Indice

La pittura


Dei due generi di piacere, l'uno provato immediatamente dai sensi a contatto con le superfici estetiche, e l'altro che è un piacere tratto dalla comprensione, è evidentemente quest'ultimo, ovvero il piacere intellettuale, che abbiamo in mente quando parliamo dell'educazione che l'università deve fornire, o quando pensiamo a un uomo colto(1) .
Ananda K. Coomaraswamy (1977)

5.1) Introduzione
5.1.1) Scoperta
5.1.2) Introduzione
5.2) Raffigurazione ed Islam
5.3) Pittura contemporanea nel Maghreb
5.4) Pittura fra i Saharawi
5.4.1) Pittura fra i Saharawi
5.4.2) Soggetti e temi
5.4.3) Analisi delle opere
5.5) Disegni dei/delle bambini/e
5.5.1) Disegni dei/delle bambini/e
5.5.2) Descrizione dei disegni


5.1) Introduzione

5.1.1) Scoperta (Inizio pagina)
Mi trovo(2) nel campo 27 de Febrero, dove Walter Daviddi ed Adriano Orsi(3) hanno appena intervistato Mariem Salek, direttrice della scuola femminile, con cui avrò modo di conversare durante la mia seconda visita nei territori della RASD. Abub, il nostro autista, non si trova; è probabilmente andato a visitare qualche parente che vive al '27'. L'autista è uno dei mestieri più considerati fra la popolazione. Permette di guidare la toyota, il moderno cammello del deserto, di fornire prova della propria abilità e della conoscenza del territorio. Il deserto è solcato da piste individuate da segni, che questi autisti sanno leggere in ogni condizione. Il deserto diventa un testo che sono in grado di interpretare. Khandud Hamdì(4) ci propone di aspettare il rientro di Abub all'interno dell'Expo dei pittori saharawi, che si trova nel cortile della Scuola Femminile. Si tratta di una grande sala rettangolare dove sono esposte e messe in vendita opere di artisti saharawi: essenzialmente quadri ad olio ed alcune tecniche miste. Al centro della sala su un tavolo troviamo oggetti di artigianato come le pipe, il bastone lavorato (er-hal) con cui si costruisce la sella del cammello destinata alle donne, piccole pelli decorate con disegni geometrici e souvenir come rose del deserto, posacenere, portachiavi, anelli e specchi dove risultano ben visibili la bandiera della RASD e la sagoma del Sahara Occidentale. All'interno nessuno dipinge, ma i tre uomini presenti, fra cui il pittore Mohamed Salem, soprannominato Picasso, stanno preparando degli striscioni per la parata del 20 de Mayo. Mancano pochi giorni ed ovunque nei campi profughi la popolazione si sta organizzando. Abbiamo poco tempo per guardare i quadri; Abub ci ha raggiunti. Sulle tele abbiamo visto immagini di vita quotidiana nel deserto e rappresentazioni legate al presente politico saharawi. Mi riprometto di tornare all'Expo con più tempo, per osservare meglio le opere. L'utilizzo della pittura, ed in particolare modo la produzione di quadri, rappresenta un'assoluta novità nella storia dei Saharawi, dove l'arte è sempre stata prerogativa di poeti e musicisti e può essere letto come uno dei tanti mezzi di comunicazione che questo popolo utilizza per parlare di sé al proprio interno ed all'esterno.
Mohamed Salem: Tutto è iniziato con la Rivoluzione del Fronte Polisario. Questo cambiamento politico ci ha dato la possibilità di prepararci all'estero, la possibilità di vedere, di apprendere le tecniche e l'importanza che ha un'immagine visuale come strumento di comunicazione. I quadri qui presenti si differenziano nello stile. Artisticamente ognuno utilizza lo stile che preferisce e con cui può esprimere meglio il proprio sentimento. Nonostante la differenza di stile c'è un'unione d'idea. L'idea è chiara per te e per tutti quelli che visitano l'Expo o le esposizioni che facciamo nelle wilaya(5) , in occasione di particolari celebrazioni, o all'estero. Tutti rappresentano il problema del nostro popolo

Durante il mio secondo soggiorno ho occasione di visitare l'Expo con più calma, anche se non sempre lo trovo aperto. Vi ho sempre trovato Mohamed Salem e Said con cui ho avuto modo di conversare sui quadri. Fungeva da interprete Lebib Abidin, il responsabile del Museo Nacional del Pueblo Saharaui.

5.1.2) Introduzione (Inizio pagina)
Costruire un discorso sulla pittura all'interno dei campi profughi saharawi può sembrare, di primo acchito, una stravaganza degna di un aspirante antropologo alla continua ricerca di nuovi campi d'indagine, anche laddove non sembrino indicativi o che abbia preso troppo alla lettera Clifford Geertz quando definiva il proprio mestiere quello del 'complicatore di professione'. Nello specifico affrontare la pittura figurativa saharawi rappresenta quantomeno una complicazione delle mie ricerche. Come si può pretendere di analizzare una forma d'arte, che è un'assoluta novità per la popolazione in questione e che nel resto del mondo islamico ha sempre sofferto della disapprovazione, se non del divieto, da parte della religione e quindi della società? Inoltre il materiale da me raccolto e quello che ho potuto visionare non è certo esaustivo della produzione saharawi e pochi sono stati gli incontri che ho avuto con i pittori. Risulta pertanto difficile condurre un'accurata analisi estetica sulla pittura saharawi. Arnold Rubin nell'introduzione di Art as technology(6) esorta a ricordarsi che qualunque discorso si voglia fare sull'arte, deve partire dalla considerazione che ciò che analizziamo sono oggetti. Di questi oggetti, tralasciando giudizi estetici etnocentrici, dobbiamo capire da dove provengano, perché assumano determinate forme, cosa significhino. Gli oggetti sono documenti di processi culturali e forniscono una testimonianza diretta, una via d'accesso non mediata ai valori ed alle esperienze di chi li produce; se siamo in grado di leggerli(7) . Si tratta di analizzare quale ruolo abbia la pittura all'interno della RASD, come sia nata ed in che modo rappresenti un utile campo d'indagine, per tentare di capire meglio chi siano i Saharawi oggi, quale percezione abbiano della loro identità e come la mettano in mostra. Per fare questo evidenzierò ove siano presenti le influenze artistiche più significative, ma porrò l'attenzione soprattutto sul ruolo che questa forma d'arte assume e su quali siano le tematiche maggiormente affrontate dalle opere.
Il dato interessante risiede proprio nella presenza della pittura figurativa in quanto tale, nei legami che questa ha con la storia presente dei Saharawi e quindi con la loro cultura in rapido mutamento. Ogni forma d'arte rappresenta ed esprime i valori, le credenze, le aspirazioni consce o inconsce dell'artista che opera all'interno di una comunità. I prodotti artistici sono parte integrante di ogni cultura ed attraverso l'osservazione della loro evoluzione, possiamo analizzare i mutamenti avvenuti all'interno di una società. La pittura rappresenta un mezzo nuovo attraverso cui i Saharawi rappresentano la loro realtà o meglio un mezzo artistico mai sperimentato in precedenza, dati lo stile di vita nomade e la disapprovazione religiosa. Non ne possiamo quindi analizzare ancora l'evoluzione, ma la sua stessa presenza rappresenta uno 'scandalo' ricco di significati.

5.2) Raffigurazione ed Islam(8) (Inizio pagina)
Alla base della concezione estetica islamica vi è il presupposto metafisico che mentre il tempo è formato da una serie successiva d'istanti non connessi fra loro, Dio è immutabile ed eterno. Ne risulta che tutte le cose sono prive di consistenza in quanto risultanti da continui e perpetui atti creativi di un Dio onnipotente, incorporeo e non localizzabile. L'idea elaborata dalla tradizione classica occidentale, che pone l'uomo come misura di tutte le cose e l'idea stessa dell'arte come imitazione della natura, sono rifiutati dall'Islam come tentativi blasfemi di imitare e ripetere l'atto creativo di cui solo Dio è detentore. L'attitudine negativa risulta maggiormente chiara se prendiamo in considerazione l'utilizzo di alcuni termini all'interno del Corano, come fa Ettinghausen in 'La peinture arabe'(9).
Dans le Coran, le terme signifiant 'faire, former' (sawwara) est synonyme de celui qui veut dire 'créer' (bara'a). On ne qualifie pas seulament Dieu(10) de Créateur (al-bari') mais de mousssawwir, le mot qui désigne le peintre. L'artiste, lorsqu'il représente un etre vivant, assume une attitude blasphematoire: il entende rivaliser avec Dieu.
Nel Corano non ci sono comunque espliciti riferimenti alla disapprovazione nei confronti di chi produce immagini, ma sono lanciati più anatemi verso chi utilizza le immagini ed in particolare la adora.

Nelle Hadiths, raccolte di detti, azioni e gesta del Profeta, le cui diverse codificazioni risalgono alla seconda metà del IX sec., troviamo un atteggiamento esplicitamente ostile alla pittura. I fabbricatori di immagini sono definiti i 'peggiori fra gli uomini' e si indica di non entrare mai in una casa dove vi siano un'immagine od un cane, poiché la loro presenza impedisce l'ingresso dell'angelo del perdono.
Il rigorismo religioso ed il conseguente aconicismo hanno determinato nel mondo arabo l'enfatizzazione della parola a discapito dell'immagine. Poeti e musicisti sono gli artisti per eccellenza. Nell'ambito delle arti decorative fu la calligrafia che assunse il ruolo predominante, in quanto strumento di diffusione della parola di Dio, seguita dalla produzione di arabeschi che su moschee e palazzi, ma anche libri e tessuti ripetono all'infinito elementi geometrici o vegetali estremamente stilizzati.
Esiste una pittura figurativa all'interno del mondo islamico? Ancora oggi il senso comune e la scarsa disponibilità di fonti ed opere ci fanno pensare che l'interdizione dell'Islam alla rappresentazione di immagini sacre in particolare e di essere animati in generale, abbia determinato l'assenza totale di ogni tipo di arte pittorica figurativa. Nei territori conquistati dagli Arabi nel VII sec. sottratti agli imperi bizantino e sassanide troviamo esempi di arte figurativa in affreschi, mosaici, miniature e ceramiche. La produzione di raffigurazioni di essere animati, mai di immagini sacre, proliferò all'interno dei palazzi di sultani e califfi dove fiorì la produzione di immagini legate alla vita di corte come musicisti e danzatrici. Purtroppo la quasi totale distruzione della pittura parietale e della miniatura fino alla metà del XIV sec., non hanno consentito lo sviluppo di studi adeguati e l'interesse verso questa forma d'arte. Permangono resti di affreschi in Siria ed in Transgiordania in castelli e padiglioni di caccia dei califfi ommaiadi (VII-VIII sec.), in Irak nella residenza dei califfi abbassidi di Samarra a nord di Baghdad (I metà del IX sec.). La pittura fiorita in Siria, Egitto ed in Africa settentrionale sotto i Fatimidi (X-XII sec.) è andata quasi del tutto perduta. Significativi sono le pitture del soffitto ligneo della Cappella Palatina di Palermo eseguite per conto del re normanno Ruggero II ad opera di artisti provenienti da Siria ed Egitto fra il 1132 ed il 1143. L'analisi di U. Monneret de Villard(11) dei soffitti lignei con la caratteristica cornice di nicchie ed alveoli di tradizione araba è stata ripresa e citata più volte da studiosi italiani(12)che si sono dedicati al problema della raffigurazione pittorica all'interno dell'Islam. Le decorazioni e le immagini di vario genere non sono distinguibili a distanza. Troviamo incisioni in caratteri cufici con parole augurali (vittoria, felicità etc.), decorazioni geometriche, rappresentazioni stilizzate di piante, ma anche animali ed esseri umani. Monneret de Villard identifica le raffigurazioni di musicisti, danzatrici, falconieri e bevitori come appartenenti al ciclo della vita signorile tipico dell'arte orientale di influsso iranico ed ellenistico.
La metà del XIV sec. segna l'inizio della decadenza della pittura araba. Ettinghausen(13) ne ha individuato i motivi nella concomitanza di tre fattori: vittoria dell'ortodossia religiosa, peggioramento delle condizioni di vita economiche e sociali, dominazione ottomana di Siria, Egitto ed Irak incapaci di operare una sintesi fra l'impero turco e le proprie tradizioni.


5.3) Pittura contemporanea nel Maghreb (Inizio pagina)
I contrasti ed i cambiamenti scaturiti nelle culture maghrebine dal contatto con altre culture hanno determinato nel corso del XX sec. lo sviluppo di varie forme d'arte come la musica rai in Algeria e le arti plastiche figurative soprattutto in Marocco ed Algeria, dove gli elementi tradizionali delle arti decorative sono stati ripresi, al di fuori dell'arte tradizionale, della teologia e della grammatica classica, contrasti e cambiamenti, nella produzione di una pittura figurativa ed astratta influenzata dall'occidente.
Sottratti al testo teologico e letterario, i segni della scrittura e le forme delle varie calligrafie (naskhi, tulut, cufica ecc.) conservano un potere evocativo e la calligrafia resta ancora una fonte feconda di ispirazione(14).
Tra gli anni 20 e gli 60, all'interno del Maghreb e non solo, le arti hanno giocato un ruolo molto importante nell'elaborazione di una cultura nazionale moderna. Le strade intraprese dagli artisti maghrebini che avevano studiato nelle accademie europee sono state varie e differenti. Il patrimonio artistico tradizionale, minacciato dalla colonizzazione occidentale e dal processo di industrializzazione che questa stava determinando, ha spinto molti artisti ad imitare alcune tecniche della pittura classica islamica come la miniatura; altri hanno inizialmente rifiutato la ripresa e la rielaborazione delle arti pittoriche tradizionali ed hanno adottato forme derivanti dalle accademie e dal postimpressionismo occidentale (paesaggi, ritratti, pittura di genere), frutto di influenze coloniali che non hanno permesso quasi mai di emanciparsi verso risultati originali. Ad Algeri nel 1930 era stato fondato il Musée National des Beaux Arts(15) dove erano raccolte opere che mostrano le tappe essenziali della pittura europea dal XV sec. agli inizi del XX sec., con particolare attenzione alla pittura francese a cavallo fra XIX e XX sec.. Vi si potevano ammirare, fra gli altri, dipinti di Delacroix, Degas, Monet, Renoir ed alcune sculture di Rodin. Il Musée National des Beaux Arts di Algeri era all'epoca l'istituzione più importante dove i pittori maghrebini potevano vedere le opere occidentali prima di recarsi nelle accademie di Parigi, Roma e Londra. Chiuso poco prima dell'indipendenza algerina, riaprì nel 1970 con le opere originarie cui si è aggiunta una sezione dedicata ai pittori algerini contemporanei.
Sotto l'influenza di un certo orientalismo accademico, negli anni 40 la maggiore attenzione fu suscitata da generi non ben definiti riconducibili alla definizione ambigua di pittura naïf. Alcuni artisti riscossero interesse in Francia. L'algerino Mahieddine Baya fu presentato a Parigi nel 1947 da André Breton.
Negli anni 60, dopo l'indipendenza, il desiderio di rottura con il passato coloniale si è accompagnato alla ripresa di elementi tradizionali vitali quali i segni calligrafici e gli arabeschi, che sono stati spogliati delle valenze passate e sono stati inseriti in rappresentazioni figurative ed astratte. Alcuni artisti come il gruppo algerino Aouchem (Tatuaggi) ha approfondito una moderna ricerca su aspetti tradizionali quali i segni derivati dai tatuaggi. I marocchini Mohamed Cherkaoui e Houcine Miloudi si sono dedicati ad una pittura ricca di elementi iconografici ripresi dalla calligrafia. La ricerca sul 'segno' calligramma ha conquistato un'intera generazione di pittori maghrebini sviluppando correnti astratte, rigorosamente geometriche ed una pittura astratta lirica e informale, determinando negli anni 70 il definitivo superamento del naïf e del realismo esotico di tipo accademico.
Lo sviluppo della pittura contemporanea nel Maghreb è stato il frutto di una continua tensione tra la figurazione, influenzata dalle accademie occidentali, e l'astrattismo evocato dai 'segni' delle proprie tradizioni. Oggi questa seconda linea di tendenza è quella predominante ed è coerentemente l'unica che permette di raggiungere risultati originali.


5.4.1) Pittura fra i Saharawi (Inizio pagina)

La pittura figurativa nasce fra i Saharawi con l'esilio nei campi profughi nel 1975. L'esilio determina paradossalmente opportunità di viaggiare all'estero prima inesistenti. Il Polisario, nel condurre la lotta di liberazione, ha operato su vari livelli: militare, diplomatico e sociale. Come molti movimenti di liberazione nazionale in tutto il mondo e specialmente in quelli che avevano portato alla decolonizzazione in Africa, ha sempre considerato fondamentale arrivare all'appuntamento con l'indipendenza dotato di una classe dirigente formatasi all'estero ed in grado di amministrare la nuova nazione. I quadri saharawi si sono formati nei paesi amici o laddove operano associazioni di solidarietà in grado di fornire borse di studio. In questa maniera Cuba, Algeria, Libia, Messico ma anche Spagna ed Italia vedono arrivare giovani, studenti e studentesse di medicina, psicologia, pedagogia, ingegneria, economia. Insieme a loro vi sono, seppure in percentuale minore, studenti e studentesse che frequentano le accademie di belle arti. Tre anni fa il Ministero della Cultura ha promosso la creazione dell'Expo all'interno del campo 27 de Febrero e si è impegnato a fornire sempre più materiali ed occasioni espositive. Chi vuole dipingere deve in ogni modo essere in grado di recuperare i materiali autonomamente, di solito nella vicina città algerina di Tindouf. Il Polisario ha deciso di dare spazio anche ad un genere di studi che a prima vista non sembra potere rappresentare una risorsa per questo popolo. Al contrario la pittura svolge una funzione politica di propaganda e di ponte culturale verso il resto del mondo su vari livelli.
I Saharawi, attraverso la pittura, stanno tentando di fare proprio un ulteriore mezzo con cui rappresentare la loro identità e mostrare la loro realtà. I messaggi che i quadri comunicano sono rivolti tanto alla popolazione indigena, quanto allo straniero che visita i campi profughi o che ha la rara occasione di vederne una mostra altrove. Un'esposizione all'estero non è mai un fatto puramente culturale, ma è sempre un'occasione per una sensibilizzazione politica sulla causa saharawi. All'interno dei campi, le visite delle scolaresche alla sala espositiva sono un'occasione per riflettere sul loro presente; riflessione che non può astrarsi dall'analisi politica, considerati i soggetti di molti quadri.
I pittori(16) saharawi che si recano all'estero, entrano in contatto non solo con un sapere tecnico, ma anche con un gusto estetico a loro completamente sconosciuto. I loro studi, anche laddove avvengano in paesi arabi, risentono della tradizione occidentale. Queste influenze si ritrasmettono sui molti autodidatti che non hanno l'opportunità di viaggiare, ma avvertono ugualmente la necessità di esprimersi attraverso la pittura. Il Polisario ha favorito in questo modo la nascita di una forma d'arte che tenta di avvicinare il piccolo stato in esilio alla cultura di quelle potenze occidentali cui si chiede di essere legittimati ad esistere.
Non ritengo si possa definire una pittura di Stato. Non ci sono discussioni su quale sia l'arte da prediligere per supportare la Rivoluzione Sociale, né direttive su quali stili adottare e su quali soggetti ritrarre. L'operazione che questi pittori stanno portando avanti è il frutto di sempre maggiori contatti con l'Occidente e dell'esigenza di rappresentare la situazione del loro popolo con ogni mezzo disponibile. Adottano una forma d'arte nuova, ispirandosi al proprio bagaglio visuale di popolazione che ha sempre vissuto nel deserto e che da ormai tre decenni è una popolazione militante. Studiosi come Maurice Barbier(17) hanno definito i Saharawi come un popolo che esiste perché è mobilitato su un obiettivo comune, un popolo che esiste perché combatte a prescindere dai legami culturali e storici delle tribù che lo costituivano. I pittori saharawi risentono, come tutti, dell'alto grado di politicizzazione della vita nella RASD e la loro produzione ne è una chiara dimostrazione.
Spesso un opera d'arte rappresenta un documento storico più significativo e diretto, quando lo si sappia interpretare, di tanti documenti ufficiali. L'artista con le sue opere, i suoi lavori, esprime il proprio sentimento che rispecchia il suo percorso esistenziale ed individuale e, contemporaneamente, fornisce notizie utilissime sulla comunità in cui opera in un preciso momento della storia. I Saharawi stanno adottando una forma d'arte che a loro non appartiene e le loro opere ne risentono. Affrontano le tematiche della vita nel deserto e delle sofferenze del loro popolo adottando tecniche e rifacendosi a stili della pittura occidentale senza sviluppare la propria tradizione iconografica e soprattutto grafica, legata alle arti decorative. Mancano opere dove l'esperienza calligrafica dialoghi con l'estetica occidentale, come avviene nel resto del Maghreb, ma probabilmente è ancora troppo forte l'esigenza di rappresentare la loro identità ed il loro presente in maniera diretta e figurativa, per tentare una fusione di questo genere. La pittura fra i Saharawi si trova ancora in una fase embrionale dove l'ideologia, la scarsità di mezzi materiali ed occasioni di studio e la novità della forma d'arte adottata prevalgono sulla riflessione estetica e su rari tentativi di sintesi veramente originali. La calligrafia e la pittura rimangono ancora due mondi separati, ma sarà interessante vedere quali strade prenderanno i pittori saharawi in un futuro meno drammatico del presente. La produzione saharawi rispecchia il dramma del loro presente politico e storico non solo attraverso i soggetti scelti, ma anche attraverso la mancanza di una proposizione di elementi forti della propria cultura nell'avvicinarsi ad una forma d'arte appresa dall'Occidente. Gli stili adoperati si limitano quasi sempre ad un'imitazione della pittura figurativa europea, in certi casi legata al mondo delle accademie ed in altri alle avanguardie storiche, che agli inizi del '900 sovvertirono proprio le accademie; senza possederne, in entrambi i casi, le basi, la grammatica necessarie. Natura morta, ritratto, paesaggio, surrealismo di tipo quasi magico, un certo figurativismo retorico, cubismo, la pittura naïf sono abbozzati nelle loro opere. Le opere in cui si vede un tentativo consapevole di produrre un'opera in grado di comunicare al di là della tematica raffigurata sono poche. Non è un caso che questo avvenga dove si usino tecniche libere, meno legate all'influenza occidentale, e dove il soggetto, anche se politico, abbia un forte legame con la letteratura o con la tradizione iconografica di questi luoghi come in un bassorilievo simbolico della RASD ed in alcuni quadri che reinterpretano oggi le pitture rupestri di cui è ricco il Sahara. Gerbrands ci fornisce un'utile definizione di 'arte'. Quando un processo creativo individuale fornisce a valori culturali una personale interpretazione, attraverso la materia, il movimento, il suono o una natura tale che le forme risultanti dal processo creativo rispecchino gli standard di bellezza validi nella sua società, allora chiamiamo questo processo creativo e le forme risultanti da esso 'arte(18)' . Questa definizione risale al 1957 e va inserita all'interno di un dibattito volto a criticare l'approccio etnocentrico nei confronti dell'arte, come di ogni altro aspetto delle culture non occidentali; attitudine sulle cui basi, nel XIX sec., era nata l'Antropologia. Le parole chiave dei nostri giorni sono 'globalizzazione' e 'meticciato'. Trovare dei criteri di bellezza, universalmente validi, anche all'interno di una singola cultura, rappresenta un'ardua impresa. I criteri vengono continuamente rinegoziati e sono il frutto di ibridazioni, incontri, incastri, sincretismi fra culture un tempo distanti. Nel caso dei quadri saharawi trovare degli standard di bellezza; addentrarsi in un discorso estetico, rappresenta un'operazione difficile e rischiosa. Quasi tutte le opere che osserveremo, non rispondono ad alcun criterio estetico legato alla loro cultura e non rispondono agli standard di bellezza della tradizione occidentale cui si rifanno. Molti pittori sono autodidatti, altri hanno potuto frequentare le accademie di belle arti straniere per poi tornare a vivere nel deserto. Cinque, sei anni di studi non permettono certo di assimilare una tradizione altra; a questo si aggiunga l'assenza di una vera riflessione sulla propria. Inoltre la particolare condizione di profughi non permette a nessuno di vivere della propria arte. L'unico mercato è rappresentato dai cosiddetti 'turisti solidali' che si recano nei campi due volte l'anno per visitare di solito i bambini che hanno ospitato a casa loro. Anche fra i turisti solidali sono pochi ad acquistare questi quadri, che semmai sono comprati dalle famiglie saharawi e regalati ai visitatori. Gli europei in visita e quelli che lavorano nei campi profughi preferiscono comprare oggetti e souvenir laddove l'ospitalità dei profughi non ne abbia già esaurito il desiderio e la curiosità.
La produzione di souvenir aiuta a chiarire ulteriormente la situazione dei Saharawi che si sono trovati a passare repentinamente nel giro di cinquanta anni da un tipo di vita nomade ad uno sedentario e per di più oggi rifugiati stanziati in tendopoli, appartenenti ad uno stato in esilio sconosciuto a gran parte del mondo. L'arrivo delle merci spagnole prima e degli aiuti umanitari oggi, insieme alla priorità della guerra, hanno determinato oltre al tentativo di assimilare la pittura figurativa dall'occidente, la perdita di abilità tradizionali come quelle degli artigiani, che non devono più produrre gli oggetti, gli utensili necessari alla vita quotidiana. Molti souvenir come collane, bracciali, pipe e tessuti sono importati dalla Mauritania; altri oggetti come posacenere, scatole, specchi, pelli dipinte sono prodotti in serie e sono tutti decorati con elementi grafici tradizionali accompagnati dalla bandiera e dalla sagoma della RASD. La scomparsa dell'artigianato, la presenza di questo nuovo genere di oggetti: i souvenir per i 'turisti solidali' e la comparsa della pittura nelle forme descritte ci danno un ulteriore quadro della cultura saharawi oggi. Marco Aime in 'Diario Dogon'(19) descrive come presso questa popolazione del Mali 'si mettono le statuette ad invecchiare nella terra umida per fare sì che acquistino un aspetto vissuto e datato'. L'idea dell'autenticità affascina comunque il turista. Mi racconta Alberto Sanza di ragazzini che, nei villaggi, fanno da sentinelle: "Quando avvistano i turisti, sostituiscono le poche vecchie porte dei loro granai con porte nuove, prodotte dagli artigiani. Il turista vuole la porta vera e, quando vede staccare la 'sua' direttamente dal granaio, è convinto di avere comperato un oggetto autentico, realmente usato dalla gente del posto". I turisti che si recano presso i Saharawi sono spinti da interessi e prospettive diverse. Non sono spinti ad un viaggio nel deserto da un particolare interesse per le culture africane, dalla suggestione di letture antropologiche come molti di coloro che si recano presso i Dogon sull'onda della lettura di 'Dio d'acqua'(20) di Marcel Griaule, ma si recano nei campi profughi sull'onda di una solidarietà umana ancor prima che politica, spinti da campagne di sensibilizzazione attuate da associazioni di solidarietà. Nella maggiore parte dei casi si trovano nel mezzo del deserto algerino, come si sarebbero potuti trovare nel Chiapas messicano presso gli Zapatisti o in Turchia per celebrare il capodanno curdo. In un certo senso sono degli ambasciatori della causa saharawi e non cercano manufatti più o meno autentici della cultura di questo popolo. I Saharawi da parte loro amano presentarsi come una popolazione del deserto con proprie tradizioni e propri costumi, ma soprattutto come un popolo unito, impegnato nella costruzione di una nazione indipendente. Anche per questi motivi è nato un certo tipo di pittura e si vendono anelli con la sagoma della RASD. Molte volte mi è capitato di risvegliare l'interesse e la curiosità dei miei interlocutori nominando il Fronte Polisario piuttosto che i Saharawi. Il movimento di liberazione è molto più conosciuto del suo popolo. La bandiera della RASD per i 'turisti solidali' ed in parte anche per i Saharawi è ormai più 'autentica' di una darrà o di un turbante.
Una volta accantonati i concetti di bellezza e di autenticità, mi servo nuovamente di Arnold Rubin per giustificare l'interesse suscitatomi dalla pittura sviluppatasi fra i Saharawi. Possiamo identificare tre aree che individuano a grandi linee quale sia il ruolo dell'arte nella società. Primo: l'arte stabilisce e proclama i parametri dell'identità individuale e collettiva. Secondo: l'arte è didattica, è un metodo d'insegnamento, il canale principale per entrare in contatto con una cultura e per infondere il concetto di appartenenza ad un gruppo. L'arte rappresenta una catena che unisce le generazioni in una rete di credenze e comportamenti condivisi. Terzo: l'arte può essere descritta come una forma di tecnologia, una parte del sistema di strumenti e tecniche attraverso le quali l'uomo si relaziona col proprio ambiente ed assicura la propria sopravvivenza(21) .
Proviamo ora a considerare lo sviluppo della pittura fra i Saharawi alla luce di questi argomenti. L'identità saharawi è in rapido cambiamento da almeno 60 anni ed i quadri prodotti dai pittori negli ultimi 25 anni ne sono un manifesto ed uno strumento. Le nuove generazioni nascono all'interno di una società mutata nella sua struttura e nelle sue rappresentazioni di cui i quadri sono un esempio. Rubin parla di arte come tecnologia per introdurre il concetto di efficacia. Azioni rituali che includano canzoni, danze ed altre forme d'arte sono utilizzate nelle società tradizionali per scongiurare catastrofi naturali, intervenire sull'esito di una battuta di caccia od esorcizzare la paura di misteri incomprensibili per l'uomo. L'arte è uno strumento di cui l'uomo si serve per interagire con altri individui o con forze soprannaturali. Sono forse gli 'standards di bellezza' e le 'interpretazioni personali' importanti, quando l'oggetto è usato per portare la pioggia nella sua stagione, prevenire una malattia, favorire la fertilità o ridare al sole la sua brillantezza? … Considerare l'arte come una tecnologia presuppone una condizione eticamente neutrale. … I significati artistici possono essere giudicati come efficienti ed efficaci, inefficienti ed inefficaci nel compimento di particolari fini sociali e culturali (22). La pittura sviluppatasi fra i Saharawi non è investita di alcun potere magico o simpatico, anche se, come vedremo nell'analisi delle opere, un quadro in particolare (fig. 1) è stato scelto per influenzare il sonno di Kofi Annan. Aneddoti a parte, la pittura può essere vista come una forma di tecnologia, in quanto rappresenta uno strumento didattico ed un mezzo di comunicazione adottato per spiegare e mostrare alla popolazione dei campi ed al mondo, chi siano oggi e quali siano le fondamenta della loro identità sottoposta a drammatici cambiamenti.

5.4.2) Soggetti e temi (Inizio pagina)
Diversamente dagli stili che sono vari e differenti, i soggetti dei quadri che ho visto si possono dividere in due categorie principali che chiamerò: simboli dell'identità e presente politico. In alcuni casi questi elementi sono presenti nella stessa opera dialogando fra loro in un evidente gioco di richiami. In nessuna opera sono raffigurati personaggi storici, non vi è nessun ritratto di Mustapha Sayed El Ouali o di Cheikh Ma el-Ainin, tantomeno di Mohamed Abdelaziz, bensì persone; donne, uomini e bambini che hanno il potere simbolico di rappresentare tutto il popolo saharawi.
Simboli dell'identità
Gli elementi identitari con cui i Saharawi si autorappresentano sono quelli legati al loro passato di nomadi del deserto. 'Figli delle nuvole', 'uomini azzurri', 'gente del deserto' sono alcuni degli epiteti con cui erano conosciuti nel passato. 'Instancabili viaggiatori', 'guerrieri valorosi' 'uomini dallo spirito libero', 'ospiti generosi' sono alcune delle caratteristiche con cui si definiscono ed hanno finito per essere identificati.
Vi sono quadri i cui soggetti sono scene di vita quotidiana nel deserto o nella jaima dove spiccano i vestiti tradizionali quali la darrà per gli uomini e la melfa per le donne. Vi sono uomini a dorso di cammello che si incontrano e un anziano, con turbante e lunga barba bianca che fuma la pipa, visioni notturne del deserto dove campeggia la luna piena e scene di vita familiare come una festa di matrimonio (boda) sotto una jaima. Abbiamo delle nature morte vere e proprie come un set da tè all'interno di una jaima.
Sono immagini che mostrano la vita del passato nomade, che l'esperienza dei campi profughi in alcuni casi ripropone accentuata. La cerimonia del tè scandisce ogni incontro. La lunga attesa nel deserto ed i prolungati periodi di inattività dovuti al clima ed alla condizione di rifugiati, ne fanno una pratica sociale più frequente che nel passato. La jaima attuale non ha la stessa foggia di quella tradizionale a pianta circolare e con un unico palo centrale a sorreggerla, ma è di tradizione pakistana, giunta nel Sahara con i primi aiuti algerini e libici nel 1975.Oggi i Saharawi riproducono questo nuovo tipo di tenda, più piccola e dalla pianta rettangolare, ma a livello iconografico utilizzano nella quasi totalità dei casi la tenda tradizionale. Non ho visto raffigurato in un nessun quadro, anche laddove compare il nuovo tipo di tenda, la stanza in mattoni d'argilla cotti al sole che ogni famiglia ha costruito di fianco alla jaima. L'abitazione per eccellenza è rappresentata dalla jaima e mai da abitazioni in muratura; solo nei disegni dei bambini compaiono veri e propri edifici o case: abitazioni collegate al loro rientro nel Sahara Occidentale, al futuro.
Presente politico
In questa ipotetica sezione rientrano le immagini dove maggiormente i pittori Saharawi fanno propria l'esperienza surrealista e adottano simboli, anche di tradizione occidentale, come l'uovo ed il serpente o che sono entrati a far parte dell'iconografia internazionale quali la colomba.
Vi sono scene del drammatico esodo nel deserto dove compaiono tende di fortuna e le capre diventano inaspettatamente animali da soma, immagini di prigionieri torturati nelle prigioni marocchine ed altre dove una donna, ritratta con gli elementi indentitari che la caratterizza fra i Saharawi, è posta come spartiacque fra delle sagome di persone impiccate ed altre che ballano sotto una jaima. Sono rappresentazioni di sofferenza dove una donna stenta ad uscire dalla terra, ma anche di partecipazione collettiva dove più mani erigono una jaima sotto gli occhi di un bambino plaudente. Bisogna considerare che tutti i pittori appartengono ad una generazione che ha combattuto, in età giovanissima, gli ultimi anni della guerra ed ancora oggi molti svolgono periodicamente il servizio militare. Malgrado questo non ho visto opere descrittive della guerra col Marocco cui hanno partecipato, ma sono numerose le raffigurazioni simboliche del conflitto ed in generale del frangente storico che i Saharawi, come popolo, stanno affrontando.
Sono questi i quadri di cui più difficilmente si possono sintetizzare i contenuti, dato il simbolismo di cui sono tutti permeati. Rimando la loro descrizione alle pagine in cui ci confronteremo con le immagini di questi come di quelli che in parte ho anticipato nella sezione precedente.

5.4.3) Analisi delle opere (Inizio pagina)
Risulta difficile condurre un'analisi estetica dei quadri, anche se possono risultare chiare alcune correnti artistiche cui si rifanno i pittori Saharawi. Un discorso incentrato su un'indagine di questo tipo rischierebbe di allontanarci dai messaggi che i Saharawi vogliono lanciare con le loro opere, per farci cadere nella trappola di un discorso incentrato sulle categorie del bello e del brutto, soggettive per loro natura e fuorvianti quando ci si allontana dalla propria cultura. Un'analisi solamente estetica non avrebbe senso in uno studio antropologico, soprattutto se condotta da una persona che non appartiene alla cultura, da cui provengono le opere prese in esame. Nei paragrafi precedenti non mi sono sottratto totalmente ad alcune valutazioni estetiche, perché ho ritenuto fossero utili, per capire quale sia lo stato della cultura saharawi oggi. Per avvicinarci alle opere, dobbiamo ora in primo luogo affidarci al 'piacere tratto dalla comprensione(23)' rispetto a quello 'provato immediatamente dai sensi. Il piacere della comprensione non viola né impedisce il piacere dei sensi, ma include molto di più di quanto la "facoltà intrinseca dell'occhio" possa notare o godere'(24) . Dobbiamo mettere da parte i giudizi estetici, anche se possono affiorare, considerando che le opere analizzate si rifanno esplicitamente alla tradizione pittorica occidentale e concentrarci sui soggetti, sulle narrazioni interne alle immagini e sul loro utilizzo da parte dei Saharawi. Nel fare questo sono partito da quello che i pittori ed altri Saharawi successivamente, quando ho mostrato loro le fotografie dei quadri, mi hanno raccontato. Quella che segue è essenzialmente la lettura che i Saharawi danno delle opere prodotte. In questo frangente la mia vuole essere più che altrove una registrazione critica delle descrizioni e delle interpretazioni che i Saharawi forniscono di fronte ad opere che hanno il compito di rappresentarli al loro interno ed al loro esterno. Partirò dalle loro descrizioni per inoltrarmi in alcuni casi in precisazioni etnografiche ed in considerazioni più generali.

Fig.1 Salek Brahim Senza titolo
L'autore ha frequentato la Scuola di Belle Arti ad Algeri ed ha partecipato alla Biennale di Algeri del 1989.
Da una darrà (abito tradizionale maschile che può essere azzurro o bianco) esce una mano al posto del collo, che sorregge un uovo. L'autore ci comunica l'incertezza con cui i Saharawi guardano al futuro ed alle sue incognite racchiuse nell'uovo. L'uovo nell'iconografia di molte religioni simboleggia il principio creativo, è un simbolo di nascita, di armonia. Possiamo contestualizzare questa immagine, come fanno i Saharawi che la conoscono, riferendola al delicato processo di identificazione che deve stabilire l'elenco degli aventi diritti al voto al referendum di autodeterminazione che i Saharawi aspettano dal 1991.Il Marocco, una volta accettata, almeno ufficialmente, l'idea di vedere risolta la questione del Sahara Occidentale con un referendum, ha fatto di tutto per ritardarlo ed influenzarne l'esito a proprio favore, istruendo coloni e rappresentanti di tribù del sud marocchino, nel tentativo di vederli riconosciuti come Saharawi e quindi come votanti. L'artista mostra come sia possibile esteriormente indossare l'identità saharawi, rappresentata dalla darrà, e tentare così di manipolare il risultato del referendum. Del resto la società capitalista occidentale offre in continuazione esempi di presunte ed immaginifiche identità indossate e dismesse come magliette: dalla politica allo sport. Il tifoso della squadra di calcio si riconosce la domenica come facente parte di un 'noi' contrapposto a dei 'loro', grazie a pochi, colorati segni di riconoscimentol, quali i colori sociali della propria squadra, che campeggiano sui suoi indumenti ed accessori.
L'uovo per alcuni rappresenta addirittura la busta in cui è racchiuso il voto, per tutti comunque rappresenta il futuro dei Saharawi che nessuno sa in quali mani si trovi. La darrà potrebbe anche rappresentare gli cheikhs tribali saharawi che svolgono un ruolo importante all'interno delle commissioni di identificazioni della Minurso, ma tutti hanno interpretato il quadro dandone una lettura legata ai tentativi di brogli da parte del Marocco.
Riguardo questo quadro che ho acquistato all'interno dell'Expo per 12.000 pesetas, mi è stato raccontato da Mohamed Salem un curioso aneddoto. Durante la visita di Kofi Annan nel dicembre 1998, il Ministero dell'Informazione a chiesto ad alcuni pittori fra cui lui di allestire le sale della conferenza stampa e degli incontri privati con alcuni quadri. Ogni sala presentava dei quadri scelti appositamente. Nella piccola stanza preparata nel caso Kofi Annan si fosse voluto riposare un momento, erano stati sistemati due quadri: un paesaggio notturno del deserto dello stesso Mohamed Salem (fig.11) che conciliasse il riposo ed il quadro di cui stiamo parlando, perché il Segretario Generale delle Nazioni Unite, anche nel sonno, avesse presente la questione del Sahara Occidentale. Riaffiora in forma aneddotica una delle prerogative dell'arte nelle società tradizionali: l'essere efficace in quanto dotata od investita di poteri magici o simpatici. Durante la sua visita Kofi Annan non è mai entrato in questa stanza per riposarsi.

Fig.2 senza titolo
Questo quadro risente dell'influenza del surrealismo è presenta delle connotazioni di tipo quasi magico Un uomo esce dalla terra tenendo nella mano sinistra un uovo e tendendo la destra verso una colomba che ha nidificato su un albero. In basso a sinistra una donna tenta faticosamente di uscire dalla terra dove è intrappolata fino al seno. In alto a destra si vede spuntare fra le nuvole il sole la cui luce illumina la scena nonostante l'oscurità dello sfondo. Sofferenza e speranza per il futuro si incontrano in questo quadro dove la colomba che troveremo anche in altre opere assume il valore di icona internazionale della pace mutuato dal significato cristiano di messaggera dello Spirito Santo. La donna che ha un ruolo simbolico in molte opere e nella retorica politica della RASD è raffigurata come l'essere che soffre maggiormente per il dramma del suo popolo ed al contempo è in grado di riscattarsi con le sue forze.
Ci sono molti testi dedicati al ruolo della donna nella società tradizionale saharawi e nella costruzione del nuovo stato(25) . Le donne delle popolazioni nomadi sono sempre state considerate maggiormente libere, rispetto a quelle delle popolazioni sedentarie nel mondo islamico. Durante l'esilio hanno assunto un ruolo decisivo nell'organizzazione amministrativa dei campi profughi mentre gli uomini erano impegnati in guerra. Ancora oggi detengono in maggioranza le cariche di consigliere per tutte le questioni quali istruzione, sanità, distribuzione degli aiuti umanitari, riguardanti la vita quotidiana all'interno dei campi profughi, mentre sono una minoranza all'interno dell'amministrazione nazionale.

Fig.3 senza titolo
Quadro di tipo surrealista, che sembra rifarsi all'esperienza dei murales rivoluzionari messicani di inizio 900. Cinque mani collaborano nell'erigere il palo centrale di una jaima tradizionale nel deserto, sotto lo sguardo plaudente di un bambino. Il popolo collabora solidale nel costruire la casa del futuro. La jaima tradizionale è uno dei simboli maggiormente utilizzati per rappresentare l'identità saharawi e metaforicamente la nazione per cui lottano. Come molti movimenti di liberazione il Fronte Polisario ha condotto una vera e propria campagna tesa all'incremento della popolazione determinando un aumento significativo della popolazione nonostante la guerra e le dure condizioni di vita. Il bambino simboleggia la speranza per il futuro ed il destinatario degli sforzi compiuti nel presente.

Fig.4 Said senza titolo
Stilisticamente potremmo affermare che si tratta di un tentativo di rifarsi all'esperienza cubista ed a Picasso. La donna è presente in posizione centrale e predominante con tre elementi che la identificano fortemente fra i Saharawi anche se non sono esclusivi della loro cultura. Nella mano sinistra impugna l'er-hal, uno dei quattro bastoni intagliati con disegni geometrici che contribuisce a formare l'ossatura della sella del cammello adoperata dalle donne. La sella risulta essere una specie di portantina, che una volta fermatisi, è tolta dal dorso del cammello e capovolta funge da tavolo e da luogo di riparo per coperte ed oggetti. Il palmo e le dita della mano destra, aperta verso chi osserva il quadro, sono colorati con l'henna e decorati anch'essi con disegni geometrici. Sul capo indossa le trezas, trecce di pelli animali decorate con perline colorate.
L'immagine della donna è posta come spartiacque temporale e spaziale al centro del quadro. Sul lato sinistro vi sono immagini che richiamano il presente politico dei saharawi: sagome di persone impiccate e pietre tombali. Sul lato destro immagini di vita quotidiana con alcune persone che ballano sotto una jaima, probabilmente in occasione di una festa di matrimonio.
Questo quadro, in occasione della visita di Kofi Annan è stato posto nella sala della conferenza stampa, alle spalle del piccolo pulpito da cui sono intervenuti il Segretario Generale delle Nazioni Unite e Mohamed Abdelaziz, Segretario del Fronte Polisario. Insieme ad alcuni oggetti come la sella del cammello per le donne, spade e vecchi fucili era ben visibile a tutti come elemento rappresentativo dei Saharawi nel corso dei colloqui di pace avvenuti nel dicembre 1998.

Fig.5 Said senza titolo
Delle donne con indosso la melfa e le trezas eseguono delle danze tradizionali, mentre sullo sfondo un uomo con la darrà ed il turbante sorregge con la mano sinistra un sole che illumina la scena. La danza rappresenta una delle tematiche preferite per ritrarre aspetti di vita quotidiana tipici dei Saharawi, che ancora permangono nei campi profughi, dove i musicisti ormai utilizzano comunemente strumenti amplificati elettricamente. Le danze tradizionali sono uno degli aspetti che i Saharawi mettono in scena all'interno del Festival di Cultura, che si tiene ogni anno ad aprile e durante le manifestazioni politiche, come le parate per il 20 de Mayo.
Si noti che l'autore ha utilizzato alcuni elementi decorativi e segni grafici nella parte inferiore del quadro, fra cui è riconoscibile la stilizzazione dell'er-hal (bastone descritto nella fig.4). Questi elementi non sono, in ogni modo, valorizzati.

Fig.6 Said senza titolo
Ritratto di un anziano Saharawi dove spiccano molti elementi tradizionali quali la darrà, il turbante, la pipa, il tè, la barba bianca. Gli elementi grafici sullo sfondo acquisiscono in quest'opera un rilievo maggiore. Malgrado molti elementi identitari e la presenza di segni grafici che rimandano alle arti decorative tradizionali, si notano elementi contraddittori che non possiamo dire se siano dovuti a scarsa abilità del pittore od ad una precisa volontà. L'uomo connotato come Saharawi dagli abiti, dalla pipa e dal bicchiere di tè, si trova probabilmente su una sedia, che non è certo un elemento tradizionale di questo popolo nomade e tiene nella mano sinistra un bicchiere di dimensioni più grandi del classico bicchiere da tè. Assume quindi una postura innaturale malgrado voglia simboleggiare la figura di uno cheikh tribale.

Fig.7,8,9 Salek Brahim senza titolo
Tre quadri di Salek Brahim (fig.1) di tipo figurativo dove prevalgono le tinte gialle e marrone del deserto ed una certa retorica priva di un forte slancio epico.
Il quadro, raffigurante due Saharawi a cammello che si incontrano nel deserto (fig.7), ci propone un elemento tipico della vita nomade passata. Pochissimi sono i nomadi rimasti e minore è l'importanza del cammello che rimane in ogni caso uno degli elementi identitari per eccellenza. Il mezzo di trasporto utilizzato oggi è rappresentato dalle moderne jeep Toyota e Land Rover cui sono dedicati addirittura delle poesie.
Gli altri due quadri che a prima vista possono fare pensare a scene di vita quotidiana nel deserto, rappresentano un momento storico ben preciso: l'esodo del 1975 dal Sahara Occidentale verso l'Algeria. Mi è stato fondamentale per interpretare questi due quadri, osservare le fotografie con Man Sidi Mouloud e Mohamed Cheikh Mohamed, due studenti Saharawi giunti a Perugia nel 1999 con una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano.
Della fig. 8 dove si vede un anziano sdraiato in primo piano è importante notare oltre allo sfondo che si perde nel deserto i due recipienti di ferro ed il riparo che la donna utilizza per cucinare in fondo sulla sinistra. I due recipienti di ferro, malgrado possano fare pensare ad oggetti acquisiti dall'occidente, sono manufatti prodotti tradizionalmente dagli artigiani saharawi nel passato. Il riparo arrangiato sullo sfondo rappresenta una tenda di fortuna che i Saharawi si sono trovati ad utilizzare solo durante l'esodo del 1975 quando in fuga non potevano erigere le loro jaimas tradizionali.
Della fig.9 dove sono rappresentati una donna con due bambini ed una capra in cammino nel deserto, Man Sidi Mouloud e Mohamed Cheikh Mohamed hanno richiamato la mia attenzione sulla capra per spiegarmi che cosa racconti l'immagine. I Saharawi allevano da sempre le capre, ma non le hanno mai utilizzate come animali da soma, tranne durante i drammatici giorni della fuga attraverso il deserto.

Fig.10 senza titolo
Si tratta di una natura morta che ha come soggetto un tradizionale set da tè composto da un recipiente per lo zucchero appoggiato su un panno che serve per pulire e asciugare il vassoio su cui si trovano i bicchierini e la teiera dove si prepara il tè. Sulla destra troviamo la teiera utilizzata come recipiente per l'acqua. Sul fondo il braciere ed a destra la scatola dove si conserva il tè ed all'occorrenza la menta.
Questi utensili erano fabbricati un tempo dagli artigiani. Oggi rimangono i vecchi utensili che a poco a poco sono sostituiti da nuovi che non sono più di produzione locale o da barattoli di plastica. Il braciere, ancora presente nelle tende, si utilizza generalmente quando si vuole aromatizzare l'ambiente con incensi, ma e soppiantato ormai dalle bombole a gas da campeggio.
Da sempre il tè è stato importato; oggi come nel passato si consuma il tè verde di provenienza cinese. Il tè con il suo servizio sono l'unico 'comfort' presente in ogni famiglia ed insieme a coperte e cuscini rappresenta gli unici oggetti presenti in ogni jaima. La cerimonia del tè è costituita dal bere insieme tre tè che sono sempre meno forti e più dolci. Un proverbio saharawi dice: ' il primo tè è amaro come la vita, il secondo dolce come l'amore ed il terzo soave come la morte'. Questa bevanda rappresenta il più comune momento di socialità fra i Saharawi che lo preparano per ricevere un ospite, per radunare la famiglia che altrimenti non mangia insieme (donne e uomini tradizionalmente mangiano separatamente anche se fra le giovani coppie si sta perdendo questa abitudine), per acquisire zuccheri fondamentali per sopportare il duro clima del deserto. Il set da tè è sempre disponibile sia lo voglia preparare l'uomo sia la donna sia l'ospite. Solo quando ho incontrato una famiglia di nomadi(26) vicino Tifariti a dieci ore di viaggio dai campi profughi, vicino ad una caserma di militari, il tè è stato preparato dal capo famiglia mentre le donne sedevano alle sue spalle.

Fig.11 Mohamed Salem senza titolo
Mohamed Salem fu tra i primi studenti che partirono per la Libia nel 1976 all'età di nove anni. Nel 1984 ha avuto la possibilità di trasferirsi ad Algeri dove ha frequentato la Scuola di Belle Arti per poi diplomarsi nel 1989 presso l'Accademia di Belle Arti di Orano. Nel 1989 è rientrato nei campi profughi dove lavora per il Ministero della Cultura.
Paesaggio notturno del deserto dotato di un certo lirismo. Questo quadro con i suoi giochi di luce ci fornisce un'immagine che non risente di certi tentativi di avvicinarsi ad una pittura colta e comunica direttamente e con semplicità l'attaccamento dei Saharawi al loro ambiente naturale.

Fig.12 Mohamed Salem recogiendo lena (raccogliendo la legna)
Di questo quadro risulta evidente l'incontro fra l'influenza impressionista e la tematica di vita quotidiana nel deserto. Una donna ed un bambino/a strappano rami dai piccoli alberi che crescono nel deserto per accendere il fuoco al loro rientro nella jaima.

Fig.13 Ebn Chahid Ahmed festival de cultura
L'autore si è diplomato all Scuola di Belle Arti di Algeri ed ha partecipato nel 1988 alla Biennale di Algeri.
Ogni anno, ad aprile, si tiene nei campi profughi un festival culturale dove si raduna tutta la popolazione per assistere a concerti, competizioni di vario genere come la corsa dei cammelli, esposizioni di quadri, recitazioni di poesia ed altre manifestazioni. Viene ricreato un accampamento con le jaimas tradizionali all'interno del quale si celebrano le attività.
Le donne, tratteggiate con un marcato chiaroscuro, sono l'elemento dominante. Nella parte superiore un gioco di linee curve e rette disegna uno strumento musicale e la bandiera della RASD. Sullo sfondo si vedono le jaimas tradizionali sormontate da bandiere che mancavano nel passato e che quindi non possono essere altre che quelle della RASD:

Fig.14 Hseina (1987) senza titolo
Questo bassorilievo di bronzo rappresenta a mio parere una delle opere più originali fra quelle che ho avuto modo di vedere. Comunica con semplicità ed immediatezza un chiaro messaggio. Si trovano insieme la letteratura popolare, la situazione politica presente ed i colori del deserto, dati dalle varie tonalità fatte prendere al bronzo.
L'opera è la riproposizione in chiave attuale di un detto tradizionale saharawi, antecedente al conflitto recente col Marocco, che recita: 'se vuoi fare un viaggio non recarti a nord, perché da lì sempre viene il male; se vuoi recarti ad occidente fallo, ma con prudenza; a sud puoi andare senza preoccupazioni'.
Il Sahara Occidentale nei suoi confini coloniali, rivendicati dal Fronte Polisario, con al centro la mezzaluna e la stella che sono presenti nella bandiera nazionale e connotano il mondo arabo ed islamico, è circondato da chiari elementi simbolici. Un serpente proviene dal nord (Marocco), mentre due colombe imbrigliate nella sagoma di due aquile si trovano ad oriente ed occidente. Un occhio osserva il tutto sempre da nord, più distante rispetto agli altri elementi. Il Marocco, stato aggressore, prende le sembianze del serpente, mentre le deboli speranze di pace provengono dall'Algeria che ospita la RASD dal 1976 e dall'Occidente. L'occhio di Allah o della comunità internazionale, secondo le interpretazioni è testimone delle sofferenze dei Saharawi. Dio e l'occidente, in particolare gli americani sono gli arbitri per i Saharawi della loro causa. Un altro detto, recente, esemplifica questo concetto e la duplice interpretazione dell'occhio in alto a destra. Quando nel 1998 chiedevo quali speranze avessero per l'ottenimento dell'indipendenza, spesso mi veniva risposto in due tempi, con due semplici frasi. 'Inch'Allah' (se Dio vuole) in un primo tempo e poco dopo ironicamente 'si los Americanos lo quieren' (se lo desiderano gli Americani).

Fig. 15-16 senza titolo
Queste due tecniche miste rappresentano le uniche due opere, fra quelle da me visionate, dove l'artista, evitando di operare un'imitazione di uno stile riproposto con una tematica propria, è riuscito ad operare una sintesi originale fra le arti plastiche occidentali e la propria cultura. Il Sahara è ricco di incisioni e pitture rupestri che vengono qui riprese in forma stilizzata utilizzando materiale ferroso riciclato e la stessa sabbia del deserto. Il ferro, materiale tradizionalmente lavorato dagli artigiani e che oggi si trova in grande quantità sotto forma di rifiuti bellici e non, e la sabbia, la propria terra, vengono adottati per cercare una forma nuova di fare arte.
Queste due opere non sono riconducibili alla pittura araba, ai segni calligrafici ed agli arabeschi, ma rappresentano la riproposizione, con una tecnica che non si richiama alle accademie occidentali, di elementi appartenenti al territorio che i Saharawi conoscono per esperienza diretta, avendolo attraversato in ogni direzione da molti secoli.


5.5) Disegni dei/delle bambini/e

5.5.1) Disegni dei/delle bambini/e
Desidero concludere questo capitolo analizzando brevemente alcuni disegni di bambini/e Saharawi raccolti nel dicembre 1998. Durante il mio secondo viaggio ho risieduto quasi esclusivamente presso una famiglia saharawi, all'interno del campo 27 de Febrero. Mi sono recato nei campi profughi con alcuni album da disegno e scatole di pastelli con l'intento di fare disegnare i bambini/e, senza sapere cosa aspettarmi da questo lato della ricerca. Le occasioni non sono mancate visto che sono subito diventato un divertimento, una curiosità ed anche un compagno di giochi per i bambini/e della 'mia famiglia' ed i loro amici/che. Spesso la mia presenza era, non solo un'occasione di gioco, ma anche di scontro. I bambini/e volevano, in un certo senso, avere 'l'esclusiva' di passare il tempo con questa persona che non parlava la loro lingua. In più di un'occasione è stato necessario l'intervento energico e risolutivo di qualche donna per ristabilire l'ordine. Non è stato quindi difficile organizzare nella jaima di Mbarka Hassan, la madre di Nasra ed Aha presso di cui risiedevo, un incontro per farli disegnare. Non ho dato nessuna indicazione, ho semplicemente preparato il materiale, portato dall'Italia, e sono stato aiutato poi da Nasra e dalla sua amica Nejette per avere dai bambini/e delle basilari notizie su di loro e sui loro disegni. Dopo questo primo incontro ho ricevuto frequentemente nella tenda di Aha le loro visite. Mi chiedevano di fare altri disegni. Ne ho tenuti alcuni, che mi aiuteranno in questa veloce presentazione. L'età varia dai cinque ai nove anni.
Questi disegni sono dei documenti visuali indicativi della condizione saharawi. Non sono un'autorappresentazione ufficiale od ufficializzata come quadri, musei e manifestazioni politiche, ma forniscono alcune indicazioni sul bagaglio di immagini e fantasie sviluppate da bambini/e, nati in campi profughi nel deserto, in grado di utilizzarli consapevolmente. Si noteranno delle influenze legate alla loro esperienza ed alle rappresentazioni e messe in scena ufficiali dei loro genitori.
I soggetti disegnati mostrano quanto sia forte la presenza di elementi connessi al presente politico del popolo saharawi. Nei disegni identifichiamo una vera e propria grammatica iconica, dove la scelta di rappresentare una tenda, rispetto ad una casa è il frutto di un'operazione simbolica consapevole, legata alla conoscenza della loro situazione attuale ed alla partecipazione alla lotta ed alle attese del loro popolo. Non dimentichiamo che tutte le scuole, compreso il campo 27 de Febrero, portano il nome di date importanti per la storia della RASD(27) . Durante le celebrazioni ufficiali, come il 20 de Mayo, sfila ogni spezzone del popolo fra cui, anche bambini e bambine; chi in tenuta militare, chi in abiti tradizionali, chi in abiti sportivi. Nei disegni compaiono frequentemente la bandiera nazionale; sono assenti gli animali, specialmente i cammelli, soppiantati dalle jeep, che distribuiscono il pane, e da altri elementi della modernità di grande importanza per la vita quotidiana come i pannelli solari. Molti di loro hanno scelto di disegnare contemporaneamente i campi profughi, in cui vivono, e le città, che si aspettano di abitare nel Sahara Occidentale indipendente. L'attitudine ad identificare i campi profughi, il presente, disegnando le tende ed il futuro disegnando delle abitazioni, è uno degli aspetti più interessanti che si evincono. Nei campi profughi ogni famiglia possiede una tenda ed una stanza di mattoni d'argilla cotti al sole. In quasi tutti i disegni queste stanze sono assenti, mentre compaiono case in muratura che rappresentano le abitazioni del futuro. La consapevolezza di vivere in una situazione particolare, destinata a cambiare nel futuro, è forte. Anche l'ambiente naturale cambia nei disegni ed è legato a particolari esperienze come una vacanza all'estero od alla nozione della differenza, che i bambini/e si sono fatti, della loro condizione attuale legata al deserto e di quella futura, dove li aspetta il paesaggio del Sahara Occidentale, affacciato sull'oceano Atlantico. La vegetazione ed i colori 'esplodono' nei disegni di chi è stato in vacanza in Spagna (fig.21). Le case in muratura, rappresentanti le abitazioni del futuro, sono accompagnate da alberi e fiori, naturalmente assenti nelle rappresentazioni dei campi profughi. Questi elementi sono stati acquisiti dai bambini/e, nati nelle tendopoli e senza alcun'esperienza del Sahara Occidentale, attraverso i racconti dei loro genitori, dove grande è l'enfasi posta sulla presenza del mare e sulla vegetazione costiera, e grazie alla visita della sezione di 'Flora e fauna' del Museo Nacional del Poble Saharaui. Questa sala, composta da pannelli con immagini e testi, non presenta fotografie dell'Hammada(28) ,ma solo dei territori del Sahara Occidentale e specialmente delle zone costiere, più ricche di vegetazione.
I soggetti scelti ed il modo in cui sono abbinati, mostrano che anche i bambini/e, attraverso i disegni, le loro autorappresentazioni partecipano a questo momento critico della storia dei saharawi, in bilico fra la vita quotidiana dei campi profughi e la speranza di vivere in uno Stato indipendente.

5.5.2) Descrizione dei disegni
Fig.17 Uleida Hassan (anni cinque)
Uleida Hassan è nato ed ha sempre vissuto nei campi profughi.
La jeep, guidata da Uleida nel buio, si dirige verso il Sahara Occidentale rappresentato dagli alberi in alto a sinistra. Sul tetto della jeep Uleida trasporta la casa in muratura, dove si aspetta di vivere nel Sahara Occidentale. I piccoli cerchi blu sul retro della macchina rappresentano la verdura, che la jeep, inizialmente, era venuta a vendere nel campo profughi. Una jaima verde e la figura stilizzata della sorella Nasra, che va a comprare il pane, portato da una seconda jeep in basso a destra, sono disegnati nell'altra metà del foglio.
Presente e futuro si trovano in questo disegno. La composizione di questo disegno dove la jaima, il presente, si trova a destra e la macchina è diretta a sinistra, sembra capovolgere i criteri di composizione e di lettura occidentali. Osserviamo una fotografia dove lo sguardo od il moto di una persona è indirizzato a destra; abbiamo la sensazione che questi siano rivolti verso l'orizzonte, il futuro, in quanto seguono il vettore del nostro abituale modo di leggere da sinistra verso destra. Questo di solito si riflette anche nella prima lettura che facciamo di un'immagine. Nel caso di Uleida Hassan, che ha da poco iniziato a leggere, si riflette forse il modo di lettura da destra a sinistra della lingua araba.

Fig.18 Maghuba (anni otto)
Maghuba è nata ed ha sempre vissuto nei campi profughi.
Il tipo di composizione è simile a quello della fig.17. Sulla destra sono rappresentati una jaima, una jeep venuta a portare il pane ed una persona con un sacco, che va a prenderlo. Sulla sinistra una casa che si trova ad Auserd, nel Sahara Occidentale e degli alberi (in alto ed in basso). Nel mezzo Maghuba si è raffigurata mentre, con uno zaino, si reca alla scuola, rappresentata da una piccola jaima arancione.
Risulta indicativo osservare che la scuola, sebbene nel deserto sia uno dei pochi edifici in muratura, sia rappresentata, forse proprio perché situata nei campi profughi, da una tenda.

Fig.19 Bassiri Saleh (anni otto)
Bassiri Saleh è nato ed ha sempre vissuto nei campi profughi.
Sulla destra troviamo una casa con più stanze. Nell'ultima (la stanza blu sormontata dal tetto) c'è la fotografia della famiglia di Bassiri. Sulla sinistra, il grande quadrato nero con le linee blu rappresenta un pannello solare, uno dei comfort più utili e desiderati nei campi profughi. Permette, infatti, di avere energia elettrica al di fuori degli orari in cui questa è distribuita dall'amministrazione della RASD.
Bassiri afferma che ha disegnato la casa, senza specificare in questo caso dove si trovi, perché è una delle cose che mancano nel deserto e lui desidera maggiormente insieme al mare.

Fig.20 Aloea Mohamed (anni otto)
Aloea Mohamed è nato ed è sempre vissuto nei campi profughi.
Tre luoghi differenti si trovano in questo disegno e sono evidenziati da altrettanti elementi. In basso a sinistra una jaima blu situata nei campi profughi; al centro una jeep della polizia algerina, vista da Mohamed Aloea nella vicina città di Tinduf, e sulla destra due case che si trovano nel Sahara Occidentale. Sulla sinistra ha disegnato una bandiera della RASD.

Fig.21 Bakita Mohamed (anni nove)
Bakita Mohamed è nata nei campi profughi. Nell'estate del 1997 ha trascorso due mesi in Galizia (Spagna) con altri bambini/e saharawi.
Bakita Mohamed è rimasta colpita dalla vegetazione e dai colori nuovi, visti durante le vacanze in Spagna. Nel disegno compaiono montagne, fiori, un albero da frutta, una farfalla (l'elemento giallo e rosso sulla sinistra). In alto, sopra le nuvole ed a destra della propria firma vi sono la mezzaluna e la stella della bandiera nazionale.

Fig.22 Kdeja Mahrauf (anni nove)
Kdeja Mahrauf è nata nei campi profughi. Nell'estate del 1997 ha trascorso due mesi in Spagna ad Alicante.
Anche Kdeja Mahrauf è rimasta colpita dalla novità del paesaggio ed ha disegnato le barche ed il mare. Il mare rappresenta una grande attrattiva per questi bambini nati nel deserto, ma nell'immaginario nazionale è anche il luogo su cui si affaccia il Sahara Occidentale.


 

 

  1. A. K. Coomaraswamy, La filosofia dell'arte medievale e orientale, p.65, in Il grande brivido, Adelphi, Milano, 1987.
  2. Mi sono recato in due occasioni nei campi profughi saharawi nel sud dell'Algeria. Il primo viaggio ha avuto luogo nel maggio 1998, il secondo nel novembre-dicembre dello stesso anno.
  3. Due giornalisti della RAI al cui seguito mi sono recato per la prima volta presso i Saharawi.
  4. Rappresentante del Fronte Polisario a Roma, che ci ha accompagnato nel maggio 1998.
  5. Ogni accampamento prende il nome di una regione (wilaya) ed al suo interno è diviso in diversi villaggi (daira) o nuclei amministrativi.
  6. Arnold Rubin, Art as technology, Zena Pearlstone, pp.11-24, Beverly Hills, 1989.
  7. Ibidem, p.12 (mia traduzione).
  8. Riguardo alla questione della raffigurazione all'interno del mondo islamico si vedano, oltre alcuni testi citati in questo paragrafo e presenti nella bibliografia finale, la bibliografia di R. Ettinghausen,
    La peinture Arabe, Editions d'Art Albert Skira, pp.93-95, Geneve, 1962.
  9. Ibidem.
  10. Ibidem, p. 13
  11. U. Monneret de Villard, Le pitture musulmane al soffitto della Cappella Palatina in Palermo, Roma, 1950.
  12. G. Levi della Vida, Leggenda e realtà sul divieto delle immagini nell'arte islamica in Colloqui del Sodalizio vol. .II, L'Erma di Bretschneider, pp.17-18, Roma, 1956.
    F. Gabrielli, Aspetti della civiltà arabo-islamica, ed. Radio Italiana, Roma, 1956.
  13. R. Ettinghausen, op. cit., pp. 183-184.
  14. Toni Maraini, La calligrafia: un'importante fonte di ispirazione in Maghreb, AA. VV., Il Saggiatore-Bruno Mondadori, 1993.
  15. Per farsi un'idea della collezione presente ad Algeri fra il 1930 ed il 1960 si può consultare a cura di J. Alazard Chef d'oeuvre du Musée National des Beaux Arts d'Alger, ed. Arts et Métiers Graphiques, Paris, 1931.
  16. I pittori che espongono nei campi profughi ed all'estero sono, per quanto attiene alla mia esperienza, quasi tutti uomini. Vi sono donne che hanno frequentato le accademie di belle arti all'estero, ma generalmente mettono in pratica le conoscenze acquisite in questo campo all'interno degli asili e delle scuole, dove il disegno svolge una funzione di supporto all'attività pedagogica.
  17. M. Barbier, Le processus historique de la formation du peuple saharaoui, Ed. L'Harmattan, Parigi, 1987. Il medesimo articolo si trova anche all'interno di La question sahraouie, un probleme historique-politique Cahiers n.4, pp.26-34, a cura della Fondazione Internazionale Lelio Basso, Roma, 1985.
  18. Adrian Gerbrands, Art as an Element of Culture, especially in Negro Africa, p.139, E. J. Brill, Leiden, 1957.
  19. M. Aime, Diario dogon, Bollati Boringhieri, pp. 72-73, Torino, 2000.
  20. M. Griaule, Dio d'acqua, Bompiani, Milano 1976 (ed. or. 1948).
  21. A. Rubin, op. cit. p. 16.
  22. Ibidem, p. 16.
  23. A. K. Coomaraswamy, op.cit., p.65.
  24. Ibidem.
  25. Fra questi libri ed articoli segnalo il testo della docente di antropologia dell'università di Barcellona Dolores Juliano, La causa saharaui y las mujeres, Icaria, Barcelona, 1998 e Eduardo Rodriguez Nunez, Las mujeres saharauis, Asociacion de Mujeres por la paz, Madrid.
  26. Si trattava di una famiglia che si considera nomade in quanto non ha accettato di vivere all'interno dei campi profughi, ma che comunque necessita per vivere degli aiuti umanitari distribuiti dal Fronte Polisario.
  27. Il campo 27 de Febrero sorto intorno all'omonima scula femminile deve il suo nome alla data della proclamazione della RASD nei drammatici giorni dell'esodo attraverso il desert verso l'Ageria (27 febbraio 1976). 9 de Junio è il nome della scuola elementare e 12 de Octubre quello della scuola media situate all'esterno dei campi profughi e dove i Saharawi trascorrono gli anni dell'istruzione obbligatoria. Nel calendario nazionale saharawi il 9 giugno è il giorno dei Martiri, scelto in memoria del primo segretario del Fronte Polisario, Mustapha Sayed El Ouali morto in combattimento il 9 giugno 1976. Il 12 ottobre è il giorno dell'Unità Nazionale e ricorda l'assemblea in cui i Saharawi nei giorni del ritiro delle truppe spagnole proclamarono l'i'tenzione di creare uno stato indipendente (12 ottobre 1975).
    Hammada è il nome con cui viene designato il deserto di pietra algerino, al confine con Marocco, Sahara Occidentale e Mauritania, dove si trovano i campi profughi saharawi.
  28. Hammada è il nome con cui viene designato il deserto di pietra algerino, al confine con Marocco, Sahara Occidentale e Mauritania, dove si trovano i campi profughi saharawi.