Le musée. Une realité déjà ancienne, quand nait
le mot. Un trésor des dieux et des hommes, dans le premiers temps. Un
laboratoire, un conservatoire, une ecole, un lieu de participation, de notre
temps. Avec ou sans toit. Dont la tete avance par bonds audacieux, et la queu
n'en finit pas de finir. Au développement exponentiel, tache d'huile
en progression à travers le monde. Cultivant la synchronie dans la diachronie,
ou la diachronie dans la synchronie. Autor de toutes les disciplines de l'art
et du savoir. Une famille internationale, de nos jours . (1)
George Henri Rivière
Evocare la costruzione di un mito nazionale.
Reinventare una storia comune al plurale.
3.1) Introduzione
3.2) Museo Nacional del Pueblo Saharaui
3.2.1) Storia del Museo Nacional del Pueblo Saharaui
3.2.2) Struttura ed allestimento
3.2.3) Intervista a Lehbib Abidin
3.3) Museo della Guerra
3.3.1) Museo della Guerra
3.3.2) Intervista a Mohamed Sidi Aupa
3.4) Deserto
3.5) Politica e poetica della museificazione fra i Saharawi
3.1) Introduzione
All'interno dei campi profughi gli edifici sono una rarità ed hanno delle
funzioni ben determinate: sono scuole, ospedali, residenze per i cooperanti
internazionali e sedi di ministeri. Non si trovano moschee; i Saharawi pregano
'nell'intimità' delle loro tende o all'interno di semicerchi di sassi
orientati verso est. (2) Non è solo il risultato
dell'indigenza in cui vivono, ma è una precisa scelta politica, oltre
che una sopravvivenza del loro passato nomade. I campi profughi sono un nonluogo,
una residenza 'provvisoria', e tali devono rimanere anche nella loro struttura
e fisionomia, malgrado siano passati quasi trent'anni dall'esodo. Costruire
significherebbe radicarsi, accettare la situazione presente ed abbandonare il
progetto di un Sahara Occidentale indipendente. Al breve elenco di edifici va
aggiunta la voce museo. Ci sono due edifici nel sud del deserto algerino che
svolgono questa funzione: il Museo Nacional del Pueblo Saharaui ed il
Museo della Guerra. I Saharawi sentono il pericolo di ogni infrastruttura
che possa rendere meno dura la vita nel deserto, sino ad affievolire il progetto
indipendentista, ma hanno avvertito l'esigenza di pensare, costruire ed allestire
due musei. In realtà ne esiste un terzo rappresentato dal deserto, che
in certi ambiti ha subito un processo di museificazione a cielo aperto. Come
mai una popolazione segregata in uno dei luoghi più inospitali del pianeta,
senza nessuna tradizione in questo campo, improvvisamente ha sentito il bisogno
di fissare in uno spazio oggetti e storie riguardanti il loro passato ed il
loro presente? Per tentare di dare una risposta a questi interrogativi è
necessario in primo luogo tenere sempre presente i Saharawi di oggi. Ogni riflessione
deve, a mio avviso, partire da questo dato iniziale per poi problematizzarlo
alla luce delle conoscenze acquisite sul passato tradizionale e nomade di questo
popolo. I Saharawi di cui stiamo parlando sono i cittadini di una nazione in
esilio e come tali conducono la loro battaglia per la visibilità nel
mondo e l'appropriazione di una nuova identità
con ogni mezzo disponibile ed i musei sono uno di questi. La specifica natura
dei musei, in quanto luoghi di accumulo di conoscenze e di oggetti di valore
e di interesse visivo, fanno di essi un'istituzione chiave nella produzione
ideologica in molte nazioni.
I processi attraverso i quali si costruisce
senso e si contrattano o si discutono le identità - all'interno di istituzioni
come i musei - forniscono la costituzione, non scritta e in continuo mutamento,
della società civile, le cui idee sono formulate e vissute attraverso
lotte per il consenso e lotte contro l'imposizione di una data identità
(3) . I musei per Ivan Karp sono una delle istituzioni che rendono
visibili e comprensibili i valori e l'identità della società civile
o di parti di essa. L'analisi che conduce si rivolge essenzialmente alla società
statunitense, al cui interno sono tantissime le comunità etniche che
vogliono vedere riconosciuto lo status di cittadini al pari degli anglosassoni,
nel rispetto della loro diversità. Il ruolo strategico dei Musei è
dato dalla loro autorevolezza. Una mostra, di qualunque genere sia, conferisce
all'oggetto museificato ed a chi l'ha prodotto una veste nuova; la presenza
all'interno di un museo significa nella maggior parte dei casi, vedere riconosciuta
la propria presenza. L'operazione condotta nei campi profughi saharawi si rivolge
essenzialmente a questo ultimo aspetto. Attraverso i musei si vuole esorcizzare
lo scandalo dell'assenza di notizie, dati, documenti che mostrino al mondo la
presenza della questione saharawi, ma anche supportare la creazione di una nuova
identità per la popolazione. I Saharawi, soprattutto con i musei, ma
non solo, stanno "nazionalizzando" la loro memoria, così come
successe nell'Europa del XIX secolo ed in particolare in Francia. Il sociologo
Maurice Halbwachs 4) scrive: La storia è la
raccolta di fatti che hanno occupato lo spazio maggiore nella memoria degli
uomini. Ma letti nei libri, insegnati e appresi nelle scuole, gli avvenimenti
del passato vengono scelti, riportati e classificati in funzione di necessità
o di regole che non interessano quelle persone che hanno conservato una tradizione
viva. In generale la storia inizia solo nel punto in cui finisce la tradizione,
nel momento in cui si decompone o si spegne la memoria sociale. Nei musei
che prendiamo in considerazione sono stati scelti ed isolati dei fatti storici
determinati, funzionali alla creazione di una nuova identità, data soprattutto
dalla storia recente, che ha visto la colonizzazione spagnola prima e la dominazione
marocchina poi. I Saharawi presenti nei musei sono prima di tutto i cittadini
di uno stato in esilio che lottano per la loro indipendenza e solo secondariamente
i discendenti di tribù segmentarie che nomadizzavano nelle aree desertiche
dell'Africa nord occidentale. I visitatori stranieri e le nuove generazioni
trovano nei musei le coordinate che permettono di individuare chi siano i saharawi
oggi, quali radicali cambiamenti abbiano subito la loro pratica di vita e quindi
la loro identità negli ultimi decenni.
Un articolo di Jean Jamin (5) affronta con lucidità
e spirito corrosivo la definizione dei musei etnografici; le loro funzioni e
contraddizioni, soprattutto in relazione all'arte. Propone la creazione di un
museo degli errori, richiamandosi all'idea di Riviere, a sua volta ispirato
da Bataille e Mauss (6) , di creare un museo: un lieu
non pas de liberté mais de libération, où les objets devaient
etre affranchis de "la tyrannie du gout et des chefs-d'oeuvre", ou
la forme n'allait pas sans l'"informe (7)"
Gli oggetti esposti devono recuperare il significato degli uomini e delle
società che li hanno prodotti. La démarche ethnologique qui,
justement, a pour but de découvrir et d'analyser les relations entre
les hommes
En mettant en évidence les différentes manières
de se penser homme, de se représenter
le musée d'ethnographie
devait moins servir à former le gout qu'à le dèformer pour
cultiver la sensibilité et aiguiser la réflexion sur la condition
humaine (8).
I musei incontrati nel deserto, nella loro semplicità, dimostrano di
aver fatto propria questa lezione. Ammobiliandosi delle cose del passato e dell'oggi,
reificano il presente e rendono inevitabile il futuro.
3.2) Museo Nacional del Pueblo Saharaui
3.2.1) Storia del Museo Nacional del Pueblo Saharaui
Il Museo Nacional del Pueblo Saharaui, come anche la scuola di pittura ed artigianato,
si trova nel campo 27 de Febrero, conosciuto per la scuola femminile diretta
da Mariem Salek. Vi risiedono giovani donne provenienti da tutti i campi profughi.
Sono alloggiate nella scuola o presso famigliari. A volte le famiglie stesse
si trasferiscono, per seguire gli spostamenti delle ragazze. Molti sono anche
i funzionari della R.A.S.D. che vivono al 27 de Febrero o che comunque vi risiedono
nei giorni lavorativi. Rabouni, dove sono dislocati i ministeri, l'ospedale
principale e la residenza per i cooperanti internazionali dista solo 20 minuti
di jeep; la città algerina di Tindouf, crocevia degli spostamenti e degli
aiuti umanitari dista 40 minuti. Per questi motivi, malgrado non abbia lo statuto
e le dimensioni di una Wilaya (provincia), il 27 de Febrero è considerato
la capitale culturale della R.A.S.D. in esilio e la scuola femminile, al cui
interno si trova il campo, è il centro nevralgico del campo.
Il Museo Nacional del Pueblo Saharaui nasce nel 1997 grazie alla collaborazione
della università di Girona e del ministero della Cultura della RASD.
Durante la visita di una delegazione della UdG nel1995, ai campi profughi saharawi,
l'allora ministro della cultura della RASD, Mohamed Tami, chiese all'UdG di
partecipare alla creazione del Museo Nacional del Pueblo Saharaui. A seguito
di questa richiesta, un gruppo di cinque membri dell'UdG fece un primo sopralluogo
di 5 giorni nei campi profughi, per valutare le possibilità di sviluppare
il progetto e preparare un piano di lavoro. Alla fine del mese di febbraio 1996
quattro membri del primo gruppo ed un tecnico fanno un secondo viaggio a Rabouni
e nei territori del Sahara Occidentale controllati dal Fronte Polisario, per
iniziare la ricerca sul campo. Durante quel soggiorno di 18 giorni è
stato possibile documentare e recuperare materiale sulla storia, la preistoria,
la cultura ed il territorio del Sahara Occidentale, vedere l'edificio, che sarà
destinato al Museo, e discuterne l'organizzazione con i responsabili saharawi.
Fra i mesi di aprile e giugno del medesimo anno sono stati formati differenti
equipes di volontari (museografia, educazione, preistoria, storia, antropologia
e geografia), all'interno delle quali si sono integrati i contributi di collaboratori
del ministero della Cultura della RASD e professori e studenti dell'UdG. Col
mese di ottobre 1996 i differenti gruppi riprendono il lavoro sul campo ed iniziano
ad ideare l'esposizione permanente (ricerca di mappe storiche, fotografie, grafici,
etc.). Alla fine di febbraio 1997 viene completata la raccolta dei dati. Nel
dicembre 1996 viene contattata una persona perché costruisca il plastico
del Sahara Occidentale che occuperà lo spazio centrale del Museo ed in
febbraio viene assunta un'altra persona perché si occupi della realizzazione
dei pannelli con fotografie mappe e grafici esplicativi, adatti ai problemi
di conservazione posti da un allestimento nel deserto.
Per finanziare i costi di realizzazione(9) del Museo ,
oltre ai fondi stanziati dalla Delegaciò d'Afers de Cooperaciò
per al Desenvolupament dell'università di Girona, il progetto è
stato presentato a diverse istituzioni ed è stata promossa una collezione
di 10 francobolli sul Sahara Occidentale messi in vendita dall'Università,
dall'associazione che coordina gli aiuti catalani al Sahara Occidentale (ACAPS)
e dal Ministero della Cultura della RASD(10). Il materiale
del Museo, confezionato a Girona, è stato inviato alla fine di maggio
approfittando della IV Carovana per la Pace nel Sahara, in modo da potere allestire
il museo durante l'estate. Il 12 ottobre 1997 in concomitanza con l'apertura
dell'ospedale "Catalogna" è stato inaugurato l'MNPS. Dieci
giorni prima si è celebrato un atto simbolico d'inaugurazione all'interno
dell'università di Girona, presenti il rettore Josep M. Nadal ed il ministro
della cultura della RASD Sidahmed Batal.
Parallelamente è stato creato un sito web ed una pubblicazione in 500
copie per divulgare questo lavoro.
3.2.2) Struttura ed allestimento
L'MNPS si trova in un edificio a croce, ad un solo piano, all'interno della
scuola femminile del campo 27 de Febrero. Ci sono quattro sale rettangolari
divise da un'area quadrata, luogo obbligato di passaggio per entrare in tutte
le stanze. L'ingresso del museo è posto in modo tale da entrare direttamente
nella sala della "Preistoria". Seguono le sale di "Cultura tradizionale",
"Storia" e "Ambiente naturale". Ogni sala è composta
da una serie di pannelli con immagini fotografiche, mappe, grafici e testi in
lingua spagnola ed hassanya. Le sale "Preistoria" e "Cultura
tradizionale" presentano esposti degli oggetti. Nella sala "Preistoria"
si trovano fossili di conchiglie di cui è ricco il Sahara ed utensili
in pietra di piccole dimensione risalenti all'Epipaleolitico (30.000 - 8.000
anni fa). Nella sala "Cultura tradizionale" vi sono fucili, spade,
montature per il cammello, bisacce, recipienti ed utensili per cucinare, conservare
e trasportare gli alimenti. Le tavolette adoperate nelle scuole coraniche sono
appoggiate sul davanzale di una finestra, quasi defilate rispetto agli altri
oggetti. Entrando nella sala 'Cultura tradizionale' armi e selle sono i primi
oggetti che si vedono, posti al centro. Pare evidente l'intento di accentuare
il carattere guerriero e nomade rispetto a quello religioso. I Saharawi come
tutte le popolazioni nomadi, hanno sempre avuto un rapporto più libero
con la religione rispetto alle popolazioni sedentarie, ma non dobbiamo dimenticare
che nel passato le tribù religiose chorfa o "gente del libro",
condividevano con le tribù guerriere il gradino più alto nella
gerarchia sociale tradizionale(110) . L'identità
presentata dai saharawi, nel passato come nel presente è quella di un
popolo guerriero, non più nomade, ma sempre legato al deserto. Non sono
stati museificati tutti quegli oggetti come il set da tè, ed indumenti
quali la melfa e la darrà che tuttora i Saharawi adoperano nei campi
profughi e nel Sahara Occidentale occupato.
L'allestimento delle ultime due sale, nella sua estrema semplicità, documenta
in modo ancora più esplicito, la volontà di parlare dei Saharawi
oggi e delle loro aspirazioni. La sezione "Storia" dedica quattro
pannelli alla ricostruzione storica delle vicende che vanno dalle origini della
popolazione saharawi (X sec. a.c.) ai primi contatti con gli europei (XV - XIX
sec. d.c.); tre pannelli alla colonizzazione spagnola (1884 - 1975); otto pannelli
alla guerra col Marocco ed all'esperienza della RASD (dal 1975 ad oggi). L'ultimo
pannello, significativamente, è rappresentato da un planisfero dove sono
indicati quali paesi e quando hanno riconosciuto la RASD(12).
La RASD ha bisogno di visibilità e la sala storica non poteva che concludersi
con una rappresentazione visuale delle vittorie diplomatiche ottenute dal Fronte
Polisario.
La sala dedicata all'ambiente fisico illustra le caratteristiche e le risorse
naturali dei territori del Sahara Occidentale, con solamente mezzo pannello
su dieci dedicato al deserto dell'Hamada, dove si trova oggi la RASD.
L'accento posto sui territori rivendicati dal Fronte Polisario è accentuato
da
un ultimo elemento su cui voglio soffemarmi. Nella piccola sala quadrata, crocevia
del museo, è stato posto, oltre ad un tavolo con alcuni oggetti in vendita
(fossili, rose del deserto e piccoli manufatti), un plastico del Sahara Occidentale.
Il visitatore intrapprende un viaggio attraverso un percorso guidato, che lo
porta dalla preistoria all'ambiente naturale odierno, dovendo sempre confrontarsi,
ad ogni passaggio, con la rappresentazione plastica della costruzione dell'identità
violata e contemporaneamente rivendicata dai Saharawi.
3.2.3) Intervista a Lehbib Abidin
Il Museo Nacional del Pueblo Saharaui non è sempre aperto; bisogna rivolgersi
al responsabile Lehbib Abidin che abita in una delle ultime jaimas (tende) del
campo. Lehbib Abidin è uno dei tanti Saharawi che ha studiato a Cuba.
Ha trascorso dieci anni all'Avana, dove ha terminato gli studi laureandosi in
arti plastiche, all'Accademia d'Arte. Da un anno circa è tornato nel
deserto ed ha seguito la sua famiglia al 27 de Febrero, trasferitasi qui, per
seguire gli studi della sorella. Ho incontrato Lehbib durante il mio primo viaggio
nel maggio 1998 al seguito di due giornalisti della RAI. Si trattò di
una breve presentazione del museo. Mi ripromisi allora di tornarci con più
tempo.
Durante il mio secondo viaggio, nel novembre-dicembre 1998, ho trascorso molto
tempo al 27 de Febrero, ospite di una famiglia Saharawi. La mia presenza fissa
nel campo, cosa non usuale per uno straniero, l'età e la curiosità
comuni hanno fatto sì che io e Lehbib ci incontrassimo spesso all'interno
o all'esterno del museo; per discutere del mio lavoro come per andare ad una
festa di matrimonio. Dopo qualche primo appuntamento al museo andato a vuoto,
mi sono reso conto che per lavorare con Lehbib dovevo andare a prenderlo nella
sua tenda. Questo ha naturalmente significato conoscere la sua famiglia; essere
coinvolto in pranzi, tè e giochi con i bambini. Il momento del lavoro
nel museo arrivava quasi sempre dopo un lungo e lento avvicinamento costituito
da una fitta rete di rapporti umani.
Del resto i Saharawi fanno spesso notare che chi vive nel deserto e per di più
come rifugiato, sia abituato alle lunghe attese, sia che si tratti di un processo
di pace, che della visita di un ospite. I giorni in cui alla fine ho condotto
l'intervista a Lehbib sono stati il 21, il 22, ed il 24 novembre 1998. L'intervista
con il registratore, in spagnolo, ha avuto luogo all'interno del museo, quasi
sempre da soli. Alcune volte passava qualche amico di Lehbib o Nasra che si
sedevano in silenzio ascoltandoci. Quella che segue non è la trascrizione
esatta dell'intervista così come si è svolta, ma la riproposizione
fedele(13) degli argomenti toccati durante le nostre conversazioni
registrate. In altri giorni ho scattato le fotografie.
Ho portato con me alcune fotografie scattate a maggio che ho utilizzato quasi
sempre per introdurre l'argomento della mia ricerca. Ci sono foto delle celebrazioni
per il 25° anniversario dell'inizio della lotta armata del Frente Polisario,
foto del Museo Nacional del Pueblo Saharaui e del Museo della Guerra, ritratti,
pitture rupestri e alcuni murales. Guardando queste foto ci soffermiamo su due
murales fotografati proprio al 27 de Febrero. Lehbib comincia a parlare prima
che io inizi a porgli domande sul museo.
L.A.: Questo murale sembra essere una pittura infantile, ma secondo me è
opera di un adulto. Vi sono tracce della pittura rupestre; tracce che rimangono
nel subconscio dell'essere umano e che col passare del tempo emergono anche
se trasformate. Rimane inequivocabile che c'è una certa relazione fra
il passato ed il presente. Lo sviluppo, come sappiamo, procede come una spirale;
non si nega mai completamente il passato, ma è sempre presente ad influenzare
il nuovo. In questo murale che hai fotografato si vede perfettamente ciò
di cui stiamo parlando.
B.C.: In questa immagine vediamo la rappresentazione di elementi che non
sono presenti qui nei campi profughi; elementi come alberi e case che non fanno
parte della vostra quotidianità o almeno non più da 25 anni.
L.A.: Ci sono elementi soggettivi, surreali. (sorridendo) Se prendi in considerazione
la realtà in cui viviamo, ti rendi conto che ci sono molti elementi surreali
proprio nella nostra vita reale: questi elementi influenzano la pittura(14).
Gli alberi per esempio: qui non ci sono. Questa è una questione che si
può spiegare ancora meglio e semplicemente con Freud: il desiderio represso;
rappresentare ciò che non si ha, ma si può ottenere. Sono questioni
strettamente legate al problema sociale, psicologico del popolo. Il popolo aspira
a molte cose: fra queste c'è la libertà, l'indipendenza Sono questioni
che manifestano una mancanza, una necessità. Gli alberi per quello che
riguarda l'esperienza dei Saharawi non si trovano certo qui nel deserto, ma
dove sta il mare(15) . Si tratta di una questione presente
nel subconscio e anche senza rendersene conto, come se fosse un elemento dell'animo,
della parte affettiva dell'essere umano, uno la rappresenta.
B.C.: (mostro la foto di un murale dove è rappresentata una macchina
con una bandiera del Polisario): Ci sono immagini che esprimono un'aspirazione,
manifestano una mancanza come dici tu, ma anche immagini apertamente legate
alla politica come questo murale. Durante il mio primo viaggio ho assistito
alle celebrazioni del 20 de Mayo dove si sono susseguite parate militari e folkloriche;
sono stato portato al sito rupestre di Tifariti e nella stessa giornata ho fotografato
i resti dell'aereo marocchino abbattuto nel deserto. Il sito rupestre e quello
bellico si trovano vicini: è vero, ma c'è qualcosa di più
che li lega. Sembrano due elementi simbolici che mostrate sempre accomunati:
il passato che sia preistorico o legato al tribalismo ed alla vita nomade; il
presente con i segni delle sofferenze, della guerra con il Marocco e dell'esilio.
Mi chiedo se certi elementi simbolici legati alla guerra o al Fronte Polisario
si possano considerare ormai parte della vostra identità o sono da connettersi
alla propaganda politica.
L.A.: La politica non può essere vista separata, slegata dalla vita quotidiana.
Il tutto è un insieme molto bene interrelato, perché non è
possibile una politica in assenza di forti radici culturali e sociali. Queste
rappresentazioni che tu hai visto per il 20 de Mayo non sono altro che una specie
di coreografia momentanea, ma se hai il tempo di fermarti qui, ti rendi conto
che tutto quello che hai visto a Smara(16), lo vai rivivendo
giorno per giorno. Il 20 de Mayo è qualcosa di organizzato, suddiviso
in minuti, che permette allo straniero, al mondo di vedere. Puoi cosi in una
giornata mostrare aspetti militari e di cultura tradizionale a chi non ha il
tempo di fermarsi più a lungo; a chi comunque vuole essere informato
sulla nostra situazione. Non possiamo però vedere la giornata del 20
de Mayo come qualcosa di slegato, come una serie di blocchi a se stanti che
sfilano l'uno dopo l'altro; si tratta di un blocco unico che mette in mostra
nei suoi aspetti differenti quella che è oggi la nostra vita, la nostra
quotidianità.
B.C.: Insisto con la presenza di due elementi che mi pare utilizziate per
autorappresentarvi: il passato e la guerra terminata da pochi anni. Non è
un caso, credo, che vi siano nei territori della R.A.S.D. due Musei distinti:
questo del 27 de Febrero ed il Museo della Guerra che si trova a Rabouni. Si
tratta sempre di rappresentazioni, messe in scena come sono le celebrazioni
del 20 de Mayo, o svolgono anche altre funzioni e chi sono i principali fruitori?
L.A.: Il 20 de Mayo è un evento forse pensato più per i visitatori
stranieri che non per noi. Non è comunque solamente una parata, un defilè;
è una vita che, sebbene passi per immagini nel breve arco di una giornata,
fornisce al visitatore straniero l'opportunità di vedere e sentire più
da vicino questa situazione, di acquisire più elementi. Certo uno deve
vedere ogni cosa: i musei, stare nella jaima (tenda), prendere il tè,
andare alla scuola di pittura. I due musei, benché diversi, aiutano a
capire attraverso i documenti. Se uno straniero viene qui e non può vedere
certi documenti, c'è il rischio che non si renda conto e che rimanga
in un certo senso indifferente. Nel vedere questi documenti, sia che si tratti
per esempio di utensili tradizionali legati al nostro passato, che di resti
militari di una battaglia, si rende conto in maniera diversa, vive maggiormente
questa sofferenza; la vive più da vicino(17) .
I Musei sono poi rivolti maggiormente alla popolazione che non agli stranieri.
Hanno la funzione di mantenere vive le immagini, gli oggetti tradizionali utilizzati
nel passato, perché le nuove generazioni possano entrare in questo luogo
e vedere oggetti utilizzati nel passato dai loro nonni. Lo stesso accade col
Museo della Guerra dove sono manifestati i segni della sofferenza che abbiamo
affrontato. I bambini, di tutte le età, vengono portati a visitare entrambi
i Musei; anche quello militare. Gli uomini che vivono nei campi hanno fatto
la guerra; ci sono dei feriti, ci sono dei soldati e sono i padri dei bambini
che vedi un po' ovunque. Capisci? I vivi oggi stanno con le famiglie, sono presenti
e raccontano storie che riguardano la guerra. I figli trovano al Museo della
Guerra dei documenti che confermano le storie dei padri.
I bambini ed i ragazzi che vengono al Museo Nacional del Pueblo Saharaui si
interessano di tutto. Fanno domande sulle incisioni rupestri come sul muro costruito
dai Marocchini, di cui hanno sentito parlare dai padri. Quando entrano nella
sezione dedicata alla cultura tradizionale chiedono come funzionano gli strumenti
che oggi non si utilizzano più. Ne hanno già visti alcuni magari
in qualche jaima e ne sono incuriositi; ne vogliono capire il funzionamento.
I giovani di oggi comunque non sono totalmente slegati dalla cultura tradizionale.
Non si utilizzano più determinati strumenti, ma c'è ancora una
certa familiarità. Del resto, malgrado siano intervenuti tanti cambiamenti,
viviamo ancora nelle nostre jaimas nel deserto e si può dire che le generazioni
più giovani conoscono il loro passato più soggettivamente che
oggettivamente. Questa sezione sarà più importante per le generazioni
future, per chi non sarà cresciuto nel deserto(18)
.
B.C.: Prima, mentre venivamo qui, mi hai fatto notare che questo è
il Museo Nacional del Pueblo Saharoui e non il Museo di Cultura Tradizionale
come io erratamente mi ostinavo a chiamarlo. Questa tua correzione e quello
che mi hai raccontato ora, mi spingono ad affermare che questo è un museo
"vivo". Non si tratta di un museo etnografico come viene generalmente
inteso in Occidente; quindi essenzialmente per addetti ai lavori, cosa del resto
impensabile vista la situazione in cui vi trovate; ma di un vero e proprio museo
di comunità dove è forte la presenza della popolazione saharawi;
le stesse persone che hanno prodotto ed utilizzato questi oggetti.
L.A.: Come ti ho detto questo museo sarà sempre più importante
mano a mano che passerà il tempo e lo sarà soprattutto per le
nuove generazioni. Il giorno che ritorneremo nel Sahara Occidentale ci saranno
altri rapidissimi cambiamenti all'interno della nostra società e sarà
anche grazie ad operazioni come questa che potremo mantenere dei legami con
il passato e con questo presente che stiamo affrontando. Questo museo nasce
dalla collaborazione fra il nostro Ministero della Cultura e l'Università
spagnola di Girona. Si tratta di un museo giovane; ha poco più di un
anno(19) . Ci sono quattro sale: una dedicata alla preistoria,
una alla cultura tradizionale, una alla storia ed una alla flora e fauna oltre
alla piccola sala con il plastico del Sahara Occidentale.
Mi pare molto appropriata la definizione di museo 'vivo' per vari motivi. Abbiamo
già detto della funzione pedagogica e di memoria che riveste per i più
giovani. Particolare è la presenza di oggetti nella sezione dedicata
alla cultura tradizionale di cui non si è perso completamente l'uso.
Molti di questi oggetti sono utilizzati ancora, fuori dalle wilaya, da quelli
che sono rimasti beduini e che vivono soprattutto in Mauritania. Inoltre c'è
il progetto di dedicare una sezione del museo a documenti, soprattutto fotografici,
che riguardano El Ouali(20) . El Ouali rappresenta il
climax della nostra storia recente e non può mancare in questo museo,
come non può mancare una catalogazione e classificazione accurata degli
oggetti raccolti. Da questo punto di vista siamo ancora indietro.
Mi occupo di questo museo, ma non sono un esperto di museificazione; sono laureato
in arti plastiche. Il problema del rapporto fra un museo e la popolazione che
in qualche maniera vi è rappresentata te lo vado a porre con un esempio
che riguarda la pittura. Ci sono il pittore, l'opera ed il fruitore. Il pittore
ha prodotto un'opera e c'è una comunità che fruisce dell'opera,
ma anche una comunità rappresentata attraverso l'opera del pittore, in
quanto egli ne fa parte. Fra tutti questi elementi deve esserci una relazione,
un legame. Quindi se ci sono gli spettatori che possono essere stranieri: italiani
o europei e ci si dimentica del pittore, della comunità, che ha prodotto
l'opera la cosa non funziona; mancherebbe un elemento fondamentale. Nel nostro
piccolo credo che nel Museo Nacional del Pueblo Saharaui sono presenti tutti
questi elementi.
B.C.: Mi hai appena fatto un esempio che mi porta a pensare alla relazione
che in Occidente si è fatta largo fra musei etnografici e arte. Molti
musei in possesso di documenti etnografici di grandissimo interesse sembrano
oggi essere orientati verso un tipo di esposizione che predilige l'aspetto estetico
dell'oggetto rappresentato rispetto alla sua funzione o al suo significato simbolico.
Inoltre i giudizi estetici sono spesso espressi in base a criteri e parametri
occidentali e non locali. Così per esempio puoi trovarti di fronte ad
antiche maschere africane valutate in base alla loro somiglianza con le opere
di un artista contemporaneo come Picasso(21) e non in
base alle loro similarità e differenze con altre maschere utilizzate
in luoghi più o meno vicini.
L.A.: Non sono d'accordo con questo tipo di operazione. Chi visita un museo
etnografico non deve giudicare esteticamente gli oggetti. Il brutto e il bello,
presenti nell'ideale estetico di ognuno, non devono essere il motivo della loro
visita. I visitatori devono essere messi in grado di vedere ciò che è
esistito e che esiste; capire come, perché e quando veniva utilizzato
un oggetto. Il bello va apprezzato, ma per questo tipo di discorso anche il
brutto ha la sua utilità. Non sono d'accordo; è un vero peccato
trovarsi di fronte per esempio ad una maschera africana e limitarsi ad un giudizio
estetico senza interrogarsi sulla sua funzione; magari sul suo utilizzo rituale,
che nel caso delle maschere può essere quello di tenere lontano i demoni.
Ogni oggetto etnografico deve essere inserito nel proprio contesto. La presentazione
solo in chiave estetica sottrae colore; sottrae sapore alla verità, per
esempio di queste maschere. La maschera è africana e non di Picasso.
Credo che operazioni come queste siano dettate spesso da motivi economici e
tradiscano il significato e la funzione sia del museo etnografico, che di quello
d'arte. Gli oggetti etnografici, come le opere d'arte, diventano così
delle attrazioni per attirare il pubblico, vengono mercificate per interessi
economici; si perdono totalmente i significati espressivi, ideologici, storici
e persino i valori estetici. Anche limitandosi ai musei d'arte, ritengo che
non si debbano ignorare i risvolti economici di un'esibizione, ma questi non
devono assolutamente prendere il sopravvento sui veri significati dell'arte.
(Lehbib si ferma un attimo e sorridendo prosegue) Grazie a Dio noi non
abbiamo questa mentalità e soprattutto non abbiamo questo problema. Non
vedo proprio come potremmo pensare a dei risvolti economici per questo museo
nel mezzo del deserto. Da un certo punto di vista giustifico l'attenzione riposta
all'economia di un museo, ma rimane il fatto che io non ne ho esperienza e l'operazione
del Museo Nacional del Pueblo Saharawi è rivolta totalmente alla documentazione
ed alla presentazione della nostra cultura e della nostra storia. Una maschera,
come qualunque altro oggetto, ha delle origini ed è espressione di una
cultura che va rispettata, altrimenti non solo non viene capita, ma smette di
essere. Ci troviamo di fronte ad un problema d'identità che viene rappresentata
attraverso degli oggetti; noi per primi abbiamo un problema d'identità.
Questa funzione etnografica di rappresentazione della parte nera, araba o altra,
qualunque essa sia, non deve essere mai persa di vista.
B.C.: Hai appena detto che avete un problema d'identità. State affrontando
un momento cruciale della vostra storia; vivete una situazione d'emergenza (220)
e questo si riflette, per quello che posso vedere, sulla rappresentazione della
vostra identità che date in molti eventi e luoghi pubblici. L'MNPS è
uno di questi luoghi. La sezione di cultura tradizionale non vede museificati
gli oggetti come gli strumenti per il te e la pipa o gli indumenti come il turbante,
la darrà e la melfa che fanno parte, ancora oggi, nei campi profughi,
della vostra vita quotidiana. La sezione di storia presenta quindici pannelli.
Solo sette ripercorrono la storia saharawi precedente alla fondazione del Polisario;
quindi un periodo che va dallo XI sec. circa al 1973, mentre i restanti otto
pannelli presentano gli avvenimenti degli ultimi 26 anni. Inoltre mi hai detto
che avete intenzione di allargare la sezione storica con documenti fotografici
che riguardano la vita di El Ouali, primo segretario del Polisario, nonché
suo martire più importante. Risulta chiara la volontà di porre
in evidenza il progetto di stato moderno su cui si è basato sino dal
suo inizio il Fronte Polisario a discapito di una presentazione maggiormente
accurata del periodo passato caratterizzato dalla struttura tribale.
L.A.: Come ti ho già detto questo è il Museo Nacional del Pueblo
Saharaui non è un museo che si occupa solo di questioni etnografiche.
Questo museo è nato grazie alla collaborazione dei dipartimenti di archeologia
ed etnografia dell'università di Girona, ma è comunque nato all'interno
di campi profughi, all'interno di uno Stato in esilio. Comprendi dunque quali
siano le motivazioni anche politiche di questa operazione.
Il colonialismo occidentale, nel tentativo di creare divisioni all'interno delle
popolazioni con cui entrava in contatto, si è spesso servito degli antropologi
occidentali (23) . Noi fummo vittime di questo tipo di
politica che tendeva a favorire i contatti con alcune tribù e non con
altre(24) ; che tendeva ad accentuare le tensioni tribali.
La questione di cui stiamo parlando è ancora molto viva oggi. Non c'è
nessuna politica che possa negare l'origine tribale del nostro popolo. Io appartengo
ad una tribù e probabilmente il mio vicino ad un'altra; è innegabile;
è storia; sono le nostre origini. Nel passato esistevano divisioni tribali,
stratificazioni di poteri, divisioni sociali,
ma anche una struttura all'interno della quale queste tensioni trovavano una
soluzione ed avevano un significato. La politica occidentale ha forzato questa
situazione creando delle vere e proprie fratture all'interno dei Saharawi. In
passato eravamo nomadi; per esempio c'erano leggi che determinavano il controllo
del territorio su cui passavano le nostre carovane: le tribù tributarie
dovevano sottostare a queste leggi, ma erano comunque questioni interne e normali
alla vita dei nomadi. Persisteva un equilibrio che il colonialismo spagnolo
ha messo in crisi.
Il Fronte Polisario è nato per combattere il colonialismo spagnolo. All'inizio
è stato necessario riaffermare l'unità del nostro popolo per creare
una coscienza rivoluzionaria e nazionalista. Abbiamo dovuto mettere da parte
le differenze che quasi un secolo di dominazione spagnola avevano accentuato,
ma anche svuotato di significato. Se dopo oltre 25 anni siamo ancora qui nel
deserto vuole dire che questo progetto si è realizzato. Ormai viviamo
insieme, gli uni vicino agli altri, siamo vicini di tenda e non stiamo certo
a guardare da quale tribù proveniamo. Tutto ciò si riflette anche
in questo museo.
B.C.: Il progetto del Polisario è chiaro, funzionale al vostro presente
e futuro politico. Mi fa pensare alla nascita mitica del popolo d'Israele che
per 40 anni visse nel deserto sotto la guida di Mosè. Dopo 40 anni di
sofferenze, Mosè riuscì a trasmettere il sentimento di popolo
unico alle tribù che avevano riconosciuto la sua guida sin dall'inizio
del loro esodo.
Nel corso della storia dei Saharawi ci sono state altre occasioni in cui le
diverse tribù, in caso di pericolo esterno, si sono alleate. In questi
casi si sono sempre messe da parte le divisioni, per fronteggiare un comune
pericolo esterno. In quale maniera l'azione del Polisario è riconducibile
a queste esperienze?
L.A.: Si tratta di una questione reale. Nel passato nomade se c'era un problema
fra due tribù si risolveva con uno scontro o con un accordo che veniva
sancito dai notabili delle tribù coinvolte. Nel caso di un pericolo esterno,
che interessasse tutte le tribù Saharawi, queste lo affrontavano congiuntamente.
Possiamo quindi dire che i Saharawi si presentavano come un popolo unito anche
in passato. Una volta esaurito il pericolo, i Saharawi tornavano a differenziarsi.
Il Fronte Polisario nacque però non solo con il proposito di unire i
Saharawi, ma anche di dargli la struttura di uno stato moderno, di dargli un'organizzazione
ed una legislazione su cui si basi il nostro futuro e non solo questa emergenza.
B.C.: Malgrado tutto, credo sia difficile che in 26 anni siate riusciti ad
accantonare completamente il sistema sociale precedente. Ci devono essere delle
differenze di sentire dovute alle differenze generazionali od anche fra chi,
tra i Saharawi, ha vissuto l'esperienza dei campi profughi e quindi della R.A.S.D.
e chi ha vissuto nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco e quindi estraneo
alla creazione di quei legami extra-tribali creatisi qui nel deserto.
L.A.: Il mondo per essere mondo deve avere di tutto. Ci sono persone che sentono
il tribalismo più di altre. Ventisei anni non sono niente per uno sviluppo
sociale. La maggioranza dei Saharawi ne è cosciente. Abbiamo un passato
innegabile, ma lo è anche il presente e noi dobbiamo rimanere uniti.
Gli anziani hanno sempre vissuto con l'idea delle divisioni tribali e sociali
(ridendo) obbligati in questo dagli antropologi sociali occidentali.
Si dice che i costumi siano più forti dell'amore. Gli anziani erano abituati
a relazionarsi agli altri pensando a quale tribù appartenesse il loro
interlocutore. Un vecchio è abituato a chiederti: 'Di che tribù
sei?', ma contemporaneamente questo vecchio ha perso suo figlio in guerra. Credi
che non si sia fatto largo anche in quest'uomo un sentimento nazionale dopo
tanta sofferenza?
Quelli che stanno al di là del muro, sotto i Marocchini, soffrono più
di noi, hanno un sentimento nazionalista più forte, sentono maggiormente
la mancanza della famiglia, sono più uniti. Vivono al di fuori di questo
deserto e di quello che rappresentano i campi profughi, ma c'è qualcos'altro
che li obbliga a stare uniti. Un esempio: stiamo sparando in battaglia e tu
vieni ferito. Senza pensare a quale famiglia o tribù tu appartenga, senza
pensare se siamo dello stesso sangue ti aiuterei, perché stiamo patendo
le stesse sofferenze e tu faresti lo stesso con me. Questo è quello che
si vive qui e là, al di là del muro. Questo sentimento non lo
si prova nel momento che hai una bandiera saharawi o un documento saharawi,
ma nasce da una sofferenza e chi vive nel Sahara Occidentale occupato vive da
più vicino questa barbarie.
Il giorno che ci incontreremo ci saranno inevitabilmente dei problemi dovuti
alla differenza di esperienze vissute, ma non di questo tipo. In questo momento
io più che problemi dico che ci sarà allegria. Si riuniranno tante
famiglie separate, gente che ha perso il padre: penso che prima di tutto ci
sarà allegria.
3.3.1) Museo della Guerra (25)
Il Museo della Guerra si trova nei pressi di Rabouni, la capitale politica ed
amministrativa della RASD. Per raggiungerlo bisogna allontanarsi dalla zona
dove si trovano i ministeri e la residenza dei cooperanti internazionali, ed
oltrepassare la "Città dei containers" che da lontano si presenta
come una distesa di rettangoli colorati: un gigantesco quadro di Paul Klee nel
bel mezzo del deserto. Dopo pochi chilometri altri rettangoli colorati non più
accatastati, ma sparsi qua e là si intravedono in lontananza: è
il "Cimitero degli autobus": mezzi dei trasporti pubblici per lo più
spagnoli, ma anche italiani e donazioni di associazioni di solidarietà
che il deserto ha ormai reso inutilizzabili. Gli autobus sono 'parcheggiati'
fuori dal museo che dall'esterno fa pensare ad una grande autorimessa all'aperto.
Oltrepassato un cancello che non si lascia attraversare dallo sguardo, all'interno
di un grande cortile quadrato a cielo aperto, troviamo disposti gli armamenti
leggeri e pesanti utilizzati dall'esercito marocchino e recuperati dai Saharawi,
nel corso della guerra. Si sente solo il rumore del vento sulle armi. Il colpo
d'occhio iniziale è di grande effetto. Gli armamenti sono disposti in
lunghe file suddivisi per tipo e per ordine di grandezza. Una distesa di mine(26)
antiuomo ed anticarro precede lunghe file di fucili e mitragliatrici, alle cui
spalle campeggiano jeep ed alcuni carri armati. Sul lato destro ci sono i resti
di un aereo abbattuto ed il plastico del muro che Hassan II ha fatto costruire
nel deserto(27) . Due scatoloni, all'interno di un carro
armato, contengono fotografie e lettere dei prigionieri marocchini; il documento
più forte e significativo, anche se paradossalmente il più nascosto,
di tutto il Museo della guerra.
3.3.2) Intervista a Mohamed Sidi Aupa
Intervistare Mohamed Sidi Aupa, il direttore, non è stato facile. Avevo
fissato un appuntamento in novembre, non appena giunto nei campi profughi. Il
direttore non c'era e non siamo neppure riusciti ad entrare per scattare delle
foto. Con noi c'era Nasra, una saharawi che collabora con l'Ayuda Popular Noruega
ad un programma di sensibilizzazione e conoscenza del problema delle mine. Una
volta che ci sarà l'esodo di ritorno i Saharawi dovranno attraversare
dei corridoi sminati all'interno del deserto e sono impegnati, sin da ora, ad
informare la popolazione, soprattutto i più giovani, sui pericoli che
affronteranno. Nasra vuole immagini delle mine per il suo lavoro.
11/12/98: ho fissato un nuovo appuntamento, sempre attraverso il protocollo,
ma nuovamente non troviamo il direttore e non possiamo entrare.
12/12/98: Ibrahim viene a prendermi al 27 de Febrero; devo trasferirmi a Rabouni
con i bagagli, in serata parto per Algeri. Saluto Nasra e la sua famiglia che
mi ha ospitato al campo profughi. Le ultime foto tutti insieme e devo andare.
Arrivato a Rabouni convinco Ibrahim a fare un ultimo tentativo.
Abbiamo poco tempo; entro l'ora di pranzo devo essere di ritorno. Ci accompagna
Antonella, una nutrizionista che ha tenuto per il COSPE un corso di sensibilizzazione
sulla celiachia(28) . Il direttore, manco a dirlo non
c'è, ma questa volta all'ingresso incontriamo un amico di Ibrahim che
ci lascia entrare per scattare alcune fotografie. Come già successo in
altre occasioni le amicizie, i contatti personali di Ibrahim mi portano più
lontano del protocollo.
Dopo poco arriva il direttore che avevo incontrato a maggio. Ormai mi ero rassegnato
a ripartire senza intervista. Si scusa per tutti gli appuntamenti saltati e
mi invita nel suo 'cuarto'. Durante la settimana vive all'interno del museo
e si reca nei campi profughi, dalla sua famiglia, solo nei giorni di vacanza.
Conduco l'intervista in spagnolo con Ibrahim che funge da interprete. Mohamed
Sidi Aupa conosce lo spagnolo, ma per sicurezza preferisce esprimersi in hassanya
Nella stanza sono presenti anche Antonella ed un'assistente del direttore che
prepara il tè.
Ho sempre con me le foto che ho mostrato anche a Lehbib Abidin, direttore del
Museo Nacional del Pueblo Saharawi, ed a molte delle altre persone intervistate.
B.C.: Il Museo della Guerra ed il Museo Nacional del Pueblo Saharaui rappresentano
le due operazioni di museificazione più impegnative all'interno dei campi
profughi saharawi. Ci sono poi per esempio anche l'aereo marocchino abbattuto
nei pressi di Tifariti ed il "cimitero dei cammelli" che si trova
su una delle piste che uniscono Tifariti e Rabouni: entrambi documentano e operano
una sorta di museificazione della guerra fra il Polisario e il Marocco laddove
c'è stato lo scontro. Questo museo diversamente dal Museo Nacional del
Pueblo Saharaui si trova nel bel mezzo del deserto a pochi chilometri dai ministeri,
ma comunque lontano dai campi profughi. Quali sono dunque le funzioni ed i fruitori
di questo museo?
M.S.A.: Questo è un museo militare; è costituito da ogni tipo
di armamento catturato all'esercito marocchino. Obbiettivo essenziale è
che il mondo capisca, quando viene a visitare i campi, che c'è stata
una guerra fra l'esercito di liberazione saharawi e l'esercito marocchino; che
possa vedere la realtà e non ascolti solamente le nostre parole. La nostra
speranza è che così anche le generazioni future, saharawi e non,
conoscano la realtà di questo conflitto, capiscano che c'è stata
una guerra fra due parti e lo vedano dimostrato dagli armamenti catturati; presi
dalle mani dell'esercito marocchino. Il Museo della Guerra fu creato nel 1979
con queste funzioni, ma sotto forma diversa. Solo ultimamente è stato
organizzato in questa maniera. Al principio era mobile: veniva allestito ogniqualvolta
e laddove vi fosse un'occasione come celebrazioni, anniversari. In tal modo
chi veniva da fuori, il mondo, incontrava il museo e lo visitava.
Non sono solo le delegazioni straniere che vengono a visitare il museo, ma anche
i Saharawi di ogni età. Non ci sono limitazioni, chiunque lo desideri
può visitare gratuitamente il museo. Malgrado sia un museo militare è
importante che anche i giovani lo visitino, perché comunque tutti quelli
che vivono nei campi profughi sono toccati dalla guerra. Il museo svolge un
importante funzione di documentazione e sensibilizzazione nell'attualità,
anche oggi che la guerra è terminata.
B.C.: Il Museo Nacional del Pueblo Saharaui è nato dalla collaborazione
fra l'università di Girona e il Ministero della Cultura della R.A.S.D.
e prende in considerazione un arco di tempo molto ampio, sebbene nella sezione
di storia si soffermi quasi esclusivamente su gli ultimi ventisei anni. Il Museo
della Guerra prende in considerazione solo il conflitto fra il Polisario ed
il Marocco; non sono presenti, per esempio, armi tradizionali usate in passato
dai Saharawi. Chi ha promosso la creazione del Museo della Guerra e come è
stato organizzato?
M.S.A.: Il museo è opera del Ministero della Difesa della R.A.S.D che
si trova in questo stesso dipartimento e come ti ho detto il suo obbiettivo
fondamentale è quello di mostrare lo sforzo ed i frutti di questi ventisei
anni di lotta. Tutti i tipi di armamenti presenti sono moderni e sono di questa
guerra. Ci sono armi fabbricate in Inghilterra, Francia, Sudafrica, Spagna;
Austria, Belgio, aerei di fabbricazione americana e per quanto riguarda l'Italia
ci sono moltissime mine. Le mine italiane erano poste a difesa del muro. Oggi
ci sono nel Sahara 10 milioni di mine in gran parte italiane, francesi ed americane.
Questo museo presenta armi di fabbricazione recente ed è un museo militare.
Ciò significa che tutti gli armamenti catturati sono registrati e catalogati
precisamente. Di ogni pezzo sappiamo in quale giorno, durante quale combattimento,
in quale luogo fu preso; abbiamo dettagli sulla sua fabbricazione e sulla sua
provenienza. Tutti gli armamenti sono poi divisi e disposti a seconda della
tipologia e come secondo criterio prendiamo in considerazione la loro provenienza.
Per farti un esempio hai visto una sezione dedicata alle mine. Troverai disposte
le mine anticarro ed antiuomo italiane e subito dopo quelle francesi e così
via.
Il Museo Nacional del Pueblo Saharaui è un museo civile, culturale e
che va maggiormente all'indietro nel tempo: è senza dubbio un museo di
grande interesse. Necessita di uno sforzo maggiore, perché è più
difficile l'investigazione del passato. Sono necessari più studi per
catalogare e presentare gli oggetti.
B.C.: Ho visto su un documentario che è presente nel museo una serie
di lettere e fotografie dei parenti dei prigionieri marocchini, ma non sono
ancora riuscito a vederla. Quale è la loro funzione all'interno del museo?
M.S.A.: Sono qui esposte per due motivi e dopo andremo a vederle insieme.
Rappresentano in primo luogo un documento storico della guerra; un documento
dell'esistenza di questa guerra.
In secondo luogo dimostrano il disinteresse del soldato marocchino per questo
conflitto. Il soldato marocchino trascorre quasi tutto la sua vita sul muro
e non desidera altro che tornare a casa. Comunica difficilmente con la famiglia;
a volte i parenti non sanno neppure se sia vivo o morto e questo si evidenzia
dalle lettere che abbiamo trovato nelle guarnigioni marocchine. Il governo saharawi,
al contrario, ha sempre comunicato, attraverso la radio nazionale, le generalità
dei soldati saharawi e marocchini morti in combattimento o fatti prigionieri.
In questo modo le famiglie hanno delle notizie certe.
B.C.: Quando sono venuto per la prima volta nel mese di maggio ho assistito
alle celebrazioni del XXV anniversario dell'inizio della lotta armata dei Saharawi;
due settimane fa, per la prima volta, Kofi Annan ha visitato i campi profughi.
Sono passati pochi mesi fra questi due eventi, ma l'atteggiamento della gente
è cambiato. Il 20 de Mayo si respirava un'atmosfera elettrica; si pensava
che il referendum si sarebbe tenuto a dicembre, si credeva che quello sarebbe
stato l'ultimo anniversario festeggiato in esilio. Oggi la visita di Kofi Annan
è stata accolta con grande partecipazione, ma anche con meno entusiasmo,
meno convinzione. Tutti sanno che la venuta del Segretario Generale dell'ONU
è un evento storico, ma anche il segno che il processo di pace vive un
momento di crisi. Ho visto molto disincanto fra i Saharawi; più persone
parlano di ripresa delle armi, molti sono stanchi di vivere in campi profughi.
Cosa ne pensa lei del processo di pace e della possibilità di una ripresa
del conflitto?
M.S.A.: Io continuo ad avere fiducia nel processo di pace e ritengo che le Nazioni
Unite abbiano interesse ad una soluzione pacifica che preveda l'indipendenza
dei Saharawi. Se osserviamo l'operato dell'ONU in passato, in altri paesi, ci
rendiamo conto che spesso non si è raggiunta una soluzione. Tanti ritardi
e lentezze dell'ONU hanno portato molte persone a perdere fiducia nelle Nazioni
Unite. La soluzione del Sahara Occidentale comunque è in mano agli Stati
Uniti d'America.
Il re del Marocco non desidera raggiungere una soluzione e per questo continua
a rallentare il processo di pace. Ormai tutti i paesi che si interessano al
referendum hanno capito questo. All'inizio Hassan II accettò l'iniziativa
del referendum col solo obbiettivo di non perdere la guerra. Generalmente i
re non accettano mai la sconfitta in guerra. Oggi che si rende conto che il
referendum può risolversi a favore dei Saharawi, fa di tutto per minarlo.
Noi siamo comunque pronti a riprendere le armi e se tu hai visto i documentari
di guerra sul conflitto passato sai che siamo in grado di vincere questa guerra.
Senza dubbio adesso stiamo osservando rigorosamente il cessate il fuoco, ma
se Hassan II non ci lascerà alcuna possibilità e continuerà
a porre ostacoli credo che l'unica soluzione sia la guerra e noi siamo pronti
e disposti in qualunque momento ad iniziare la guerra.
B.C.: Al 27 de Febrero ho avuto modo di visitare la scuola di pittura. Mi
ha colpito particolarmente un quadro dove è rappresentata una mano che
esce da una darrà e tiene un uovo(29) . Mi è
stato spiegato che questa immagine simboleggia l'incertezza del processo di
identificazione in atto. La darrà, il vostro abito tradizionale, può
essere indossato da chiunque. Parimenti, di fronte alla commissione dellONU,
chiunque può tentare di dichiararsi Saharawi, indossare l'identità
per orientare l'esito del refrendum. La mano con l'uovo ci ricorda che noi non
possiamo sapere cosa si trovi all'interno del guscio, non possiamo sapere come
si risolverà questa questione e quali ripercussioni sta avendo e avrà
sul modo di percepire la propria identità da parte dei Saharawi.
Inoltre dopo ventisei anni di vita in campi profughi, dopo la creazione di una
struttura statale sul modello dei moderni stati arabi, credo vi siano stati
dei cambiamenti anche nel vostro modo di pensare e vivere l'identità
saharawi. Siete passati bruscamente da un organizzazione tribale, da una pratica
di vita per molti ancora nomade ad un'amministrazione statale, ad una vita forzatamente
sedentaria. Adesso lavorate per creare una nazione; qualcosa a cui in passato
non avevate mai pensato. Nei disegni dei bambini(30) si
vedono elementi come la bandiera della R.A.S.D., ci sono immagini delle jaimas
dove vivono adesso nel deserto e di case dove si aspettano di vivere nel Sahara
Occidentale.
M.S.A.: I Saharawi sono sempre stati nomadi ed hanno vissuto divisi in tribù.
Spesso ci sono stati problemi, veri e propri scontri fra le tribù Saharawi,
ma ogniqualvolta si è verificata un'invasione di un nemico esterno i
Saharawi si sono sempre uniti tralasciando le divisioni interne e lottando uniti
per il loro prestigio. Per noi è sempre stato motivo di orgoglio sapere
e dimostrare da quale tribù discendiamo ed a quale famiglia apparteniamo,
ma sempre, nel corso della storia, di fronte ad un pericolo esterno smettiamo
di dire questo è mio fratello, questo è mio zio, questo è
mio cugino e ci riuniamo con un solo obbiettivo: difendere la causa del popolo
Saharawi. Oggi lo facciamo sotto la guida del Polisario; nel passato sotto la
guida dell'Ait Arbain, l'assemblea delle tribù(31)
. All'inizio del secolo
alcune tribù del sud furono attaccate da tribù mauritane ed in
loro aiuto si mossero anche le tribù del nord del Sahara che non erano
state interessate direttamente dall'aggressione mauritana. Lo stesso accade
nel 1912 quando i Francesi iniziarono a penetrare nel Sahara nella zona di Tifariti.
I Saharawi si sono sempre uniti, anche quando nel passato non avevano alcuna
idea di un'unità e di un governo nazionale. Ci siamo sempre mantenuti
indipendenti malgrado tante affinità con tribù mauritane e marocchine
che vivevano sotto il controllo di emiri e sultani.
La forma di vita dei primi abitanti del Sahara Occidentale non è la stessa
di oggi. Continuiamo a lottare per la nostra causa ed ora lo facciamo con l'idea
di raggiungere l'indipendenza e di vivere in una nostra nazione. Questo non
vuol dire che non saremo dei continuatori, dei trasmettitori dei nostri costumi,
della nostra tradizione; questo non vuol dire che abbandoneremo le nostre jaimas.
Dobbiamo però considerare che questa nuova generazione ha vissuto un'altra
storia, ha vissuto l'esilio, ha conosciuto cose che mai i Saharawi avevano visto
prima e tutto questo nel futuro farà parte della sua esperienza. Questa
è la forma di vivere in tutto il mondo: quello che noi abbiamo vissuto
nel passato e viviamo nel presente; nel futuro formerà parte della nostra
cultura e, come ci insegnate voi italiani (sorridendo), magari anche parte del
nostro turismo.
3.4) Deserto
Vicino a Tifariti, nelle zone del Sahara Occ. al di qua del muro, vi sono i
resti di alcuni mezzi blindati e di un aereo marocchino abbattuto. A tre ore
di jeep da Tifariti, in direzione nord-est, c'è il "Cimitero dei
cammelli". Nel 1975, durante l'esodo dei Saharawi verso L'Algeria, il Marocco
lanciò bombe al napalm, al fosforo ed a frammentazione sui profughi.
Oggi restano le ossa dei cammelli e non solo. Ho avuto l'opportunità
di vedere queste realtà durante il mio primo viaggio, al seguito di due
giornalisti della RAI. Ci trovavamo all'interno di una caserma della II Divisione
dell'esercito saharawi. Abbiamo così potuto vedere un'esercitazione militare
e ci sono stati mostrate le tracce della guerra di cui sopra. Il deserto conserva
anche segni della preistoria come distese di fossili e siti ricchi di pitture
ed incisioni rupestri. Come se si trattasse di un viaggio di cosidetti turisti
responsabili, nella stessa giornata abbiamo osservato il sito rupestre di Rekeyeiz
ed i resti di un aereo marocchino abbattuto nelle vicinanze. Sulla cordigliera
di Lemgasen si trovano una serie di ripari poco profondi, scavati in rocce di
arenaria, orientate in maggioranza verso est. In queste grotte si trovano pitture
rupestri, che rappresentano animali selvaggi isolati, scene di caccia e rituali.
Vi sono anche scene di pastorizia con figure umane che conducono greggi di bovini.
Per la loro varietà e per la molteplicità dei colori sono considerate
tra le più importanti del Sahara Occidentale(32).
Si può affermare che il deserto abbia subito un processo di museificazione
a cielo aperto. Non si tratta di Land Art e di installazioni, ma di veri e propri
documenti visuali. Le delegazioni straniere ed i giornalisti che visitano i
campi profughi tornano con le immagini dei siti archeologici e di una guerra
che, quando era in corso, non interessò i media. Oggi sono documenti
che assumono un significato ed un valore più perturbanti proprio perché
lasciati in loco. La copertura mediatica della Guerra del Golfo e del recente
conflitto nei Balcani ne hanno manipolato letture e giudizi. Il Polisario favorendo
la visita di questi luoghi, tenta, a distanza di anni, di fornire le prove di
un conflitto dimenticato e non ancora risolto. Non bisogna meravigliarsi quindi
se moltissimi Saharawi non hanno mai visto questi resti; conoscono già
per esperienza questa storia.
3.5) Politica e poetica della museificazione fra i Saharawi
Mi risulta impossibile, e probabilmente sarebbe inappropriato, pretendere di
dare una lettura esaustiva di tutte le ragioni, che hanno spinto i Saharawi
e l'università di Girona a lavorare nell'ambito della museificazione,
e di tutti i risultati ottenuti. Voglio proporre alcune riflessioni che scaturiscono
dalle conversazioni avute con Lehbib Abidin, Mohamed Sidi Aupa ed altri e dall'analisi
del materiale raccolto.
"Politica", perché nel suo significato più alto è
alla base di tutte le operazioni fatte dai Saharawi per garantirsi un futuro
dignitoso ed in quello più basso è all'origine del loro presente.
"Poetica" perché alcune operazioni lo sono e perché
lo sguardo di uno studente occidentale risente, malgrado si autosottoponga ad
un continuo vaglio critico, delle suggestioni che la sua quotidianità
a casa ed il suo passaggio nel deserto inevitabilmente originano.
Evocare la costruzione di un mito nazionale, reinventare una storia comune al
plurale. Nel momento in cui si entra nel Museo della Guerra ed un bambino trova
esposte mine, fucili, resti di carri armati e gli viene spiegato in quale battaglia
sono stati presi; si sono appena gettate le basi per la nascita di un nuovo
militante, di un moderno saharawi. Analogamente il testo di un pannello del
Museo Nacional del Pueblo Saharaui, dopo aver descritto la struttura tribale
segmentaria del passato, conclude così: "Con la colonizacion
espanola primero, y con la revolucion y la creacion de la RASD después,
todas estas estructuras sociale tradicionales se han ido transformando hasta
llegar a la actual forma de organizaciòn social moderna, capaz de hacer
frente a los retos del presente. En la actualidad, todos los habitantes del
Sahara Occidental, sea cual sea su origen y posiciòn social, gozan de
una misma condiciòn y todos son ciudadanos saharauis. Esta es la unica
posibilidad para superar antiguas divergencias y rivalidades y para alcanzar
el proyecto comùn de la supervivencia del Pueblo Saharaui (33)".
Queste poche righe sono una sorta di litania nazionale nel deserto. Non si ammette
nessuna sopravvivenza del passato tribale e, generalmente, malvolentieri se
ne parla. Da un punto di vista diacronico, il passaggio dalla pratica di vita
nomade a quella sedentaria non si è completato e vede oggi una situazione
interessante che rispecchia l'immagine di cammino a spirale dei fatti sociali,
che Lehbib utilizza nell'intervista, per criticare l'idea lineare dell'Evoluzionismo
antropologico. Il processo di sedentarizzazione, avviatosi con l'ingresso reale
degli Spagnoli dopo il 1934(341) , non ha intrapreso un'evoluzione
lineare. Oggi i Saharawi vivono per metà sedentari sotto la dominazione
marocchina e per metà in esilio nei campi profughi, senza considerare
quelli in diaspora all'estero. I rifugiati sono i cittadini di uno stato nato
con loro, ma, pur non praticando più il nomadismo, vivono nel deserto
ed hanno recuperato pratiche di vita che si stavano perdendo. Lehbib critica
giustamente l'Evoluzionismo antropologico, diffida delle divisioni coloniali
delle etnie e delle tribù ed, alla luce di quanto detto, propone un'interessante
lettura delle funzioni del Museo Nacional del Pueblo Saharaui. In particolare
la sezione di Cultura Tradizionale viene descritta come fondamentale per le
generazioni future piuttosto che presenti. I giovani di oggi comunque non
sono totalmente slegati dalla cultura tradizionale. Non si utilizzano più
determinati strumenti, ma c'è ancora una certa familiarità. Del
resto, malgrado siano intervenuti tanti cambiamenti, viviamo ancora nelle nostre
jaimas nel deserto e si può dire che le generazioni più giovani
conoscono il loro passato più soggettivamente che oggettivamente. Questa
sezione sarà più importante per le generazioni future, per chi
non sarà cresciuto nel deserto.
La realizzazione del MNPS è comunque il frutto della collaborazione fra
il Ministero della Cultura della RASD e l'università di Girona. Gli ex
colonizzatori, che tanto hanno tentato in passato per stressare le differenze
tribali saharawi e controllarne così le spinte indipendentiste, hanno
partecipato ad un progetto volto a costruire e legittimare un sentimento di
unità nazionale. Sono due le spinte convergenti che hanno favorito questa
operazione: la cooperazione internazionale e l'interesse per l'area archeologica.
Navigando sul sito dell'UdG, mi sono potuto rendere conto di quanti siano i
progetti di cooperazione internazionale a cui partecipa l'università
di Girona. Vi sono progetti per lo sviluppo del municipio di Quilali in Nicaragua,
ed uno analogo in El Salvador, collaborazioni con l'università della
Costa Carib de Nicaragua, progetti di educazione sociale con i bambini sahrawi
e nicaraguensi e campagne di sensibilizzazione per il volontariato. Il progetto
che ha previsto la creazione del MNPS non nasce all'interno del dipartimento
di antropologia o di archeologia, ma all'interno della Commissione Affari per
la Cooperazione e lo Sviluppo. La Spagna è, per ovvi motivi, il paese
europeo dove maggiormente si sono sviluppate campagne di solidarietà
a favore dei Saharawi ed era naturale che un ateneo come quello di Girona si
lanciasse in un tale progetto. A questo deve aggiungersi la rilevanza dei siti
archeologici presenti nell'area.
Il Museo della Guerra svolge la funzione di documentare l'esistenza di una guerra
sconosciuta all'estero e di confermare ai figli i racconti dei padri.
All'interno del Museo della Guerra vi è una sezione che merita un'attenzione
particolare: la raccolta di fotografie, lettere ed effetti personali dei soldati
marocchini uccisi in combattimento. Questi documenti, raccolti in un primo tempo
per ottenere informazioni strategiche, sono diventati un ennesimo strumento
per rompere la censura sulla guerra, che con i prigionieri marocchini ha messo
in scena il suo aspetto più grottesco e paradossale. Il Fronte Polisario,
col chiaro intento di dare visibilità alla propria battaglia si è
più volte offerto di liberare gruppi di prigionieri marocchini, ma ha
sempre incontrato il rifiuto di Hassan II(35) , per cui
il rientro in patria dei propri soldati avrebbe significato il riconoscimento
dell'esistenza di una guerra fra due parti contrapposte. Nel febbrario del 2000
Mohamed VI, nuovo re del Marocco ha accettato il rientro in patria di quasi
duecento prigionieri. Proprio mentre scrivo è in corso una serie di appuntamenti
in cui viene presentata in Italia una selezione di queste immagini. Il titolo
è "Necessità dei volti. 483 fotografie dal Museo saharawi
della guerra. (
) Non un allestimento né vetri né cornici
nel casale che una famiglia a messo a disposizione, piuttosto un'esperienza
emozionale (
) rompe i codici di rappresentazione della guerra, quelli
a distanza dei reportage tv, effetti di sangue e retorica e quelli del silenzio,
dell'oscuramento, delle bombe virtuali (
) è il bisogno di scrivere
la propria storia in prima persona, di non farsi annientare o disperdere che
è la sconfitta più grave.(
) Ma il museo, e le foto, sono
anche la storia del nemico, i suoi mille piccoli quotidiani ugualmente negati.
E all'improvviso quel caledoiscopio di ricordi, osservatorio con un punto di
vista inedito ed obliquo, svela l'essenza della guerra. Non quella specifica
guerra, ma la guerra, i suoi meccanismi, le sue conseguenze. Il senso di perdita
soprattutto(361) .
I Saharawi tentano di rendere visibile la loro causa attraverso un'operazione
in cui sottraggono la loro presenza, che rare volte ha interessato i media e
l'opinione pubblica mondiale, e mostrano il volto del loro nemico, non negli
aspetti cruenti della guerra, ma nei suoi ricordi di vita quotidiana.