Considero questo lavoro un punto di partenza e non d'arrivo. La situazione storico-politica
dei Saharawi e l'argomento affrontato: l'identità, impongono questa prospettiva.
Il presente ci parla di una possibile ripresa del conflitto fra il Fronte Polisario
ed il Marocco. In questo caso l'identità saharawi sino a qui costruita
ed esperita dai suoi autori ed attori, può prendere due strade differenti.
Si può riconfermare, radicalizzandosi di fronte alla drammaticità
degli eventi od affievolirsi, quando la popolazione non sia più disposta
a vivere nei campi profughi né ad affrontare una nuova guerra, determinando
così la fine del progetto politico del Fronte Polisario. Nel mezzo si
trova la via dell'autonomia all'interno di un Sahara Occidentale governato dal
Marocco, scelta questa che produrrebbe un ennesimo cambiamento d'identità
per i saharawi. Il Fronte Polisario e la popolazione saharawi si oppongono a
questa soluzione, che parrebbe vanificare gli sforzi e le sofferenze degli ultimi
venticinque anni. Nel caso fosse invece accettata la soluzione prospettata di
uno svolgimento regolare del referendum, i Saharawi si troveranno di fronte
ad un passaggio storico, una cartina di tornasole per verificare il loro sentire
collettivo, costruito in questo quarto di secolo. Una volta esauritosi il compito
del Fronte Polisario ed avviata la nuova nazione sulla strada del multipartitismo
e del libero mercato, com'è previsto dai discorsi dei politici e voluto
dalla gente, s'impongono domande cui non si può certo rispondere oggi,
ma che costituiscono di per sé avvincenti campi d'indagine. Su quali
basi nasceranno i nuovi partiti? Ci saranno divisioni di tipo ideologico o riemergeranno
differenziazioni di tipo lignatico, magari favorite da un libero mercato, che
ben sappiamo essere in grado di incrinare ogni tipo di solidarietà, in
nome della competitività e dell'affermazione individuale? In quale maniera
l'esperienza dei Saharawi che hanno vissuto nei campi profughi, si andrà
ad integrare con il sentire di chi ha vissuto sotto la dominazione marocchina?
Comprensibilmente i Saharawi oggi rispondono 'il giorno dell'indipendenza
ci sarà solo una grande allegria', poi verranno i problemi
e poi vedremo, ma quel giorno ci sarà solo allegria'.
Tutte queste prospettive, che si aprono sul futuro dei Saharawi e l'analisi
sino a qui condotta sulle modalità con cui i 'confini identitari' saharawi
sono mutati e vengono oggi rappresentati, non fanno altro che confermarci che
parlare d'identità, significa parlare di un concetto fluido, che in quanto
tale prende la forma del contenitore in cui si trova. Questo non significa che
l'identità sia priva di sostanza. Al contrario vediamo continuamente
riconfermati il suo carattere oppositivo ed il suo potere performativo. L'identità
continua ad avere un forte potere performativo quando si esplicita attraverso
luoghi di culto, altamente simbolici come in Palestina o quando perturba l'identità
del diverso perché altro, come hanno mostrato le recenti polemiche sorte
in Italia contro omosessuali e musulmani. Lo vediamo in questi giorni sui telegiornali
con le drammaticamente ripetitive immagini degli scontri mortali nei territori
palestinesi occupati. La visita di Ariel Sharon, capo della destra israeliana
e protagonista dei massacri di Chabra e Shatila nel 1982, al Monte del Tempio(1)
o 'spianata delle moschee', come viene chiamato lo stesso luogo dagli Israeliani,
ha fatto esplodere la rabbia della popolazione palestinese, che nei giorni successivi
ha assaltato la tomba di S.Giuseppe(2) . Due luoghi di
culto, due luoghi dell'identità sono stati il pretesto ed il teatro di
gravissimi scontri, che perdurano tuttora. All'origine di questi drammatici
eventi ci sono ben altre motivazioni, come la disperazione di un popolo che
da più di cinquant'anni ha perso la propria terra. I luoghi di culto,
icone sacre dell'identità come lo sono tutte le bandiere, hanno in questo
caso mostrato drammaticamente il loro potere performativo, armando la rabbia
di una parte e la cecità dell'altra.
In Italia, in occasione del Gay Pride a Roma, abbiamo visto il Vaticano e alcuni
settori più arretrati dell'opinione pubblica schierarsi contro gli omosessuali(3).
In modo analogo posizioni intransigenti, nei confronti della presenza mussulmana
hanno portato agli incresciosi episodi di Lodi, pilotati dalla Lega, in disperata
ricerca di consensi(4).
Le preoccupazioni del cardinale Biffi e di Bossi appaiono far leva su un concetto
ristretto di identità, cattolica da un lato e padana dall'altro. L'arrivo
dei musulmani, portatori di un'identità altra, e che mantengono saldamente
anche lontano dai propri luoghi d'origine, spaventa la chiesa cattolica ed è
un ennesimo pretesto per la propaganda leghista. Entrambe queste posizioni,
o meglio queste opposizioni, non solo sono miopi e spesso insensate, ma sono
soprattutto creatrici e giustificatrici di istanze inquietanti e pericolose.
L'identità saharawi si è andata formando in opposizione ad ogni
tipo di dipendenza da un potere centrale e, solo con la svilupparsi del nazionalismo,
è stata percepita come l'indipendenza da ogni tipo di potere centrale,
non saharawi. La vita nomade legata al deserto era un dato di fatto, comune
ad altre popolazioni dell'area come i Tuareg, ma aveva e tuttora mantiene un
carattere oppositivo nei confronti dei berberi sedentari del Marocco.
L'identità saharawi non si nutre di differenze religiose e linguistiche,
dato che condivide questi due aspetti con la gran parte delle popolazioni del
Maghreb. Bisogna precisare che l'hassanya, parlato dai Saharawi, non coincide
totalmente con l'arabo, ma ne è comunque una sua derivazione. Semmai
è la seconda lingua dei Saharawi, lo spagnolo imposto dai colonizzatori,
che li identifica oppositivamente nei confronti degli altri popoli dell'Africa
nord occidentale, che hanno vissuto sotto l'amministrazione francese.
La particolare condizione femminile, cioè gli spazi decisionali e le
libertà conquistati dalle donne grazie alla rivoluzione sociale del Fronte
Polisario, talvolta anche in contrasto con i suoi organi politici, è
divenuto elemento identitario dei Saharawi, che se fa discutere all'interno,
unisce ed identifica in maniera oppositiva tutto il popolo Saharawi nei confronti
del mondo arabo. Per vedere delinearsi i nuovi 'confini identitari' di questo
popolo, sempre passibili di nuove mutazioni, si devono poi aggiungere le strategie
politiche e sociali, un certo uso di alcuni termini linguistici, il processo
di nazionalizzazione della memoria ed i contatti e gli attraversamenti culturali
messi in atto dai continui passaggi di non Saharawi nei campi profughi e dalle
prolungate permanenze dei Saharawi all'estero.
Un tale processo di sviluppo ed adozione di una nuova identità è
stato possibile solo grazie al coinvolgimento, nella sua elaborazione e messa
in atto, di tutta la popolazione. Da questo punto di vista la drammaticità
del contesto, in cui tale cambiamento è avvenuto, passa in secondo piano,
pur rimanendo un aspetto fondamentale e forse necessario. Penso a due sequenze
di 'L'evangile selon les Papous(5)' di Thomas Balmès
(1999). Questo documentario evidenzia i processi disgregativi della cultura
tradizionale papua a Hulis(6) , operati dai missionari.
Si apre con le ironicamente desolate affermazioni di due anziani, che affermano
di non saper più dire a quale religione appartengono, dato il gran numero
di volte che sono stati battezzati, divenendo cattolici, protestanti, di nuovo
cattolici e poi 'qualcos'altro che adesso non ricordiamo'. La narrazione
s'incentra sulla figura di Ghini, un anziano capo che dopo molti tentennamenti
ha accettato di farsi battezzare da un missionario cattolico. Il missionario,
anch'egli papua, veste Ghini con abiti occidentali. La vestizione per il battesimo
termina con una cravatta, che più che un accessorio, sembra essere un
vero e proprio cappio culturale. L'identità maglietta di Hobsbwam si
ritrova nella cravatta, che il missionario mette scrupolosamente al collo di
Ghini. Per cambiare religione, bisogna cambiarsi d'abito; la nuova identità
s'indossa con un capo d'abbigliamento. La nuova identità saharawi è
stata indossata velocemente, considerando che venticinque anni sono un nulla
di fronte ad una tradizione di secoli, ma questo nuovo vestito è il frutto
di un'azione collettiva, seppur diretta dal Fronte Polisario, e per questo,
pur con le sue contraddizioni, non potrà essere accantonata facilmente.
Clifford Geertz, analizzando il processo di formazione del nazionalismo nei
paesi ex coloniali ed i cambiamenti sociali che si originano nei nuovi Stati
e nelle loro popolazioni, divenute popoli, parla della concomitante interazione
e tensione di essenzialismo ed epocalismo(7) ,
laddove il primo esprime un'esigenza di coerenza e di continuità
con i valori su cui si basava la struttura sociale e politica tradizionale ed
il secondo un desiderio di dinamismo e contemporaneità, che fa
leva sui valori dominanti intorno ai quali organizzare i nuovi Stati e che permette
la ridefinizione di sé in antitesi all'altro, rappresentato dalle potenze
coloniali. L'interazione dell'essenzialismo e dell'epocalismo non è
[quindi] un tipo di dialettica culturale, un logicismo di idee astratte, ma
un processo storico concreto come l'industrializzazione e tangibile come la
guerra. I problemi non vengono dibattuti solamente a livello della dottrina
e dell'argomentazione - benchè ce ne siano in abbondanza - ma, in modo
molto più importante, nelle trasformazioni sostanziali a cui sono sottoposte
le strutture sociali di tutti i nuovi Stati. Il mutamento ideologico non è
una corrente di pensiero indipendente che scorre a fianco del processo sociale
e lo riflette (o lo determina), è una dimensione di quello stesso processo(8)
.
James Clifford, nel suo ultimo libro, invita a ripensare a livello teorico
e politico le nozioni consuete dell'etnicità e dell'identità.
Le articolazioni diasporiche sono caratterizzate da irrisolti dialoghi storici
tra continuità e rottura, essenza e posizionalità, omogeneità
e differenze. Queste culture della dislocazione e del trapianto sono inseparabili
da vicende specifiche, e spesso violente, d'interazione economica, politica
e culturale: storie che generano quelli che potremmo chiamare cosmopolitismi
discrepanti(9) .
La nuova identità saharawi è un complesso meccanismo, frutto dell'interazione
e del tentativo riuscito di sovrapporre queste componenti. Per analizzare questi
processi, nell'era dell'abbattimento delle distanze spaziali e temporali, della
cultura in continua tensione fra omogeneizzazione e recupero di tradizioni diversificanti,
recupero di proprie identità, è sempre più difficile tentare
di circoscrivere il campo d'indagine della antropologia contemporanea. I campi
di ricerca dell'antropologia, ormai da anni, non possono più essere pensati
come compartimenti stagni, ipotetici cassetti da aprire, frugare e richiudere,
ma come concetti e pratiche fluide. L'antropologia contemporanea diverrebbe
quindi una sorta di spugna, in un mare di contatti, opposizioni, attraversamenti;
in grado di accogliere l'antropologo come tanti altri soggetti, in un flusso
continuo di scambi(10). Scrive Canevacci: Se l'oggetto
antropologico non è più qualcosa di globale e unitario, cui corrisponda
un isomorfo concetto di cultura, bensì un oggetto frammentario e ibrido,
la scrittura antropologica non può che essere un montaggio-mosaico che,
nella sua stessa forma espositiva, "parla" -metacomunica- sulla complessità
della rappresentazione etnografica. La nuova antropologia è sincretica
e polifonica nell'oggetto e nel metodo (11).
La permanente tensione fra omogeneizzazione e diversificazione, che il periodo
storico in cui viviamo sta attraversando, obbliga l'antropologia a questa scelta,
soprattutto quando parliamo d'identità. Al riguardo trovo illuminante
il recente saggio di Amin Maalouf: 'L'identità'(12)
. L'autore è nato in Libano ed appartiene alla comunità cristiana;
è di madrelingua araba, la lingua sacra dell'Islam, ma da oltre vent'anni
vive a Parigi e scrive i suoi libri in francese. Queste notizie non vogliono
appagare nessuna curiosità particolare su Amin Maalouf, ma sono le medesime,
in forma ovviamente meno articolata, che egli presenta all'inizio del libro.
Maalouf invita a 'farsi l'esame d'identità', a riflettere sulla convivenza,
non sempre consapevole, ma comunque innegabile, all'interno di ogni individuo,
d'identità e quindi appartenenze plurime. L'identità di ogni
persona è costituita da una moltitudine di elementi che non si limitano
ovviamente a quelli che figurano sui registri ufficiali. Per la stragrande maggioranza
degli individui c'è, di sicuro, l'appartenenza a una tradizione religiosa;
a una nazionalità, talvolta a due; a un gruppo etnico o linguistico;
a una famiglia più o meno allargata; a una professione; a un'istituzione;
a un certo ambiente sociale
Ma la lista è assai più lunga,
virtualmente illimitata: si può sentire un'appartenenza più o
meno forte a [
] un quartiere, a una
[
] squadra di sportivi, [
]a una comunità di persone che hanno
le stesse passioni, le stesse preferenze sessuali, gli stessi handicap fisici,
o che sono messe di fronte agli stessi rischi.
Tutte queste appartenenze non hanno evidentemente la stessa importanza, a ogni
modo non nello stesso momento. Ma nessuna è totalmente insignificante.
Sono gli elementi costitutivi della personalità, si potrebbe quasi dire
'i geni dell'anima', a patto di precisare che la maggior parte non sono innati.
Se ciascuno di questi elementi può riscontrarsi in un gran numero di
individui, non si ritrova mai la stessa combinazione in due persone diverse,
ed è proprio ciò che fa sì che ogni essere sia unico e
potenzialmente insostituibile(13).
Pure Remotti parla d'identità plurime e ricorda che anche la psicologia
è coinvolta, è protagonista nel ripensare il suo approccio all'identità.
Nel momento in cui si assiste in psicologia a una pluralizzazione dell'"Io"
o del "se", è opportuno istruire la crititca del pregiudizio
identitario anche per quel che riguarda il "noi". Se lo stesso corpo
individuale è più concepibile come "un esercito, uguale a
se stesso nel tempo solo per il nome", dato che i suoi soldati sono di
continuo sostituiti (Liotti 1994: 146), se in altre parole lo stesso "Io"
è concepito come un "noi" molteplice e variegato, ovvero come
un insieme che - pur con istanze di coerentizzazione - muta inesorabilmente
nel tempo, che ne è del "noi", ovvero della presunta fonte
della "nostra" identità sociale?(13)
Remotti giustamente insinua il tarlo della ambiguità, della finzione;
sovrappone l'immagine della maschera su un concetto, che si è prestato
a terribili manipolazioni. Bisogna fare uscire l'identità dal mito e
spogliarla di tutto ciò che la rende pensabile come naturale ed immutabile.
Nella mia esperienza personale sono anch'io portatore d'identità plurime.
Limitandomi alle provenienze geografiche della mia famiglia vedo integrarsi
luoghi, appartenenze geografiche, che vanno dalla Calabria alla Valtellina.
Per quello che riguarda la mia storia personale, si mescolano un luogo di nascita
(Roma), uno di residenza (Milano) ed uno di domicilio (Perugia)
notevolmente differenti fra loro. Rimanendo nell'ambito del mio percorso di
studente vorrei citare un episodio, che ritengo significativo, di come due sistemi
si siano integrati, mantenendo ognuno le proprie prerogative, senza entrare
in conflitto. Come studente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università
di Pavia, ho usufruito nell'anno 1996/97 di una borsa di studio Erasmus, per
seguire i corsi dell'Università di Hull, nel nord dell'Inghilterra. Il
sistema universitario italiano ed inglese sono profondamente differenti. Valga
adesso una distinzione di base: in ogni ambito, non solo umanistico, uno/a studente/ssa
dell'università italiana dovrebbe terminare i suoi studi con una conoscenza
generale della materia, con una certa facilità nello spaziare in più
settori. Uno/a studente/ssa dell'università inglese invece affronta studi
più specialistici, spesso con applicazioni pratiche, che l'università
italiana permette spesso solo a ricercatori e docenti. La differenza dei sistemi,
non è dovuta solo ad un diverso approccio teorico allo studi, ma anche
a numerose altre componenti quali diverse possibilità finanziarie, una
diversa relazione con le istituzioni ed altro ancora. Rimane il fatto che possiamo
definire l'apprendimento nell'università italiano di tipo orizzontale,
contrapposto ad uno inglese di tipo verticale. Anche il sistema burocratico
ed il rapporto dello studente con l'università divergono nei due paesi.
In Inghilterra sono numerosi i campus universitari come quello di Hull; separati
dal resto della città, con tutti i servizi per lo studio e la vita quotidiana
degli studenti/esse che vi vivono. Questo ha determinato un sistema di controllo
delle attività, da parte dell'università, che ha l'intenzione
di coprire ogni ambito: studio, divertimento, sport, sanità etc.. Come
studente dell'Università di Hull, ero dotato di un documento d'identità
magnetico con foto, che mi permetteva l'accesso alla biblioteca, alla mensa,
al pub etc.; di una casella di posta ordinaria, con cui l'università
mi mandava ogni genere di comunicazioni, di una casella di posta elettronica
gratuita ed illimitata e di un tutor, un/a docente a mia disposizione
per chiarimenti e suggerimenti riguardanti il mio corso di studi. I corsi che
avevo scelto di seguire, concordati dall'Italia in base al mio piano di studi,
mi hanno portato a frequentare tre dipartimenti diversi in Inghilterra. Gli
studenti dell'università britannica, quando scelgono un corso di studi,
finiscono con 'l'appartenere' al loro dipartimento ed ad avere tutti i documenti
universitari legati ad esso. Mi sono trovato così ad avere una tutor
del Drama Department, le caselle postali di American Studies ed
il documento universitario del Sociology-Anthropology Department. Rappresentavo
un individuo con una triplice identità universitaria nel sistema inglese,
mentre ne ho una sola in quello italiano. La consapevolezza della diversità
di sistemi, e la volontà di favorire il progetto Erasmus, fanno in modo
che ci sia un'integrazione tale da favorire, almeno negli scambi di breve durata,
la circolazione all'estero degli/delle studenti/esse. Una tale situazione di
ordine burocratico-amministrativo raramente può portare a violenti conflitti.
Quando entrano in gioco, o vengono manipolati, altre appartenenze identitarie
come quella religiosa, etnica o linguistica, solo per fare alcuni esempi, i
rischi di trovarsi di fronte ad una vera e propria guerra aumentano. In nome
di queste differenti identità vediamo ogni giorno nascere e riaccendersi
nuovi e vecchi conflitti. 'I geni dell'anima' improvvisamente rimescolano le
carte e dividono le stesse persone che avevano unito in precedenza e viceversa.
Questo non ci permette di sottrarci ad uno sforzo di comprensione chiamando
in causa fatalità ed irrazionalità. Tutte queste appartenenze
non hanno evidentemente la stessa importanza, a ogni modo non nello stesso momento(15)
, scrive Maalouf. Ci sono momenti della storia in cui rivendicare un certo tipo
di appartenenza 'torna utile' , risulta più efficace o viene sentito
necessario e naturale. Negli Stati Uniti e nel Canada degli anni 60/70, quando
l'idea del politically correct prendeva corpo, a partire da quella grande fabbrica
di immagini ed idee che è Holliwood (16) , si fece
largo presso le popolazioni native, anche fra chi aveva in passato rinnegato
o perso traccia delle sue origini, la pratica di rivendicare lo status di nativo
per ottenere agevolazioni e contributi dalle amministrazioni o per sfruttare
a fini turistici nuova identità rispolverata. Le rivendicazioni 'etniche',
negli Stati Uniti ed in Canada, negli anni 60/70, e non solo, hanno ottenuto
maggiore attenzione da parte di politici ed opinione pubblica, che non le rivendicazioni
di classe, che nello stesso periodo hanno animato la vita politica europea (17).
Maalouf evidenzia con numerosi esempi che in certi momenti della Storia numerose
persone si mettono a privilegiare un elemento della loro identità a scapito
degli altri. Così, attualmente, affermare la propria appartenenza religiosa,
considerarla come l'elemento centrale della propria identità, è
un atteggiamento corrente; meno diffuso, senza dubbio, di trecento anni fa,
ma indiscutibilmente più diffuso di cinquant'anni fa.
[
] Che cosa fa sì che un musulmano della Jugoslavia smetta un
giorno di definirsi jugoslavo per dichiararsi prima di tutto musulmano? (18)
Maalouf fornisce alcune chiavi d'interpretazione per analizzare questo quesito,
ma soprattutto lancia un appello ai suoi lettori. Ogni individuo è portatore
d'identità plurime e deve in primo luogo riflettere sulla sua complessità,
per poi essere in grado di divulgare questo concetto. Risulta auspicabile che
una tale presa di coscienza, insieme alla consapevolezza che l'unica appartenenza
in grado di accomunare ogni persona è quella al genere umano, possa ostacolare
lo svilupparsi di nuovi conflitti e 'purificazioni' etniche.
Essere consapevoli delle proprie plurime appartenenze e dell'incredibile varietà
di prestiti ed attraversamenti culturali di cui ogni individuo è portatore/trice,
non è un'invenzione recente per l'antropologia, ma solo ultimamente riscuote
attenzione e credito. Fabietti in 'L'identità etnica' cita un brano tratto
da 'Lo studio dell'uomo' di Ralph Linton, pubblicato nel 1936. Il cittadino
americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe
origine nel vicino Oriente ma che venne poi modificato nel Nord Europa prima
di essere importato in America. [
] Si leva il pigiama, indumento inventato
in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche.
[
] Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con
delle monete che sono una antica invenzione della Lidia. [
] Mentre fuma
legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi
semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato
in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che s'agitano all'estero,
se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo,
ringrazierà una divinità ebraica, di averlo fatto al cento per
cento americano. (19)
L'accelerazione odierna degli spostamenti e delle comunicazioni, se da un lato
fornisce gli strumenti per pensare prestiti ed attraversamenti culturali, come
inevitabili e fertili, contemporaneamente rischia di confondere le origini,
le provenienze sotto un velo omogeneizzante. Amin Maalouf torna in nostro aiuto
per spiegare quest'ultima affermazione. "Gli uomini sono più
figli del loro tempo che dei loro padri", diceva lo storico Marc Bloch.
È sempre stato vero,senza dubbio, ma mai quanto oggi. [
] In realtà,
siamo tutti infinatamente più vicini ai nostri padri contemporanei che
ai nostri antenati. Esagererei se dicessi che ho molte più cose in comune
con un passante scelto a caso in una via di Praga, di Seul, o di San Francisco,
che con il mio bisnonno? Non solo nell'aspetto, nell'abbigliamento, nell'andatura,
non solo nel modo di vivere, nel lavoro, nell'habitat, negli strumenti che ci
circondano, ma anche nelle concezioni morali, nelle abitudini di pensiero.
(20) Una terza persona che si fosse trovata quest'estate
a camminare per Roma in compagnia mia e di Nasra Ahmed si sarebbe reso conto
di come lei, nata nel Sahara Occidentale e vissuta nei campi profughi, fosse
in grado di orientarsi nella mia città natale meglio di me; continuava
in un certo senso, anche a 'casa mia', ad essere il mio informatore sul campo.
Nasra ha usufruito in passato di una borsa di studio per venire in Italia ed
ha vissuto un anno a Roma e tre ad Anzio; i miei genitori, quando avevo tre
mesi, si sono trasferiti a Milano, ed io con loro. Possiamo forse dire che Nasra
è 'più romana di me'? Possiamo invece affermare che abbiamo un'appartenenza
in comune? Questi quesiti non hanno senso, se le identità che chiamano
in causa sono prese come immutabili compartimenti stagni, ma, adoperando una
prospettiva aperta e delle identità fluide, ci aiutano a comprendere
quale fertilità e varietà d'incontri identitari, l'epoca odierna
e la nostra consapevolezza ci permettano oggi.