Indice

Conclusioni


Considero questo lavoro un punto di partenza e non d'arrivo. La situazione storico-politica dei Saharawi e l'argomento affrontato: l'identità, impongono questa prospettiva. Il presente ci parla di una possibile ripresa del conflitto fra il Fronte Polisario ed il Marocco. In questo caso l'identità saharawi sino a qui costruita ed esperita dai suoi autori ed attori, può prendere due strade differenti. Si può riconfermare, radicalizzandosi di fronte alla drammaticità degli eventi od affievolirsi, quando la popolazione non sia più disposta a vivere nei campi profughi né ad affrontare una nuova guerra, determinando così la fine del progetto politico del Fronte Polisario. Nel mezzo si trova la via dell'autonomia all'interno di un Sahara Occidentale governato dal Marocco, scelta questa che produrrebbe un ennesimo cambiamento d'identità per i saharawi. Il Fronte Polisario e la popolazione saharawi si oppongono a questa soluzione, che parrebbe vanificare gli sforzi e le sofferenze degli ultimi venticinque anni. Nel caso fosse invece accettata la soluzione prospettata di uno svolgimento regolare del referendum, i Saharawi si troveranno di fronte ad un passaggio storico, una cartina di tornasole per verificare il loro sentire collettivo, costruito in questo quarto di secolo. Una volta esauritosi il compito del Fronte Polisario ed avviata la nuova nazione sulla strada del multipartitismo e del libero mercato, com'è previsto dai discorsi dei politici e voluto dalla gente, s'impongono domande cui non si può certo rispondere oggi, ma che costituiscono di per sé avvincenti campi d'indagine. Su quali basi nasceranno i nuovi partiti? Ci saranno divisioni di tipo ideologico o riemergeranno differenziazioni di tipo lignatico, magari favorite da un libero mercato, che ben sappiamo essere in grado di incrinare ogni tipo di solidarietà, in nome della competitività e dell'affermazione individuale? In quale maniera l'esperienza dei Saharawi che hanno vissuto nei campi profughi, si andrà ad integrare con il sentire di chi ha vissuto sotto la dominazione marocchina? Comprensibilmente i Saharawi oggi rispondono 'il giorno dell'indipendenza ci sarà solo una grande allegria', poi verranno i problemi e poi vedremo, ma quel giorno ci sarà solo allegria'.
Tutte queste prospettive, che si aprono sul futuro dei Saharawi e l'analisi sino a qui condotta sulle modalità con cui i 'confini identitari' saharawi sono mutati e vengono oggi rappresentati, non fanno altro che confermarci che parlare d'identità, significa parlare di un concetto fluido, che in quanto tale prende la forma del contenitore in cui si trova. Questo non significa che l'identità sia priva di sostanza. Al contrario vediamo continuamente riconfermati il suo carattere oppositivo ed il suo potere performativo. L'identità continua ad avere un forte potere performativo quando si esplicita attraverso luoghi di culto, altamente simbolici come in Palestina o quando perturba l'identità del diverso perché altro, come hanno mostrato le recenti polemiche sorte in Italia contro omosessuali e musulmani. Lo vediamo in questi giorni sui telegiornali con le drammaticamente ripetitive immagini degli scontri mortali nei territori palestinesi occupati. La visita di Ariel Sharon, capo della destra israeliana e protagonista dei massacri di Chabra e Shatila nel 1982, al Monte del Tempio(1) o 'spianata delle moschee', come viene chiamato lo stesso luogo dagli Israeliani, ha fatto esplodere la rabbia della popolazione palestinese, che nei giorni successivi ha assaltato la tomba di S.Giuseppe(2) . Due luoghi di culto, due luoghi dell'identità sono stati il pretesto ed il teatro di gravissimi scontri, che perdurano tuttora. All'origine di questi drammatici eventi ci sono ben altre motivazioni, come la disperazione di un popolo che da più di cinquant'anni ha perso la propria terra. I luoghi di culto, icone sacre dell'identità come lo sono tutte le bandiere, hanno in questo caso mostrato drammaticamente il loro potere performativo, armando la rabbia di una parte e la cecità dell'altra.
In Italia, in occasione del Gay Pride a Roma, abbiamo visto il Vaticano e alcuni settori più arretrati dell'opinione pubblica schierarsi contro gli omosessuali(3).
In modo analogo posizioni intransigenti, nei confronti della presenza mussulmana hanno portato agli incresciosi episodi di Lodi, pilotati dalla Lega, in disperata ricerca di consensi(4).
Le preoccupazioni del cardinale Biffi e di Bossi appaiono far leva su un concetto ristretto di identità, cattolica da un lato e padana dall'altro. L'arrivo dei musulmani, portatori di un'identità altra, e che mantengono saldamente anche lontano dai propri luoghi d'origine, spaventa la chiesa cattolica ed è un ennesimo pretesto per la propaganda leghista. Entrambe queste posizioni, o meglio queste opposizioni, non solo sono miopi e spesso insensate, ma sono soprattutto creatrici e giustificatrici di istanze inquietanti e pericolose.
L'identità saharawi si è andata formando in opposizione ad ogni tipo di dipendenza da un potere centrale e, solo con la svilupparsi del nazionalismo, è stata percepita come l'indipendenza da ogni tipo di potere centrale, non saharawi. La vita nomade legata al deserto era un dato di fatto, comune ad altre popolazioni dell'area come i Tuareg, ma aveva e tuttora mantiene un carattere oppositivo nei confronti dei berberi sedentari del Marocco.
L'identità saharawi non si nutre di differenze religiose e linguistiche, dato che condivide questi due aspetti con la gran parte delle popolazioni del Maghreb. Bisogna precisare che l'hassanya, parlato dai Saharawi, non coincide totalmente con l'arabo, ma ne è comunque una sua derivazione. Semmai è la seconda lingua dei Saharawi, lo spagnolo imposto dai colonizzatori, che li identifica oppositivamente nei confronti degli altri popoli dell'Africa nord occidentale, che hanno vissuto sotto l'amministrazione francese.
La particolare condizione femminile, cioè gli spazi decisionali e le libertà conquistati dalle donne grazie alla rivoluzione sociale del Fronte Polisario, talvolta anche in contrasto con i suoi organi politici, è divenuto elemento identitario dei Saharawi, che se fa discutere all'interno, unisce ed identifica in maniera oppositiva tutto il popolo Saharawi nei confronti del mondo arabo. Per vedere delinearsi i nuovi 'confini identitari' di questo popolo, sempre passibili di nuove mutazioni, si devono poi aggiungere le strategie politiche e sociali, un certo uso di alcuni termini linguistici, il processo di nazionalizzazione della memoria ed i contatti e gli attraversamenti culturali messi in atto dai continui passaggi di non Saharawi nei campi profughi e dalle prolungate permanenze dei Saharawi all'estero.
Un tale processo di sviluppo ed adozione di una nuova identità è stato possibile solo grazie al coinvolgimento, nella sua elaborazione e messa in atto, di tutta la popolazione. Da questo punto di vista la drammaticità del contesto, in cui tale cambiamento è avvenuto, passa in secondo piano, pur rimanendo un aspetto fondamentale e forse necessario. Penso a due sequenze di 'L'evangile selon les Papous(5)' di Thomas Balmès (1999). Questo documentario evidenzia i processi disgregativi della cultura tradizionale papua a Hulis(6) , operati dai missionari. Si apre con le ironicamente desolate affermazioni di due anziani, che affermano di non saper più dire a quale religione appartengono, dato il gran numero di volte che sono stati battezzati, divenendo cattolici, protestanti, di nuovo cattolici e poi 'qualcos'altro che adesso non ricordiamo'. La narrazione s'incentra sulla figura di Ghini, un anziano capo che dopo molti tentennamenti ha accettato di farsi battezzare da un missionario cattolico. Il missionario, anch'egli papua, veste Ghini con abiti occidentali. La vestizione per il battesimo termina con una cravatta, che più che un accessorio, sembra essere un vero e proprio cappio culturale. L'identità maglietta di Hobsbwam si ritrova nella cravatta, che il missionario mette scrupolosamente al collo di Ghini. Per cambiare religione, bisogna cambiarsi d'abito; la nuova identità s'indossa con un capo d'abbigliamento. La nuova identità saharawi è stata indossata velocemente, considerando che venticinque anni sono un nulla di fronte ad una tradizione di secoli, ma questo nuovo vestito è il frutto di un'azione collettiva, seppur diretta dal Fronte Polisario, e per questo, pur con le sue contraddizioni, non potrà essere accantonata facilmente.
Clifford Geertz, analizzando il processo di formazione del nazionalismo nei paesi ex coloniali ed i cambiamenti sociali che si originano nei nuovi Stati e nelle loro popolazioni, divenute popoli, parla della concomitante interazione e tensione di essenzialismo ed epocalismo(7) , laddove il primo esprime un'esigenza di coerenza e di continuità con i valori su cui si basava la struttura sociale e politica tradizionale ed il secondo un desiderio di dinamismo e contemporaneità, che fa leva sui valori dominanti intorno ai quali organizzare i nuovi Stati e che permette la ridefinizione di sé in antitesi all'altro, rappresentato dalle potenze coloniali. L'interazione dell'essenzialismo e dell'epocalismo non è [quindi] un tipo di dialettica culturale, un logicismo di idee astratte, ma un processo storico concreto come l'industrializzazione e tangibile come la guerra. I problemi non vengono dibattuti solamente a livello della dottrina e dell'argomentazione - benchè ce ne siano in abbondanza - ma, in modo molto più importante, nelle trasformazioni sostanziali a cui sono sottoposte le strutture sociali di tutti i nuovi Stati. Il mutamento ideologico non è una corrente di pensiero indipendente che scorre a fianco del processo sociale e lo riflette (o lo determina), è una dimensione di quello stesso processo(8) .
James Clifford, nel suo ultimo libro, invita a ripensare a livello teorico e politico le nozioni consuete dell'etnicità e dell'identità. Le articolazioni diasporiche sono caratterizzate da irrisolti dialoghi storici tra continuità e rottura, essenza e posizionalità, omogeneità e differenze. Queste culture della dislocazione e del trapianto sono inseparabili da vicende specifiche, e spesso violente, d'interazione economica, politica e culturale: storie che generano quelli che potremmo chiamare cosmopolitismi discrepanti(9) .
La nuova identità saharawi è un complesso meccanismo, frutto dell'interazione e del tentativo riuscito di sovrapporre queste componenti. Per analizzare questi processi, nell'era dell'abbattimento delle distanze spaziali e temporali, della cultura in continua tensione fra omogeneizzazione e recupero di tradizioni diversificanti, recupero di proprie identità, è sempre più difficile tentare di circoscrivere il campo d'indagine della antropologia contemporanea. I campi di ricerca dell'antropologia, ormai da anni, non possono più essere pensati come compartimenti stagni, ipotetici cassetti da aprire, frugare e richiudere, ma come concetti e pratiche fluide. L'antropologia contemporanea diverrebbe

quindi una sorta di spugna, in un mare di contatti, opposizioni, attraversamenti; in grado di accogliere l'antropologo come tanti altri soggetti, in un flusso continuo di scambi(10). Scrive Canevacci: Se l'oggetto antropologico non è più qualcosa di globale e unitario, cui corrisponda un isomorfo concetto di cultura, bensì un oggetto frammentario e ibrido, la scrittura antropologica non può che essere un montaggio-mosaico che, nella sua stessa forma espositiva, "parla" -metacomunica- sulla complessità della rappresentazione etnografica. La nuova antropologia è sincretica e polifonica nell'oggetto e nel metodo (11).
La permanente tensione fra omogeneizzazione e diversificazione, che il periodo storico in cui viviamo sta attraversando, obbliga l'antropologia a questa scelta, soprattutto quando parliamo d'identità. Al riguardo trovo illuminante il recente saggio di Amin Maalouf: 'L'identità'(12) . L'autore è nato in Libano ed appartiene alla comunità cristiana; è di madrelingua araba, la lingua sacra dell'Islam, ma da oltre vent'anni vive a Parigi e scrive i suoi libri in francese. Queste notizie non vogliono appagare nessuna curiosità particolare su Amin Maalouf, ma sono le medesime, in forma ovviamente meno articolata, che egli presenta all'inizio del libro. Maalouf invita a 'farsi l'esame d'identità', a riflettere sulla convivenza, non sempre consapevole, ma comunque innegabile, all'interno di ogni individuo, d'identità e quindi appartenenze plurime. L'identità di ogni persona è costituita da una moltitudine di elementi che non si limitano ovviamente a quelli che figurano sui registri ufficiali. Per la stragrande maggioranza degli individui c'è, di sicuro, l'appartenenza a una tradizione religiosa; a una nazionalità, talvolta a due; a un gruppo etnico o linguistico; a una famiglia più o meno allargata; a una professione; a un'istituzione; a un certo ambiente sociale… Ma la lista è assai più lunga, virtualmente illimitata: si può sentire un'appartenenza più o meno forte a […] un quartiere, a una
[…] squadra di sportivi, […]a una comunità di persone che hanno le stesse passioni, le stesse preferenze sessuali, gli stessi handicap fisici, o che sono messe di fronte agli stessi rischi.
Tutte queste appartenenze non hanno evidentemente la stessa importanza, a ogni modo non nello stesso momento. Ma nessuna è totalmente insignificante. Sono gli elementi costitutivi della personalità, si potrebbe quasi dire 'i geni dell'anima', a patto di precisare che la maggior parte non sono innati.
Se ciascuno di questi elementi può riscontrarsi in un gran numero di individui, non si ritrova mai la stessa combinazione in due persone diverse, ed è proprio ciò che fa sì che ogni essere sia unico e potenzialmente insostituibile(13).

Pure Remotti parla d'identità plurime e ricorda che anche la psicologia è coinvolta, è protagonista nel ripensare il suo approccio all'identità. Nel momento in cui si assiste in psicologia a una pluralizzazione dell'"Io" o del "se", è opportuno istruire la crititca del pregiudizio identitario anche per quel che riguarda il "noi". Se lo stesso corpo individuale è più concepibile come "un esercito, uguale a se stesso nel tempo solo per il nome", dato che i suoi soldati sono di continuo sostituiti (Liotti 1994: 146), se in altre parole lo stesso "Io" è concepito come un "noi" molteplice e variegato, ovvero come un insieme che - pur con istanze di coerentizzazione - muta inesorabilmente nel tempo, che ne è del "noi", ovvero della presunta fonte della "nostra" identità sociale?(13) Remotti giustamente insinua il tarlo della ambiguità, della finzione; sovrappone l'immagine della maschera su un concetto, che si è prestato a terribili manipolazioni. Bisogna fare uscire l'identità dal mito e spogliarla di tutto ciò che la rende pensabile come naturale ed immutabile.
Nella mia esperienza personale sono anch'io portatore d'identità plurime. Limitandomi alle provenienze geografiche della mia famiglia vedo integrarsi luoghi, appartenenze geografiche, che vanno dalla Calabria alla Valtellina. Per quello che riguarda la mia storia personale, si mescolano un luogo di nascita (Roma), uno di residenza (Milano) ed uno di domicilio (Perugia)
notevolmente differenti fra loro. Rimanendo nell'ambito del mio percorso di studente vorrei citare un episodio, che ritengo significativo, di come due sistemi si siano integrati, mantenendo ognuno le proprie prerogative, senza entrare in conflitto. Come studente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pavia, ho usufruito nell'anno 1996/97 di una borsa di studio Erasmus, per seguire i corsi dell'Università di Hull, nel nord dell'Inghilterra. Il sistema universitario italiano ed inglese sono profondamente differenti. Valga adesso una distinzione di base: in ogni ambito, non solo umanistico, uno/a studente/ssa dell'università italiana dovrebbe terminare i suoi studi con una conoscenza generale della materia, con una certa facilità nello spaziare in più settori. Uno/a studente/ssa dell'università inglese invece affronta studi più specialistici, spesso con applicazioni pratiche, che l'università italiana permette spesso solo a ricercatori e docenti. La differenza dei sistemi, non è dovuta solo ad un diverso approccio teorico allo studi, ma anche a numerose altre componenti quali diverse possibilità finanziarie, una diversa relazione con le istituzioni ed altro ancora. Rimane il fatto che possiamo definire l'apprendimento nell'università italiano di tipo orizzontale, contrapposto ad uno inglese di tipo verticale. Anche il sistema burocratico ed il rapporto dello studente con l'università divergono nei due paesi. In Inghilterra sono numerosi i campus universitari come quello di Hull; separati dal resto della città, con tutti i servizi per lo studio e la vita quotidiana degli studenti/esse che vi vivono. Questo ha determinato un sistema di controllo delle attività, da parte dell'università, che ha l'intenzione di coprire ogni ambito: studio, divertimento, sport, sanità etc.. Come studente dell'Università di Hull, ero dotato di un documento d'identità magnetico con foto, che mi permetteva l'accesso alla biblioteca, alla mensa, al pub etc.; di una casella di posta ordinaria, con cui l'università mi mandava ogni genere di comunicazioni, di una casella di posta elettronica gratuita ed illimitata e di un tutor, un/a docente a mia disposizione per chiarimenti e suggerimenti riguardanti il mio corso di studi. I corsi che avevo scelto di seguire, concordati dall'Italia in base al mio piano di studi, mi hanno portato a frequentare tre dipartimenti diversi in Inghilterra. Gli studenti dell'università britannica, quando scelgono un corso di studi, finiscono con 'l'appartenere' al loro dipartimento ed ad avere tutti i documenti universitari legati ad esso. Mi sono trovato così ad avere una tutor del Drama Department, le caselle postali di American Studies ed il documento universitario del Sociology-Anthropology Department. Rappresentavo un individuo con una triplice identità universitaria nel sistema inglese, mentre ne ho una sola in quello italiano. La consapevolezza della diversità di sistemi, e la volontà di favorire il progetto Erasmus, fanno in modo che ci sia un'integrazione tale da favorire, almeno negli scambi di breve durata, la circolazione all'estero degli/delle studenti/esse. Una tale situazione di ordine burocratico-amministrativo raramente può portare a violenti conflitti. Quando entrano in gioco, o vengono manipolati, altre appartenenze identitarie come quella religiosa, etnica o linguistica, solo per fare alcuni esempi, i rischi di trovarsi di fronte ad una vera e propria guerra aumentano. In nome di queste differenti identità vediamo ogni giorno nascere e riaccendersi nuovi e vecchi conflitti. 'I geni dell'anima' improvvisamente rimescolano le carte e dividono le stesse persone che avevano unito in precedenza e viceversa. Questo non ci permette di sottrarci ad uno sforzo di comprensione chiamando in causa fatalità ed irrazionalità. Tutte queste appartenenze non hanno evidentemente la stessa importanza, a ogni modo non nello stesso momento(15) , scrive Maalouf. Ci sono momenti della storia in cui rivendicare un certo tipo di appartenenza 'torna utile' , risulta più efficace o viene sentito necessario e naturale. Negli Stati Uniti e nel Canada degli anni 60/70, quando l'idea del politically correct prendeva corpo, a partire da quella grande fabbrica di immagini ed idee che è Holliwood (16) , si fece largo presso le popolazioni native, anche fra chi aveva in passato rinnegato o perso traccia delle sue origini, la pratica di rivendicare lo status di nativo per ottenere agevolazioni e contributi dalle amministrazioni o per sfruttare a fini turistici nuova identità rispolverata. Le rivendicazioni 'etniche', negli Stati Uniti ed in Canada, negli anni 60/70, e non solo, hanno ottenuto maggiore attenzione da parte di politici ed opinione pubblica, che non le rivendicazioni di classe, che nello stesso periodo hanno animato la vita politica europea (17). Maalouf evidenzia con numerosi esempi che in certi momenti della Storia numerose persone si mettono a privilegiare un elemento della loro identità a scapito degli altri. Così, attualmente, affermare la propria appartenenza religiosa, considerarla come l'elemento centrale della propria identità, è un atteggiamento corrente; meno diffuso, senza dubbio, di trecento anni fa, ma indiscutibilmente più diffuso di cinquant'anni fa.
[…] Che cosa fa sì che un musulmano della Jugoslavia smetta un giorno di definirsi jugoslavo per dichiararsi prima di tutto musulmano? (18) Maalouf fornisce alcune chiavi d'interpretazione per analizzare questo quesito, ma soprattutto lancia un appello ai suoi lettori. Ogni individuo è portatore d'identità plurime e deve in primo luogo riflettere sulla sua complessità, per poi essere in grado di divulgare questo concetto. Risulta auspicabile che una tale presa di coscienza, insieme alla consapevolezza che l'unica appartenenza in grado di accomunare ogni persona è quella al genere umano, possa ostacolare lo svilupparsi di nuovi conflitti e 'purificazioni' etniche.
Essere consapevoli delle proprie plurime appartenenze e dell'incredibile varietà di prestiti ed attraversamenti culturali di cui ogni individuo è portatore/trice, non è un'invenzione recente per l'antropologia, ma solo ultimamente riscuote attenzione e credito. Fabietti in 'L'identità etnica' cita un brano tratto da 'Lo studio dell'uomo' di Ralph Linton, pubblicato nel 1936. Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente ma che venne poi modificato nel Nord Europa prima di essere importato in America. […] Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. […] Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono una antica invenzione della Lidia. […] Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che s'agitano all'estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica, di averlo fatto al cento per cento americano. (19)
L'accelerazione odierna degli spostamenti e delle comunicazioni, se da un lato fornisce gli strumenti per pensare prestiti ed attraversamenti culturali, come inevitabili e fertili, contemporaneamente rischia di confondere le origini, le provenienze sotto un velo omogeneizzante. Amin Maalouf torna in nostro aiuto per spiegare quest'ultima affermazione. "Gli uomini sono più figli del loro tempo che dei loro padri", diceva lo storico Marc Bloch. È sempre stato vero,senza dubbio, ma mai quanto oggi. […] In realtà, siamo tutti infinatamente più vicini ai nostri padri contemporanei che ai nostri antenati. Esagererei se dicessi che ho molte più cose in comune con un passante scelto a caso in una via di Praga, di Seul, o di San Francisco, che con il mio bisnonno? Non solo nell'aspetto, nell'abbigliamento, nell'andatura, non solo nel modo di vivere, nel lavoro, nell'habitat, negli strumenti che ci circondano, ma anche nelle concezioni morali, nelle abitudini di pensiero. (20) Una terza persona che si fosse trovata quest'estate a camminare per Roma in compagnia mia e di Nasra Ahmed si sarebbe reso conto di come lei, nata nel Sahara Occidentale e vissuta nei campi profughi, fosse in grado di orientarsi nella mia città natale meglio di me; continuava in un certo senso, anche a 'casa mia', ad essere il mio informatore sul campo. Nasra ha usufruito in passato di una borsa di studio per venire in Italia ed ha vissuto un anno a Roma e tre ad Anzio; i miei genitori, quando avevo tre mesi, si sono trasferiti a Milano, ed io con loro. Possiamo forse dire che Nasra è 'più romana di me'? Possiamo invece affermare che abbiamo un'appartenenza in comune? Questi quesiti non hanno senso, se le identità che chiamano in causa sono prese come immutabili compartimenti stagni, ma, adoperando una prospettiva aperta e delle identità fluide, ci aiutano a comprendere quale fertilità e varietà d'incontri identitari, l'epoca odierna e la nostra consapevolezza ci permettano oggi.

  1. Il Monte del Tempio è un complesso, nel centro di Gerusalemme, che comprende più edifici. Al suo interno si trova la Cupola della Roccia, che secondo la tradizione islamica è stata costruita per custodire la roccia da cui Maometto ascese al cielo, per raggiungere Allah. Per la tradizione ebraica, la Cupola della Roccia fu edificata nel punto in cui Abramo si preparò a sacrificare il figlio Isacco.
  2. La tomba di S.Giuseppe è luogo di culto per i cristiani, ma rappresenta sempre una presenza non araba e si trova in una zona controllata dagli Israeliani.
  3. L'8 luglio 2000 si è tenuto a Roma il Gay Pride, annuale manifestazione dell'orgoglio omosessuale. La scelta di Roma, per questa manifestazione, nell'anno giubilare ha scatenato aspre polemiche all'interno del mondo cattolico, del mondo politico e della società civile italiani. Le più alte sfere del Vaticano, compreso il Papa, hanno tentato di impedire lo svolgersi della manifestazione, stigmatizzando le persone omosessuali come pericolosi/e devianti dalla dottrina religiosa e dall'umanità.
  4. Il 14 ottobre 2000 si è verificata a Lodi una marcia, promossa dalla Lega Nord contro la costruzione di una moschea e l'immigrazione musulmana in Italia. Sul luogo previsto per l'edificazione è stata celebrata una messa officiata da un prete cattolico e sono stati lasciati striscioni con scritte quali 'terreno concimato con urina di suino' (Tg3 delle 19:00 del 14 ottobre 2000). In difesa di una presunta identità padana è stata chiamata in causa la propria religione e si è utilizzato, in maniera provocatoria, un tabù alimentare, portatore dell'identità dell'altro.
  5. Thomas Balmès, L'evangile selon les Papous, prodotto da Canal+ e Les Films d'Ici TBC Productions e distribuito da Europe Images, Francia, 1999.
  6. Hulis è una delle 700 isole della Papua Nuova Guinea.
  7. Clifford Geertz, Dopo la rivoluzione: il destino del nazionalismo nei nuovi Stati, in Interpretazione di culture, pp.295-318, il Mulino, Bologna, 1987.
  8. Clifford Geertz, op. cit., p.306.
  9. James Clifford, Strade, p. 51, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
  10. L'incipit del capitolo 1 Del fare ricerca sull'identità, riporta una bella immagine di Marcel Mauss, per cui l'etnografia è un mare in cui lanciare una rete da pesca.
  11. Massimo Canevacci, op. cit., p.75.
  12. Amin Maalouf, L'identità, Bompiani, Milano, 1999.
  13. Amin Maalouf, op. cit., pp.16,17.
  14. Francesco Remotti, Contro l'identità, pp. 101,102, Laterza, Bari, 1996.
  15. Ibidem.
  16. Sono gli anni in cui si cominciano a produrre e vedere pellicole come Il piccolo grande uomo di Arthur Penn (Usa, 1970), Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein (Usa, 1970) e Soldato blu di Ralph Nelson (Usa, 1970).
  17. Al riguardo si veda Politiche dell'identità e strategie del riconoscimento in L'identità etnica di Ugo Fabietti, pp.117-135, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995. Fabietti analizza in particolare le strategie di riconoscimento dello status di nativo, con le loro contraddizioni ed invenzioni, degli Uroni del Canada.
  18. Amin Maalouf, op. cit. pp. 99-112.
  19. Ugo Fabietti, op. cit. pp.19,20. Il brano citato da Fabietti, è tratto da Ralph Linton, Lo studio dell'uomo, Il Mulino, Bologna, 1973 (ed. orig. 1936).
  20. Amin Mallouf, op.cit., pp.113,114.