Indice

Del fare ricerca sull'identità


L'etnografia è come l'oceano. Tutto quel che
vi serve è una rete, una rete qualsiasi; e allora
se vi mettete per mare e gettate la vostra rete,
state pur certi che qualche pesce lo prendete. .
(Marcel Mauss) (1)

1.1) Presentazione dei campi profughi saharawi
1.1.1)Ballando salsa nel deserto
1.1.2) Quando il nonluogo diventa campo ed il campo viene a sedersi al tuo 'tavolino'
1.2) Per un discorso sull'identità
1.2.1) Due o tre cose sull'identità: da assoluta ad assolutamente ambigua
1.2.2) Identità come luogo di interazione. I Saharawi dal confino al laboratorio
1.3)Percorso


1.1) Presentazione dei campi profughi saharawi

1.1.1) Ballando salsa nel deserto (Inizio pagina)

Novembre 1998, campi profughi saharawi.
Sto aspettando Brahim per andare a cena. Mi chiamano per andare a mangiare alla mensa dei cooperanti internazionali; ringrazio declinando la chiamata. Finalmente arriva Ibrahim, passiamo a prendere Antonella e Carla e raggiungiamo gli spagnoli. Antonella, persino nel deserto o forse proprio perché l'occasione lo richiede, si stava truccando per uscire. Siamo attesi all'ospedale dei medici cubani per una cena di benvenuto per l'arrivo dell'ambasciatore cubano ad Algeri. L'ospedale è una costruzione in muratura ad un solo piano, a poche centinaia di metri dalla 'reception' per i visitatori internazionali. Si trova in una posiziona relativamente isolata ed ha un grande cortile centrale intorno al quale si susseguono le sale operatorie e le abitazioni dei medici cubani. Cuba è uno dei paesi amici dei Saharawi e da anni gruppi di medici dell'isola caraibica trascorrono lunghi periodi nel deserto. Il pasto è decisamente più ricco di quello offerto dalla direzione della 'reception' di Rabouni. Finito la cena veniamo invitati ad andare in una sala dove proseguirà il benvenuto all'ambasciatore. Attraversiamo il cortile ed entriamo in una stanza allestita per una festa danzante. La pietra del pavimento nel centro della sala è stata ormai resa liscia dai passi di salsa e rumba di tanti anni passati nel deserto aspettando di tornare a casa. Vicino allo stereo un triangolo di segnalazione stradale pieno di luci colorate crea un atmosfera da discoteca ed un tavolo pieno di bottiglie di coca cola e rum è pronto per gli invitati. Ma è sulle pareti che si concretizza la realtà, solo a prima vista paradossale, di questa situazione. Campeggiano i poster con i volti di Che Guevara, Camilo Cienfuegos, Fidel Castro e Mustapha Sayed El Ouali e Mohamed Abdelaziz(2) . Comincia la musica e fra una chiacchiera e l'altra mi rendo conto di come i Saharawi presenti non sfigurino affatto, nel ballare la salsa, di fronte ai medici cubani. Molti di loro hanno vissuto e studiato all'Avana anche per dodici anni ed oggi sono rientrati nei campi profughi.
Provo a dare un ordine a quello che ho davanti agli occhi: sto ballando salsa all'interno di un ospedale cubano nel bel mezzo del deserto algerino, che in realtà non è Algeria, ma è un'altra cosa che ancora non è.(3)


1.1.2) Quando il nonluogo diventa campo ed il campo viene a sedersi al tuo 'tavolino' (Inizio pagina)
Il processo di globalizzazione che stiamo vivendo ha comportato il fiorire di nonluoghi; posti che non rispondono più al concetto di luogo della tradizione etnologica, che vuole una cultura localizzata nel tempo e nello spazio. Scrive Marc Auge': I nonluoghi sono tanto le installazioni necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (strade a scorrimento veloce, svincoli, aeroporti)(4) , aggiungerei anche Internet con tutte le possibilità di connessione che offre, quanto i mezzi di trasporto stessi o i grandi centri commerciali o, ancora, i campi profughi dove sono parcheggiati i rifugiati del pianeta. Viviamo, infatti un'epoca paradossale anche sotto questo aspetto. Nel momento stesso in cui l'unità dello spazio terrestre diviene pensabile e in cui si rafforzano le grandi reti multinazionali, si amplifica anche il clamore dei particolarismi, di coloro che vogliono restare soli "a casa loro" o di coloro che vogliono ritrovare una patria, come se il conservatorismo degli uni e il messianismo degli altri fossero condannati a parlare lo stesso linguaggio: quello della terra e delle radici .(5)
I Saharawi vivono da venticinque anni in un nonluogo; un nonluogo particolare che sono i campi profughi. Proprio per la sua natura di luogo di raccolta di persone appartenenti ad una stessa etnia o con uno stesso presente politico, il campo profughi generalmente non produce individualismi ed alienazione, come altri nonluoghi tendono a fare. Hanno sviluppato un sistema di coesione sociale e di trasmissione e mutazione delle proprie tradizioni coerente con il loro presente politico e storico. I Saharawi entrano continuamente in contatto con 'turisti solidali' e giornalisti, medici ed ingegneri, professori universitari e funzionari dell'ONU. Una ricerca antropologica, oggi ed in un tale contesto, deve tenere presenti tutti questi aspetti e non sperare di isolarsi in un contatto esclusivo con l'altro, perché gli altri si sono moltiplicati. L'altro con cui sono entrato in contatto e relazione, paradossalmente, nel momento in cui è stato confinato nei campi profughi, ha viaggiato molto di più e molto più lontano di quanto non avesse fatto nel suo recente passato nomade; ha visto il 'proprio territorio' varcato da individui, portatori di culture, con cui in passato non aveva mai dialogato direttamente.
La cena nell'ospedale cubano è solo uno delle tante situazioni 'impreviste' accadutemi durante la mia ricerca. Ancora più inaspettato e benvenuto è stato il verificare che il mio campo di ricerca, come un organismo vivente e mobile, mi ha seguito a 'casa', si è seduto con me a 'tavolino' indipendentemente dalla mia volontà. Sei mesi dopo il mio secondo viaggio nei campi profughi, la telefonata di una rappresentante del Fronte Polisario, mi preavvisava che sarebbero arrivati due studenti saharawi a Perugia. Avevano ottenuto una borsa di studio dal Dipartimento di Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, per frequentare le facoltà di Economia e Scienze Politiche. Oggi, a distanza di un anno e mezzo da quella prima telefonata, ci sono cinque studenti saharawi iscritti all'Università di Perugia, con cui ho proseguito a negoziare le conoscenze acquisite in viaggio. Il campo di ricerca mi si è materializzato in cucina, con la stessa subitaneità ed ineluttabilità con cui io mi sono materializzato nella tenda della famiglia che mi ha ospitato.
Se ormai non è più possibile pensare le culture come oggetti statici, risulterebbe quantomeno illogico pretendere di immaginarci immobili i/le loro portatori/trici. James Clifford in 'Strade' attacca questa visione con l'aiuto di Arjun Appadurai. Arjun Appadurai contesta le strategie antropologiche che localizzano i non-occidentali come "nativi". Egli scrive del loro "confinamento" e addirittura "imprigionamento" attraverso un processo d'ipostatizzazione rappresentativa che chiama "congelamento metonimico": un processo in cui una parte o un aspetto della vita dei soggetti sono assunti a compendio della loro totalità, finendo col costituire la loro nicchia teorica in una tassonomia antropologica. L'India è assimilata alla gerarchia, la Melanesia allo scambio, e così via. "I nativi, intesi come esseri umani confinati nei - e delimitati dai - luoghi cui appartengono, come gruppi non contaminati dal contatto con un mondo più vasto, non sono probabilmente mai esistiti" (Appadurai, 1988) . (6)


1.2) Per un discorso sull'identità (Inizio pagina)

1.2.1) Due o tre cose sull'identità: da assoluta ad assolutamente ambigua (Inizio pagina)
Il termine identità ha subito, nel corso del XX secolo, un processo di accumulazione di significati ed ambiti di riferimento. Marco d'Eramo a conclusione de 'Lo sciamano in elicottero' compie una rapida ed interessante analisi del progressivo ampliamento degli utilizzi e delle discipline, che hanno fatto proprio il termine identità. All'inizio del XX secolo diviene di uso comune grazie alla psicologia che lo adopera per individuare l'identità individuale. Poco dopo assume una specifica valenza nel linguaggio burocratico di molti Stati nazionali: ogni cittadino comincia ad essere munito di un documento d'identità. Nel 1926 il regime fascista l'ha resa obbligatoria per tutte le persone sospette e pericolose. E solo con il testo unico di pubblica sicurezza del 1931 la carta d'identità è stata estesa a tutti i cittadini italiani. Ha meno di settant'anni quest'istituzione che ci sembra così ovvia. (8)
L'antropologia e la sociologia solo più recentemente si sono occupate criticamente dell'identità, quasi sempre di tipo collettivo. In questa introduzione citerò solo una minima parte della messe di pubblicazioni che hanno incrinato la determinazione di tipo biologico-scientifico che aveva assunto questo concetto così delicato. Uno dei primi testi ad assumere e stimolare una prospettiva critica ed articolata, volta ad evidenziare contraddizioni e costruzioni identitarie è stato 'Orientalismo' (1979) di Edward W. Said(9) , che mostra come il concetto Oriente debba considerarsi quasi interamente un'invenzione europea. James Clifford, con 'I frutti puri impazziscono'(10) (1988), ci introduce nella 'modernità etnografica' fatta di contaminazioni ed attraversamenti culturali evidenti ed ormai innegabili. Jean-Loup Amselle, in 'Logiche meticce'(11) (1990), si interroga sui meccanismi politici e di forza, ereditati dal colonialismo e dall'etnologia, che hanno classificato e spesso determinato in Africa il fiorire di identità nettamente distinte su un tessuto in realtà meticcio. Ugo Fabietti in 'L'identità etnica'(12) (1995) e Francesco Remotti in 'Contro l'identità'(13) (1996), come Amselle, avvertono il pericolo, che l'irrigidimento e la reificazione del concetto di identità, generino meccanismi di appartenenza e fondamentalismo sfocianti in contrapposizioni conflittuali. In questa prospettiva Fabietti fornisce degli esempi di identità fluida; vere e proprie costruzioni d'identità come nel caso degli Uroni del Quebec e continui passaggi-scambi d'identità come avviene fra Shahsevan e Tat nell'Iran settentrionale. Enrico Castelli con i suoi studi sulla costruzione dell'immaginario coloniale italiano culminati nella mostra 'Immagini e Colonie'(14) ha messo in luce le strategie manifeste ed i meccanismi inconsci e subliminali attraverso cui si è voluto creare e si è tramandata un'immagine dell'altro, in particolare dell'Africa, a seconda delle volte desolante, selvaggia e raccapricciante, tale da giustificare ed auspicare un ingresso 'civilizzatore' degli Italiani.
L'identità comincia oggi ad assumere il profilo dell'ambiguità e della provvisorietà se confrontata con l'aurea di assolutezza e determinazione di stampo positivista che la circondava nel passato. Hobsbawm(15) ha recentemente sostenuto l'idea di una compresenza di molteplici identità collettive interscambiabili fra loro. Ha distinto fra 'identità pelle' ed 'identità magliette'. Le prime dovrebbero essere oggettivamente condivise e si baserebbero su elementi quali il colore della pelle ed il genere biologico; le seconde, che stanno prendendo il sopravvento, sono interscambiabili a seconda delle situazioni, proprio come capi d'abbigliamento. La metafora della maglietta è ancora più calzante se consideriamo l'aspetto coercitivo insito nell'abito indossato rispetto ad un altro. Determinate occasioni imporrebbero abiti determinati sino al caso estremo dei manicomi in cui ai pazienti erano imposte rigide regole comportamentali fra cui l'obbligo di indossare abiti uguali per tutti. Queste divise, vere e proprie camicie di forza dell'identità individuale favorivano l'annullamento della personalità degli individui ed in molti casi castravano all'origine la possibilità di un personale 'recupero alla normalità'. Si continuava comunque ad essere vestiti da 'matti'. Analogamente, come risulta a chi visiti la mostra 'Immagini e Colonie', nel nostro passato coloniale i 'sarti' della propaganda e dell'opinione comune hanno vestito le popolazioni africane con gli abiti dell'ignoranza, della violenza e della natura, creando vere e proprie mitologie, che in alcuni casi sono state fatte proprie dalle popolazioni native.
L'identità, chiamata in causa per spiegare e giustificare ogni sorta di comportamento, individuale o collettivo, è ormai spoglia di ogni determinazione scientifica, ma continua ad agire nelle scelte operate da attori spesso inconsapevoli.

1.2.2) L'identità come luogo d'interazione. I Saharawi dal confino al laboratorio (Inizio pagina)
Se accettiamo il concetto di identità fluida e mutevole, dobbiamo interrogarci su quali siano i processi che determinano oggi, cambiamenti un tempo impensabili, almeno nell'arco di un tempo limitato. Per iniziare ad addentrarci nel tema specifico di questa ricerca, la rappresentazione che i Saharawi danno della loro identità in cambiamento, riprendo il concetto di confine etnico così come era stato proposto da Frederik Barth in 'Ethnic Groups and Boundaries'(16) (1969) e poi ridiscusso da Fabietti nei suoi recenti studi sull'identità etnica (Fabietti 1995). Un identità fluida esige l'esistenza di confini identitari che vanno intesi in senso ampio ed articolato. Il confine etnico di Barth è una linea di distinzione più che di separazione, ma è soprattutto un luogo di attraversamento ed emergenza, una sorta di stadio liminale dell'identità, che permette il contatto e quindi il passaggio da un'identità ad un'altra sino a contemplare, in alcuni casi, la formazione di una terza. Barth dimostrava che numerosi paradigmi dell'antropologia dovevano essere rimessi in discussione: le distinzioni etniche non erano più pensabili come dovute all'isolamento geografico, all'assenza di contatti, ma erano da addebitare proprio all'esistenza di confini, che nel momento stesso in cui favorivano attraversamenti e cambiamenti identitari, consolidavano l'esistenza d'identità differenti. Le distinzioni rimanevano e se ne generavano addirittura di nuove, ma erano le comunità e gli individui, gli attori sociali, a 'migrare' da un'identità all'altra.
Quali erano in passato e quali sono oggi i confini etnici dei Saharawi? Quale tipo di 'migrazione' identitaria stanno compiendo attraverso l'esperienza dei campi profughi e la rivoluzione sociale guidata dal Fronte Polisario? Esiste una frattura e quanto è profonda fra attori sociali consapevoli ed inconsapevoli all'interno dei Saharawi? In quale maniera il progetto rivoluzionario viene mostrato al loro interno ed all'esterno? Come rappresentano visualmente i cambiamenti identitari in atto?
La rivoluzione sociale del Fronte Polisario viene pensata agli inizi degli anni settanta, ma è con l'esilio iniziato nel 1975, che comincia ad essere messa in pratica. I Saharawi si trovano a rinegoziare i loro confini etnici nel momento preciso in cui vengono a trovarsi delimitati da precisi confini geografici che non appartenevano loro: i campi profughi. L'esperienza del confino diventa ben presto quella di un vero e proprio laboratorio politico e sociale, un laboratorio identitario. Nei primi due paragrafi ho voluto introdurre con due esempi concreti, la cena all'ospedale cubano e gli studenti saharawi a Perugia, la complessità di questa situazione che ha molte sfaccettature. I campi profughi, i territori della RASD sono un porto di mare nel mezzo del deserto. I loro confini vengono attraversati in continuazione, in entrata ed in uscita da Saharawi e da non Saharawi provenienti da ogni parte del mondo e dalle competenze, scopi ed intenzioni più diversi. Popolazione un tempo nomade, con una struttura gerarchica di tipo segmentario, da venticinque anni vivono stanziati in una porzione di deserto concessa dal governo algerino, organizzati come uno Stato moderno. Un cambiamento così radicale, sebbene sia stato favorito dalla drammaticità degli eventi, ha attraversato fasi graduali e non si è ancora completato.
Nel capitolo 2 traccio un profilo storico ed etnografico dei Saharawi, dal loro arrivo, nell'Africa nordoccidentale nell'XI sec. d.c., ad oggi. I cambiamenti intercorsi nella struttura sociale saharawi, il passaggio dalla struttura segmentaria dei nomadi all'idea di popolo unico, con una patria da liberare, sono presentati alla fine di questo capitolo. Particolare attenzione viene dedicata alle strategie, messe in atto dal Fronte Polisario, per costruire un sentimento di unità nazionale e alle risposte della popolazione.
I capitoli successivi (3-4-5) affrontano, attraverso l'analisi di tre campi d'indagine particolari e delimitati, in quale maniera, concretamente, i Saharawi, attraverso le operazioni del Fronte Polisario, rappresentino, giustifichino e favoriscano i cambiamenti identitari di cui sono attori. Il capitolo 3 analizza le politiche e le poetiche messe in atto in tre operazioni di museificazione sorte nei campi profughi. Il Museo Nacional del Pueblo Saharaui, il Museo della Guerra ed il processo di museificazione di alcuni luoghi del deserto operano una riscrittura della storia saharawi, una nazionalizzazione della memoria funzionale al progetto del Fronte Polisario.
Nel capitolo 4 propongo un'interpretazione, attraverso l'analisi di sequenze fotografiche da me realizzate, di come i Saharawi abbiano messo in scena la loro identità in cambiamento, in occasione di due manifestazioni pubbliche: il XXV anniversario dell'inizio della lotta armata e la prima e per il momento unica visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nei territori della RASD.
Il capitolo 5 offre una lettura della produzione di opere figurative dei pittori saharawi e l'analisi dei disegni dei bambini. Partendo dalle problematiche legate alle arti figurative nella cultura musulmana, viene discussa la produzione di quadri all'interno dei campi profughi nella sua funzione di rappresentare e mostrare le sofferenze della storia recente ed i nuovi 'confini etnici' dei Saharawi.
Ognuno di questi capitoli può essere inteso come una discussione delle strategie dei Saharawi per dare visibilità alla loro causa ed un documento che testimonia, al di là dei singoli messaggi veicolati, il cambiamento in atto dell'identità saharawi solo attraverso lo 'scandalo' della sua presenza. Credo che non si sia mai vista una popolazione nomade creare dei musei e produrre dei quadri.


1.3) Percorso (Inizio pagina)
Agli inizi di dicembre 1997 vengo a conoscenza dell'esistenza dei campi profughi Saharawi attraverso le pagine del Manifesto. Sono alla ricerca di un argomento per la mia tesi di laurea Inizialmente penso di studiare la struttura organizzativa dei campi profughi partendo dal concetto di non luogo. Vorrei verificare se realmente i Saharawi sono stati in grado di sviluppare un sistema di solidarietà sociale e trasmissione coerente delle proprie tradizione in mutamento tale da superare lo stadio di non luogo. Vado subito alla rappresentanza di Roma del Fronte Polisario dove lavorano e vivono i rappresentanti saharawi per l'Italia. Non si tratta di una vera e propria ambasciata, (l'Italia non riconosce la RASD) ma di un appartamento vicino alla stazione Termini, dove i rappresentanti del Fronte Polisario vivono e lavorano. Mi viene assicurato da Mohamed Salem Hamada che potrò andare nei campi, sebbene non per un lungo periodo; più avanti studieremo il programma. Nei mesi successivi vado a Roma per cercare materiale alla Fondazione Lelio Basso e per incontrare Salem e Fatima Mahfud. Ad aprile mi dicono che per le celebrazioni del 20 de Mayo(17) andranno nei campi due giornalisti della RAI; sarebbe opportuno per me viaggiare con loro. Nelle due settimane di soggiorno avrei un'assistenza che non sarebbero in grado di assicurarmi altrimenti.
Partiamo il 9 maggio 1998 ed arriviamo nei campi profughi vicino a Tindouf nel sud ovest algerino il 10. Giunti a Rabouni, la "reception" dei campi si delinea il nostro gruppo che comprende, oltre a me, Khandud Hamdì (il nostro informatore ed accompagnatore sul campo), Maila Boscherini, Walter Daviddi (giornalista) e Adriano Orsi (operatore). Ognuno ha una motivazione ed un compito diverso che lo spinge a trovarsi lì. I due giornalisti della RAI sono la vera ragione di questa spedizione. Devono raccogliere materiale per un servizio per la trasmissione "Mediterraneo", e per il TGR toscano. Io e Maila ci siamo inseriti ognuno portando avanti la propria ricerca. Grazie alla presenza dei giornalisti ho potuto visitare luoghi ed incontrare persone che nella migliore delle ipotesi avrebbero richiesto una permanenza molto più lunga. I risultati sarebbero stati comunque altri. Mi sono reso conto di quale potere intrusivo, e non solo, possieda la TV. La presenza di una telecamera mi ha reso accessibili caserme, distaccamenti militari nel deserto e centri di identificazione dell'ONU. In particolare nel centro di identificazione di Auserd la telecamera è stato il nostro lasciapassare. Abbiamo potuto seguire le pratiche di identificazione mentre a Khandud (in quanto membro del Fronte Polisario) non è stato concesso di entrare. Il fatto di essere giornalisti televisivi (questa è stata l'unica volta in cui non mi sono presentato come studente di antropologia) ha fatto in modo che venissimo trattati con grande attenzione. Era come se fossimo diventati gli ispettori dell'ONU; eravamo gli ispettori degli ispettori. Un funzionario indiano ha voluto una foto con noi; un americano ci ha dato il suo biglietto da visita nel caso avessimo avuto bisogno di ulteriori informazioni in futuro. La presenza della TV è la prova nel mondo che l'ONU si sta occupando della questione del Sahara Occidentale. Una relazione della Minurso (Commissione Nazioni Unite Sahara Occidentale) sullo stato del processo di identificazione va bene per i governi e per le ONG, ma per l'opinione pubblica mondiale è più utile un servizio televisivo. Probabilmente nel CV del funzionario dell'ONU non entrerà la foto scattata con la troupe italiana, ma quella foto nella sua memoria intima e per i suoi amici sarà una delle tracce del lavoro svolto nel Sahara. Come in un gioco di specchi lui ha affidato ad un altro funzionario il compito di scattargli una foto con noi che eravamo lì a registrare visualmente il suo lavoro.
Per due settimane ho seguito l'operatore mentre riprendeva e il giornalista mentre intervistava oltre a condividere con loro i momenti di vita quotidiana. Anche per loro rappresentava una novità lavorare con persone che non fossero giornalisti. Eccezione fatta per le interviste filmate e per i ringraziamenti 'ufficiali' alle persone ed alle delegazioni che incontravamo, le interviste informative venivano condotte generalmente a due. Io e Walter avevamo presente i nostri obbiettivi, ma non abbiamo mai fissato una scaletta predeterminata e malgrado fossero interviste aperte ne sono risultate spesso delle conversazioni registrate. Non solo le risposte degli interlocutori, ma anche gli interessi e le necessità dell'altro intervistatore suscitavano nuove riflessioni e nuovi quesiti. Se non si trovava una lingua comune interveniva Khandud come interprete.

giornalista
interlocutore (interprete)
antropologo

Khandud ha avuto, fra gli altri, il merito di tenere presente quelle che erano le
mie esigenze di studente. Come ho già scritto, il soggiorno nei campi nelle modalità in cui si è svolto, è stato possibile grazie all'interesse del Polisario per un servizio televisivo sulla situazione dei Saharawi, soprattutto allora che si pensava che il referendum fosse vicino, ma grazie alla disponibilità ed alla sensibilità di Khandud, Walter e Adriano le mie esigenze e curiosità non sono state sottovalutate. Khandud sin dal nostro arrivo nei campi ha reso chiare le sue intenzioni rispetto al nostro lavoro a prescindere da quelli che potevano essere i nostri programmi. Il 10 maggio sera, una volta scaricati i bagagli dalla jeep, quando ancora non ci era stata assegnata una stanza, ci siamo seduti in uno dei "salottini" di pietra all'aperto del campo di Rabouni. Copio dal mio taccuino.
10\5\98 Khandud gioviale ed ironico durante questi due giorni di viaggio blocca Walter, il giornalista, e per la prima volta diventa guida sul campo da guida in transito e tuttofare burocratico che è stato sino ad ora.
Khandud: "Ho già lavorato con molte troupe televisive: tedesche, giapponesi, italiane che sono tornate con buone immagini. Avevano ottime attrezzature, ma secondo me la cosa più importante è capire e non si possono capire veramente i Saharawi, se non si capiscono i tempi del deserto. Io potrei studiare un programma di lavoro in modo tale che voi possiate tornare indietro con i vostri servizi ben girati, ma senza aver veramente capito. L'importante è saper attendere; è da 25 anni che noi Saharawi aspettiamo. Bisogna ogni tanto lasciar perdere l'attrezzatura e provare a capire, fermarsi e stare con la gente; poi verranno i servizi".
Il primo viaggio si è dimostrato un'utile ricognizione per individuare e delimitare il tema preciso della mia ricerca e per gettare le basi per un secondo soggiorno. Le conversazioni con Enrico Castelli, docente di antropologia visuale all'università di Perugia, mi hanno spinto ad indagare le strategie adottate dal Fronte Polisario per dare visibilità alla causa saharawi. Approfondendo questa tematica mi sono reso conto, che stavo toccando qualcosa di più ampio e complesso: la ricerca di visibilità si è trasformata a poco a poco nella necessità di promuovere, giustificare e rappresentare la rivoluzione sociale ed il cambiamento d'identità che la situazione politica e l'esperienza dei campi profughi esigevano. In quest'ottica ho preparato il secondo viaggio, che ha avuto luogo fra novembre e dicembre del 1998.
Sono arrivato nei campi profughi avendo chiari gli aspetti che dovevo indagare: la museificazione ed i pittori. L'ennesima crisi irachena ha ritardato la visita di Kofi Annan, consentendomi di partecipare a questo evento e di potere metterlo in dialogo con le celebrazioni per il 20 de Mayo, a cui avevo preso parte durante il mio primo soggiorno. Ho speso quasi tutto il mese nel campo 27 Febrero ospite di Haha Ahmed e del marito Ahmed Dafia. Durante il primo viaggio avevo incontrato Nasra Ahmed, sorella di Haha, che era stata cinque anni in Italia grazie ad una borsa di studio e che quindi parla italiano. Nasra vive nella tenda della madre, accanto a quella di Haha e mi ha introdotto nella famiglia e nel campo. La due tende della famiglia di Nasra erano per mia fortuna uno dei luoghi più 'trafficati' del campo, data l'ospitalità della famiglia e la presenza di una piccola bottega(18) di generi di prima necessità gestita da Embarca (la madre di Nasra ed Haha). Di solito nessuno straniero, a parte i 'turisti solidali' che vengono in visita alle famiglie per pochi giorni, risiede nei campi profughi, ma si viene ospitati al protocollo di Rabuni dove alloggiano i cooperanti delle ONG. L'ospitalità della famiglia di Nasra mi ha permesso di lavorare alla mia ricerca con maggiore libertà e comodità. Il campo 27 de Febrero è infatti considerato la capitale culturale dei territori della RASD, sede della scuola femminile, del centro audiovisuale e soprattutto del Museo Nacional del Pueblo Saharaui e dell'Expò dei pittori. Soggiornando al 27 de Febrero potevo raggiungere in ogni momento a piedi due importanti campi di ricerca. Del resto non sarebbe stato possibile avere a disposizione una macchina. Ero solo con il mio taccuino, il registratore e la macchina fotografica; non c'era più la telecamera dei giornalisti. Il Fronte Polisario mi aveva assegnato un membro del ministero della cultura, Brahim Cheik Breih, come interprete(19) ed assistente. Brahim (25 anni) era da poco rientrato da Cuba, dove aveva fatto le scuole superiori e seguito corsi di sociologia e cinema. Insieme a lui sono andato al Museo della Guerra ed a condurre le interviste nelle altre tendopoli oltre a condividere numerosi momenti di vita quotidiana. Utili ed inevitabili, vista la natura dei campi profughi saharawi, sono stati gli incontri con i rappresentanti delle ONG, perlopiù spagnoli ed italiani che da anni si recano nei territori della RASD. A questo riguardo le conversazioni con Sandro Guiglia del Cospe, Carla Pagano del Cric, Paco Carrion, professore di archeologia dell'università di Granada, Fermin Oliveros Garcia, educatore Antolin Sabatè, pedagogo teatrale e Alessandro Rabbiosi, ricercatore della facoltà di Scienze e Politiche di Firenze, sono state preziose per ampliare ed approfondire la mia conoscenza della questione saharawi e per procedere nella mia ricerca.
Ritornare nei campi è stato fondamentale non solo, ovviamente, per proseguire le mie indagini, ma per entrare in contatto con la popolazione. Durante il mio primo viaggio non ho avuto nessuna difficoltà a trovare occasioni di dialogo con i Saharawi, ma il presentarmi di nuovo negli accampamenti ha contribuito a procurarmi maggiore attenzione dai miei interlocutori. Malgrado la natura delle mie ricerche risultasse a molti poco chiara, incontrare uno studente, quindi non un lavoratore pagato, che si recava due volte a fargli visita ha contribuito a fornirmi più credibilità ed, in un certo senso, simpatia.
Essere l'unico non Saharawi a risiedere al 27 de Febrero, ha significato esperire e comprendere direttamente la mia figura ed il mio ruolo di ricercatore e 'ricercato', di osservatore ed osservato al contempo. Camminare liberamente per il campo senza la presenza di jeep, autista, guida o affini mi ha permesso di realizzare e sentire sin dai primi giorni che i due occhi con cui 'mi guardavo intorno' erano controbilanciati da innumerevoli sguardi altri, rivolti verso di me.

  1. Questa affermazione di Mauss si trova citata in James Clifford, I frutti puri impazziscono, p. 162, Bollati Boringhieri, Torino, 1993
  2. Insieme ai volti noti degli eroi della rivoluzione cubana ci sono i volti, nell'ordine, del primo Segretario Generale del Fronte Polisario, morto nel 1976, e dell'attuale. Il Fronte Polisario è il movimento politico riconosciuto come unico rappresentante dei Saharawi e delle loro rivendicazioni.
  3. I campi profughi saharawi e quindi l'ospedale cubano si trovano nel deserto algerino dell'Hammada, di cui una parte è stata data nel 1975 dall'Algeria al Fronte Polisario, perché organizzasse l'accoglienza dei profughi che scappavano dal Sahara Occidentale. In questo fazzoletto di deserto i Saharawi hanno dato vita alla RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica); uno Stato in esilio che aspetta di ottenere l'indipendenza di territori rivendicati, ora occupati dal Marocco. Nei paragrafi successivi e soprattutto nel capitolo 2) Profilo storicoetografico dei Saharawi verranno date le essenziali coordinati etnografiche, storiche e geografiche per potersi orientare nella lettura di questa ricerca.
  4. Marc Auge', Nonluoghi, p. 36 eleuthera, 1993, Milano.
  5. Ibidem
  6. James Clifford, Strade, pp.35,36, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
    L'affermazione di Appadurai citata da Clifford si trova nell'articolo di Arjun Appadurai, Putting Hierarchy in its place, pubblicato su Cultural Anthropology, 3 (1), pp.36-49, 1988.
  7. Marco d'Eramo, Lo sciamano in elicottero, Feltrinelli, 1999, Milano.
  8. Ibidem, pp.173-174.
  9. Edward W. Said, Orientalismo, Bollati Boringhieri, Torino,1991.
  10. James Clifford, I frutti puri impazziscono, Bollati Boringhieri, Torino, 1993.
  11. Jean-Loup Amselle, Logiche meticce, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
  12. Ugo Fabietti, L'identità etnica, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995.
  13. Francesco Remotti, Contro l'identità, Laterza, Bari, 1996.
  14. Enrico Castelli (curatore), Immagini e Colonie, Centro di Documentazione del Museo Etnografico Tamburo Parlante, Perugia, 1998.
    Enrico Castelli e David Laurenzi (curatori), Permanenze e metamorfosi dell'immaginario coloniale in Italia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2000.
  15. E.J. Hobsbawm, Identity, Politics and the Left, in 'New Left Rewiew', n.217, p.38, maggio-giugno 1996.
  16. Frederik Barth, Ethnic Groups and Boundaries, Little Brown, Boston, 1969.
    La traduzione in italiano del saggio di Barth, che nell'edizione originale introduce l'omonima raccolta di contributi, si trova nella raccolta di saggi a cura di Vanessa Maher, Questioni di etnicità, Rosenberg & Sellier, Torino, 1994.
  17. Il 20 maggio si celebra il XXV anniversario dell'inizio della lotta armata del Fronte Polisario.
  18. Tutti i generi di sussistenza e la fornitura di corrente elettrica, acqua e bombole di gas sono assicurati dal Fronte Polisario, che ridistribuisce nei campi gli aiuti umanitari. Con la fine della guerra nel 1991, è stato permesso lo sviluppo di piccole forme di commercio privato.
  19. Quasi tutte le interviste sono state condotte in spagnolo senza bisogno di interprete.