dei moduli

-         perdite di ombreggiamento

-         perdite nelle batterie

-         perdite nei cavi di collegamento

 

Per i due parametri ora introdotti, si sono scelti i seguenti valori:

 

ηm     = 14%

ηBOS= 75 %

 

Impostando i valori indicati, risulta:

 

S= Eg / (Edic x ηm x ηBOS) =  4,452 KWh / (5,4KWh/m2 x 0,14 X 0,75) = 7,9 m2

 

Ricordando che, per un sistema da 1kWp , per la definizione stessa di efficienza in condizioni standard, vale la seguente formula:

 

ηm (1kWp) = 1 kW/ (1kW/m2 x S ) = 1/S

 

Per determinare la potenza di picco P da installare, si può facilmente calcolare che:

 

ηm= P/Sà P= 7,9 m2 X 0,14 = 1,1 KW

 

Si prosegue scegliendo di utilizzare un componente commerciale con l’efficienza precedentemente indicata. Si è optato per il seguente modulo:

 

BP Solar “Serie 7”   BP 7180S monocristallino

 

Potenza nominale

180W

Efficienza

   14,3 %

Tensione nominale

24V

Garanzia della potenza in uscita

 

90% potenza in uscita per 12 anni

80% potenza in uscita per 25 anni

Tensione alla massima potenza (Vmp)

36V

Corrente alla massima potenza (I mp)

4,72A

Corrente di corto circuito (Isc)

5,3A

Tensione a circuito aperto (Voc)

44,2V

Coefficiente termico di Isc

(0,065±0,015)%/K

Coefficiente termico di Voc

-(160±10)mV/K

Coefficiente termico della Pmax

-(0,5±0,05)%/K

Costo

1100 €

 

 

 

 

Il numero di moduli fotovoltaici necessari per il generatore si ottiene dividendo la potenza di picco calcolata per l’impianto, per quella del singolo modulo:

 

nmod = 1100/ 180= 6,1

 

 

 

Tenendo conto dello scarto tra efficienza prevista ed efficienza effettiva del pannello (leggermente maggiore) possiamo scegliere di utilizzare 6 moduli, che portano alle seguenti caratteristiche di impianto:

 

S= 7,9 m2

Pp= 1,1 kW

 

Malgrado la tensione nominale sia un parametro chiave per la scelta del collegamento fra i moduli e degli altri elementi, la sua definizione si basa più sulla pratica impiantistica e sull’analisi dei componenti reperibili sul mercato, che su regole standardizzate.

Nel caso in analisi, vista la taglia del generatore non è consigliabile dimensionare il sistema attorno ai 12V, optando invece per 24V (il gradino successivo, 48V, si utilizza per assorbimenti di potenza più elevati rispetto a quello in questione).

 

BATTERIE

In un impianto isolato l’accumulatore fornisce energia al carico, e nello stesso tempo o in istanti diversi è ricaricato, a seconda delle condizioni climatiche e di orario, dal generatore fotovoltaico. L’accumulatore per fornire la corretta energia al carico, deve

innanzi tutto garantire l’autonomia del sistema con condizioni climatiche tali che non consentano la sua ricarica. Il numero massimo di giorni di autonomia (NSD, No Sun Days.) dipende ovviamente dal sito, per l’Algeria viene fissato a due.

Successivamente bisogna stabilire, in relazione alle normali fluttuazioni stagionali di radiazione solare (ciclo stagionale), una profondità di scarica accettabile per l’accumulatore, infatti una profondità di scarica eccessiva può generare il fenomeno della solfatazione e di conseguenza diminuire il tempo di vita dell’accumulatore.

Nella valutazione della capacità è importante valutare anche la sua variazione con la temperatura ed il tasso di scarica. Usualmente la temperatura si abbassa proprio nei mesi in cui la richiesta di energia all’accumulatore è maggiore per assenza del sole, brevità delle giornate e quindi minore radiazione solare ricevuta.

Pur non essendo stata realizzata per applicazioni fotovoltaiche, la tipologia di accumulatori elettrici maggiormente utilizzata è quella delle batterie al piombo acido (analoghe a quelle utilizzate per applicazioni automobilistiche) grazie a caratteristiche come il basso costo e la notevole reperibilità sul mercato.

L’utilizzo consueto delle batterie al piombo acido ad uso automobilistico prevede l’erogazione di correnti elevate per brevi periodi: al contrario, l’alimentazione di un carico tipico di uno “stand alone” prevede l’erogazione prolungata nel tempo di basse correnti.

Al fine di adattare la tecnologia disponibile alle applicazioni fotovoltaiche, sono state sviluppate le cosiddette batterie al piombo acido ad uso “solare”, caratterizzate dalla presenza di elettrodi con uno spessore maggiore ed una quantità più elevata di soluzione acida nella batteria.

Può essere utile, innanzitutto, ricordare le condizioni di funzionamento da evitare al fine di massimizzare la vita utile di tali batterie:

- voltaggio eccessivo in fase di carica ( corrosione e perdita di liquido)

- voltaggio troppo basso in fase di scarica (corrosione)

- scarica profonda (solfatazione)

- periodi prolungati senza una carica completa (solfatazione)

- corrente di carica molto bassa (solfatazione)

 

Riportando quanto detto in termini analitici, la capacità utile richiesta sarà data da:

 

Emax = NSD X Eg = 2 x 4452 = 8904 Wh

 

Per ottenere il valore in Ah occorre dividerlo per la tensione nominale degli accumulatori, in questo caso fissata pari a 24V.

 

Cu = 8904/24 =  371 Ah

 

Poiché la capacità utile dovrebbe essere disponibile anche quando l’accumulatore è nel suo stato di carica più basso per la variazione stagionale, la capacità nominale richiesta, fissata la massima profondità di scarica (Pdmax) pari a 0.7, sarà data da:

 

Cn = Cu /Pdmax = 371/0,7 = 530 Ah

 

Poiché la temperatura minima invernale si discosta da quella standard, occorre tenere conto della percentuale di perdita di capacità per garantire anche in tali mesi l’autonomia energetica stabilita. Si ha:

 

ΔT = Tstand – Tmin = 25 – 4 = 21°

 

Ipotizzando una perdita dello 0.7% per ogni grado centigrado al di sotto della temperatura standard, la capacità nominale effettiva dovrà essere pari a:

 

Cn.eff. = Cn / (1- 0,007 ΔT) = 530/ (1- 0,147) = 621 Ah.

 

Nei sistemi stand-alone la tensione nominale del generatore FV deve essere più alta di quella di ricarica delle batterie per far si che la tensione di MPP, alle alte temperature, sia sufficiente per la ricarica considerando anche le cadute di tensione nei cavi pari all’ 1-2 % del totale.

La scelta effettuata in fase di progettazione è la seguente:

 

 

Modello

Tipo

capacità

voltaggio

Età vita

Costo

Phaesun SP 280

Piombo- solare

  320  Ah

  12 V

10-15 anni

520 €

 

Sono necessarie quindi 4 batterie da collegare a due a due in serie e poi in parallelo per garantire il voltaggio desiderato.

REGOLATORE DI CARICA

Poiché la batterie di accumulo costituiscono il punto più delicato del sistema, il controllo di carica diviene uno degli elementi fondamentali per il corretto funzionamento e per l’affidabilità a lungo termine dei sistemi fotovoltaici isolati. La funzione principale del regolatore di carica è quella di proteggere gli accumulatori sia dai fenomeni di scarica profonda , sia dai fenomeni di sovraccarico, entrambi in grado di danneggiarli e di abbreviarne la vita utile.

Una delle caratteristiche principali di un buon regolatore di carica è senz’altro quella dell’affidabilità, ossia della capacità di mantenere all’interno di un range limitatissimo la variazione dei valori impostati come soglie di tensione.

Nel caso in esame la scelta della taglia e della tipologia del regolatore di carica da utilizzare dovrà ricadere su un componente che possieda innanzitutto i seguenti requisiti:

 

- tensione nominale 24 V

- tensione massima in ingresso: 40 V

- corrente massima sopportabile : 32 A

 

La necessità di una soglia di tensione per il regolatore (40V) più alta del valore nominale è legata al fatto che la tensione dei moduli alla massima potenza è di circa 36 V. Questo valore risulta anche più elevato in caso di funzionamento a temperature più basse. D’altro canto a temperature alte aumenta l’intensità di corrente perciò dobbiamo prevedere una soglia massima di corrente in ingresso maggiore di quella che può produrre il generatore, coincidente con la corrente di corto circuito:

 

5,3 A x 6 moduli = 31,8 A

 

La funzione essenziale del regolatore di carica è proteggere l’accumulatore da una carica eccessiva, per questo motivo vengono definiti due precisi parametri: la tensione di fine carica (T.F.C.) ovvero il valore di tensione per il quale l’accumulatore viene scollegato dal generatore, e la tensione di ripristino della carica

(T.R.C.) ovvero il valore di tensione per il quale l’accumulatore viene ricollegato al generatore.

Nel primo caso supponendo la tensione max raggiungibile da una cella pari a 2,4 V si ottiene:

 

(2,4 /2 ) x 24 = 28,8 V

 

mentre nel secondo caso supponendo la tensione di ripristino di una singola cella pari a 1,7 V si ottiene:

 

(1,7 /2) x 24= 20,4 V

 

In base ai calcoli effettuati si è optato per la scelta del seguente regolatore di carica:

 

MORNINGSTAR Tristar TS-40

Caratteristiche:

interruttore automatico

Input: 40 A

Voltaggio: 24-48 V

Costo: 230 €

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto, ora che tutto l’impianto è stato dimensionato non resta che fare una valutazione dei costi tenendo conto della spesa per l’installazione:

L’installazione dei moduli non ha problemi particolari dovuti all’ombreggiamento, visto che la zona riservata all’impianto è un enorme spiazzo desertico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                 

                                                                                batterie

                                                        

                                                                                                   

                                                                                                                

Ripartizione costi in un sistema FV stand alone

 

 

I moduli possono perciò comodamente essere ancorati al suolo su basamenti che permettano la giusta inclinazione; visto il loro peso (15kg cadauno) non sono necessarie zavorre in caso di vento. Il regolatore di carica e le batterie possono essere sistemate nel locale magazzino, al riparo dalle intemperie, e il più vicino possibile al pozzo e ai moduli per diminuire la lunghezza e quindi il costo dei cavi. La situazione più problematica presente nella regione desertica sono le tempeste di sabbia, poiché possono creare danni ai moduli FV e soprattutto possono ostacolare e inibire la crescita degli ortaggi. Per ovviare a ciò si potrebbe considerare di fare una coltivazione di canne di bambù che fungano da muro riparatorio alla zona dell’impianto.

 

Considerazioni economiche: “Azzero CO2

 

AzzeroCO2 , creata da Legambiente, Kyoto Club e dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, è una società che offre ad enti pubblici e privati, imprese e cittadini la possibilità di contribuire attivamente a contrastare i cambiamenti climatici attraverso un percorso di abbattimento delle emissioni di gas ad effetto serra.

Inoltre AzzeroCO2 neutralizza le emissioni dei gas serra associate ad una particolare attività tramite l’acquisto e l’annullamento di un corrispondente ammontare di crediti, determinato secondo criteri di valutazione puntuali.

Le attività umane sono causa di emissione di anidride carbonica (CO2), una delle principali origini dell’effetto serra in atmosfera. L'aumento dei gas serra ha infatti determinato un riscaldamento globale della Terra, fenomeno che potrebbe aggravarsi nei prossimi anni con pesanti conseguenze per l’ecosistema.

Per contrastare questa preoccupante tendenza è nato il Protocollo di Kyoto: esso impegna i Paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione (i paesi dell'est europeo), a ridurre complessivamente del 5% nel periodo 2008-2012 le principali emissioni prodotte dalle attività umane dei gas serra rispetto alle emissioni del 1990.  

In questo contesto AzzeroCO2, tenta di trasferire i principi e lo spirito del Protocollo di Kyoto sul territorio, promuovendo nei confronti di enti, aziende e cittadini un “percorso” che prevede l’analisi delle emissioni, interventi diretti per il loro abbattimento  attraverso misure di risparmio energetico, l’utilizzo delle fonti rinnovabili, la mobilità sostenibile, l’uso corretto e sostenibile dei materiali ed infine interventi indiretti  tra cui possono essere annoverati l’acquisto di energia verde e prodotti a basso impatto ambientale, crediti di emissione sul mercato volontario, interventi di forestazione nazionale. Al termine del percorso l’ente o l’azienda può a tutti egli effetti dirsi "AzzeroCO2" migliorando la propria posizione sul mercato e nei confronti di istituzioni e cittadini.  

Nella pratica del nostro caso studio è possibile godere di incentivi economici in base alle emissioni di CO2 evitate rispetto alla tecnologia precedentemente utilizzata. Fornendo ad “Azzero CO2” i dati tecnici dell’impianto FV, il calcolo delle emissioni di CO2 evitate rispetto alla generazione Diesel in base alla producibilità annua e all’efficienza, esponendo il valore sociale dell’opera e garantendo la verificabilità di tali dati è possibile usufruire di un finanziamento annuale da 5 a 25 € per tonnellata di CO2 evitata

Il primo passo da effettuare è quindi l’analisi della producibilità annua del nostro impianto:

 

Secondo le norme algerine la producibilità viene calcolata supponendo un periodo di soleggiamento annuale pari a 5,5h/giorno

 

1,1 x 5,5 x 365 =  2208 kWh

        

Dai dati raccolti ed esposti nel secondo capitolo di questa tesi, possiamo calcolare le emissioni di CO2 relative ad un impianto mobile di generazione Diesel (1kgCO2/kWh) che abbia la stessa producibilità annua:

 

2208 x 1 Kg/kWh = 2208 kg di CO2 l’anno

 

Considerando che ogni tonnellata di CO2 evitata viene valutata tra 5 e 25 €, in base alle altre caratteristiche dell’impianto, possiamo assumere , visto il risvolto umanitario di tale progetto e l’efficienza relativamente alta, un valore di 20 €/tCO2

Quindi:

20 x 2,2 = 44€ annuali

 

In definitiva per impianti di piccola taglia, come il nostro, il rientro economico è esiguo e non è neanche sufficiente a coprire le spese di manutenzione annuali.

 

 

 

SCHEMA RIASSUNTIVO COSTI D’INSTALLAZIONE DELL’IMPIANTO DI POMPAGGIO

 

Elemento    

Costo

Moduli FV

6600

Batterie

2080

Regolatore carica

230

Pompe

3600

Installazione (25%)

3130

 

Totale

 

15640 €

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valutazioni finali

 

Per quanto riguarda l’affidabilità dei generatori fotovoltaici è opportuno sottolineare che i problemi che possono compromettere irreparabilmente l’intero sistema, oppure contribuire all’innalzamento dei costi di mantenimento dell’impianto sono estremamente rari.

In generale il componente più soggetto a guasti è l’inverter a causa della sua fragilità e sensibilità fisica; questo è stato uno dei motivi per cui il sistema qui dimensionato non ne è stato dotato. Vista la possibilità di utilizzare carichi in corrente continua (frigo solare, pompe solari, lampade) si è preferito non adottare la soluzione dell’inverter poiché la sua complessità strutturale e gestionale avrebbe richiesto maggiori attenzioni nella manutenzione, nonché la presenza di personale tecnico specializzato in grado di saper gestire eventuali problemi. Inoltre la sua bassa aspettativa di vita (relativamente agli altri componenti dell’impianto) e la sua scarsa reperibilità in loco sono state altre motivazioni che hanno spinto al suo non utilizzo. Oltretutto così facendo è stata evitata un’altra perdita energetica ed economica non indifferente.

Quando si progetta un sistema FV in paesi in PVS c’è la necessità di relazionarsi con problematiche spesso assenti in altri contesti; una molto importante sta nel reperimento di pezzi di ricambio nel caso in cui si verifichino guasti. Nei Campi Profughi Saharawi le batterie d’accumulo sono un problema in questo senso: non possono essere incontrate facilmente batterie solari con le caratteristiche scelte ed inoltre, molte volte accade che il modulo FV venga “prestato” al vicino per caricare la batteria esaurita della macchina. Tutto ciò influenza enormemente le prestazioni di un sistema FV. In questo senso, è utile per esempio rendere possibile questa operazione senza che si facciano danni al sistema, per esempio mettendo dei morsetti ai capi del cavo elettrico in modo da poter attaccare e staccare la batteria senza problemi. Problema congiunto è proprio quello dello smaltimento delle batterie, che spesso vengono buttate in strada, noncuranti dell’inquinamento prodotto dalla fuoriuscita del piombo.

Per quanto riguarda il regolatore di carica, finora praticamente assente ai Campi Saharawi, l’introduzione di tale tecnologia contribuirà ad un netto miglioramento dell’efficienza del sistema.

Un altro problema è la protezione di alcune parti del sistema dal sole e dalla sabbia in generale; infatti nel progetto è prevista la costruzione di una piccola struttura chiusa.

 

L’analisi del riscontro economico di questo progetto ha il solo scopo informativo, non ha diversa utilità in quanto non esistono tempi di pay-back, ritorni economici, ecc. ecc. dato che nei sistemi stand alone non c’è possibilità di rivendere la quota di energia prodotta e non utilizzata e l’incentivo ambientale di cui si può usufruire attualmente è minimo. Non è da escludere però nel caso in cui il coinvolgimento sia relativo a tutti gli impianti fotovoltaici della regione, viste le installazioni sempre più frequenti di orti FV, di impianti aquaclor per la potabilizzazione e della solarizzazione degli ospedali.

Una idea che in futuro potrà essere sviluppata potrebbe essere quella di ingrandire l’orto e vendere al mercato il surplus di produzione di ortaggi, quantomeno per riuscire a creare un fondo cassa per le spese di gestione annuale; questa manovra potrebbe essere di facile attuazione poiché attualmente gli ortaggi vengono comprati da Tindouf, a 200 km di distanza, e poi portati a Dajla, cosa che ovviamente riduce la qualità e l’igienicità del prodotto. La difficoltà maggiore starebbe soltanto nel costruire un sistema di vendita che sia abbastanza saldo, costante e affidabile.

In effetti i progetti nei Paesi in Via di Sviluppo appartengono alla sfera della solidarietà e della Cooperazione Internazionale, e sopravvivono grazie ai fondi stanziati dall’Unione Europea, dal Ministero degli Esteri o racimolati faticosamente dalle Associazioni Non Governative; per questo motivo si è cercato di approfondire maggiormente il lato tecnico nel dimensionamento dell’impianto dando meno rilevanza  all’incidenza dei costi a favore di una maggiore efficienza e durata di vita dell’impianto.

 

 

 

 

 

 

 

Conclusioni e prospettive

 

Un semplice impianto fotovoltaico (pannelli FV,  batteria, un semplice regolatore di carica) che consente di sollevare acqua per un orto a servizio di un villaggio e di illuminare con tre lampade ad alta efficienza un’abitazione rurale costa quindi intorno ai 15000 euro. Benché, dopo la spesa iniziale, l’elettricità sia a costo zero per almeno 20-25 anni, questa somma risulta proibitiva per molte comunità rurali. Per aiutare queste popolazioni ad autoprodursi energia pulita, diverse centinaia di organizzazioni non governative di tutto il mondo promuovono progetti di installazione  dei pannelli fotovoltaici in aree rurali.

Esse si preoccupano sia di raccogliere fondi nei Paesi Occidentali per la realizzazione di programmi di cooperazione, sia di creare le condizioni sul posto affinché le popolazioni locali possano diventare proprietarie degli impianti che utilizzano.

Il finanziamento è un tema cruciale perché i guadagni tipici di una famiglia rurale fanno sì che per essi l’acquisto di un sistema fotovoltaico sia una spesa enorme. La migliore strategia si è dimostrata quella dell’acquisto dell’impianto con pagamenti simili a quelli che le famiglie affrontano per i sistemi convenzionali a batterie o gruppi elettrogeni a cherosene e gasolio e prolungati sul medio-lungo periodo (due-tre anni). Infatti, l’esperienza insegna che non è opportuno regalare i sistemi fotovoltaici perché gli utilizzatori non si sentono coinvolti. Le soluzioni di autofinanziamento possono essere molteplici: collegare il fotovoltaico ad attività produttive che rendono un reddito economico tramite cui ripagare il costo iniziale (o almeno quello di gestione) attraverso canali di sovvenzione locali (microcredito). Un altro fattore importante è quello della formazione del personale sul posto.

La soluzione preferibile è quella cooperativa: recarsi in queste aree rurali, senza portarsi dietro una squadra di tecnici ma cercandoli direttamente sul posto: bastano 4 o 5 persone che all’inizio sappiano tenere in mano un cacciavite. Si fa un piccolo corso di alcuni giorni per mostrare come funziona l’impianto, come si devono maneggiare i moduli e quali sono i problemi più frequenti e poi saranno loro che installeranno l’impianto. In questo modo apprendono come si fa la manutenzione e quali sono i punti più critici.

Esiste poi il problema del costo del combustibile, anche in un continente ricco di petrolio come l’Africa (spesso il gasolio viene venduto al mercato nero a cifre esorbitanti) e la difficoltà di approvvigionare i villaggi le cui strade di accesso possono rimanere impraticabili anche per settimane intere a causa delle tempeste di sabbia o delle alluvioni. L’energia solare diventa quindi una soluzione strategica perché gratis e non necessita di una rete di distribuzione.

Infine ritengo che la questione energetica sia di primaria e fondamentale importanza. Il sistema energetico, così com’è configurato oggi, esercita un impatto negativo sul sistema ambientale, economico, sociale e politico, nonchè su tutti gli altri sistemi e sottosistemi. L'obiettivo primo è porre all’attenzione dell’opinione pubblica l’instabilità generata da questo disequilibrio, in modo che si promuova quanto prima una politica energetica che miri alla riconversione dell'attuale sistema, palesemente incapace di favorire uno sviluppo sostenibile nel medio e lungo periodo.

Ringraziamenti

 

E' bastato camminare tra le tende, sentire i saluti gioiosi dei bambini, guardare gli occhi sinceri della gente per dimenticare il mondo lontano, il mondo civile, per sentirmi, forse dopo molto tempo o addirittura per la prima volta, padrone di me stesso, libero; libero in una prigione senza sbarre e dove i muri sono il nulla del deserto.
Una libertà fatta di niente, di miseria, ma libertà che si manifesta nella quotidianità dei piccoli gesti, nella riscoperta del contatto umano.  
Libero di giocare a piedi nudi per la strada, con i bambini che ti rincorrono e ti abbracciano, asciugando con il bordo della maglia qualche naso che scola. Libero di rispondere agli sguardi, di salutare e di parlare con tutti, di camminare senza meta.

Libero, io, di ripartire. Di lasciare quel paradiso di umanità, dove mi hanno accolto come amici di vecchia data come gente di loro.       
I Saharawi non nascondono la loro povertà e con la stessa dignità chiedono all'occidente di dividere un po' dei loro beni materiali.   
Voglio ringraziare Awallah Mohammed per avermi insegnato la cultura e le abitudini saharawi, per avermi insegnato il silenzio del deserto e per avermi fatto sentire la voce di chi è stato dimenticato, per la sua storia e per avermi aiutato ad aggirare il complicato ostacolo della censura, per avermi ospitato e scarrozzato in giro per i campi, per avermi fatto rischiare la vita e per avermela salvata.

Poi voglio ringraziare il prof. Andrea Micangeli per avermi dato questa splendida opportunità di crescita interiore, per avermi fatto innamorare del deserto e per tutto quello che sta facendo nella Cooperazione Internazionale; grazie all’ ing. Francesco Mancini e alla dott.ssa Gaia Serao, Cristina, Lighea e tutto il CIRPS per l’appoggio a distanza che mi hanno dato nei momenti di sconforto.

Infine grazie a Cesare e Nico, per i loro sogni e per la forza che mi danno, compagni di viaggio della mia vita dall’inizio di questa splendida avventura universitaria e chissà per quanto altro ancora…

 

 

“I sogni della notte sono cancellati della realtà del giorno”

proverbio saharawi

Bibliografia

 

 

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“Impianti fotovoltaici” Elsekit 2005

 

“La tecnologia fotovoltaica: stato dell’arte e potenzialità di impiego nei processi produttivi” Raffaella Gelleti Elisa Tomasinsig 2006

 

“Rapporto Energia e Ambiente 2003 , Le fonti rinnovabili”

 

“Conto Energia” Decreto Ministeriale 2006

 

“Le vie dell’acqua” resoconto missione nei campi profughi algerini

  Toures Illben saharawi ONLUS Pavia 2006

 

“ Modelli di sviluppo” Documento di lavoro degli Stati generali della Cooperazione       internazionale 2006

        

“I sistemi solari fotovoltaici: tecnologia , dimensionamento e installazione” Alberto, 2005

 

“Efficientamento e progettazione di sistemi fotovoltaici stand alone nei campi profughi saharawi” Ing. Francesco Mancini 2007

 

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“Manuale operativo di monitoraggio e valutazione delle iniziative di Cooperazione allo Sviluppo” 2006 Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo, Ministero degli Affari Esteri

 

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www.saharawi.info

www.riodeoro.it                                INFORMAZIONI SUI SAHARAWI E SULLA

www.agi.com                                    COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

www.landmineaction.com

www.giovanisaharawi.it

www.legacoopi.it

 

 

 

www.choicelectric.com

www.oeko-energie.de

www.sierrasolar.com

www.deasrl.it                                          COMPONENTI  PER SISTEMI

www.solarex.it                                      FOTOVOLTAICI E POMPAGGIO

www.conergy.it                                                    SOLARE

www.bwsolar.com.au

www.istarsolar.com

http://sunbird.jrc.it/pvgis/apps/pvest.php?lang=it&map=europe

www.lorentz.de

www.sanyo.com