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Profilo storico-etnografico dei Saharawi


… il passato ha un significato allegorico,
è un racconto modellato dal desiderio.
Lo ieri di una persona è sdrucciolevole
e dubbio quanto quello di una nazione .(1)
Osvaldo Soriano (1995)

2.1) Profilo storico
2.1.1)Problemi e linee d'indagine per una storia dei Saharawi
2.1.2) I Berberi prima dell'islamizzazione (XII sec. a.c. - VII sec. d.c.)
2.1.3) Islamizzazione del Maghreb (VII - XI sec. d.c.)
2.1.4) Arrivo dei Maqil e fusione con i berberi (XIII - XVII sec. d.c.)
2.1.5) Primi contatti con le potenze occidentali (XIV sec. - 1885)
2.1.6) Conferenza di Berlino e prime resistenze alla colonizzazione
2.1.7) Nascita del nazionalismo saharawi
2.1.8) La guerra col Marocco ed il processo di pace
2.2) Struttura sociale tradizionale dei Saharawi
2.2.1) Composizione
2.2.2) Lignaggi
2.2.3) Asaba
2.2.4) Tribù (2)
2.2.5) Tributi
2.2.6) Caste interne
2.2.7) Organizzazione politica
2.3) Creazione di un sentimento di popolo e di nazione
2.3.1) Presentazione del problema
2.3.2) Idea di popolo
2.3.3) Idea di nazione
2.3.4) La rivoluzione sociale del Fronte Polisario


2.1) Profilo storico

2.1.1) Problemi e linee d'indagine per una storia dei Saharawi (3) (Inizio pagina)
Scrivere anche solamente un profilo storico dei gruppi etnici che costituiscono oggi il popolo Saharawi è un opera difficoltosa, forse impossibile se si dovesse rendere conto di tutte le loro singole storie. La storia presso le popolazioni nomadi ed in particolare presso quelle di cui mi occupo è un processo attraverso cui ogni tribù ha continuamente rielaborato il proprio passato per situarsi nel presente. Tutti i dati storici, che i nomadi utilizzavano, erano il frutto di tradizioni conservate nella memoria e trasmesse era mai situato in un anno preciso riconoscibile da tutti, ma in un punto del passato ricostruibile con un percorso, che dal presente si snodava a ritroso attraverso le generazioni; un percorso quindi soggettivo, quantomeno per ogni tribù. Quando moriva una persona anziana si perdeva con essa la memoria di persone e fatti della sua gioventù. Ogni tribù disponeva comunque di un sistema di annali per situare gli eventi, che era legato a fatti concreti riguardanti la vita nel deserto quali una siccità, un conflitto, una migrazione, un'epidemia, piuttosto che al computo generale del tempo dopo l'islamizzazione. Si poteva dare il caso che in un anno non avvenisse niente di così memorabile da poter essere conosciuto da tutta la tribù ed in tal caso ogni subfrazione riconosceva l'anno a seconda di avvenimenti particolari, determinando così differenze anche all'interno della tradizione di una singola tribù. Vi è poi una serie di tradizioni legate all'origine dei singoli gruppi tribali e delle loro subfrazioni che si rifanno alla storia mitica ed alla poesia epica e che sono manipolate, in continua concorrenza con le tradizioni storiche degli altri gruppi tribali, a seconda che intervengano periodi di pace, alleanze o conflitti. Questa è una storia fatta di narrazioni ricche di elementi soprannaturali che contribuiscono a dare un carattere sacro, oltre che autorevole, al lignaggio. Il fondatore è quasi sempre un taumaturgo, un eroe civilizzatore direttamente discendente da Maometto a cui vengono attribuiti detti e fatti che giustificano lo status e le mire del gruppo tribale.
Se volessimo visualizzare il corso della storia di questi gruppi tribali, dalle origini sino al XX sec., dovremmo immaginare tante linee che si intersecano in continuazione, allontanandosi e ritornando sui propri passi, come se avessimo davanti la struttura di un atomo in continua ridefinizione. Il popolo Saharawi così come si presenta a noi oggi è fondamentalmente il frutto di due aspetti principali. Da un lato vi è l'incontro fra una cultura berbera soggiacente ed una araba che vi si è sovrapposta e dall'altro il risultato di tutta quella serie di eventi che hanno visto le potenze occidentali nel corso del XIX e XX sec. estendere il loro dominio sul resto del mondo e che prende il nome di Imperialismo e Decolonizzazione.
Cercherò quindi di affrontare il problema della storia Saharawi, o meglio del processo di formazione del popolo Saharawi, prendendo in considerazione gli eventi più importanti che riguardano le relazioni fra Berberi e Arabi, e l'evoluzione dei contatti avuti con le potenze europee soffermandomi in quest'ambito principalmente sul XX sec.; sul periodo della colonizzazione spagnola e dell'invasione marocchina.

2.1.2) I Berberi prima dell'islamizzazione (XII sec. a.c. - VII sec. d.c.) (4) (Inizio pagina)
L'origine delle tribù che oggi si riconoscono sotto il nome di Saharawi si può ricondurre all'immigrazione di tribù arabe Maqil provenienti dallo Yemen, passate dall'Egitto in Tunisia nell'XI sec. e venute ad insediarsi nella regione merdionale del Marocco, nel Sahara Occidentale ed in Mauritania agli inizi del XIII sec.. In queste regioni vennero a sovrapporsi alle tribù berbere autoctone: essenzialmente i Sanhaja e secondariamente gli Zenata.
Abbiamo poche notizie su queste popolazioni berbere antecedenti all'arrivo della prima ondata araba nel VII sec. d.c..
Dal XII sec. a.c. i mercanti Fenici cominciarono a spingersi lungo le coste atlantiche del Maghreb dove commerciavano con le popolazioni berbere Imazighen, 'uomini liberi' o 'nobili' come usavano chiamarsi i discendenti delle popolazioni neolitiche. Contemporaneamente altri Berberi, altri Imazighen avevano iniziato spedizioni verso l'interno del deserto.
Il più famoso di questi viaggi, conosciuto in Europa, ebbe luogo intorno al 450 a.c. quando il cartaginese Annone con 60 pentecotere oltrepassò le Colonne d'Ercole e si spinse a sud, costeggiando l'Africa Nord Occidentale e toccando l'isola di Cerne, che gli storici ritengono sia una piccola isola vicino a Villa Cisneros, nella zona centrale dell'attuale Sahara Occidentale.
I contatti fra il Mediterraneo e gli Imazighen si interruppero con la distruzione di Cartagine ad opera dei Romani nel 146 a.c.. La colonizzazione romana della costa nord africana completata nel 29 a.c. non si spinse mai oltre il Marocco. I Romani conoscevano l'esistenza di tribù dedite al commercio attraverso il deserto e sappiamo che Plinio conosceva l'esistenza del fiume Draa, ai confini fra Marocco e Sahara Occidentale, ma non c'è evidenza di una penetrazione romana in quest'area.
Le popolazioni berbere nei primi secoli dell'era cristiana si dividevano in tre gruppi principali: gli Zenata, nell'interno dell'attuale Tunisia, i Masmuda, nella regione dei monti dell'Atlante in Marocco ed i Sanhaja, che vivevano nella vasta area desertica fra il Sus marocchino, la meridionale Trarza in Mauritania e la città di Timbuctoo nell'odierno in Mali.
I Sanhaja erano una confederazione di tre principali tribù: Gadala, Messoufa e Lemtuna. Insieme con gli Arabi Maqil sono i principali antenati degli attuali Saharawi e dei Mauri della Mauritania. Dai Sanhaja discendono anche i Tuareg del sud dell'Algeria e del nord del Mali e del Niger, i Kabili algerini ed i Rifians del Medio-Atlante marocchino. La loro migrazione verso l'interno del Sahara iniziò probabilmente nel X sec. a.c.. Incisioni rupestri risalenti a questo periodo, quando il processo di desertificazione non era così avanzato come oggi, rivelano la presenza di carri trainati da cavalli ed iscrizioni in tifinagh, gli antichi caratteri berberi, attestano l'origine berbera di queste popolazioni. L'utilizzo del cavallo e del ferro da parte dei Berberi e la pratica del nomadismo pastorale determinò probabilmente la loro supremazia sulle popolazioni nere Bafots, che furono costrette a spostarsi verso sud. I Bafots erano i precedenti abitatori del Sahara, dediti all'agricoltura sedentaria. La penetrazione berbera del deserto deve essersi protratta per un millennio e si completò solo fra il I ed il IV sec. d.c. quando il cammello si diffuse nella regione, anche grazie alle prime migrazioni degli Zenata dal nord verso l'interno.

2.1.3) Islamizzazione del Maghreb (VII sec. d.c. - XI sec. d.c.) (Inizio pagina)
Nel VII sec. d.c. ebbe luogo un avvenimento fondamentale per il continente africano: nel 640 d.c., otto anni dopo la morte di Maometto, arabi musulmani sotto la guida del califfo Umar ibn al-Khattab conquistano la penisola araba, parte dell'impero sassanide e le province di Siria ed Egitto dell'impero bizantino. Prima della fine del VII sec. i musulmani sono penetrati nel Maghreb e nel 711 attraversano lo stretto di Gibilterra con un esercito di berberi convertiti, insediandosi nel sud della Spagna.
L'islamizzazione del territorio del Sahara, dove nomadizzavano i Sanhaja e gli Zenata, avvenne lentamente e superficialmente a partire dalla metà dell'VIII sec. Le prime ondate arabe non penetrarono direttamente nel deserto, ma furono piuttosto le popolazioni berbere a diffondere inizialmente l'Islam in queste zone.
Risale a questo periodo l'estensione della supremazia dei Sanhaja sulle popolazioni dell'Africa sub-sahariana comprese fra il Senegal ed il lago Ciad. Tracce di questa dominazione si trovano nel nome del fiume Senegal, nella attestata presenza di re bianchi in questa regione abitata da popolazioni nere e nella presenza di una minoranza nera fra gli attuali Saharawi. R. Mauny ha riconosciuto le stazioni di una via carovaniera aperta intorno al 700 d.c. che si snodava attraverso 142 tappe, contrassegnate da altrettanti simboli rupestri di carri, dal colle di Zenega sino a Goundam nell'attuale Mali vicino a Timbuctoo, passando per Tauz, Fum el Hassan, Zemmur (Sahara Occ.), Adrar (Mauritania), Tagant, Tichit (Mauritania), Oualata (Mauritania). Un'altra importante via era quella che andava da Sijilmassa nel sud del Marocco sino al Ghana. I mercanti nomadi volevano spezie, schiavi, avorio e l'oro delle valli fluviali del Senegal e del corso superiore del Niger. In cambio portavano bestiame, cavalli, rame, ferro, cauri ed a poco a poco anche l'Islam. Le popolazioni nomadi divennero il tramite tra la grande area berbera, che comprendeva la Libia ed il Maghreb attuali, prima e dopo l'islamizzazione, e l'Africa sub-sahariana: due zone di popolazioni sedentarie unite da una grande rete di tribù nomadi.
All'inizio del IX sec. i Lemtouna (la più potente frazione dei Sanhaja), si scontrarono vittoriosamente con le popolazioni nere Soninke e fissarono il loro principale insediamento ad Aoudaghost: una città di 5.000 abitanti, 600 chilometri ad est di Nouakchot.
Nel secolo successivo i Sanhaja dovettero fronteggiare le pressioni delle tribù berbere Zenata da nord e delle popolazioni nere del regno del Ghana da sud.
Gli Zenata nel corso dell'VIII sec. avevano fondato nella regione di Tafilalet (sud-est del Marocco) l'insediamento di Sijilmassa e poi esteso la loro autorità sulla valle del fiume Draa (sud del Marocco), dove controllavano numerose oasi. In questo modo ostacolarono le tradizionali migrazioni ed i commerci dei Sanhaja dall'Atlante verso l'interno del deserto.
Alla fine del X sec. il regno Soninke del Ghana aveva riconquistato Aoudaghost ed imponeva tasse ai Sanhaja che vi risiedevano. I Sanhaja si videro così costretti dagli Zenata a nord e dai Soninke a sud a ripiegare verso Atar, sulle montagne mauritane dell'Adrar.
All'inizio dell'XI sec. l'Islam si diffonde fra i berberi Sanhaja con grande intensità. Mentre l'Africa mediterranea accolse subito la nuova fede, le popolazioni nomadi dell'interno del deserto si dimostrarono refrattari ad ogni tentativo di islamizzazione durante i primi quattro secoli di contatto, mantenendo le originarie credenze animiste. Solamente quando il predicatore fu uno di loro accettarono la nuova religione. Secondo la tradizione fu Yahya Ibn Ibrahim, uno cheikh Sanhaja, che, rientrato da un pellegrinaggio alla Mecca e vergognatosi dell'ignoranza della sua gente, chiese al marabutto Abdallah Ibn Yacin di seguirlo a sud ed aiutarlo a diffondere l'Islam presso i Berberi del deserto. Ibn Khaldun, lo storico del XIV sec., riporta come, nel 1030, Ibn Yacin e due cheikh Lemtouna 'si ritirarono dal mondo andando in una collina circondata dall'acqua ….e, scegliendo ciascuno il proprio luogo, si dedicarono ad una vita di preghiera'. Inizialmente si individuò il luogo nell'isola di Tidra, 150 km. a sud di Capo Blanco (Mauritania), ma tuttora non è stato trovato accordo sull'esatta ubicazione.
Presto si creò un convento (ribat) i cui appartenenti furono conosciuti come al-murabitun (da cui Almoravidi). Attirarono l'attenzione delle tribù nomadi vicine e conquistarono alla nuova fede numerosi discepoli (telamid) appartenenti soprattutto alle tribù Lemtouna che vi si recarono per meditare ed imparare i precetti dell'Islam sunnita di rito malekita e le tecniche di conversione. Quando nel 1041-42 uscirono dal ribat erano un esercito, dedito alla propaganda della vera fede e pronto alla jihad (guerra santa) contro chiunque rifiutasse di seguirli nella loro lotta contro l'animismo, la superstizione e l'eresia. In breve numerose tribù Sanhaja aderirono: Gadala, Lemtouna e Massoufa si unirono sotto il comando dello cheikh Lemtouna, Yahya Ibn Omar. Nel 1054 Yahya Ibn Omar conquistò Aoudaghost prendendosi la rivincita sul regno Soninke del Ghana; nello stesso periodo Abdallah Ibn Yacin prese Sijilmassa togliendola agli Zenata. Con queste due vittorie i Sanhaja ripresero il controllo delle rotte carovaniere trans-sahariane a discapito dei loro storici rivali. Gli Almoravidi proseguirono nel loro cammino verso nord, conquistando il Marocco (nel 1062 fondano la capitale Marrakech), l'Algeria occidentale e riunificando la Spagna musulmana contro la reconquista cattolica guidata da Alfonso VI, che aveva messo in crisi il califfato umayyade. Le tribù Sanhaja rimaste nel deserto attraversano un periodo di lotte interne per la supremazia e di ribellione nei confronti degli Almoravidi, stabilitisi nel nord del Maghreb. Il potere degli Almoravidi dura solamente un secolo, ma porta all'islamizzazione di tutta l'Africa occidentale evitando il frazionamento in riti diversi.
Agli Almoravidi succedette la dinastia degli Almohadi (1130-1269), aiutati dai berberi Masmouda dell'Alto Atlante ed il cui impero nel suo momento di massima estensione comprendeva Marocco, Algeria Tunisia e la parte musulmana della Spagna. Le tribù Sanhaya ripiegano nelle regioni che vanno dalla Saguia el Hamra al Senegal (gli attuali Sahara Occidentale e Mauritania).
Una nuova invasione si preparava da est ed avrebbe portato nel corso dei secoli successivi all'arabizzazione delle tribù berbere del deserto ed alla configurazione sociale e politica delle popolazioni che oggi si chiamano Saharawi.

2.1.4) Arrivo dei Maqil e fusione con i Berberi (XIII - XVII sec.) (Inizio pagina)
I Maqil, una popolazione di beduini arabi di origine yemenita, migrarono attraverso il nord Africa, dall'Egitto alla Libia, passando lungo il bordo settentrionale del deserto, raggiungendo lo Oued Draa (a sud dei monti dell'Atlante) e l'Atlantico durante il XIII sec.. Le tribù Maqil inizialmente aiutarono la dinastia dei Merinidi, appartenenti alle tribù Zenata e destinati a soppiantare la dinastia degli Almohadi. La successiva ostilità dei Merinidi spinse i Maqil ed in particolare il gruppo dei Beni Hassan a spostarsi verso sud. Dalla fine del XIII sec. Maqil e Sanhaja si sono fronteggiati all'interno degli attuali Sahara Occidentale e Mauritania.
Il processo di integrazione fra Sanhaja e Beni Hassan fu multiforme e complesso e ci furono numerose variazioni regionali. Nel sud del Sahara Occidentale furono gli Oulad Delim, una delle tribù dei Beni Hassan a prendere il sopravvento. Nel nord, nelle regioni dello Oued Noun e Oued Draa, i Sanhaja ed i Beni Hassan si fusero gradualmente, dando origine alle tribù Tekna.
Nel XVI sec. la Saguia el-Hamra era conosciuta come la 'terra dei santi', abitata da mistici e marabutti dediti alla preghiera ed all'insegnamento e dotati di baraka(5) . In questo periodo si ritiene che siano state fondate molte tribù, destinate a segnare la storia saharawi in futuro. Sotto la guida dei marabutti Sidi Ahmed Reguibi, Sidi Ahmed el Arosi e Sidi Ahmed Bou Ghambor, fondatori rispettivamente delle tribù Reguibat, Aroisen e Oulad Tidrarin, i Sanhaja ristabilirono la loro supremazia sui Beni Hassan nella maggior parte di quei territori, che diverranno colonia spagnola.
Ne risulta un susseguirsi di scontri ed alleanze che hanno continuamente rimodellato gli equilibri interni alle tribù, che nomadizzavano in quest'area. L'assimilazione della cultura e della lingua araba, (nel caso dei Saharawi si tratta del dialetto hassaniya) avviene attraverso la forza, la compatibilità ed anche espedienti sociali quali la pretesa discendenza da Maometto, rivendicata da molte tribù berbere per migliorare la propria posizione all'interno della complessa struttura di relazioni tribali.
Nell'attuale Mauritania la resistenza dei Sanhaja nei confronti dei Beni Hassan culminò in una guerra durata trent'anni, la guerra di Char Bouba(6) (1644-1674). Guidati da Nacer ed-Din, un marabutto dei Lemtouna, un gran numero di tribù Sanhaja, da Tiris fino al fiume Senegal , lottarono contro i Beni Hassan, fino a quando, indeboliti da divisioni interne, furono sconfitti e sottomessi, nel 1674 con l'accordo di Tin Yedfad. Si ritiene che questo coflitto abbia consacrato il sistema di gerarchico tribali, che divenne una delle caratteristiche fondamentali delle società della Mauritania e del Sahara Occidentale. Le tribù vittoriose dei Beni Hassan, conosciute come arabe o hassan, formarono la casta dei 'guerrieri'. Molte delle tribù Sanhaja sconfitte divennero 'tributarie' e presero il nome di znaga (derivazione dal nome Sanhaja). Non fu comunque un processo uniforme. Alcune tribù si allearono o fusero con i Beni Hassan ed altre recuperarono la loro posizione sociale attraverso la pratica religiosa ed il suo insegnamento, divenendo tribù zawiya (gente del libro) o, pratica frequente, manipolando la propria genealogia per rivendicare origini arabe, assumendo lo status di chorfa (discendenti di Maometto).

2.1.5) Primi contatti con le potenze occidentali (XIV sec. - 1885) (Inizio pagina)
Le isole Canarie furono la prima tappa dell'espansione europea verso l'Africa, La penetrazione diretta attraverso la costa del Mediterraneo era infatti ostacolata dalla presenza dei regni arabi, con cui l'Europa intratteneva relazioni commerciali. Il 1309 vede l'inizio di numerose spedizioni verso le Canarie, da parte soprattutto di Portoghesi e Spagnoli, che a partire dal XV sec. si contendono il controllo delle rotte commerciali delle coste atlantiche dell'Africa e dell'entroterra. Gli europei sono interessati alle materie preziose, quali oro, malachite, ambra grigia e gommalacca, provenienti dai regni africani del sud che scambiano con sale, grano, tessuti ed oggetti. Successivamente inizierà anche la tratta degli schiavi. Vengono fondate numerose basi commerciali sulla costa, punti di partenza per esplorazioni verso l'interno.
Nel 1433/34 il portoghese Gil Enanes tocca per la prima volta la costa dell'attuale Sahara Occidentale ed arriva sino a Capo Bojador. Poco dopo il Portogallo installa la propria prima base commerciale sull'isola di Arguin, a sud di Capo Blanc.
Alla fine del XV sec. il Trattato di Tordesillas (1494) definisce le sfere d'influenza di Spagna e Portogallo non solo sulle terre 'scoperte' due anni prima da Cristoforo Colombo, ma anche sui territori africani. Il Portogallo ottiene il controllo delle coste a sud di Capo Bojador sino alla Guinea; la Spagna quelle a nord sino ad Agadir.(7) Entrambe le potenze europee sono impegnate prevalentemente nella colonizzazione del continente americano e, malgrado la presenza militare, non si impegnano per controllare i territori interni, che sono conosciuti come le 'terre della dissidenza'. I sultani marocchini tentano a più riprese di assoggettare le popolazioni nomadi ed in alcuni casi, come in seguito alla spedizione del sultano Ahmed el-Mansour alla fine del XVI sec., riescono ad imporre dei tributi ed a controllare alcune vie carovaniere, ma sono sempre risultati effimeri e di scarsa durata, che non giungono mai a stabilire veri legami di sovranità territoriale e di controllo governativo.
Nei documenti che precedono il trattato di Marrakesh (1767) fra Spagna e Marocco, destinato fra le altre questioni a stabilire l'insediamento di una base commerciale spagnola sulle coste di fronte alle isole Canarie, risulta chiaramente l'autonomia dei territori dell'interno. Sidi Mohammed Ben Abdallah, sultano del Marocco, dichiara di declinare ogni responsabilità sui territori a sud del fiume Noun, dove abitano Arabi con cui è difficile applicare risoluzioni, dato che non hanno fissa dimora, si spostano liberamente sul territorio e piantano le loro tende dove vogliono. Gli abitanti delle Canarie verranno certamente assaliti da questi Arabi(8) . Re Carlo III di Spagna risponde che il sultano del Marocco si deve astenere dall'esporre un parere riguardante la base commerciale che desidera insediare a sud del fiume Noun , dato che non può assumersi la responsabilità per incidenti che potrebbero verificarsi, in quanto i suoi domini non si estendono fino a quella regione. Questi documenti verranno utilizzati nel 1975, durante i colloqui all'interno del Tribunale Internazionale di Giustizia, per controbattere le rivendicazioni territoriali del Marocco sul Sahara Occidentale.

2.1.6) Conferenza di Berlino e prime resistenze alla colonizzazione (Inizio pagina)
Verso la fine del XIX sec. la presenza spagnola si intensifica, in seguito alla corsa ingaggiata dalle potenze europee per colonizzare l'Africa. Nel 1884, in seguito alla spedizione di Emilio Bonelli ed ai contatti avuti da lui con alcuni cheikh, la Spagna dichiara proprio protettorato la regione del Rio de Oro da Capo Bojador a Capo Blanc. L'anno successivo la conferenza di Berlino ratifica la spartizione dell'Africa e la Spagna vede riconosciuta la propria sovranità sul Sahara Occidentale, i cui confini vennero rinegoziati a più riprese con la Francia prima e col Marocco poi.
La Francia, potenza dominante nell'Africa Nord Occidentale, e la Spagna dovettero fronteggiare per più di 50 anni la resistenza delle popolazioni del deserto. Il primo movimento di resistenza fu guidato all'inizio del XX sec. da Cheikh Ma El-Ainin, un marabutto di origini mauritane che fondò nel 1895 la città di Smara e guidò una coalizione di tribù provenienti da Mauritania, Rio de Oro e Saguia el Hamra. Nel 1905 chiese il sostegno del sultano del Marocco nella jihad contro gli invasori europei. Dopo iniziali promesse il sultano raggiunse accordi con i Francesi. Ma El-Ainin tentò di rinnovare l'impresa degli Almoravidi puntando all'interno del Marocco ed occupando la città di Marrakesh nel 1910. I ribelli quello stesso anno, dopo la morte di Ma El-Ainin, furono fermati dai francesi, che nel 1912 ottennero il protettorato del Marocco e portarono numerose incursioni all'interno del Sahara Occidentale, i cui territori non erano ancora realmente controllati dalla Spagna. Gli scontri si susseguirono sino al 1936, quando la Francia minacciò la Spagna di occupare il Sahara Occidentale. L'alleanza delle due potenze europee riuscì a pacificare il Sahara Occidentale e la Spagna per la prima volta prese veramente possesso della sua colonia.

2.1.7) Nascita del nazionalismo saharawi (Inizio pagina)
L'insediamento dell'amministrazione spagnola che attribuisce alla popolazione uno stato civile ed un documento d'identità e l'introduzione di un visto obbligatorio per la transumanza verso i territori francesi, consolidano nel tempo l'autoidentificazione della popolazione autoctona nei confronti dell'interlocutore spagnolo, con il quale cominciano a trattare i propri margini di autonomia. Molti Saharawi si sedenterizzano ai margini delle imprese, delle guarnigioni e dei porti spagnoli, anche se i nomadi continuano a rappresentare la maggioranza della popolazione. Il sentimento di legame territoriale al Sahara Occidentale non attecchisce subito. Il concetto di confine nazionale, tracciato ed immobile nello spazio e nel tempo non appartiene ai Saharawi. Chi ancora conduce una vita nomade inizia comunque a confrontarsi con l'esistenza di confini al di là dei quali occorre il visto Contemporaneamente il fiorire dei movimenti di liberazione nazionale in Africa, aiuta la formazione di una presa di coscienza della popolazione Saharawi, contro l'amministrazione coloniale, anche se permangono le divisioni tribali. Negli anni 50 molti Saharawi guardano con speranza all'indipendenza del Marocco e si arruolano nell'Armée di Liberation che nel 1956 porta il Marocco all'indipendenza. Riprendono gli scontri fra Saharawi e Spagnoli, ma nel 1958 l'operazione franco-ispanica Ecouvillon-Ouragan riporta l'ordine e lo scioglimento dell'Armée di Liberation, ad opera del re marocchino Mohammed V, conduce al trattato di Sintra (1958), in cui la Spagna cede al Marocco la provincia di Tarfaya a sud del fiume Draa, che sino ad allora era stata sotto la dominazione spagnola ed era abitata da Saharawi. Vengono scoperti i giacimenti di fosfati di Bou Craa che spingono la Spagna ad intensificare la colonizzazione, proprio quando nel resto dell'Africa si sviluppano i movimenti di liberazione nazionale. La colonia del Sahara Occidentale viene trasformata nelle province di Saguia el Hamra e Rio de Oro. Vedremo più avanti come questo cambiamento si ripercuote sull'organizzazione interna e sulla struttura sociale saharawi. La nuova politica coloniale della Spagna ed il risveglio del nazionalismo in Africa, determinano la nascita di un movimento nazionalista saharawi, che culmina nel 1968 con la fondazione da parte di Mohamed Bassiri del Movimento di Liberazione del Sahara (MLS), che avrà però breve vita(9) . Un secondo movimento si origina dall'incontro dei superstiti del MLS con un gruppo di studenti saharawi in Marocco, dove emerge la figura El Ouali Mustafa Sayed. Il 10 maggio 1973 viene fondato il Fronte Polisario (Fronte Popolare di Liberazione di Saguia el Hamra e Rio de Oro).

2.1.8) La guerra col Marocco ed il processo di pace (Inizio pagina)
Dopo la solenne dichiarazione del diritto dei popoli coloniali all'autodeterminazione da parte dell'Assemblea generale dell'Onu nel 1960, il Sahara Occidentale viene incluso, a partire dal 1963, nella lista dei territori cui tale principio deve essere applicato. Dal dicembre 1965 fino al 1973 vengono approvate annualmente dall'ONU, con il voto contrario della Spagna, risoluzioni con l'esplicita richiesta di un referendum di autodeterminazione. La risoluzione del 1972 include per la prima volta anche il diritto all'indipendenza. Nell'agosto del 1974, la Spagna annuncia di volere tenere un referendum, sotto gli auspici dell'ONU, entro l'anno successivo. Nell'autunno del 1974, procede al primo censimento della popolazione. Non si fa attendere la reazione di Hassan II, re del Marocco. Sono anni in cui il potere della monarchia è in grave crisi, e si sospettano i vertici militari di essere responsabili di due attentati alla vita del re. Hassan II prende in mano la bandiera del recupero del 'Sahara marocchino', chiamando a raccolta, intorno al tema dell'integrità nazionale, tutti i partiti, distogliendo l'attenzione dai problemi interni e neutralizzando, anche con la violenza, ogni opposizione. Le rivendicazioni di Hassan II sul Sahara Occidentale sono solo una parte del sogno del Grande Marocco che mira al 'recupero' anche di parte di Algeria e Mali e dell'intera Mauritania.
Hassan II, non potendo andare oltre una guerra verbale con la Spagna, decide di ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja (settembre 1974) affinché si pronunci sulla legittimità del Marocco ad insediarsi nel Sahara Occidentale. Il 16 ottobre 1975 la Corte dell'Aja emette il suo parere. Il pronunciamento è chiaro: se da una parte il Sahara Occidentale non era 'terra di nessuno' prima dell'occupazione spagnola, dall'altra i rapporti che sono esistiti, con il Marocco e la Mauritania non sono di natura tale da stabilire un vincolo territoriale e da impedire l'applicazione del principio di autodeterminazione. Il re organizza la 'marcia verde' con cui 350.000 marocchini scortati dall'esercito, penetrano nel nord del Sahara Occidentale. Il 24 novembre 1975, quattro giorni dopo la morte di Franco, la Spagna si ritira cedendo i territori a Marocco e Mauritania, come stabilito negli accordi segreti di Madrid. Il Fronte Polisario, che durante una visita di osservatori dell'ONU, nel maggio del 1975, era stato riconosciuto come la forza rappresentativa della maggioranza dei Saharawi, organizza la fuga di migliaia di persone attraverso estenuanti marce nel deserto fino in Algeria, dove nei pressi di Tindouf viene allestita una prima tendopoli. Dalla fine del 1975 alla primavera del 1976, continua l'esodo di massa verso l'Algeria guidata da Houari Boumedienne, che anche in passato si era mostrato avverso alle mire espansionistiche del Marocco. L'aviazione marocchina bombarda i fuggiaschi con bombe al napalm, al fosforo ed a frammentazione facendo numerose vittime nei pressi di Guelta Zemmour e Bir Lahlou. Il Fronte Polisario, sebbene in esilio, proclama l'indipendenza e la nascita della R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi Democratica) il 27 febbraio 1976 a Bir Lahlou. La costituzione provvisoria definisce la nuova repubblica: araba, islamica, democratica e sociale. L'Islam è la religione di stato e l'arabo la lingua ufficiale. La popolazione saharawi è divisa in due. Da una parte chi è rimasto nei propri territori sotto la dominazione marocchina e dall'altra chi è fuggito nei campi profughi, nel nuovo Stato in esilio. La guerra continua sia dal punto di vista militare che diplomatico. Il 9 giugno 1976 El Ouali Mustapha Sayed viene ucciso in un scontro con l'esercito mauritano. Nel 1979 la Mauritania ratifica un accordo di pace. Mohammed Abdelaziz viene eletto segretario generale, carica che ricopre tuttora. Nel 1982 la R.A.S.D. viene ammessa all'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana) quale 51° stato membro, inducendo così il Marocco ad uscirne. Nel 1991 termina la guerra ed in seguito alla risoluzione 690 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU inizia un lunghissimo processo d'identificazione che deve portare al referendum sull'autodeterminazione del popolo Saharawi. Per gestire l'identificazione è stata istituita la MINURSO (Missione Internazionale delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale). Dopo anni di stallo ed un comportamento ambiguo degli ultimi due segretari Generali dell'ONU Perez de Cuellar e Boutros Ghali, gli impegni presi dal nuovo Segretario Generale Kofi Annan ed il coinvolgimento degli Stati Uniti nella figura di James Baker facevano presagire dei progressi. In realtà la data del referendum continua a venire rinviata. Oggi il processo d'identificazione è terminato e si stanno analizzando le decine di migliaia di ricorsi presentati dal Marocco. Se si dovesse votare in questo momento prevarrebbe la mozione che vuole un Sahara Occidentale libero ed indipendente, ma nel consiglio di Sicurezza dell'ONU sta prendendo corpo l'idea dell'autonomia all'interno del Marocco. Il Fronte Polisario si oppone fermamente e fa sapere che se entro l'inizio del 2001 non sarà fissata una data prossima per il referendum, che preveda le due mozioni originarie (annessione o indipendenza), come stabilito dagli accordi di Houston, la parola tornerà alle armi.


2.2) Struttura sociale dei Saharawi
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2.2.1) Composizione (Inizio pagina)
I Saharawi appartengono alle popolazioni nomadi di lingua araba che vivono nella distesa desertica che va dal fiume Draa a sud dell'Atlante marocchino, sino alle valli dei fiumi Senegal e Niger. Storicamente sono il risultato della graduale fusione di popolazioni berbere (Sanhaja), che si insediarono nell'area occidentale del Sahara nel primo millennio a.c., beduini arabi conosciuti come Beni Hassan, che iniziarono a penetrare in questa regione nel XIII sec. d.c. proveniendo dallo Yemen e popolazioni nere della Africa subsahariana schiavizzate durante i numerosi conflitti con i regni del sud.
La genesi dell'insieme di tribù, che prende oggi il nome di Saharawi e che nel passato erano identificati dalle tribù vicine come Ahel es-Sahel (gente del Sahel), è il risultato di un lungo e complesso processo d'interazione fra questi elementi costitutivi attraverso guerre, alleanze, sottomissioni e commercio di schiavi.
Il sistema che si è originato rispecchia sostanzialmente il sistema delle tribù segmentarie il cui primo teorizzatore, sulla scia degli studi condotti da Robertson Smith alla fine dell'800 sugli Arabi del deserto, fu Evans Pritchard. Ne risulta un insieme di tribù diversificate fra loro, prive di un organo di potere centrale permanente, ma unite dal fatto di riconoscersi come un gruppo omogeneo ed indipendente.

2.2.2) Lignaggi (Inizio pagina)
La società saharawi si struttura verticalmente in tribù (qaba'el, sing. qabila) ed in caste. J.C.Baroja preferisce utilizzare il termine 'cabila' invece di 'tribù' in quanto maggiormente comprensibile per i Saharawi con cui entra in contatto durante i suoi studi negli anni 50. Oggi sono i Saharawi che vanno incontro agli interlocutori stranieri, alla ricerca di tracce della struttura passata e non solo, utilizzando il termine 'tribù'. In realtà solo ultimamente e non senza difficoltà ed un certo sospetto, che il termine 'tribù' sta ricomparendo nel vocabolario dei Saharawi(10) . In questo caso specifico si tratta evidentemente di un retaggio coloniale ed è quindi un termine da usare con attenzione e consapevolezza. Il suo utilizzo in questa ricerca deve essere letto secondo l'accezione classica con cui è stato fatto proprio dall'antropologia: un gruppo costituito da lignaggi i quali si riconoscono tutti come discendenti da un unico antenato(11). Non deve quindi essere considerato in alcun senso, se mai ci fosse bisogno di spiegarlo, in termini svalutativi o dispregiativi, come i recenti dibattiti, che hanno attraversato le discipline antropologiche, hanno giustamente criticato.
Alla base di questo sistema segmentario vi sono i lignaggi che rappresentano l'unità di riferimento fondamentale per stabilire discendenze e relazioni all'interno della tribù e delle sue subfrazioni (afkhad, sing. fakhd). I membri di ogni tribù possono tracciare la loro discendenza per via patrilineare, da un comune antenato posto all'apice dell'albero genealogico della tribù. La tribù porta quasi sempre il nome del fondatore che è conosciuto quale un uomo valente in guerra e profondo conoscitore della religione se non addirittura santo per la sua devozione ed i suoi poteri particolari. I suoi discendenti a loro volta, rappresentano i fondatori delle frazioni e delle subfrazioni in cui si divide la tribù. L'ultima cellula è rappresentata dalla famiglia. Invece di considerare il lignaggio da un punto di vista discendente come negli studi genealogici occidentali, li si prende in considerazione da un punto di vista ascendente. Il lignaggio per queste tribù nomadi ha un valore soprattutto funzionale e pragmatico piuttosto che di interesse puramente intellettuale e storico. Lo stabilire una discendenza comune, il riconoscere l'appartenenza ad una medesima frazione, rappresenta l'unica garanzia di sicurezza ed aiuto in un ambiente dove le risorse sono scarse e gli scontri frequenti. Si ritiene che ogni individuo debba conoscere il nome di almeno sette antenati, per risalire nel tempo almeno sino al fondatore di una subfrazione sufficientemente importante. Inoltre determina lo status di una persona all'interno della società, i suoi diritti e le sue obbligazioni in caso di pagamenti di debiti di sangue e politiche matrimoniali. Il debito di sangue o diya viene contratto da un gruppo quando uno dei suoi componenti commette un omicidio. All'interno delle tribù Saharawi, tradizionalmente il prezzo che il singolo deve pagare è all'incirca di cento cammelli, che essendo al di sopra delle possibilità, spesso anche di una sola famiglia, viene raccolto fra gli agnati dell'assassino o fra tutte le persone legate a lui da patti o asaba. Questo tipo di solidarietà agnatica viene chiamata asabiya.

2.2.3) Asaba (Inizio pagina)
Il dispiegarsi dell'asabiya, attraverso patti detti asaba, unisce fra loro individui o gruppi con una discendenza comune, ma può anche sancire l'inizio di un rapporto di solidarietà fra persone o gruppi che scelgono convenzionalmente di legarsi. In teoria entrambe le parti si trovano ad uno stesso livello e non si richiedono ne un sacrificio, ne il pagamento di un tributo. Questo patto di solidarietà può presentarsi in varie forme. Attraverso l'asaba un individuo isolato può essere ammesso all'interno di una frazione con cui non vi sono legami agnatici, od un gruppo di persone difronte allo sfaldamento della loro subfrazione od alla grande distanza che li separa dal nucleo centrale, decidono di unirsi ad un'altra. Si può anche dare il caso in cui intere frazioni stabiliscono asaba. Attraverso questi processi venivano continuamente ridefinite le alleanze e le relazioni fra tribù, scavalcando spesso l'originaria struttura segmentaria, che mutava nella sua configurazione, ma non nel suo significato. Oggi come nel passato nessun gruppo etnico è costituita solo dai discendenti dei fondatori, ma è il frutto di una serie di processi all'interno dei quali l'asaba ha svolto un ruolo fondamentale.

2.2.4) Tribù (Inizio pagina)
Il contatto fra tribù di origine diverse ed il lungo processo di arabizzazione hanno portato nel corso del tempo ad una stratificazione sociale, che in base alla reale o rivendicata discendenza dal fondatore delle tribù arabe (Beni Hassan) e dallo stesso Maometto, posiziona verticalmente ed orizzontalmente le 40 tradizionali tribù Saharawi e le loro frazioni..
Le tribù di origine araba occupano un posto di rilievo rispetto a quelle di origine berbera (Sanhaja) e sono chiamate anche 'tribù libere', in contrapposizione alle altre dette anche 'tributarie' (znaga).
Le tribù arabe si dividono in guerriere e religiose. Coraggio e santità sono i due attributi distintivi per queste popolazioni del deserto.
Le prime sono anche chiamate ahel mdafa (gente del fucile), o hassan in quanto discendenti delle tribù arabe Beni Hassan fondate da un parente di Alì (genero di Maometto) e che giunsero nel Sahara occidentale nel XIII sec. d.c.. All'interno di questa casta troviamo gli Oulad Delim ed i Tekna di cui nel Sahara Occidentale sono maggiormente presenti gli Izarguien e gli Ait Lahsen. Sono considerate le tribù più temibili del deserto per il loro orgoglio e la loro violenza negli scontri.
Le seconde sono le tribù chorfa (sing. cherif) che si considerano dirette discendenti di Maometto. Caro Baroja scrive di cheikh in grado di tracciare a memoria l'albero genealogico che conduce a Maometto attraverso più di trenta nomi di antenati (12) legati ai lignaggi della dinastia Idriside. In realtà come abbiamo già visto si tratta spesso di operazioni politiche attraverso cui si acquisisce lo status di tribù 'libere' malgrado l'origine berbera. Le principali tribù chorfa sono: Reguibat, Arosien, Oulad Bou Sbaa, Ahel Cheikh Ma el-Ainin, Taoubalt e Filala. I Reguibat che presero il sopravvento alla fine del XIX sec. si affidarono alla loro abilità di guerrieri più che alla loro devozione religiosa. Le genealogie ufficiali si basano spesso sulla vita di figure di santi quali per l'appunto Sidi Ahmed Reguibi, che appartengono più al mito che alla storia. Inoltre è certo che, malgrado l'adozione del dialetto arabo hassaniya, molte di queste tribù erano di origine berbera (Sanhaja), e grazie alla loro forza militare ed a genealogie chorfa inventate, sono sfuggite al destino di altre tribù Sanhaja divenute tributarie (znaga).
Un'altra categoria di tribù con una spiccata vocazione religiosa, in grado di
riscattarla in alcuni casi dallo status di znaga (tributario) è quella degli zawiya. Le tribù zawiya, anche conosciute come ahel ktub (gente del libro), benché non rivendicassero la discendenza da Maometto, erano costituite da eruditi dediti allo studio ed all'insegnamento della religione e delle scienze. Sono presenti soprattutto in Mauritania; nel Sahara Occidentale sono rappresentati dagli Oulad Tidrarin.
All'ultimo gradino della fluida struttura gerarchica dei Saharawi vi sono le tribù znaga o tributarie, di origine berbera e che maggiormente resistettero al processo di arabizzazione. Il loro nome deriva chiaramente da Sanhaja, il ceppo di tribù berbere che abitavano il deserto prima dell'arrivo degli arabi Beni Hassan. Il termine znaga o aznaga era usato nel XV e nel XVI sec. dai primi esploratori europei con una valenza etnolinguistica per indicare le popolazioni nomadi non arabe di questa zona del Sahara, che non parlavano l'hassaniya. ma una lingua chiamata azeneguy. In seguito il termine 'znaga' perdette la sua connotazione etnolinguistica per adottare quella sociale di 'tributario'. Questa evoluzione riflette il processo attraverso cui gli arabi presero il sopravvento, introducendo l'hassaniya e obbligando i berberi a pagare loro tributi. Gli znaga venivano anche chiamati lahma o 'carne senza ossa' ad indicare il fatto che non erano in grado di difendersi e dovevano pagare tributi, per ottenere la protezione delle tribù guerriere. Fra le tribù znaga significativo è il caso degli Oulad Tidrarin, che hanno oscillato nel corso della loro storia dallo status di zawija (gente del libro) a quello di znaga, divenendo sottoposti degli Oulad Delim.
Le tribù saharawi così ripartite, nomadizzavano in aree distinte, anche se naturalmente fluide. Le tribù tributarie erano per lo più dedite alla pesca ed all'agricoltura e vivevano sulla costa, le tribù guerriere, dedite alla pastorizia, si trovavano nelle regioni interne, settentrionale e meridionale, in continuo contrasto con i tentativi di assoggettamento da parte dei sultani marocchini a nord e degli emiri mauri a sud. Le tribù religiose o chorfa nomadizzavano prevalentemente nelle zone centrali dell'interno, risultando essere il punto di contatto di questa 'confederazione' di nomadi.
Queste divisioni sono il frutto di rapporti di potere in continua ridefinizione attraverso scontri, ma anche abili manipolazioni genealogiche e storiche, volte a costruire rappresentazioni delle proprie origini spendibili politicamente nei confronti delle tribù vicine. Non bisogna quindi meravigliarsi se, secondo dati della fine del XIX sec., le tribù znaga rappresentano solo un ottavo della popolazione. Gli Spagnoli giunti nel Sahara Occidentale, non intuirono il mutevole sistema di rappresentazioni che i Saharawi davano di se, o più probabilmente non erano interessati a conoscere una popolazione con cui ancora non avevano deciso di entrare veramente in contatto. Solo più tardi, compreso il sistema di relazioni competitive fra le tribù, privilegiarono i rapporti con alcune a svantaggio di altre, per stressarne le divisioni e mantenere i Saharavi divisi. In quest'ottica il censimento spagnolo del 1974 fu attuato su base tribale ed analogamente si sono svolte le operazioni d'identificazione delle Nazioni Unite negli anni 90.

2.2.5) Tributi (Inizio pagina)
Un complesso sistema di relazioni tributarie rappresenta la base dei rapporti attorno a cui si struttura la società tradizionale saharawi. Alcuni tributi avevano carattere degradante e mettevano a dura prova l'economia delle tribù, altri sancivano patti ed alleanze e non avevano queste connotazioni negative.
Il tributo più frequente e dalle implicazioni più umilianti era la horma. Veniva pagato dalle tribù znaga a quelle guerriere o hassan in cambio di protezione. La horma era pagata individualmente da ogni capo famiglia znaga ad una famiglia designata, all'interno della tribù guerriera a cui si era soggetti. Ogni anno il tributario doveva consegnare un cammello, un pezzo di tela o l'uso del latte di un animale, obbligando il ricevente a dargli protezione od ad aiutarlo in caso di bisogno. Questo tipo di relazione imponeva il tributario a non portare armi e quindi a non potere difendersi od organizzare ghazzi, condizione umiliante all'interno di una popolazione dove il prestigio si acquisiva per discendenza, ma soprattutto attraverso la saggezza mostrata nella risoluzione delle controversie e l'onore ed il coraggio mostrati in battaglia.
Il ghaffer rappresenta un tipo di tributo, spesso dato sotto forma di un dono, che viene pagato collettivamente e non ha carattere umiliante. Un'intera tribù o una sua frazione paga il ghaffer (in genere una o due dozzine di cammelli) ad un'altra, per mantenere un patto od un alleanza. Un esempio conosciuto di ghaffer era rappresentato dal dono annuale di otto cammelli dati agli Izarguien dagli emiri di Trarza (Mauritania) sino all'inizio del xx sec.. Si trattava di un segno di riconoscenza per l'aiuto militare fornito dallo cheik Hammou Said all'emiro Ali Chandora, all'inizio del XVIII sec..
Il terzo tipo di tributo che analizziamo, ha le caratteristiche di un sacrificio. La debiha, attraverso la quale si stabilivano accordi, si risarcivano danni o si compensavano debiti si effettuava sacrificando una capra od una pecora difronte alla khaima (tenda) o al friq (accampamento) della famiglia o della frazione a cui si chiedeva protezione od a cui si doveva qualcosa. Per esempio i Reguibat si sottoponevano alla debiha ogni qualvolta, per recarsi a nord, ai mercati dello Oued Noun e dello Oued Draa, dovevano attraversare i territori delle tribù Tekna. Nel caso invece che si trattasse della compensazione per un crimine commesso, la debiha assolveva solamente i reati minori come la rissa o l'avere sparato a qualcuno senza colpirlo. Nel caso di un ferimento era richiesto un sacrificio più oneroso (targhiba): un cammello.

2.2.6) Gerarchie interne (Inizio pagina)
Una volta caratterizzate le gerarchie ed i lignaggi, attraverso cui si relazionavano le tribù, prendiamo in considerazione alcune divisioni verticali che le attraversavano al loro interno. In ogni tribù, sia che si trattasse di guerriere, religiose o tributarie, erano presenti persone che appartenevano a caste sociali inferiori e che non caratterizzavano lo status della tribù, pur partecipandone alla vita comune. Vi erano le caste degli artigiani o maalemin e dei bardi o iggauen ed al gradino inferiore gli schiavi, che si dividevano in abid ed haratin.
I maalemin svolgevano il ruolo di carpentieri, fabbri, costruttori di selle e gioielleri. Lavoravano il ferro ed il legno, mentre le loro mogli erano specializzate nel lavorare la pelle per ricavare abiti, recipienti e le tele con cui erigere le tende. I maalemin potevano soddisfare tutte le necessità tecniche di una tribù nomade e, benché fossero apprezzati per la loro bravura, erano tenuti in disparte, non avevano potere decisionale all'interno della comunità ed erano considerati detentori di poteri occulti, in grado di influenzare negativamente la vita delle persone. Potevano rimanere legati alle medesime famiglie o frazioni per più generazioni, ma continuavano a rappresentare una casta ereditaria inferiore.
Al pari dei maalemin si trova la casta dei musici o iggauen. Erano dei veri e propri bardi, giullari del deserto che viaggiavano liberamente da un accampamento all'altro, in cerca di cheikhs che assicurassero loro protezione e compenso in cambio di intrattenimento. Questi nomadi fra i nomadi erano prevalentemente diffusi in Mauritania, ma si trovavano anche nelle regioni meridionali del Sahara Occidentale. Venivano accompagnati nel canto dalle donne ed eseguivano componimenti su schemi fissi, elogiando il valore e la generosità dell'ospite, ma anche versi satirici nel caso quest'ultimo non si dimostrasse generoso. La generosità e l'ospitalità sono due valori sacri dell'Islam e particolarmente sviluppati all'interno delle popolazioni nomadi del deserto; non bisogna quindi stupirsi se, sebbene appartenessero ad una casta inferiore ed in cerca di protezione, gli iggauen si potessero permettere di irridere i loro ospiti. Come gli artigiani, anche i musici erano ammirati e temuti al contempo.
Al gradino più basso della società tradizionale saharawi, vi erano gli schiavi o abid (abd sing.) ed i liberti o haratin (hartani sing.) che appartenevano alle popolazioni nere dell'Africa subsahariana. I primi schiavi erano i discendenti delle popolazioni nere Bafot, soppiantate dai Berberi nell'Africa nord occidentale, nel I millennio a.c.. A questo primo nucleo di schiavi si aggiunsero quelli ottenuti attraverso gli scontri ed il commercio con i regni del sud. L'arrivo degli Europei sulle coste del sahara, nel XV e XVI sec., aumentò il commercio degli schiavi. Il numero di schiavi presenti all'interno delle tribù non fu mai elevato. Gli schiavi ottenuti attraverso razzie o acquistati (terbia), erano quelli sottoposti ai lavori più duri e maggiormente disprezzati, mentre quelli nati all'interno della famiglia nomade da genitori schiavi (nama), venivano utilizzati per lavori domestici e riuscivano ad integrarsi sino ad ottenere, in alcuni casi, la libertà. Il Corano descrive la liberazione degli schiavi come lodevole, ma non obbligatoria. Gli schiavi liberati (haratin) rimanevano quasi sempre presso i loro ex padroni.

2.2.7) Organizzazione politica (Inizio pagina)
I Saharawi sono romanticamente conosciuti come 'i figli delle nuvole', in perenne spostamento dietro alle nubi, alla ricerca di oasi o di zone del deserto, dove sia probabile l'arrivo della pioggia. Il loro accentuato nomadismo e lo spirito di libertà, che li ha sempre contraddistinti, li ha spinti a lottare in continuazione per mantenersi indipendenti dai regni del nord e del sud, ma anche a trovarsi in perenne contrasto fra loro. Ne risulta, come già scritto all'inizio di questo capitolo, un insieme di tribù diversificate, ma omogenee al contempo. Tribù in grado di definirsi competitivamente al loro interno, ma anche di unirsi in contrapposizione a forze esterne. Le regioni dell'attuale Sahara Occidentale erano anche conosciute come bilad ed-siba ('terre della dissidenza'), in contrapposizione alle zone settentrionali sottomesse ai sultani marocchini e conosciute come bilad el-makhzen ('terre del governo'). Malgrado molti studiosi come M. Barbier descrivano i Saharawi come una popolazione che vive in una situazione di 'anarchia tribale', questi stessi studiosi hanno riconosciuto, con sfumature diverse, la presenza di organismi politici con rappresentanti e compiti ben determinati. Ancora una volta, come nel caso dei lignaggi, il riconoscimento e la gestione del potere fra i Saharawi rispecchia generalmente i modelli di tribù segmentarie, presenti fra la maggior parte delle tribù nomadi del mondo arabo.
Ogni tribù aveva la propria organizzazione interna costituita dalla yemaa, un'assemblea di notabili che aveva poteri legislativi, giudiziari ed esecutivi. I notabili erano gli anziani più rispettati per il loro lignaggio e ricchezza, il valore dimostrato in battaglia, la saggezza e la pietà con cui risolvevano le controversie e la conoscenza e la devozione religiosa. La yemaa si riuniva periodicamente qualora si dovesse stabilire un'alleanza (asaba), si dovesse pagare un tributo, risolvere un caso giudiziario o prendere altre decisioni importanti per la vita della comunità, quali la scelta del luogo dove spostare l'accampamento. A capo della yemaa era posto uno cheikh. La giustizia, il cui corpo di norme era chiamato orf, e che era complementare alla legge islamica (sharia), era presieduto da un altro cheikh: il qadi. La pratica e lo svolgimento delle riunioni della yemaa, le cui decisioni erano collettive, indica che la società saharawi era relativamente democratica, malgrado solamente gli anziani, appartenenti alle caste degli uomini liberi, potessero parteciparvi. Le decisioni della yemaa dovevano essere osservate, pena l'allontanamento dalla comunità.
La yemaa rappresenta comunque l'assemblea di una subfrazione o di una frazione e, malgrado riunisca rappresentanti di più accampamenti, non si può certo considerare un'organizzazione supertribale. Per alcuni questa organizzazione è rappresentata dall'Ait Arbain o assemblea dei 40, dove sarebbero presenti gli cheikhs delle 40 tribù tradizionali, costituenti l'insieme saharawi. Proprio l'Ait Arbain che si riuniva in caso di pericolo esterno, per decidere ed organizzare i conflitti, è considerata da molti quel potere centrale che, sebbene non permanente, è all'origine dell'idea, non di nazione, ma almeno di popolo saharawi. Rappresentanti del Fronte Polisario come Mohamed Sidi Aupa (direttore del Museo della Guerra) e Baba Juli (vice Ministro della Cultura), durante le conversazioni avute con loro, mi hanno descritto l'Ait Arbain come una struttura amministrativa vera e propria, in grado di controllare il territorio in cui nomadizzavano i Saharawi ed in grado di mobilitare le tribù, anche in conflitti che non le interessavano direttamente. Risulta evidente la necessità da parte della classe dirigente saharawi di stressare elementi culturali e politici, propri ed innegabili del passato, per legittimare e rafforzare delle rivendicazioni, che fra l'altro sono riconosciute da tutti gli organi internazionali. L'Ait Arbain in realtà non rappresenta un'istituzione supertribale, ma secondo gli studi di Hodges e Barbier è una yemaa allargata, in grado di riunire gli cheikhs di un'intera tribù in caso di conflitti e ghazzi, alla cui guida viene nominato uno cheikh con poteri particolari (moqadem).


2.3) Creazione di un sentimento di popolo e di nazione
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La Rasd, c'est la somme de nos sacrifices,
le cumul de nos douleurs et de nos
espérances, c'est l'addition de nos certitudes,
le refuge de nos identités (13).
Mohammed Sidati

2.3.1) Presentazione del problema (Inizio pagina)
L'affermazione di Mohammed Sidati porta in se alcune questioni che verranno problematizzate in questa sezione. La Rasd, un giovane Stato in esilio, fuori dai territori che rivendica e su cui, come Nazione moderna non ha mai esercitato la sua sovranità, viene descritta come il rifugio delle identità Saharawi. Il termine rifugio evoca le parole tempesta e necessità. Le identità sono viste come molteplici, ma tutte apparteneti ad un noi (nos) collettivo. Il rifugio, nel nostro immaginario è rappresentato da una locanda dove i viandanti, sorpresi dal temporale, interrompono il loro cammino e trovano riparo. Seduti intorno ad uno o più tavoli avvengono incontri, che nelle finzioni letterarie e cinematografiche sono destinati a cambiare i programmi di viaggio dei protagonisti ed il corso delle loro storie. La Rasd in un certo senso è come la locanda-rifugio, ma diversamente da quella incontrata dal viandante, è stata creata dai Saharawi nel mezzo della tempesta (c'est la somme de nos sacrifices). Alla sua edificazione hanno contribuito identità diverse, accomunate da un unico obbiettivo e dirette da un unico regista: il Fronte Polisario.
In quale maniera è stato possibile in così breve tempo fare scaturire all'interno di gruppi tradizionalmente nomadi ed in competizione fra loro, il sentimento di appartenenza ad un unico popolo ed ad un unico territorio?
La questione è particolarmente delicata, perché potrebbe essere oggetto di strumentalizzazioni politiche da parte di chi ha interesse a dare un immagine dei Saharawi come di un gruppo di novelli ed opprtunisti secessionisti o sull'altro fronte può essere vista con fastidio da chi è stato protagonista di una rapida rivoluzione sociale e preferirebbe che certe questioni non venissero risollevate in continuazione.
Voglio quindi premettere che le mie analisi sul popolo saharawi e sulla nazione saharawi, non sono di tipo giuridico. In questo ambito valgono la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja che nella sua delibera del 18 ottobre 1975 esclude senza ambiguità le rivendicazioni territoriali del Marocco e della Mauritania e riafferma, relativamente a questo territorio non autonomo, la priorita del diritto all'autodeterminazione, come sancito dalla risoluzione 1514 (XV) dell'ONU sulla concessione dell'indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali. Inoltre il Fronte Polisario, nelle numerose risoluzioni dell'ONU volte a favorire il processo di autodeterminazione del popolo saharawi, è stato riconosciuto come unico e legittimo rappresentante dei Saharawi e come tale ha firmato gli accordi di Houston sottoscritti anche da Marocco e Nazioni Unite, che avrebbero dovuto portare allo svolgimento del referendum. A questo riguardo sono stati compiuti numerosi studi. Vorrei segnalare i contributi dei seminari tenuti a Bologna il 15 e 16 novembre 1984 presso il centro Amilcare Cabral e pubblicati dalla Fondazione Lelio Basso all'interno del Cahier n.4 (14). Si trovano raccolti gli articoli di storici, giuristi, politologi ed islamisti, che danno un ampio quadro della situazione e delle sue implicazioni.
Per la mia ricerca, pur tenendo presente questi contributi, metterò in relazione le conoscenze acquisite direttamente parlando con i Saharawi ed un'interessante e prezioso articolo dell'antropologa Sophie Caratini (15), apparso recentemente, di cui intendo seguire la struttura ed i passaggi logici.

2.3.2) Idea di popolo (Inizio pagina)
Il progetto del Fronte Polisario si sviluppa sin dalla sua nascita su piani diversi e paralleli: da un lato la lotta di liberazione nazionale ed indipendenza, dall'altro la rivoluzione sociale. Questo secondo aspetto è favorito dal contesto in cui i Saharawi si trovano: i campi profughi, la Rasd in esilio si trovano in territorio algerino, nel deserto dell'Hammada, uno spazio vuoto di storia e lontano dalla popolazione algerina.
I primi fondatori del Fronte Polisario si inspiravano ai modelli del FLN algerino per riorganizzare la popolazione politicamente, militarmente, socialmente e culturalmente. L'idea di fare attecchire i modelli importati di democrazia e libertà nel sistema di valori delle società nomadi non è paradossale; la contraddizione da superare era soprattutto di tipo strutturale. La struttura sociale precedente doveva essere modificata, mantenedo i valori di ospitalità, fratellanza, generosità ed onore. Le nozioni di identità ed uguaglianza entrano in contrasto,… à penser que pour etre tous égaux, il leur fallait d'abord se convaicre qu'ils étaient tous 'les memes' (16). In una società dove prevale l'ideologia del sangue, bisogna rimettere tutto in discussione; si devono neutralizzare e contraddire le strategie di alleanze inscritte nel sistema di parentela. Una nuova politica deve essere messa in atto per modificare le regole di parentela e riproduzione sociale sia dal punto di vista pratico che rappresentativo e simbolico.
Il Fronte Polisario, sotto l'influenza del pensiero occidentale, capisce che l'idea di popolo può e deve essere un'arma politica. Riconoscere l'esistenza di un popolo equivale a riconoscere il diritto ai suoi membri di creare una nazione. Sin dalla sua fondazione, nel 1973, il Polisario tenta di rendere i Saharawi non solo un popolo, ma un popolo esemplare. Dal 1975, l'esperienza dei campi profughi ha accellerato e favorito questo processo. Il principale ostacolo era rappresentato dal sistema di relazioni tradizionale, che ripartiva gli individui in gruppi patrilineari gerarchizzati ed in competizione fra loro. La colonizzazione spagnola aveva vietatato i conflitti e la pratica della razzia (ghazu (17)). La pacificazione spagnola aveva diminuito la presenza di interessi economici comuni che univano i membri di uno stesso lignaggio. Le tribù, come unità sociale e politica, erano comunque sopravvissute alla scomparsa degli interessi economici comuni.
La prima operazione del Polisario fu di eliminare il termine qabila (18) (pl. qaba'il) ed i nomi che designavano le singole qaba'il, come se eliminando la parola si eliminasse il fenomeno. Consapevole della potere performativo del linguaggio, il Fronte Polisario introduceva gradualmente la noziohne di popolo, senza svelarne tutte le riforme sociali connesse. I concetti chiave veicolati erano siamo Saharawi prima di essere figli, abbiamo dei territori nazionali prima di avere proprietà di terreno e soprattutto non siamo più un insieme di tribù alleate di fronte ad un nemico, ma un popolo con legittime aspirazioni di fronte ad altri popoli.
Nell'arabo moderno, il termine sa'b (popolo) si riferisce a realtà diverse. Nel Maghreb, la genesi del concetto di popolo è legata al periodo delle lotte anticoloniali; in Medio-Oriente la connotazione è più complessa e legata al rifiuto dell'idea nasseriana di grande nazione araba. Il Polisario utilizza sa'b nell'accezione di asaba wahda (19) : un unico gruppo di parentela. L'asaba indica il patto attraverso cui si stabiliscono alleanze ed attraversamenti lignatici, sino ad individuare il legame di consanguineità agnatica sancito dal patto naturale, che risulta dall'idea di condividere lo stesso sangue. La stessa idea si ritrova nel termine usma wahda, che indica la mobilitazione degli anziani. Usma è la corda di cuoio, tesa tra i due pali interni della tenda, che dà equilibrio a tutta la struttura. Usma wahda rappresenta quindi un'unità organica, un corpo legato da un comune destino i cui elementi non hanno altra scelta che collaborare per organizzare la propria difesa. Sophie Caratini esemplifica questo concetto con il motto francese, caro ai moschettieri di Dumas, 'un pour tous, tous pour un' (20).
Mobilitare i Saharawi e soprattutto quelli fra loro che ancora praticavano la pastorizia, ponendo subito termine alla schiavitù sarebbe stata un'operazione troppo radicale, anche se naturalmente conseguente al progetto del Polisario. Introdurre l'idea di popolo, attraverso l'utilizzo della lingua era un primo passo, ma il termine rimaneva evasivo. Venne inizialmente inteso come estensione del patto di fratellanza a tutte le qaba'il, mantenedo inalterate le gerarchie interne. Il divenire un popolo, per fronteggiare, prima gli Spagnoli e poi Marocchini e Mauritani, significava per il momento solo stressare l'idea di eguaglianza fra gruppi, ma non ancora quella fra individui.

2.3.3) Idea di nazione (Inizio pagina)
Parallelamente, era necessario sviluppare l'idea di apparteneza a dei territori nazionali, l'idea di una patria. Anche in questo caso la difficoltà era strutturale e non legata al concetto. Le popolazioni nomadi saharawi non erano estranee all'idea di controllo su un territorio. Un complesso sistema di tributi e relazioni regolava in passato l'accesso a mercati e pascoli od il passaggio attraverso i territori, che ricadevano sotto la sfera d'influenza di un determinato gruppo. Tuttavia l'idea di un territorio, delimitato da confini immutabili era del tutto assente. A questo concetto doveva aggiungersi quello di watan (patria), necessario per mobilitare la popolazione e per utilizzare la referenza spaziale per scavalcare la referenza genealogica. Una volta avviato il processo di costituzione di un'identità costruita sull'idea di una comunanza generalizzata di sangue, i rivoluzionari tentavano di affiancare a poco a poco l'idea di un'identità legata ad uno spazio, ad un territorio originariamente condiviso. Inizialmente questo tipo di manipolazione ideologica era funzionale a mobilitare i Saharawi che risiedevano nei paesi vicini (soprattutto Marocco, Mauritania e isole Canarie). L'atteggiamento del Marocco e della Mauritania che stigmatizzavano i Saharawi come nomadi, e ne perseguitavano anche quelli sedentari, e le siccità degli anni 70 e 80 favorirono l'arrivo di un considerevole numero di militanti nei campi profughi, oltre a chi aveva scelto l'esodo sin dal 1975. Malgrado le amministrazioni coloniali francese e spagnola avessero fornito carte d'identità, L'appartenenza lignatica rimaneva l'unico 'documento' d'identità valido ed efficace. Separare identitariamente con un confine politico e con un'amministrazione coloniale differente chi era al di qua o al di là di una linea virtuale, che aveva senso solo per chi l'aveva tracciata, era allora impensabile.
Nessuno può negare l'intensità di relazioni fra nord e sud nel deserto del sahara, che non è mai stata una barriera, ma uno spazio di intensa circolazione di persone, merci ed idee. Frontiera della conquista araba, polo estremo da cui partivano i pellegrini verso la Mecca, ultima tappa dei carovanieri dell'Africa subsahariana, deserto propizio a santi e miracoli, la Saguia el-Hamra (21) ha sempre rappresentato nel mondo arabo, anche simbolicamente, un luogo di convergenze. Dirsi originario della Saguia el-Hamra, significa essere discendente di qualcuno che abitò in questo pezzo di deserto e che quindi ha fra i suoi avi un santo od un marabutto imparentato con il Profeta. In un interminabile gioco di negoziazioni e di specchi, la Saguia el-Hamra, frontiera ovest del mondo arabo, diventa simbolicamente un luogo delle origini per molti gruppi che vivono in Marocco, Algeria ed anche più ad oriente. Una volta che il popolo, Saharawi, e lo spazio, Saguia el-Hamra, sono venuti a sovrapporsi simbolicamente, non è stato difficile per il Fronte Polisario trovare dei militanti al di fuori dei campi profughi, ma ancora meno difficile per Hassan II è stato trovare coloni, che si proclamassero Saharawi e che quindi chiedessero di partecipare al referendum. Lo stesso Hassan II amava definirsi cugino dei Reguibat e degli Arosien, cugini come lui del Profeta.

2.3.4) La rivoluzione sociale del Fronte Polisario (Inizio pagina)
Con l'emergenza del 1975 i giovani del Fronte Polisario ottenevano dagli cheikh, che si attuasse un processo di unità nazionale: non solo l'unione dei Saharawi, ma anche l'abolizione del sistema tribale; il termine wuld al-'amm (fratello, consanguineo) era sostituito da rafiq/a (22) (compagno/a). Bisognava porre termine alle rivalità interne di cui il concetto di qabail era portatore. Col nuovo patto sociale gli anziani rinunciavano ai privilegi sui giovani, i liberi sugli schiavi, gli uomini sulle donne. I militanti del Polisario convenirono di non utilizzare il nome della propria qabail, per designare la propria origine e quindi statuto sociale tradizionale, e di non narrare la storia della propria qabail ai discendenti. Il passato veniva accantonato da chi lo conosceva e nascosto alle nuove generazioni, stava nascendo un nuovo popolo, che aveva intenzione di tracciare una cesura netta, fra lo ieri e l'oggi. I Saharawi si trovarono d'accordo a censurarsi per dimenticare le loro differenze (23), portatrici di problemi per il loro nuovo progetto politico e sociale. La nuova identità saharawi occultava il passato dei legami agnatici e della struttura tribale e stressava il passato del legame con lo spazio ed il presente legato al tempo. Ogni accampamento ed ogni quartiere prendeva il nome di una wilaya (regione) e di una daira (località) del territorio occupato dal nemico. Le scuole che a poco a poco venivano fondate all'interno della Rasd in esilio, venivano battezzate con date importanti per la storia del giovane stato. Per compensare la perdità d'identità, che negare il passato poteva generare, si sono impegnati ad impedire l'oblio di quello che tentavano di conquistare: lo spazio.
Tanti fattori hanno contribuito al successo iniziale della rivoluzione sociale del Fronte Polisario. La lunga guerra col Marocco, durata sino al 1991, generava una solidarietà generalizzata all'interno della popolazione, dove combattevano e morivano fianco a fianco tutti i Saharawi, indipendentemente dalla loro provenienza tribale. L'esperienza dell'esilio, piuttosto che della diaspora, l'essere confinati in un territorio circoscritto, dove le famiglie vivono insieme e le donne hanno assunto un ruolo centrale nell'amministrazione pubblica, nella sanità e nell'educazione in assenza degli uomini impegnati al fronte. I Saharawi hanno cumulato intelligentemente questi 'vantaggi' non solo per elaborare la loro rivoluzione sociale, ma anche per metterla in atto.
Al termine della guerra, per gli anziani risulta ancora difficile ignorare le loro origini, ma è normale per i giovani, che in seguito alla politica demografica, rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione. Molti di loro non conoscono i miti di fondazione delle tribù di appartenenza, ne la storia dei conflitti intestini. Il Polisario aveva inoltre impedito alle famiglie di suddividersi negli accampamenti in base a criteri di appartenenza lignatica. Soltanto i vecchi artigiani e gli schiavi, le due classi inferiori nella gerarchia tradizionale, non hanno potuto rimanere nell'anonimato. Il savoir faire degli artigiani è stato preservato per l'allestimento dei campi. Oggi il sistema degli aiuti umanitari ha praticamente fatto sparire questa categoria. Gli ex schiavi si distinguevano per il colore della pelle. Sui muri delle prime costruzioni in mattoni d'argilla comparivano slogan scritti con la henna come: 'il tribalismo è un crimine contro la nazione'.
A cavallo fra gli anni 80 e 90, la stanchezza per la guerra prima ed il primo rinvio del referendum poi, fanno emergere dei dissensi all'interno del Polisario, che riportano a galla vecchi atriti tribali. A rendere più problematica la situazione, e da certi punti di vista grottesca, è intervenuta la decisione dell'ONU, negli anni 90, di pensare le commissioni d'identificazione per il referendum sulla base del censimento spagnolo del 1974, che aveva tentato di cristallizzare le divisioni interne ai Saharawi. Nel 1994 la Minurso (24) inizia a diffondere per radio l'inventario delle tribù e dei gruppi lignatici catalogati dagli Spagnoli vent'anni prima e prosegue sino al luglio 1999. Il giorno della prima diffusione radiofonica viene ricordato da molti per lo stupore con cui ognuno ha scoperto o riscoperto la propria identità e quella del vicino. Le parole che erano state vietate ed accantonate per vent'anni, tornavano ad essere pronunciate senza che nessuno potesse intervenire; la popolazione doveva rispondere agli appelli dell'ONU, gli anziani cheikh erano paradossalmente chiamati in causa per collaborare con le commissioni, che identificavano; che riconoscevano ed assegnavano l'identità saharawi dei partecipanti al voto di un referendum, che doveva sancire la fine definitiva del loro ruolo e dei loro privilegi. I giovani imparano così a familiarizzare con il volto nascosto della loro identità ed in alcuni si fa strada il desiderio di posizioni sociali differenti. Capiscono il senso degli scontri politici all'interno della Rasd e rileggono il loro presente alla luce delle recenti scoperte. La diffusione radiofonica delle liste prosegue quotidianamente sino al luglio 1999. Le scandale était inevitable. Mais un scandale qui dure maintenant depuis six ans est devenu une habitude (25) . La nuova identità saharawi, formatasi con la guerra e l'esilio non ha perso forza e credibilità, ma deve oggi articolarsi su un fronte ancora più articolato, complesso e delicato.


  1. Osvaldo Soriano, L'ora senz'ombra, p. 92, Einaudi, Torino, 1996
  2. L'utilizzo del termine tribù viene discusso e spiegato all'inizio del paragrafo 2.2.2) Lignaggi.
  3. Per le problematiche che riguardano la ricostruzione la narrazione della storia all'interno delle tribù nomadi ed in particolare di quelle che oggi prendono il nome di Saharawi mi sono rifatto essenzialmente a Julio Caro Baroja, La Historia entre los Nomadas in Estudios saharianos a cura del Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, Ed. Instituto oralmente. Ogni racconto, ogni fatto, anche dopo l'avvento dell'Islam, non Estudios Africanos, Madrid 1955 pp. 391-422.
  4. I testi di riferimento che ho adottato maggiormente per tracciare il profilo storico dei Saharawi, oltre a Baroja (1955), sono: Tony Hodges, Western Sahara (Historical Dictionary of),Scarecrow Press, Inc., Metuchen, New Jork, 1982. Questo testo è stato inoltre prezioso per la trascrizione fonetica della maggiore parte di nomi di luoghi, persone e gruppi etnici presenti in questa ricerca.
    John Mercer, Spanish Sahara, George Allen & Unwin Ltd, Londra, 1976.
    Jose Ramon Diego Aguirre, Historia del Sahara Espanol, Kaydeda, Madrid, 1988.
    Alessandro Rabbiosi, Costruire la propria storia, in AA. VV., Saharawi, pp.43-152, Associazione Ban Slout Larbi, Firenze, 1994.
  5. La baraka è una qualità, un potere spirituale, che i Saharawi, tradizionalmente, ritengono sia dato da Allah agli individui dotati di saggezza e santità. Le persone dotate di baraka hanno poteri taumaturgici e sono in grado di esorcizzare e combattere l'azione degli spiriti maligni. Può essere trasmessa ereditariamente.
    Char o shar è il termine hassanya per guerra o conflitto armato privato di connotazioni religiose e quindi opposto a jihad.
  6. Char o shar è il termine hassanya per guerra o conflitto armato privato di connotazioni religiose e quindi opposto a jihad.
  7. Le isole Canarie, di fronte ad Agadir, erano già controllate dagli Spagnoli.
  8. Le dichiarazioni del sultano marocchino e quelle successive del re spagnolo si trovano in Tony Hodges, op. cit., pp.223,224.
  9. Bassiri scompare il 18 giugno 1970, un giorno dopo la sanguinosa repressione, da parte spagnola, della manifestazione di Zemla organizzata dal MLS.
  10. Questo argomento verrà affrontato nei paragrafi riguardanti le strategie adottate dal Fronte Polisario, per favorire la nascita ed il radicamento di un sentimento di appartenenza ad un popolo ed ad un territorio. 2.3) Creazione di un sentimento di popolo e di nazione
  11. Ugo Fabietti, L'identità etnica, p.56, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995.
  12. I dati di Baroja risalgono ai suoi studi condotti negli anni 50. L'attitudine a ricostruire il proprio albero genealogico è sempre stata un'operazione con forti connotazioni politiche ed è variata negli ultimi venticinque anni come si vedra meglio in 2.3) Creazione di un sentimento di popolo e di nazione.
  13. Questa affermazione si trova come incipit dell'articolo di Sophie Caratini, Système de parenté sahraoui, comparso sulla rivista L'Homme, pp. 431-456, numero 154-155, aprile settembre 2000.
  14. AA.VV., La question sahraouie, un probleme historique-politique, Fondazione Internazionale Lelio Basso, Roma, settembre 1985.
  15. Sophie Caratini, op.cit.
    Sophie Caratini, responsabile della sezione etnologica dell'Institut du Monde Arabe e collaboratrice del Musée de l'Homme, ha pubblicato numerosi studi sui Saharawi ed in particolare sulla questione femminile. Segnalo i due volumi Les Rgaybat, L'Harmattan, Parigi, 1989 e l'articolo Le role social de la femme au Sahara Occidental, La Pensée 308: pp.115-124, 1996.
  16. Sophie Caratini, op. cit., p.432.
  17. Le razzie potevano coinvolgere pochi individui od interi lignaggi. Ugo Fabietti in Sceicchi, santi e beduini, p.87, Franco Angeli, Milano, 1994, ne descrive gli obbiettivi e la logica. Come nella maggior parte delle società 'tribali', la logica delle ostilita non era retta dal principio della distruzione del nemico e dei suoi mezzi di riproduzione, ma dal prelievo di una parte di questi ultimi secondo modalità discontinue, lasciando così ai gruppi ostili la possibilità di ricostituire le basi della propria sussistenza.
  18. Qabila è il termine arabo corrispettivo all'italiano tribù.
  19. Si veda il paragrafo 2.3.4) Asaba. Wahda significa uno ed unico.
  20. Sophie Caratini, op. cit., p.436.
  21. Il Sahara Occidentale è costituito da due e regioni: Saguia el-Hamra e Rio de Oro.
  22. Il primo a tentare di introdurre questo termine fu Bassiri, che aveva studiato in Egitto ed era entrato in contatto con i marxisti arabi. sul finire degli anni 60, quando diede vita al Movimento di Liberazione del Saguia el-Hamra e Oued ed-Dahab, MLS. Alcuni superstiti del MLS, represso definitivamente dagli spagnoli durante la manifestazione di Zemla nel giugno 1970, si affiancarono ai 'giovani' nel fondare il Fronte Polisario.
  23. Oubli de leurs differénds comme de leurs differences, …Sophie Caratini, op. cit. p.440.
  24. Missione delle Nazioni Unite per il referendum del Sahara Occidentale.
  25. Sophie Caratini, op. cit., p.442.