il passato ha un significato allegorico,
è un racconto modellato dal desiderio.
Lo ieri di una persona è sdrucciolevole
e dubbio quanto quello di una nazione .(1)
Osvaldo Soriano (1995)
2.1) Profilo storico
2.1.1)Problemi e linee d'indagine per una storia dei Saharawi
2.1.2) I Berberi prima dell'islamizzazione (XII sec. a.c. -
VII sec. d.c.)
2.1.3) Islamizzazione del Maghreb (VII - XI sec. d.c.)
2.1.4) Arrivo dei Maqil e fusione con i berberi (XIII - XVII
sec. d.c.)
2.1.5) Primi contatti con le potenze occidentali (XIV sec. -
1885)
2.1.6) Conferenza di Berlino e prime resistenze alla colonizzazione
2.1.7) Nascita del nazionalismo saharawi
2.1.8) La guerra col Marocco ed il processo di pace
2.2) Struttura sociale tradizionale dei Saharawi
2.2.1) Composizione
2.2.2) Lignaggi
2.2.3) Asaba
2.2.4) Tribù (2)
2.2.5) Tributi
2.2.6) Caste interne
2.2.7) Organizzazione politica
2.3) Creazione di un sentimento di popolo e di nazione
2.3.1) Presentazione del problema
2.3.2) Idea di popolo
2.3.3) Idea di nazione
2.3.4) La rivoluzione sociale del Fronte Polisario
2.1.1) Problemi e linee d'indagine per una storia dei
Saharawi (3) (Inizio
pagina)
Scrivere anche solamente un profilo storico dei gruppi etnici che costituiscono
oggi il popolo Saharawi è un opera difficoltosa, forse impossibile se
si dovesse rendere conto di tutte le loro singole storie. La storia presso le
popolazioni nomadi ed in particolare presso quelle di cui mi occupo è
un processo attraverso cui ogni tribù ha continuamente rielaborato il
proprio passato per situarsi nel presente. Tutti i dati storici, che i nomadi
utilizzavano, erano il frutto di tradizioni conservate nella memoria e trasmesse
era mai situato in un anno preciso riconoscibile da tutti, ma in un punto del
passato ricostruibile con un percorso, che dal presente si snodava a ritroso
attraverso le generazioni; un percorso quindi soggettivo, quantomeno per ogni
tribù. Quando moriva una persona anziana si perdeva con essa la memoria
di persone e fatti della sua gioventù. Ogni tribù disponeva comunque
di un sistema di annali per situare gli eventi, che era legato a fatti concreti
riguardanti la vita nel deserto quali una siccità, un conflitto, una
migrazione, un'epidemia, piuttosto che al computo generale del tempo dopo l'islamizzazione.
Si poteva dare il caso che in un anno non avvenisse niente di così memorabile
da poter essere conosciuto da tutta la tribù ed in tal caso ogni subfrazione
riconosceva l'anno a seconda di avvenimenti particolari, determinando così
differenze anche all'interno della tradizione di una singola tribù. Vi
è poi una serie di tradizioni legate all'origine dei singoli gruppi tribali
e delle loro subfrazioni che si rifanno alla storia mitica ed alla poesia epica
e che sono manipolate, in continua concorrenza con le tradizioni storiche degli
altri gruppi tribali, a seconda che intervengano periodi di pace, alleanze o
conflitti. Questa è una storia fatta di narrazioni ricche di elementi
soprannaturali che contribuiscono a dare un carattere sacro, oltre che autorevole,
al lignaggio. Il fondatore è quasi sempre un taumaturgo, un eroe civilizzatore
direttamente discendente da Maometto a cui vengono attribuiti detti e fatti
che giustificano lo status e le mire del gruppo tribale.
Se volessimo visualizzare il corso della storia di questi gruppi tribali, dalle
origini sino al XX sec., dovremmo immaginare tante linee che si intersecano
in continuazione, allontanandosi e ritornando sui propri passi, come se avessimo
davanti la struttura di un atomo in continua ridefinizione. Il popolo Saharawi
così come si presenta a noi oggi è fondamentalmente il frutto
di due aspetti principali. Da un lato vi è l'incontro fra una cultura
berbera soggiacente ed una araba che vi si è sovrapposta e dall'altro
il risultato di tutta quella serie di eventi che hanno visto le potenze occidentali
nel corso del XIX e XX sec. estendere il loro dominio sul resto del mondo e
che prende il nome di Imperialismo e Decolonizzazione.
Cercherò quindi di affrontare il problema della storia Saharawi, o meglio
del processo di formazione del popolo Saharawi, prendendo in considerazione
gli eventi più importanti che riguardano le relazioni fra Berberi e Arabi,
e l'evoluzione dei contatti avuti con le potenze europee soffermandomi in quest'ambito
principalmente sul XX sec.; sul periodo della colonizzazione spagnola e dell'invasione
marocchina.
2.1.2) I Berberi prima dell'islamizzazione (XII sec.
a.c. - VII sec. d.c.) (4) (Inizio
pagina)
L'origine delle tribù che oggi si riconoscono sotto il nome di Saharawi
si può ricondurre all'immigrazione di tribù arabe Maqil provenienti
dallo Yemen, passate dall'Egitto in Tunisia nell'XI sec. e venute ad insediarsi
nella regione merdionale del Marocco, nel Sahara Occidentale ed in Mauritania
agli inizi del XIII sec.. In queste regioni vennero a sovrapporsi alle tribù
berbere autoctone: essenzialmente i Sanhaja e secondariamente gli Zenata.
Abbiamo poche notizie su queste popolazioni berbere antecedenti all'arrivo della
prima ondata araba nel VII sec. d.c..
Dal XII sec. a.c. i mercanti Fenici cominciarono a spingersi lungo le coste
atlantiche del Maghreb dove commerciavano con le popolazioni berbere Imazighen,
'uomini liberi' o 'nobili' come usavano chiamarsi i discendenti delle popolazioni
neolitiche. Contemporaneamente altri Berberi, altri Imazighen avevano iniziato
spedizioni verso l'interno del deserto.
Il più famoso di questi viaggi, conosciuto in Europa, ebbe luogo intorno
al 450 a.c. quando il cartaginese Annone con 60 pentecotere oltrepassò
le Colonne d'Ercole e si spinse a sud, costeggiando l'Africa Nord Occidentale
e toccando l'isola di Cerne, che gli storici ritengono sia una piccola isola
vicino a Villa Cisneros, nella zona centrale dell'attuale Sahara Occidentale.
I contatti fra il Mediterraneo e gli Imazighen si interruppero con la distruzione
di Cartagine ad opera dei Romani nel 146 a.c.. La colonizzazione romana della
costa nord africana completata nel 29 a.c. non si spinse mai oltre il Marocco.
I Romani conoscevano l'esistenza di tribù dedite al commercio attraverso
il deserto e sappiamo che Plinio conosceva l'esistenza del fiume Draa, ai confini
fra Marocco e Sahara Occidentale, ma non c'è evidenza di una penetrazione
romana in quest'area.
Le popolazioni berbere nei primi secoli dell'era cristiana si dividevano in
tre gruppi principali: gli Zenata, nell'interno dell'attuale Tunisia, i Masmuda,
nella regione dei monti dell'Atlante in Marocco ed i Sanhaja, che vivevano nella
vasta area desertica fra il Sus marocchino, la meridionale Trarza in Mauritania
e la città di Timbuctoo nell'odierno in Mali.
I Sanhaja erano una confederazione di tre principali tribù: Gadala, Messoufa
e Lemtuna. Insieme con gli Arabi Maqil sono i principali antenati degli attuali
Saharawi e dei Mauri della Mauritania. Dai Sanhaja discendono anche i Tuareg
del sud dell'Algeria e del nord del Mali e del Niger, i Kabili algerini ed i
Rifians del Medio-Atlante marocchino. La loro migrazione verso l'interno del
Sahara iniziò probabilmente nel X sec. a.c.. Incisioni rupestri risalenti
a questo periodo, quando il processo di desertificazione non era così
avanzato come oggi, rivelano la presenza di carri trainati da cavalli ed iscrizioni
in tifinagh, gli antichi caratteri berberi, attestano l'origine berbera di queste
popolazioni. L'utilizzo del cavallo e del ferro da parte dei Berberi e la pratica
del nomadismo pastorale determinò probabilmente la loro supremazia sulle
popolazioni nere Bafots, che furono costrette a spostarsi verso sud. I Bafots
erano i precedenti abitatori del Sahara, dediti all'agricoltura sedentaria.
La penetrazione berbera del deserto deve essersi protratta per un millennio
e si completò solo fra il I ed il IV sec. d.c. quando il cammello si
diffuse nella regione, anche grazie alle prime migrazioni degli Zenata dal nord
verso l'interno.
2.1.3) Islamizzazione del Maghreb (VII sec. d.c. - XI
sec. d.c.) (Inizio pagina)
Nel VII sec. d.c. ebbe luogo un avvenimento fondamentale per il continente africano:
nel 640 d.c., otto anni dopo la morte di Maometto, arabi musulmani sotto la
guida del califfo Umar ibn al-Khattab conquistano la penisola araba, parte dell'impero
sassanide e le province di Siria ed Egitto dell'impero bizantino. Prima della
fine del VII sec. i musulmani sono penetrati nel Maghreb e nel 711 attraversano
lo stretto di Gibilterra con un esercito di berberi convertiti, insediandosi
nel sud della Spagna.
L'islamizzazione del territorio del Sahara, dove nomadizzavano i Sanhaja e gli
Zenata, avvenne lentamente e superficialmente a partire dalla metà dell'VIII
sec. Le prime ondate arabe non penetrarono direttamente nel deserto, ma furono
piuttosto le popolazioni berbere a diffondere inizialmente l'Islam in queste
zone.
Risale a questo periodo l'estensione della supremazia dei Sanhaja sulle popolazioni
dell'Africa sub-sahariana comprese fra il Senegal ed il lago Ciad. Tracce di
questa dominazione si trovano nel nome del fiume Senegal, nella attestata presenza
di re bianchi in questa regione abitata da popolazioni nere e nella presenza
di una minoranza nera fra gli attuali Saharawi. R. Mauny ha riconosciuto le
stazioni di una via carovaniera aperta intorno al 700 d.c. che si snodava attraverso
142 tappe, contrassegnate da altrettanti simboli rupestri di carri, dal colle
di Zenega sino a Goundam nell'attuale Mali vicino a Timbuctoo, passando per
Tauz, Fum el Hassan, Zemmur (Sahara Occ.), Adrar (Mauritania), Tagant, Tichit
(Mauritania), Oualata (Mauritania). Un'altra importante via era quella che andava
da Sijilmassa nel sud del Marocco sino al Ghana. I mercanti nomadi volevano
spezie, schiavi, avorio e l'oro delle valli fluviali del Senegal e del corso
superiore del Niger. In cambio portavano bestiame, cavalli, rame, ferro, cauri
ed a poco a poco anche l'Islam. Le popolazioni nomadi divennero il tramite tra
la grande area berbera, che comprendeva la Libia ed il Maghreb attuali, prima
e dopo l'islamizzazione, e l'Africa sub-sahariana: due zone di popolazioni sedentarie
unite da una grande rete di tribù nomadi.
All'inizio del IX sec. i Lemtouna (la più potente frazione dei Sanhaja),
si scontrarono vittoriosamente con le popolazioni nere Soninke e fissarono il
loro principale insediamento ad Aoudaghost: una città di 5.000 abitanti,
600 chilometri ad est di Nouakchot.
Nel secolo successivo i Sanhaja dovettero fronteggiare le pressioni delle tribù
berbere Zenata da nord e delle popolazioni nere del regno del Ghana da sud.
Gli Zenata nel corso dell'VIII sec. avevano fondato nella regione di Tafilalet
(sud-est del Marocco) l'insediamento di Sijilmassa e poi esteso la loro autorità
sulla valle del fiume Draa (sud del Marocco), dove controllavano numerose oasi.
In questo modo ostacolarono le tradizionali migrazioni ed i commerci dei Sanhaja
dall'Atlante verso l'interno del deserto.
Alla fine del X sec. il regno Soninke del Ghana aveva riconquistato Aoudaghost
ed imponeva tasse ai Sanhaja che vi risiedevano. I Sanhaja si videro così
costretti dagli Zenata a nord e dai Soninke a sud a ripiegare verso Atar, sulle
montagne mauritane dell'Adrar.
All'inizio dell'XI sec. l'Islam si diffonde fra i berberi Sanhaja con grande
intensità. Mentre l'Africa mediterranea accolse subito la nuova fede,
le popolazioni nomadi dell'interno del deserto si dimostrarono refrattari ad
ogni tentativo di islamizzazione durante i primi quattro secoli di contatto,
mantenendo le originarie credenze animiste. Solamente quando il predicatore
fu uno di loro accettarono la nuova religione. Secondo la tradizione fu Yahya
Ibn Ibrahim, uno cheikh Sanhaja, che, rientrato da un pellegrinaggio alla Mecca
e vergognatosi dell'ignoranza della sua gente, chiese al marabutto Abdallah
Ibn Yacin di seguirlo a sud ed aiutarlo a diffondere l'Islam presso i Berberi
del deserto. Ibn Khaldun, lo storico del XIV sec., riporta come, nel 1030, Ibn
Yacin e due cheikh Lemtouna 'si ritirarono dal mondo andando in una collina
circondata dall'acqua
.e, scegliendo ciascuno il proprio luogo, si dedicarono
ad una vita di preghiera'. Inizialmente si individuò il luogo nell'isola
di Tidra, 150 km. a sud di Capo Blanco (Mauritania), ma tuttora non è
stato trovato accordo sull'esatta ubicazione.
Presto si creò un convento (ribat) i cui appartenenti furono conosciuti
come al-murabitun (da cui Almoravidi). Attirarono l'attenzione delle tribù
nomadi vicine e conquistarono alla nuova fede numerosi discepoli (telamid) appartenenti
soprattutto alle tribù Lemtouna che vi si recarono per meditare ed imparare
i precetti dell'Islam sunnita di rito malekita e le tecniche di conversione.
Quando nel 1041-42 uscirono dal ribat erano un esercito, dedito alla propaganda
della vera fede e pronto alla jihad (guerra santa) contro chiunque rifiutasse
di seguirli nella loro lotta contro l'animismo, la superstizione e l'eresia.
In breve numerose tribù Sanhaja aderirono: Gadala, Lemtouna e Massoufa
si unirono sotto il comando dello cheikh Lemtouna, Yahya Ibn Omar. Nel 1054
Yahya Ibn Omar conquistò Aoudaghost prendendosi la rivincita sul regno
Soninke del Ghana; nello stesso periodo Abdallah Ibn Yacin prese Sijilmassa
togliendola agli Zenata. Con queste due vittorie i Sanhaja ripresero il controllo
delle rotte carovaniere trans-sahariane a discapito dei loro storici rivali.
Gli Almoravidi proseguirono nel loro cammino verso nord, conquistando il Marocco
(nel 1062 fondano la capitale Marrakech), l'Algeria occidentale e riunificando
la Spagna musulmana contro la reconquista cattolica guidata da Alfonso
VI, che aveva messo in crisi il califfato umayyade. Le tribù Sanhaja
rimaste nel deserto attraversano un periodo di lotte interne per la supremazia
e di ribellione nei confronti degli Almoravidi, stabilitisi nel nord del Maghreb.
Il potere degli Almoravidi dura solamente un secolo, ma porta all'islamizzazione
di tutta l'Africa occidentale evitando il frazionamento in riti diversi.
Agli Almoravidi succedette la dinastia degli Almohadi (1130-1269), aiutati dai
berberi Masmouda dell'Alto Atlante ed il cui impero nel suo momento di massima
estensione comprendeva Marocco, Algeria Tunisia e la parte musulmana della Spagna.
Le tribù Sanhaya ripiegano nelle regioni che vanno dalla Saguia el Hamra
al Senegal (gli attuali Sahara Occidentale e Mauritania).
Una nuova invasione si preparava da est ed avrebbe portato nel corso dei secoli
successivi all'arabizzazione delle tribù berbere del deserto ed alla
configurazione sociale e politica delle popolazioni che oggi si chiamano Saharawi.
2.1.4) Arrivo dei Maqil e fusione con i Berberi (XIII
- XVII sec.) (Inizio pagina)
I Maqil, una popolazione di beduini arabi di origine yemenita, migrarono attraverso
il nord Africa, dall'Egitto alla Libia, passando lungo il bordo settentrionale
del deserto, raggiungendo lo Oued Draa (a sud dei monti dell'Atlante) e l'Atlantico
durante il XIII sec.. Le tribù Maqil inizialmente aiutarono la dinastia
dei Merinidi, appartenenti alle tribù Zenata e destinati a soppiantare
la dinastia degli Almohadi. La successiva ostilità dei Merinidi spinse
i Maqil ed in particolare il gruppo dei Beni Hassan a spostarsi verso sud. Dalla
fine del XIII sec. Maqil e Sanhaja si sono fronteggiati all'interno degli attuali
Sahara Occidentale e Mauritania.
Il processo di integrazione fra Sanhaja e Beni Hassan fu multiforme e complesso
e ci furono numerose variazioni regionali. Nel sud del Sahara Occidentale furono
gli Oulad Delim, una delle tribù dei Beni Hassan a prendere il sopravvento.
Nel nord, nelle regioni dello Oued Noun e Oued Draa, i Sanhaja ed i Beni Hassan
si fusero gradualmente, dando origine alle tribù Tekna.
Nel XVI sec. la Saguia el-Hamra era conosciuta come la 'terra dei santi', abitata
da mistici e marabutti dediti alla preghiera ed all'insegnamento e dotati di
baraka(5) . In questo periodo si ritiene che siano state
fondate molte tribù, destinate a segnare la storia saharawi in futuro.
Sotto la guida dei marabutti Sidi Ahmed Reguibi, Sidi Ahmed el Arosi e Sidi
Ahmed Bou Ghambor, fondatori rispettivamente delle tribù Reguibat, Aroisen
e Oulad Tidrarin, i Sanhaja ristabilirono la loro supremazia sui Beni Hassan
nella maggior parte di quei territori, che diverranno colonia spagnola.
Ne risulta un susseguirsi di scontri ed alleanze che hanno continuamente rimodellato
gli equilibri interni alle tribù, che nomadizzavano in quest'area. L'assimilazione
della cultura e della lingua araba, (nel caso dei Saharawi si tratta del dialetto
hassaniya) avviene attraverso la forza, la compatibilità ed anche espedienti
sociali quali la pretesa discendenza da Maometto, rivendicata da molte tribù
berbere per migliorare la propria posizione all'interno della complessa struttura
di relazioni tribali.
Nell'attuale Mauritania la resistenza dei Sanhaja nei confronti dei Beni Hassan
culminò in una guerra durata trent'anni, la guerra di Char Bouba(6)
(1644-1674). Guidati da Nacer ed-Din, un marabutto dei Lemtouna, un gran numero
di tribù Sanhaja, da Tiris fino al fiume Senegal , lottarono contro i
Beni Hassan, fino a quando, indeboliti da divisioni interne, furono sconfitti
e sottomessi, nel 1674 con l'accordo di Tin Yedfad. Si ritiene che questo coflitto
abbia consacrato il sistema di gerarchico tribali, che divenne una delle caratteristiche
fondamentali delle società della Mauritania e del Sahara Occidentale.
Le tribù vittoriose dei Beni Hassan, conosciute come arabe o hassan,
formarono la casta dei 'guerrieri'. Molte delle tribù Sanhaja sconfitte
divennero 'tributarie' e presero il nome di znaga (derivazione dal nome Sanhaja).
Non fu comunque un processo uniforme. Alcune tribù si allearono o fusero
con i Beni Hassan ed altre recuperarono la loro posizione sociale attraverso
la pratica religiosa ed il suo insegnamento, divenendo tribù zawiya (gente
del libro) o, pratica frequente, manipolando la propria genealogia per rivendicare
origini arabe, assumendo lo status di chorfa (discendenti di Maometto).
2.1.5) Primi contatti con le potenze occidentali (XIV
sec. - 1885) (Inizio pagina)
Le isole Canarie furono la prima tappa dell'espansione europea verso l'Africa,
La penetrazione diretta attraverso la costa del Mediterraneo era infatti ostacolata
dalla presenza dei regni arabi, con cui l'Europa intratteneva relazioni commerciali.
Il 1309 vede l'inizio di numerose spedizioni verso le Canarie, da parte soprattutto
di Portoghesi e Spagnoli, che a partire dal XV sec. si contendono il controllo
delle rotte commerciali delle coste atlantiche dell'Africa e dell'entroterra.
Gli europei sono interessati alle materie preziose, quali oro, malachite, ambra
grigia e gommalacca, provenienti dai regni africani del sud che scambiano con
sale, grano, tessuti ed oggetti. Successivamente inizierà anche la tratta
degli schiavi. Vengono fondate numerose basi commerciali sulla costa, punti
di partenza per esplorazioni verso l'interno.
Nel 1433/34 il portoghese Gil Enanes tocca per la prima volta la costa dell'attuale
Sahara Occidentale ed arriva sino a Capo Bojador. Poco dopo il Portogallo installa
la propria prima base commerciale sull'isola di Arguin, a sud di Capo Blanc.
Alla fine del XV sec. il Trattato di Tordesillas (1494) definisce le sfere d'influenza
di Spagna e Portogallo non solo sulle terre 'scoperte' due anni prima da Cristoforo
Colombo, ma anche sui territori africani. Il Portogallo ottiene il controllo
delle coste a sud di Capo Bojador sino alla Guinea; la Spagna quelle a nord
sino ad Agadir.(7) Entrambe le potenze europee sono impegnate
prevalentemente nella colonizzazione del continente americano e, malgrado la
presenza militare, non si impegnano per controllare i territori interni, che
sono conosciuti come le 'terre della dissidenza'. I sultani marocchini tentano
a più riprese di assoggettare le popolazioni nomadi ed in alcuni casi,
come in seguito alla spedizione del sultano Ahmed el-Mansour alla fine del XVI
sec., riescono ad imporre dei tributi ed a controllare alcune vie carovaniere,
ma sono sempre risultati effimeri e di scarsa durata, che non giungono mai a
stabilire veri legami di sovranità territoriale e di controllo governativo.
Nei documenti che precedono il trattato di Marrakesh (1767) fra Spagna e Marocco,
destinato fra le altre questioni a stabilire l'insediamento di una base commerciale
spagnola sulle coste di fronte alle isole Canarie, risulta chiaramente l'autonomia
dei territori dell'interno. Sidi Mohammed Ben Abdallah, sultano del Marocco,
dichiara di declinare ogni responsabilità sui territori a sud del
fiume Noun, dove abitano Arabi con cui è difficile applicare risoluzioni,
dato che non hanno fissa dimora, si spostano liberamente sul territorio e piantano
le loro tende dove vogliono. Gli abitanti delle Canarie verranno certamente
assaliti da questi Arabi(8)
. Re Carlo III di Spagna risponde che il sultano del Marocco si deve astenere
dall'esporre un parere riguardante la base commerciale che desidera insediare
a sud del fiume Noun , dato che non può assumersi la responsabilità
per incidenti che potrebbero verificarsi, in quanto i suoi domini non si estendono
fino a quella regione. Questi documenti verranno utilizzati nel 1975, durante
i colloqui all'interno del Tribunale Internazionale di Giustizia, per controbattere
le rivendicazioni territoriali del Marocco sul Sahara Occidentale.
2.1.6) Conferenza di Berlino e prime resistenze alla
colonizzazione (Inizio pagina)
Verso la fine del XIX sec. la presenza spagnola si intensifica, in seguito alla
corsa ingaggiata dalle potenze europee per colonizzare l'Africa. Nel 1884, in
seguito alla spedizione di Emilio Bonelli ed ai contatti avuti da lui con alcuni
cheikh, la Spagna dichiara proprio protettorato la regione del Rio de Oro da
Capo Bojador a Capo Blanc. L'anno successivo la conferenza di Berlino ratifica
la spartizione dell'Africa e la Spagna vede riconosciuta la propria sovranità
sul Sahara Occidentale, i cui confini vennero rinegoziati a più riprese
con la Francia prima e col Marocco poi.
La Francia, potenza dominante nell'Africa Nord Occidentale, e la Spagna dovettero
fronteggiare per più di 50 anni la resistenza delle popolazioni del deserto.
Il primo movimento di resistenza fu guidato all'inizio del XX sec. da Cheikh
Ma El-Ainin, un marabutto di origini mauritane che fondò nel 1895 la
città di Smara e guidò una coalizione di tribù provenienti
da Mauritania, Rio de Oro e Saguia el Hamra. Nel 1905 chiese il sostegno del
sultano del Marocco nella jihad contro gli invasori europei. Dopo iniziali promesse
il sultano raggiunse accordi con i Francesi. Ma El-Ainin tentò di rinnovare
l'impresa degli Almoravidi puntando all'interno del Marocco ed occupando la
città di Marrakesh nel 1910. I ribelli quello stesso anno, dopo la morte
di Ma El-Ainin, furono fermati dai francesi, che nel 1912 ottennero il protettorato
del Marocco e portarono numerose incursioni all'interno del Sahara Occidentale,
i cui territori non erano ancora realmente controllati dalla Spagna. Gli scontri
si susseguirono sino al 1936, quando la Francia minacciò la Spagna di
occupare il Sahara Occidentale. L'alleanza delle due potenze europee riuscì
a pacificare il Sahara Occidentale e la Spagna per la prima volta prese veramente
possesso della sua colonia.
2.1.7) Nascita del nazionalismo saharawi (Inizio
pagina)
L'insediamento dell'amministrazione spagnola che attribuisce alla popolazione
uno stato civile ed un documento d'identità e l'introduzione di un visto
obbligatorio per la transumanza verso i territori francesi, consolidano nel
tempo l'autoidentificazione della popolazione autoctona nei confronti dell'interlocutore
spagnolo, con il quale cominciano a trattare i propri margini di autonomia.
Molti Saharawi si sedenterizzano ai margini delle imprese, delle guarnigioni
e dei porti spagnoli, anche se i nomadi continuano a rappresentare la maggioranza
della popolazione. Il sentimento di legame territoriale al Sahara Occidentale
non attecchisce subito. Il concetto di confine nazionale, tracciato ed immobile
nello spazio e nel tempo non appartiene ai Saharawi. Chi ancora conduce una
vita nomade inizia comunque a confrontarsi con l'esistenza di confini al di
là dei quali occorre il visto Contemporaneamente il fiorire dei movimenti
di liberazione nazionale in Africa, aiuta la formazione di una presa di coscienza
della popolazione Saharawi, contro l'amministrazione coloniale, anche se permangono
le divisioni tribali. Negli anni 50 molti Saharawi guardano con speranza all'indipendenza
del Marocco e si arruolano nell'Armée di Liberation che nel 1956 porta
il Marocco all'indipendenza. Riprendono gli scontri fra Saharawi e Spagnoli,
ma nel 1958 l'operazione franco-ispanica Ecouvillon-Ouragan riporta l'ordine
e lo scioglimento dell'Armée di Liberation, ad opera del re marocchino
Mohammed V, conduce al trattato di Sintra (1958), in cui la Spagna cede al Marocco
la provincia di Tarfaya a sud del fiume Draa, che sino ad allora era stata sotto
la dominazione spagnola ed era abitata da Saharawi. Vengono scoperti i giacimenti
di fosfati di Bou Craa che spingono la Spagna ad intensificare la colonizzazione,
proprio quando nel resto dell'Africa si sviluppano i movimenti di liberazione
nazionale. La colonia del Sahara Occidentale viene trasformata nelle province
di Saguia el Hamra e Rio de Oro. Vedremo più avanti come questo cambiamento
si ripercuote sull'organizzazione interna e sulla struttura sociale saharawi.
La nuova politica coloniale della Spagna ed il risveglio del nazionalismo in
Africa, determinano la nascita di un movimento nazionalista saharawi, che culmina
nel 1968 con la fondazione da parte di Mohamed Bassiri del Movimento di Liberazione
del Sahara (MLS), che avrà però breve vita(9)
. Un secondo movimento si origina dall'incontro dei superstiti del MLS con un
gruppo di studenti saharawi in Marocco, dove emerge la figura El Ouali Mustafa
Sayed. Il 10 maggio 1973 viene fondato il Fronte Polisario (Fronte Popolare
di Liberazione di Saguia el Hamra e Rio de Oro).
2.1.8) La guerra col Marocco ed il processo di pace
(Inizio pagina)
Dopo la solenne dichiarazione del diritto dei popoli coloniali all'autodeterminazione
da parte dell'Assemblea generale dell'Onu nel 1960, il Sahara Occidentale viene
incluso, a partire dal 1963, nella lista dei territori cui tale principio deve
essere applicato. Dal dicembre 1965 fino al 1973 vengono approvate annualmente
dall'ONU, con il voto contrario della Spagna, risoluzioni con l'esplicita richiesta
di un referendum di autodeterminazione. La risoluzione del 1972 include per
la prima volta anche il diritto all'indipendenza. Nell'agosto del 1974, la Spagna
annuncia di volere tenere un referendum, sotto gli auspici dell'ONU, entro l'anno
successivo. Nell'autunno del 1974, procede al primo censimento della popolazione.
Non si fa attendere la reazione di Hassan II, re del Marocco. Sono anni in cui
il potere della monarchia è in grave crisi, e si sospettano i vertici
militari di essere responsabili di due attentati alla vita del re. Hassan II
prende in mano la bandiera del recupero del 'Sahara marocchino', chiamando a
raccolta, intorno al tema dell'integrità nazionale, tutti i partiti,
distogliendo l'attenzione dai problemi interni e neutralizzando, anche con la
violenza, ogni opposizione. Le rivendicazioni di Hassan II sul Sahara Occidentale
sono solo una parte del sogno del Grande Marocco che mira al 'recupero' anche
di parte di Algeria e Mali e dell'intera Mauritania.
Hassan II, non potendo andare oltre una guerra verbale con la Spagna, decide
di ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja (settembre 1974)
affinché si pronunci sulla legittimità del Marocco ad insediarsi
nel Sahara Occidentale. Il 16 ottobre 1975 la Corte dell'Aja emette il suo parere.
Il pronunciamento è chiaro: se da una parte il Sahara Occidentale non
era 'terra di nessuno' prima dell'occupazione spagnola, dall'altra i rapporti
che sono esistiti, con il Marocco e la Mauritania non sono di natura tale da
stabilire un vincolo territoriale e da impedire l'applicazione del principio
di autodeterminazione. Il re organizza la 'marcia verde' con cui 350.000 marocchini
scortati dall'esercito, penetrano nel nord del Sahara Occidentale. Il 24 novembre
1975, quattro giorni dopo la morte di Franco, la Spagna si ritira cedendo i
territori a Marocco e Mauritania, come stabilito negli accordi segreti di Madrid.
Il Fronte Polisario, che durante una visita di osservatori dell'ONU, nel maggio
del 1975, era stato riconosciuto come la forza rappresentativa della maggioranza
dei Saharawi, organizza la fuga di migliaia di persone attraverso estenuanti
marce nel deserto fino in Algeria, dove nei pressi di Tindouf viene allestita
una prima tendopoli. Dalla fine del 1975 alla primavera del 1976, continua l'esodo
di massa verso l'Algeria guidata da Houari Boumedienne, che anche in passato
si era mostrato avverso alle mire espansionistiche del Marocco. L'aviazione
marocchina bombarda i fuggiaschi con bombe al napalm, al fosforo ed a frammentazione
facendo numerose vittime nei pressi di Guelta Zemmour e Bir Lahlou. Il Fronte
Polisario, sebbene in esilio, proclama l'indipendenza e la nascita della R.A.S.D.
(Repubblica Araba Saharawi Democratica) il 27 febbraio 1976 a Bir Lahlou. La
costituzione provvisoria definisce la nuova repubblica: araba, islamica, democratica
e sociale. L'Islam è la religione di stato e l'arabo la lingua ufficiale.
La popolazione saharawi è divisa in due. Da una parte chi è rimasto
nei propri territori sotto la dominazione marocchina e dall'altra chi è
fuggito nei campi profughi, nel nuovo Stato in esilio. La guerra continua sia
dal punto di vista militare che diplomatico. Il 9 giugno 1976 El Ouali Mustapha
Sayed viene ucciso in un scontro con l'esercito mauritano. Nel 1979 la Mauritania
ratifica un accordo di pace. Mohammed Abdelaziz viene eletto segretario generale,
carica che ricopre tuttora. Nel 1982 la R.A.S.D. viene ammessa all'OUA (Organizzazione
dell'Unità Africana) quale 51° stato membro, inducendo così
il Marocco ad uscirne. Nel 1991 termina la guerra ed in seguito alla risoluzione
690 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU inizia un lunghissimo processo d'identificazione
che deve portare al referendum sull'autodeterminazione del popolo Saharawi.
Per gestire l'identificazione è stata istituita la MINURSO (Missione
Internazionale delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale).
Dopo anni di stallo ed un comportamento ambiguo degli ultimi due segretari Generali
dell'ONU Perez de Cuellar e Boutros Ghali, gli impegni presi dal nuovo Segretario
Generale Kofi Annan ed il coinvolgimento degli Stati Uniti nella figura di James
Baker facevano presagire dei progressi. In realtà la data del referendum
continua a venire rinviata. Oggi il processo d'identificazione è terminato
e si stanno analizzando le decine di migliaia di ricorsi presentati dal Marocco.
Se si dovesse votare in questo momento prevarrebbe la mozione che vuole un Sahara
Occidentale libero ed indipendente, ma nel consiglio di Sicurezza dell'ONU sta
prendendo corpo l'idea dell'autonomia all'interno del Marocco. Il Fronte Polisario
si oppone fermamente e fa sapere che se entro l'inizio del 2001 non sarà
fissata una data prossima per il referendum, che preveda le due mozioni originarie
(annessione o indipendenza), come stabilito dagli accordi di Houston, la parola
tornerà alle armi.
2.2) Struttura sociale dei Saharawi (Inizio
pagina)
2.2.1) Composizione (Inizio
pagina)
I Saharawi appartengono alle popolazioni nomadi di lingua araba che vivono nella
distesa desertica che va dal fiume Draa a sud dell'Atlante marocchino, sino
alle valli dei fiumi Senegal e Niger. Storicamente sono il risultato della graduale
fusione di popolazioni berbere (Sanhaja), che si insediarono nell'area occidentale
del Sahara nel primo millennio a.c., beduini arabi conosciuti come Beni Hassan,
che iniziarono a penetrare in questa regione nel XIII sec. d.c. proveniendo
dallo Yemen e popolazioni nere della Africa subsahariana schiavizzate durante
i numerosi conflitti con i regni del sud.
La genesi dell'insieme di tribù, che prende oggi il nome di Saharawi
e che nel passato erano identificati dalle tribù vicine come Ahel es-Sahel
(gente del Sahel), è il risultato di un lungo e complesso processo d'interazione
fra questi elementi costitutivi attraverso guerre, alleanze, sottomissioni e
commercio di schiavi.
Il sistema che si è originato rispecchia sostanzialmente il sistema delle
tribù segmentarie il cui primo teorizzatore, sulla scia degli studi condotti
da Robertson Smith alla fine dell'800 sugli Arabi del deserto, fu Evans Pritchard.
Ne risulta un insieme di tribù diversificate fra loro, prive di un organo
di potere centrale permanente, ma unite dal fatto di riconoscersi come un gruppo
omogeneo ed indipendente.
2.2.2) Lignaggi (Inizio
pagina)
La società saharawi si struttura verticalmente in tribù (qaba'el,
sing. qabila) ed in caste. J.C.Baroja preferisce utilizzare il termine 'cabila'
invece di 'tribù' in quanto maggiormente comprensibile per i Saharawi
con cui entra in contatto durante i suoi studi negli anni 50. Oggi sono i Saharawi
che vanno incontro agli interlocutori stranieri, alla ricerca di tracce della
struttura passata e non solo, utilizzando il termine 'tribù'. In realtà
solo ultimamente e non senza difficoltà ed un certo sospetto, che il
termine 'tribù' sta ricomparendo nel vocabolario dei Saharawi(10)
. In questo caso specifico si tratta evidentemente di un retaggio coloniale
ed è quindi un termine da usare con attenzione e consapevolezza. Il suo
utilizzo in questa ricerca deve essere letto secondo l'accezione classica con
cui è stato fatto proprio dall'antropologia: un gruppo costituito
da lignaggi i quali si riconoscono tutti come discendenti da un unico antenato(11).
Non deve quindi essere considerato in alcun senso, se mai ci fosse bisogno di
spiegarlo, in termini svalutativi o dispregiativi, come i recenti dibattiti,
che hanno attraversato le discipline antropologiche, hanno giustamente criticato.
Alla base di questo sistema segmentario vi sono i lignaggi che rappresentano
l'unità di riferimento fondamentale per stabilire discendenze e relazioni
all'interno della tribù e delle sue subfrazioni (afkhad, sing.
fakhd). I membri di ogni tribù possono tracciare la loro discendenza
per via patrilineare, da un comune antenato posto all'apice dell'albero genealogico
della tribù. La tribù porta quasi sempre il nome del fondatore
che è conosciuto quale un uomo valente in guerra e profondo conoscitore
della religione se non addirittura santo per la sua devozione ed i suoi poteri
particolari. I suoi discendenti a loro volta, rappresentano i fondatori delle
frazioni e delle subfrazioni in cui si divide la tribù. L'ultima cellula
è rappresentata dalla famiglia. Invece di considerare il lignaggio da
un punto di vista discendente come negli studi genealogici occidentali, li si
prende in considerazione da un punto di vista ascendente. Il lignaggio per queste
tribù nomadi ha un valore soprattutto funzionale e pragmatico piuttosto
che di interesse puramente intellettuale e storico. Lo stabilire una discendenza
comune, il riconoscere l'appartenenza ad una medesima frazione, rappresenta
l'unica garanzia di sicurezza ed aiuto in un ambiente dove le risorse sono scarse
e gli scontri frequenti. Si ritiene che ogni individuo debba conoscere il nome
di almeno sette antenati, per risalire nel tempo almeno sino al fondatore di
una subfrazione sufficientemente importante. Inoltre determina lo status di
una persona all'interno della società, i suoi diritti e le sue obbligazioni
in caso di pagamenti di debiti di sangue e politiche matrimoniali. Il debito
di sangue o diya viene contratto da un gruppo quando uno dei suoi componenti
commette un omicidio. All'interno delle tribù Saharawi, tradizionalmente
il prezzo che il singolo deve pagare è all'incirca di cento cammelli,
che essendo al di sopra delle possibilità, spesso anche di una sola famiglia,
viene raccolto fra gli agnati dell'assassino o fra tutte le persone legate a
lui da patti o asaba. Questo tipo di solidarietà agnatica viene
chiamata asabiya.
2.2.3) Asaba (Inizio
pagina)
Il dispiegarsi dell'asabiya, attraverso patti detti asaba, unisce
fra loro individui o gruppi con una discendenza comune, ma può anche
sancire l'inizio di un rapporto di solidarietà fra persone o gruppi che
scelgono convenzionalmente di legarsi. In teoria entrambe le parti si trovano
ad uno stesso livello e non si richiedono ne un sacrificio, ne il pagamento
di un tributo. Questo patto di solidarietà può presentarsi in
varie forme. Attraverso l'asaba un individuo isolato può essere
ammesso all'interno di una frazione con cui non vi sono legami agnatici, od
un gruppo di persone difronte allo sfaldamento della loro subfrazione od alla
grande distanza che li separa dal nucleo centrale, decidono di unirsi ad un'altra.
Si può anche dare il caso in cui intere frazioni stabiliscono asaba.
Attraverso questi processi venivano continuamente ridefinite le alleanze e le
relazioni fra tribù, scavalcando spesso l'originaria struttura segmentaria,
che mutava nella sua configurazione, ma non nel suo significato. Oggi come nel
passato nessun gruppo etnico è costituita solo dai discendenti dei fondatori,
ma è il frutto di una serie di processi all'interno dei quali l'asaba
ha svolto un ruolo fondamentale.
2.2.4) Tribù (Inizio
pagina)
Il contatto fra tribù di origine diverse ed il lungo processo di arabizzazione
hanno portato nel corso del tempo ad una stratificazione sociale, che in base
alla reale o rivendicata discendenza dal fondatore delle tribù arabe
(Beni Hassan) e dallo stesso Maometto, posiziona verticalmente ed orizzontalmente
le 40 tradizionali tribù Saharawi e le loro frazioni..
Le tribù di origine araba occupano un posto di rilievo rispetto a quelle
di origine berbera (Sanhaja) e sono chiamate anche 'tribù libere', in
contrapposizione alle altre dette anche 'tributarie' (znaga).
Le tribù arabe si dividono in guerriere e religiose. Coraggio e santità
sono i due attributi distintivi per queste popolazioni del deserto.
Le prime sono anche chiamate ahel mdafa (gente del fucile), o hassan in quanto
discendenti delle tribù arabe Beni Hassan fondate da un parente di Alì
(genero di Maometto) e che giunsero nel Sahara occidentale nel XIII sec. d.c..
All'interno di questa casta troviamo gli Oulad Delim ed i Tekna di cui nel Sahara
Occidentale sono maggiormente presenti gli Izarguien e gli Ait Lahsen. Sono
considerate le tribù più temibili del deserto per il loro orgoglio
e la loro violenza negli scontri.
Le seconde sono le tribù chorfa (sing. cherif) che si considerano dirette
discendenti di Maometto. Caro Baroja scrive di cheikh in grado di tracciare
a memoria l'albero genealogico che conduce a Maometto attraverso più
di trenta nomi di antenati (12) legati ai lignaggi della
dinastia Idriside. In realtà come abbiamo già visto si tratta
spesso di operazioni politiche attraverso cui si acquisisce lo status di tribù
'libere' malgrado l'origine berbera. Le principali tribù chorfa sono:
Reguibat, Arosien, Oulad Bou Sbaa, Ahel Cheikh Ma el-Ainin, Taoubalt e Filala.
I Reguibat che presero il sopravvento alla fine del XIX sec. si affidarono alla
loro abilità di guerrieri più che alla loro devozione religiosa.
Le genealogie ufficiali si basano spesso sulla vita di figure di santi quali
per l'appunto Sidi Ahmed Reguibi, che appartengono più al mito che alla
storia. Inoltre è certo che, malgrado l'adozione del dialetto arabo hassaniya,
molte di queste tribù erano di origine berbera (Sanhaja), e grazie alla
loro forza militare ed a genealogie chorfa inventate, sono sfuggite al destino
di altre tribù Sanhaja divenute tributarie (znaga).
Un'altra categoria di tribù con una spiccata vocazione religiosa, in
grado di
riscattarla in alcuni casi dallo status di znaga (tributario) è quella
degli zawiya. Le tribù zawiya, anche conosciute come ahel ktub (gente
del libro), benché non rivendicassero la discendenza da Maometto, erano
costituite da eruditi dediti allo studio ed all'insegnamento della religione
e delle scienze. Sono presenti soprattutto in Mauritania; nel Sahara Occidentale
sono rappresentati dagli Oulad Tidrarin.
All'ultimo gradino della fluida struttura gerarchica dei Saharawi vi sono le
tribù znaga o tributarie, di origine berbera e che maggiormente resistettero
al processo di arabizzazione. Il loro nome deriva chiaramente da Sanhaja, il
ceppo di tribù berbere che abitavano il deserto prima dell'arrivo degli
arabi Beni Hassan. Il termine znaga o aznaga era usato nel XV e nel XVI sec.
dai primi esploratori europei con una valenza etnolinguistica per indicare le
popolazioni nomadi non arabe di questa zona del Sahara, che non parlavano l'hassaniya.
ma una lingua chiamata azeneguy. In seguito il termine 'znaga' perdette la sua
connotazione etnolinguistica per adottare quella sociale di 'tributario'. Questa
evoluzione riflette il processo attraverso cui gli arabi presero il sopravvento,
introducendo l'hassaniya e obbligando i berberi a pagare loro tributi. Gli znaga
venivano anche chiamati lahma o 'carne senza ossa' ad indicare il fatto che
non erano in grado di difendersi e dovevano pagare tributi, per ottenere la
protezione delle tribù guerriere. Fra le tribù znaga significativo
è il caso degli Oulad Tidrarin, che hanno oscillato nel corso della loro
storia dallo status di zawija (gente del libro) a quello di znaga, divenendo
sottoposti degli Oulad Delim.
Le tribù saharawi così ripartite, nomadizzavano in aree distinte,
anche se naturalmente fluide. Le tribù tributarie erano per lo più
dedite alla pesca ed all'agricoltura e vivevano sulla costa, le tribù
guerriere, dedite alla pastorizia, si trovavano nelle regioni interne, settentrionale
e meridionale, in continuo contrasto con i tentativi di assoggettamento da parte
dei sultani marocchini a nord e degli emiri mauri a sud. Le tribù religiose
o chorfa nomadizzavano prevalentemente nelle zone centrali dell'interno, risultando
essere il punto di contatto di questa 'confederazione' di nomadi.
Queste divisioni sono il frutto di rapporti di potere in continua ridefinizione
attraverso scontri, ma anche abili manipolazioni genealogiche e storiche, volte
a costruire rappresentazioni delle proprie origini spendibili politicamente
nei confronti delle tribù vicine. Non bisogna quindi meravigliarsi se,
secondo dati della fine del XIX sec., le tribù znaga rappresentano solo
un ottavo della popolazione. Gli Spagnoli giunti nel Sahara Occidentale, non
intuirono il mutevole sistema di rappresentazioni che i Saharawi davano di se,
o più probabilmente non erano interessati a conoscere una popolazione
con cui ancora non avevano deciso di entrare veramente in contatto. Solo più
tardi, compreso il sistema di relazioni competitive fra le tribù, privilegiarono
i rapporti con alcune a svantaggio di altre, per stressarne le divisioni e mantenere
i Saharavi divisi. In quest'ottica il censimento spagnolo del 1974 fu attuato
su base tribale ed analogamente si sono svolte le operazioni d'identificazione
delle Nazioni Unite negli anni 90.
2.2.5) Tributi (Inizio
pagina)
Un complesso sistema di relazioni tributarie rappresenta la base dei rapporti
attorno a cui si struttura la società tradizionale saharawi. Alcuni tributi
avevano carattere degradante e mettevano a dura prova l'economia delle tribù,
altri sancivano patti ed alleanze e non avevano queste connotazioni negative.
Il tributo più frequente e dalle implicazioni più umilianti era
la horma. Veniva pagato dalle tribù znaga a quelle guerriere o hassan
in cambio di protezione. La horma era pagata individualmente da ogni capo famiglia
znaga ad una famiglia designata, all'interno della tribù guerriera a
cui si era soggetti. Ogni anno il tributario doveva consegnare un cammello,
un pezzo di tela o l'uso del latte di un animale, obbligando il ricevente a
dargli protezione od ad aiutarlo in caso di bisogno. Questo tipo di relazione
imponeva il tributario a non portare armi e quindi a non potere difendersi od
organizzare ghazzi, condizione umiliante all'interno di una popolazione dove
il prestigio si acquisiva per discendenza, ma soprattutto attraverso la saggezza
mostrata nella risoluzione delle controversie e l'onore ed il coraggio mostrati
in battaglia.
Il ghaffer rappresenta un tipo di tributo, spesso dato sotto forma di un dono,
che viene pagato collettivamente e non ha carattere umiliante. Un'intera tribù
o una sua frazione paga il ghaffer (in genere una o due dozzine di cammelli)
ad un'altra, per mantenere un patto od un alleanza. Un esempio conosciuto di
ghaffer era rappresentato dal dono annuale di otto cammelli dati agli Izarguien
dagli emiri di Trarza (Mauritania) sino all'inizio del xx sec.. Si trattava
di un segno di riconoscenza per l'aiuto militare fornito dallo cheik Hammou
Said all'emiro Ali Chandora, all'inizio del XVIII sec..
Il terzo tipo di tributo che analizziamo, ha le caratteristiche di un sacrificio.
La debiha, attraverso la quale si stabilivano accordi, si risarcivano danni
o si compensavano debiti si effettuava sacrificando una capra od una pecora
difronte alla khaima (tenda) o al friq (accampamento) della famiglia o della
frazione a cui si chiedeva protezione od a cui si doveva qualcosa. Per esempio
i Reguibat si sottoponevano alla debiha ogni qualvolta, per recarsi a nord,
ai mercati dello Oued Noun e dello Oued Draa, dovevano attraversare i territori
delle tribù Tekna. Nel caso invece che si trattasse della compensazione
per un crimine commesso, la debiha assolveva solamente i reati minori come la
rissa o l'avere sparato a qualcuno senza colpirlo. Nel caso di un ferimento
era richiesto un sacrificio più oneroso (targhiba): un cammello.
2.2.6) Gerarchie interne (Inizio
pagina)
Una volta caratterizzate le gerarchie ed i lignaggi, attraverso cui si relazionavano
le tribù, prendiamo in considerazione alcune divisioni verticali che
le attraversavano al loro interno. In ogni tribù, sia che si trattasse
di guerriere, religiose o tributarie, erano presenti persone che appartenevano
a caste sociali inferiori e che non caratterizzavano lo status della tribù,
pur partecipandone alla vita comune. Vi erano le caste degli artigiani o maalemin
e dei bardi o iggauen ed al gradino inferiore gli schiavi, che si dividevano
in abid ed haratin.
I maalemin svolgevano il ruolo di carpentieri, fabbri, costruttori di selle
e gioielleri. Lavoravano il ferro ed il legno, mentre le loro mogli erano specializzate
nel lavorare la pelle per ricavare abiti, recipienti e le tele con cui erigere
le tende. I maalemin potevano soddisfare tutte le necessità tecniche
di una tribù nomade e, benché fossero apprezzati per la loro bravura,
erano tenuti in disparte, non avevano potere decisionale all'interno della comunità
ed erano considerati detentori di poteri occulti, in grado di influenzare negativamente
la vita delle persone. Potevano rimanere legati alle medesime famiglie o frazioni
per più generazioni, ma continuavano a rappresentare una casta ereditaria
inferiore.
Al pari dei maalemin si trova la casta dei musici o iggauen. Erano dei veri
e propri bardi, giullari del deserto che viaggiavano liberamente da un accampamento
all'altro, in cerca di cheikhs che assicurassero loro protezione e compenso
in cambio di intrattenimento. Questi nomadi fra i nomadi erano prevalentemente
diffusi in Mauritania, ma si trovavano anche nelle regioni meridionali del Sahara
Occidentale. Venivano accompagnati nel canto dalle donne ed eseguivano componimenti
su schemi fissi, elogiando il valore e la generosità dell'ospite, ma
anche versi satirici nel caso quest'ultimo non si dimostrasse generoso. La generosità
e l'ospitalità sono due valori sacri dell'Islam e particolarmente sviluppati
all'interno delle popolazioni nomadi del deserto; non bisogna quindi stupirsi
se, sebbene appartenessero ad una casta inferiore ed in cerca di protezione,
gli iggauen si potessero permettere di irridere i loro ospiti. Come gli artigiani,
anche i musici erano ammirati e temuti al contempo.
Al gradino più basso della società tradizionale saharawi, vi erano
gli schiavi o abid (abd sing.) ed i liberti o haratin (hartani sing.) che appartenevano
alle popolazioni nere dell'Africa subsahariana. I primi schiavi erano i discendenti
delle popolazioni nere Bafot, soppiantate dai Berberi nell'Africa nord occidentale,
nel I millennio a.c.. A questo primo nucleo di schiavi si aggiunsero quelli
ottenuti attraverso gli scontri ed il commercio con i regni del sud. L'arrivo
degli Europei sulle coste del sahara, nel XV e XVI sec., aumentò il commercio
degli schiavi. Il numero di schiavi presenti all'interno delle tribù
non fu mai elevato. Gli schiavi ottenuti attraverso razzie o acquistati (terbia),
erano quelli sottoposti ai lavori più duri e maggiormente disprezzati,
mentre quelli nati all'interno della famiglia nomade da genitori schiavi (nama),
venivano utilizzati per lavori domestici e riuscivano ad integrarsi sino ad
ottenere, in alcuni casi, la libertà. Il Corano descrive la liberazione
degli schiavi come lodevole, ma non obbligatoria. Gli schiavi liberati (haratin)
rimanevano quasi sempre presso i loro ex padroni.
2.2.7) Organizzazione politica (Inizio
pagina)
I Saharawi sono romanticamente conosciuti come 'i figli delle nuvole', in perenne
spostamento dietro alle nubi, alla ricerca di oasi o di zone del deserto, dove
sia probabile l'arrivo della pioggia. Il loro accentuato nomadismo e lo spirito
di libertà, che li ha sempre contraddistinti, li ha spinti a lottare
in continuazione per mantenersi indipendenti dai regni del nord e del sud, ma
anche a trovarsi in perenne contrasto fra loro. Ne risulta, come già
scritto all'inizio di questo capitolo, un insieme di tribù diversificate,
ma omogenee al contempo. Tribù in grado di definirsi competitivamente
al loro interno, ma anche di unirsi in contrapposizione a forze esterne. Le
regioni dell'attuale Sahara Occidentale erano anche conosciute come bilad ed-siba
('terre della dissidenza'), in contrapposizione alle zone settentrionali sottomesse
ai sultani marocchini e conosciute come bilad el-makhzen ('terre del governo').
Malgrado molti studiosi come M. Barbier descrivano i Saharawi come una popolazione
che vive in una situazione di 'anarchia tribale', questi stessi studiosi hanno
riconosciuto, con sfumature diverse, la presenza di organismi politici con rappresentanti
e compiti ben determinati. Ancora una volta, come nel caso dei lignaggi, il
riconoscimento e la gestione del potere fra i Saharawi rispecchia generalmente
i modelli di tribù segmentarie, presenti fra la maggior parte delle tribù
nomadi del mondo arabo.
Ogni tribù aveva la propria organizzazione interna costituita dalla yemaa,
un'assemblea di notabili che aveva poteri legislativi, giudiziari ed esecutivi.
I notabili erano gli anziani più rispettati per il loro lignaggio e ricchezza,
il valore dimostrato in battaglia, la saggezza e la pietà con cui risolvevano
le controversie e la conoscenza e la devozione religiosa. La yemaa si riuniva
periodicamente qualora si dovesse stabilire un'alleanza (asaba), si dovesse
pagare un tributo, risolvere un caso giudiziario o prendere altre decisioni
importanti per la vita della comunità, quali la scelta del luogo dove
spostare l'accampamento. A capo della yemaa era posto uno cheikh. La giustizia,
il cui corpo di norme era chiamato orf, e che era complementare alla legge islamica
(sharia), era presieduto da un altro cheikh: il qadi. La pratica e lo svolgimento
delle riunioni della yemaa, le cui decisioni erano collettive, indica che la
società saharawi era relativamente democratica, malgrado solamente gli
anziani, appartenenti alle caste degli uomini liberi, potessero parteciparvi.
Le decisioni della yemaa dovevano essere osservate, pena l'allontanamento dalla
comunità.
La yemaa rappresenta comunque l'assemblea di una subfrazione o di una frazione
e, malgrado riunisca rappresentanti di più accampamenti, non si può
certo considerare un'organizzazione supertribale. Per alcuni questa organizzazione
è rappresentata dall'Ait Arbain o assemblea dei 40, dove sarebbero presenti
gli cheikhs delle 40 tribù tradizionali, costituenti l'insieme saharawi.
Proprio l'Ait Arbain che si riuniva in caso di pericolo esterno, per decidere
ed organizzare i conflitti, è considerata da molti quel potere centrale
che, sebbene non permanente, è all'origine dell'idea, non di nazione,
ma almeno di popolo saharawi. Rappresentanti del Fronte Polisario come Mohamed
Sidi Aupa (direttore del Museo della Guerra) e Baba Juli (vice Ministro della
Cultura), durante le conversazioni avute con loro, mi hanno descritto l'Ait
Arbain come una struttura amministrativa vera e propria, in grado di controllare
il territorio in cui nomadizzavano i Saharawi ed in grado di mobilitare le tribù,
anche in conflitti che non le interessavano direttamente. Risulta evidente la
necessità da parte della classe dirigente saharawi di stressare elementi
culturali e politici, propri ed innegabili del passato, per legittimare e rafforzare
delle rivendicazioni, che fra l'altro sono riconosciute da tutti gli organi
internazionali. L'Ait Arbain in realtà non rappresenta un'istituzione
supertribale, ma secondo gli studi di Hodges e Barbier è una yemaa allargata,
in grado di riunire gli cheikhs di un'intera tribù in caso di conflitti
e ghazzi, alla cui guida viene nominato uno cheikh con poteri particolari (moqadem).
2.3) Creazione di un sentimento di popolo e di nazione (Inizio
pagina)
La Rasd, c'est la somme de nos sacrifices,
le cumul de nos douleurs et de nos
espérances, c'est l'addition de nos certitudes,
le refuge de nos identités (13).
Mohammed Sidati
2.3.1) Presentazione del problema (Inizio
pagina)
L'affermazione di Mohammed Sidati porta in se alcune questioni che verranno
problematizzate in questa sezione. La Rasd, un giovane Stato in esilio, fuori
dai territori che rivendica e su cui, come Nazione moderna non ha mai esercitato
la sua sovranità, viene descritta come il rifugio delle identità
Saharawi. Il termine rifugio evoca le parole tempesta e necessità. Le
identità sono viste come molteplici, ma tutte apparteneti ad un noi (nos)
collettivo. Il rifugio, nel nostro immaginario è rappresentato da una
locanda dove i viandanti, sorpresi dal temporale, interrompono il loro cammino
e trovano riparo. Seduti intorno ad uno o più tavoli avvengono incontri,
che nelle finzioni letterarie e cinematografiche sono destinati a cambiare i
programmi di viaggio dei protagonisti ed il corso delle loro storie. La Rasd
in un certo senso è come la locanda-rifugio, ma diversamente da quella
incontrata dal viandante, è stata creata dai Saharawi nel mezzo della
tempesta (c'est la somme de nos sacrifices). Alla sua edificazione hanno
contribuito identità diverse, accomunate da un unico obbiettivo e dirette
da un unico regista: il Fronte Polisario.
In quale maniera è stato possibile in così breve tempo fare scaturire
all'interno di gruppi tradizionalmente nomadi ed in competizione fra loro, il
sentimento di appartenenza ad un unico popolo ed ad un unico territorio?
La questione è particolarmente delicata, perché potrebbe essere
oggetto di strumentalizzazioni politiche da parte di chi ha interesse a dare
un immagine dei Saharawi come di un gruppo di novelli ed opprtunisti secessionisti
o sull'altro fronte può essere vista con fastidio da chi è stato
protagonista di una rapida rivoluzione sociale e preferirebbe che certe questioni
non venissero risollevate in continuazione.
Voglio quindi premettere che le mie analisi sul popolo saharawi e sulla nazione
saharawi, non sono di tipo giuridico. In questo ambito valgono la sentenza della
Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja che nella sua delibera del 18 ottobre
1975 esclude senza ambiguità le rivendicazioni territoriali del Marocco
e della Mauritania e riafferma, relativamente a questo territorio non autonomo,
la priorita del diritto all'autodeterminazione, come sancito dalla risoluzione
1514 (XV) dell'ONU sulla concessione dell'indipendenza ai paesi e ai popoli
coloniali. Inoltre il Fronte Polisario, nelle numerose risoluzioni dell'ONU
volte a favorire il processo di autodeterminazione del popolo saharawi, è
stato riconosciuto come unico e legittimo rappresentante dei Saharawi e come
tale ha firmato gli accordi di Houston sottoscritti anche da Marocco e Nazioni
Unite, che avrebbero dovuto portare allo svolgimento del referendum. A questo
riguardo sono stati compiuti numerosi studi. Vorrei segnalare i contributi dei
seminari tenuti a Bologna il 15 e 16 novembre 1984 presso il centro Amilcare
Cabral e pubblicati dalla Fondazione Lelio Basso all'interno del Cahier n.4
(14). Si trovano raccolti gli articoli di storici, giuristi,
politologi ed islamisti, che danno un ampio quadro della situazione e delle
sue implicazioni.
Per la mia ricerca, pur tenendo presente questi contributi, metterò in
relazione le conoscenze acquisite direttamente parlando con i Saharawi ed un'interessante
e prezioso articolo dell'antropologa Sophie Caratini (15),
apparso recentemente, di cui intendo seguire la struttura ed i passaggi logici.
2.3.2) Idea di popolo (Inizio
pagina)
Il progetto del Fronte Polisario si sviluppa sin dalla sua nascita su piani
diversi e paralleli: da un lato la lotta di liberazione nazionale ed indipendenza,
dall'altro la rivoluzione sociale. Questo secondo aspetto è favorito
dal contesto in cui i Saharawi si trovano: i campi profughi, la Rasd in esilio
si trovano in territorio algerino, nel deserto dell'Hammada, uno spazio vuoto
di storia e lontano dalla popolazione algerina.
I primi fondatori del Fronte Polisario si inspiravano ai modelli del FLN algerino
per riorganizzare la popolazione politicamente, militarmente, socialmente e
culturalmente. L'idea di fare attecchire i modelli importati di democrazia e
libertà nel sistema di valori delle società nomadi non è
paradossale; la contraddizione da superare era soprattutto di tipo strutturale.
La struttura sociale precedente doveva essere modificata, mantenedo i valori
di ospitalità, fratellanza, generosità ed onore. Le nozioni di
identità ed uguaglianza entrano in contrasto,
à penser
que pour etre tous égaux, il leur fallait d'abord se convaicre qu'ils
étaient tous 'les memes' (16). In una società
dove prevale l'ideologia del sangue, bisogna rimettere tutto in discussione;
si devono neutralizzare e contraddire le strategie di alleanze inscritte nel
sistema di parentela. Una nuova politica deve essere messa in atto per modificare
le regole di parentela e riproduzione sociale sia dal punto di vista pratico
che rappresentativo e simbolico.
Il Fronte Polisario, sotto l'influenza del pensiero occidentale, capisce che
l'idea di popolo può e deve essere un'arma politica. Riconoscere l'esistenza
di un popolo equivale a riconoscere il diritto ai suoi membri di creare una
nazione. Sin dalla sua fondazione, nel 1973, il Polisario tenta di rendere i
Saharawi non solo un popolo, ma un popolo esemplare. Dal 1975, l'esperienza
dei campi profughi ha accellerato e favorito questo processo. Il principale
ostacolo era rappresentato dal sistema di relazioni tradizionale, che ripartiva
gli individui in gruppi patrilineari gerarchizzati ed in competizione fra loro.
La colonizzazione spagnola aveva vietatato i conflitti e la pratica della razzia
(ghazu (17)). La pacificazione spagnola aveva diminuito
la presenza di interessi economici comuni che univano i membri di uno stesso
lignaggio. Le tribù, come unità sociale e politica, erano comunque
sopravvissute alla scomparsa degli interessi economici comuni.
La prima operazione del Polisario fu di eliminare il termine qabila (18)
(pl. qaba'il) ed i nomi che designavano le singole qaba'il, come
se eliminando la parola si eliminasse il fenomeno. Consapevole della potere
performativo del linguaggio, il Fronte Polisario introduceva gradualmente la
noziohne di popolo, senza svelarne tutte le riforme sociali connesse. I concetti
chiave veicolati erano siamo Saharawi prima di essere figli, abbiamo dei
territori nazionali prima di avere proprietà di terreno e soprattutto
non siamo più un insieme di tribù alleate di fronte ad un nemico,
ma un popolo con legittime aspirazioni di fronte ad altri popoli.
Nell'arabo moderno, il termine sa'b (popolo) si riferisce a realtà
diverse. Nel Maghreb, la genesi del concetto di popolo è legata al periodo
delle lotte anticoloniali; in Medio-Oriente la connotazione è più
complessa e legata al rifiuto dell'idea nasseriana di grande nazione araba.
Il Polisario utilizza sa'b nell'accezione di asaba wahda (19)
: un unico gruppo di parentela. L'asaba indica il patto attraverso cui
si stabiliscono alleanze ed attraversamenti lignatici, sino ad individuare il
legame di consanguineità agnatica sancito dal patto naturale, che risulta
dall'idea di condividere lo stesso sangue. La stessa idea si ritrova nel termine
usma wahda, che indica la mobilitazione degli anziani. Usma è
la corda di cuoio, tesa tra i due pali interni della tenda, che dà equilibrio
a tutta la struttura. Usma wahda rappresenta quindi un'unità organica,
un corpo legato da un comune destino i cui elementi non hanno altra scelta che
collaborare per organizzare la propria difesa. Sophie Caratini esemplifica questo
concetto con il motto francese, caro ai moschettieri di Dumas, 'un pour tous,
tous pour un' (20).
Mobilitare i Saharawi e soprattutto quelli fra loro che ancora praticavano la
pastorizia, ponendo subito termine alla schiavitù sarebbe stata un'operazione
troppo radicale, anche se naturalmente conseguente al progetto del Polisario.
Introdurre l'idea di popolo, attraverso l'utilizzo della lingua era un primo
passo, ma il termine rimaneva evasivo. Venne inizialmente inteso come estensione
del patto di fratellanza a tutte le qaba'il, mantenedo inalterate le
gerarchie interne. Il divenire un popolo, per fronteggiare, prima gli Spagnoli
e poi Marocchini e Mauritani, significava per il momento solo stressare l'idea
di eguaglianza fra gruppi, ma non ancora quella fra individui.
2.3.3) Idea di nazione (Inizio
pagina)
Parallelamente, era necessario sviluppare l'idea di apparteneza a dei territori
nazionali, l'idea di una patria. Anche in questo caso la difficoltà era
strutturale e non legata al concetto. Le popolazioni nomadi saharawi non erano
estranee all'idea di controllo su un territorio. Un complesso sistema di tributi
e relazioni regolava in passato l'accesso a mercati e pascoli od il passaggio
attraverso i territori, che ricadevano sotto la sfera d'influenza di un determinato
gruppo. Tuttavia l'idea di un territorio, delimitato da confini immutabili era
del tutto assente. A questo concetto doveva aggiungersi quello di watan
(patria), necessario per mobilitare la popolazione e per utilizzare la referenza
spaziale per scavalcare la referenza genealogica. Una volta avviato il processo
di costituzione di un'identità costruita sull'idea di una comunanza generalizzata
di sangue, i rivoluzionari tentavano di affiancare a poco a poco l'idea di un'identità
legata ad uno spazio, ad un territorio originariamente condiviso. Inizialmente
questo tipo di manipolazione ideologica era funzionale a mobilitare i Saharawi
che risiedevano nei paesi vicini (soprattutto Marocco, Mauritania e isole Canarie).
L'atteggiamento del Marocco e della Mauritania che stigmatizzavano i Saharawi
come nomadi, e ne perseguitavano anche quelli sedentari, e le siccità
degli anni 70 e 80 favorirono l'arrivo di un considerevole numero di militanti
nei campi profughi, oltre a chi aveva scelto l'esodo sin dal 1975. Malgrado
le amministrazioni coloniali francese e spagnola avessero fornito carte d'identità,
L'appartenenza lignatica rimaneva l'unico 'documento' d'identità valido
ed efficace. Separare identitariamente con un confine politico e con un'amministrazione
coloniale differente chi era al di qua o al di là di una linea virtuale,
che aveva senso solo per chi l'aveva tracciata, era allora impensabile.
Nessuno può negare l'intensità di relazioni fra nord e sud nel
deserto del sahara, che non è mai stata una barriera, ma uno spazio di
intensa circolazione di persone, merci ed idee. Frontiera della conquista araba,
polo estremo da cui partivano i pellegrini verso la Mecca, ultima tappa dei
carovanieri dell'Africa subsahariana, deserto propizio a santi e miracoli, la
Saguia el-Hamra (21) ha sempre rappresentato nel mondo
arabo, anche simbolicamente, un luogo di convergenze. Dirsi originario della
Saguia el-Hamra, significa essere discendente di qualcuno che abitò in
questo pezzo di deserto e che quindi ha fra i suoi avi un santo od un marabutto
imparentato con il Profeta. In un interminabile gioco di negoziazioni e di specchi,
la Saguia el-Hamra, frontiera ovest del mondo arabo, diventa simbolicamente
un luogo delle origini per molti gruppi che vivono in Marocco, Algeria ed anche
più ad oriente. Una volta che il popolo, Saharawi, e lo spazio, Saguia
el-Hamra, sono venuti a sovrapporsi simbolicamente, non è stato difficile
per il Fronte Polisario trovare dei militanti al di fuori dei campi profughi,
ma ancora meno difficile per Hassan II è stato trovare coloni, che si
proclamassero Saharawi e che quindi chiedessero di partecipare al referendum.
Lo stesso Hassan II amava definirsi cugino dei Reguibat e degli Arosien, cugini
come lui del Profeta.
2.3.4) La rivoluzione sociale del Fronte Polisario
(Inizio pagina)
Con l'emergenza del 1975 i giovani del Fronte Polisario ottenevano dagli cheikh,
che si attuasse un processo di unità nazionale: non solo l'unione dei
Saharawi, ma anche l'abolizione del sistema tribale; il termine wuld al-'amm
(fratello, consanguineo) era sostituito da rafiq/a (22)
(compagno/a). Bisognava porre termine alle rivalità interne di cui il
concetto di qabail era portatore. Col nuovo patto sociale gli anziani
rinunciavano ai privilegi sui giovani, i liberi sugli schiavi, gli uomini sulle
donne. I militanti del Polisario convenirono di non utilizzare il nome della
propria qabail, per designare la propria origine e quindi statuto sociale
tradizionale, e di non narrare la storia della propria qabail ai discendenti.
Il passato veniva accantonato da chi lo conosceva e nascosto alle nuove generazioni,
stava nascendo un nuovo popolo, che aveva intenzione di tracciare una cesura
netta, fra lo ieri e l'oggi. I Saharawi si trovarono d'accordo a censurarsi
per dimenticare le loro differenze (23), portatrici di
problemi per il loro nuovo progetto politico e sociale. La nuova identità
saharawi occultava il passato dei legami agnatici e della struttura tribale
e stressava il passato del legame con lo spazio ed il presente legato al tempo.
Ogni accampamento ed ogni quartiere prendeva il nome di una wilaya (regione)
e di una daira (località) del territorio occupato dal nemico.
Le scuole che a poco a poco venivano fondate all'interno della Rasd in esilio,
venivano battezzate con date importanti per la storia del giovane stato. Per
compensare la perdità d'identità, che negare il passato poteva
generare, si sono impegnati ad impedire l'oblio di quello che tentavano di conquistare:
lo spazio.
Tanti fattori hanno contribuito al successo iniziale della rivoluzione sociale
del Fronte Polisario. La lunga guerra col Marocco, durata sino al 1991, generava
una solidarietà generalizzata all'interno della popolazione, dove combattevano
e morivano fianco a fianco tutti i Saharawi, indipendentemente dalla loro provenienza
tribale. L'esperienza dell'esilio, piuttosto che della diaspora, l'essere confinati
in un territorio circoscritto, dove le famiglie vivono insieme e le donne hanno
assunto un ruolo centrale nell'amministrazione pubblica, nella sanità
e nell'educazione in assenza degli uomini impegnati al fronte. I Saharawi hanno
cumulato intelligentemente questi 'vantaggi' non solo per elaborare la loro
rivoluzione sociale, ma anche per metterla in atto.
Al termine della guerra, per gli anziani risulta ancora difficile ignorare le
loro origini, ma è normale per i giovani, che in seguito alla politica
demografica, rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione. Molti
di loro non conoscono i miti di fondazione delle tribù di appartenenza,
ne la storia dei conflitti intestini. Il Polisario aveva inoltre impedito alle
famiglie di suddividersi negli accampamenti in base a criteri di appartenenza
lignatica. Soltanto i vecchi artigiani e gli schiavi, le due classi inferiori
nella gerarchia tradizionale, non hanno potuto rimanere nell'anonimato. Il savoir
faire degli artigiani è stato preservato per l'allestimento dei campi.
Oggi il sistema degli aiuti umanitari ha praticamente fatto sparire questa categoria.
Gli ex schiavi si distinguevano per il colore della pelle. Sui muri delle prime
costruzioni in mattoni d'argilla comparivano slogan scritti con la henna come:
'il tribalismo è un crimine contro la nazione'.
A cavallo fra gli anni 80 e 90, la stanchezza per la guerra prima ed il primo
rinvio del referendum poi, fanno emergere dei dissensi all'interno del Polisario,
che riportano a galla vecchi atriti tribali. A rendere più problematica
la situazione, e da certi punti di vista grottesca, è intervenuta la
decisione dell'ONU, negli anni 90, di pensare le commissioni d'identificazione
per il referendum sulla base del censimento spagnolo del 1974, che aveva tentato
di cristallizzare le divisioni interne ai Saharawi. Nel 1994 la Minurso (24)
inizia a diffondere per radio l'inventario delle tribù e dei gruppi lignatici
catalogati dagli Spagnoli vent'anni prima e prosegue sino al luglio 1999. Il
giorno della prima diffusione radiofonica viene ricordato da molti per lo stupore
con cui ognuno ha scoperto o riscoperto la propria identità e quella
del vicino. Le parole che erano state vietate ed accantonate per vent'anni,
tornavano ad essere pronunciate senza che nessuno potesse intervenire; la popolazione
doveva rispondere agli appelli dell'ONU, gli anziani cheikh erano paradossalmente
chiamati in causa per collaborare con le commissioni, che identificavano; che
riconoscevano ed assegnavano l'identità saharawi dei partecipanti al
voto di un referendum, che doveva sancire la fine definitiva del loro ruolo
e dei loro privilegi. I giovani imparano così a familiarizzare con il
volto nascosto della loro identità ed in alcuni si fa strada il desiderio
di posizioni sociali differenti. Capiscono il senso degli scontri politici all'interno
della Rasd e rileggono il loro presente alla luce delle recenti scoperte. La
diffusione radiofonica delle liste prosegue quotidianamente sino al luglio 1999.
Le scandale était inevitable. Mais un scandale qui dure maintenant depuis
six ans est devenu une habitude (25) . La nuova identità
saharawi, formatasi con la guerra e l'esilio non ha perso forza e credibilità,
ma deve oggi articolarsi su un fronte ancora più articolato, complesso
e delicato.