I. I SAHARAWI DAL 1973 AL 1991
1. antecedenti storici dell'arrivo spagnolo
2. i saharawi al momento della colonizzazione spagnola del
territorio
3. il popolo saharawi dal 1973 al 1991
3.1 principali cenni storici
3.2 organizzazione sociale nei campi profughi
3.3 risorse economiche del Sahara Occidentale
II. LA SPAGNA DAL 1973 AL 1991.
1. il contesto spagnolo precedente al 1973
2. la lotta per la continuità: il periodo dal 1970 al
1973
3. inizia la transizione politica. Dalla salita al trono di Juan
Carlos I alla Costituzione
4. dal colpo di Stato all'arrivo al potere del PSOE
5. il governo socialista
III. IL MAROCCO DAL 1973 AL 1991
1. la storia
2. il territorio marocchino a partire dal XX secolo
3. il Marocco durante la guerra civile spagnola.
4. l'indipendenza marocchina
5. il sultanato di Hassan II
6. la morte di Hassan II e la salita al trono di Mohamed VI
I. I SAHARAWI DAL 1973 AL 1991
1. ANTECEDENTI STORICI DELL'ARRIVO SPAGNOLO
Tra gli anni 480 e 500 a.C. appaiono i primi scritti della civilizzazione mediterranea
in relazione al Sahara, tuttavia le prime notizie certe ci arrivano appena nel
VII secolo d.C. Il Sahara a quel tempo era già una zona popolata da tribù
di razza negra, le quali furono presto sostituite dai berberi arrivati dal nord.
Alla fine del secolo VII cominciano le prime incursioni ed invasioni arabe,
ma sarà appena il XIX secolo, il momento che vedrà l'arrivo e
lo stabilimento degli arabi maquil, originari dello Yemen, che si considerano
gli antenati dei saharawi.
Dal XV secolo, poi, cominceranno le prime esplorazioni e spedizioni straniere
nel territorio, partendo dai portoghesi e continuando con gli spagnoli. Le coste
sahariane videro, così, edificare le prime fortificazioni europee, e
nel 1494 si concluse un trattato coloniale ispano-portoghese, il trattato
di Tordesillas, che ebbe come scopo la ripartizione dei territori americani
e atlantici scoperti da queste due potenze europee; il trattato riconobbe il
"diritto di conquista" alla corona spagnola sulla zona che va da Capo
Bojador a Capo Blanco.
Dal 1600 si assiste al susseguirsi di spedizioni francesi e olandesi nel Sahara.
Verso la fine del 1700 si ebbero diversi contatti tra spagnoli e marocchini,
che portarono all'istituzione di trattati nei quali il sovrano marocchino riconobbe
di non avere nessun potere o controllo sui territori della corona spagnola e
sulla rispettiva popolazione.
Durante la metà del 1800 vennero effettuate ulteriori spedizioni spagnole
nel Sahara, che dimostrarono l'indipendenza delle tribù sahariane.
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2. I SAHARAWI AL MOMENTO DELLA COLONIZZAZIONE SPAGNOLA DEL TERRITORIO
Lo stanziamento spagnolo comincia nel 1884 con la spedizione di Bonelli e lo
stabilimento di una fabbrica mercantile e peschiera a Villa Cisneros. All'inizio
del 1900 gli spagnoli occupano anche altri punti costieri del Sahara Occidentale,
in quanto ottime basi per al pesca; nel 1934 il loro dominio coloniale si estende
sulla costa, ma non all'interno. La guerra civile spagnola promuoverà
il desiderio di dominio sul territorio, visto come zona di interesse politico-militare
e, a partire dal 1938, si fonderanno Aaiun e Tan Tan per mano del tenente colonnello
De Oro.
La progressiva instaurazione coloniale incide notevolmente nella società
nomade e favorisce la sua trasformazione. Con l'espansione della colonizzazione,
il tributario che viveva di allevamento si arricchisce e il guerriero, al contrario,
diventa più povero a causa della progressiva scomparsa dei tributi, dei
diritti di protezione, dei pedaggi e delle guerre tribali. Certamente tra gli
anni Trenta e Sessanta si manterrà una determinata serie di istituzioni
e forme di vita nomadi, ma a partire dalla fine degli anni Sessanta la società
nomade entra in una vera crisi.
In primo luogo le istituzioni politiche, i chej e le varie yemàa,
vengono alterati dalla colonizzazione, e cominciano a prestar servizio al governo
spagnolo, più che occuparsi dei propri lignaggi, vista la riscossione
remunerativa; si assiste, così, ad un discredito davanti alla popolazione
e ad una progressiva dissociazione dalle varie yemàa. Queste vengono
assorbite dalla Yemàa o Assemblea Generale del Sahara, creata
nel 1967 dal governo spagnolo, che non avrà una vero ruolo politico,
considerando il fatto che le sue risoluzioni sono delle mere delibere o petizioni
in merito a piani di sviluppo del territorio, pozzi, abitazioni, sanità,
etc.
In secondo luogo, si produce un'importante trasformazione economica e un inizio
di industrializzazione. Il maggior apporto dell'immigrazione spagnola, assieme
al rinforzo della presenza militare dovuto al pericolo marocchino, configura
un importante commercio di beni di prima necessità, ma anche una corrente
di consumo di articoli superflui, provenienti nella sua totalità dalle
Canarie. Oltre alla popolazione delle Canarie, in questa corrente si iscrivono
anche alcuni saharawi che si arricchiscono rapidamente; si produce una notevole
accumulazione di capitale, che viene investita soprattutto in apparati elettrici,
elettrodomestici, ed acquisizioni immobiliari.
L'industrializzazione, che comincia a partire della scoperta dei giacimenti
di fosfato di Bu Craa nel 1963, presuppone l'incorporamento ad un lavoro tecnico
di numerosi saharawi, che ricevono salari superiori a qualsiasi rendita proporzionata
dall'attività di allevamento. I servizi del Governo Generale usavano
anche abbondante manodopera saharawi nella costruzione di pozzi, nelle opere
pubbliche come strade, edifici, etc. Questa trasformazione delle attività
di una società nomade porta anche alla sedentarizzazione e all'urbanizzazione,
che senza dubbio hanno influito sulle vicissitudini del Sahara negli anni dal
1968 al 1973. Questa corrente che cerca l'urbanizzazione, in realtà,
è mossa dal desiderio di accedere ai beni che la cultura occidentale
gli presenta, cioè un abitazione stabile, un lavoro non aleatorio, e
una moltitudine di articoli di consumo, a partire dalla farina e dal tè
fino ad arrivare alla televisione, alle stoffe nuove, senza dimenticare i metodi
moderni di insegnamento, i servizi sanitari, etc. La solidarietà, inoltre,
necessaria alla vita nomade, cede il passo all'individualismo urbano, sebbene
si mantengano sempre i vecchi valori di generosità ed ospitalità.
Si forma quella che Francisco Villar ha chiamato "incipiente piccola borghesia"(1),
fatta di commercianti, militari, impiegati e piccoli funzionari di governo.
Allo stesso tempo assumono un ruolo protagonista i giovani e le donne, che avranno
successivamente un ruolo molto attivo, uscendo dal loro tradizionale isolamento.
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3. IL POPOLO SAHARAWI DAL 1973 AL 1991
Possiamo far risalire la nascita del popolo saharawi, come si intende oggi,
al 10 maggio 1973, data in cui si celebrò il Congresso Costitutivo del
Fronte per la Liberazione de Saguia el Hamra e Rio de Oro, conosciuto come FRONTE
POLISARIO, che teneva come obiettivo la lotta per l'indipendenza del Sahara,
sotto la guida del leader El Wali Mustafa Sayed. Il Fronte Polisario, creato
nella clandestinità, è un partito indipendentista che proclama
l'indipendenza del Sahara, e utilizzerà tutti i mezzi necessari per evitare
che questo territorio sia annesso al suo vicino geografico, cioè il Marocco.
Inizialmente, il Fronte Polisario contò con l'appoggio militare e politico
della Mauritania. L'Algeria appoggiò il gruppo nazionalista a partire
dal 1975. Nel suo Manifesto Politico distaccano i seguenti aspetti:
- è un partito integrante della rivoluzione araba;
- sostiene la lotta dei popoli contro il colonialismo, il razzismo e l'imperialismo;
- considera che la cooperazione con la rivoluzione popolare algerina è
una tappa transitoria e costituisce un elemento essenziale per trattenere le
manovre contro il Terzo Mondo.
Il Fronte Polisario rifiuta qualsiasi ingerenza degli stati africani vicini
e rivendica un Sahara libero e indipendente.
In seguito alla ritirata spagnola dal territorio, che avrebbe dovuto sancire
la decolonizzazione del territorio, il 27 febbraio 1976 il Fronte Polisario
crea la Repubblica Araba Saharawi Democratica, ovvero la RASD, riconosciuta
dall'OUA, Organizzazione per l'Unità Africana, e da numerosi stati. Da
questo momento si organizzano campagne militari portate a termine dalle unità
dell'Esercito Popolare Saharawi contro gli aggressori marocchino e mauritano,
che in seguito si focalizzeranno solo nel raggiungimento dell'indipendenza dal
nuovo colonialismo del Marocco, avendo stipulato un accordo di pace con la Mauritania
nell'agosto 1979.
Dall'estate del 1979 la guerra avverrà, quindi, esclusivamente tra Fronte
Polisario e Marocco, con un susseguirsi di azioni e manovre militari che verranno
spiegate in seguito. Nel 1991 venne elaborato un piano di pace dal Segretario
Generale dell'ONU in collaborazione con l'OUA, per una risoluzione pacifica
del conflitto del Sahara Occidentale, che fu accettato dalle parti in causa,
il Marocco e il Polisario. Il piano di pace era basato sul referendum al quale
potevano votare solo i saharawi censiti dalla Spagna (circa 74.000), e prevedeva
il cessate il fuoco per il settembre 1991. Venne creata anche la MINURSO (Missione
delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale) con il compito
di garantire le condizioni necessarie per l'effettuazione del referendum.
La guerriglia avrà, quindi, termine nel 1991, ma il referendum non avrà
mai luogo a causa del continuo boicottaggio da parte del Marocco.
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3.2 ORGANIZZAZIONE SOCIALE NEI CAMPI PROFUGHI
Nel 1975, con l'abbandono del territorio da parte degli spagnoli, gran parte
della popolazione fuggì dal Sahara Occidentale a causa dell'occupazione
marocchina, rifugiandosi nei campi profughi che il Fronte Polisario allestì
a Tindouf, in Algeria. Questa si trova situata su un altopiano desertico chiamato
hammada (circa 500 metri di altitudine) dove si organizzano le prime
tendopoli, che attualmente ospitano circa 200.000 persone.
Tindouf è stata da molto tempo abitata perché incrocio di alcune
vie trans-sahariane che dal Mediterraneo e dalla costa Atlantica del Marocco
arrivano fino al Senegal. E' stata ed è zona di commercio, sviluppato
ulteriormente nell'ultimo decennio anche in considerazione della vicinanza dei
campi profughi saharawi. Tindouf ospita circa 50.000 abitanti; è una
città importante, oltre che dal punto di vista commerciale e demografico,
anche dal punto di vista militare. E' qui che si estende per decine di chilometri
l'ultima base militare algerina a difesa del fronte occidentale ed in particolare
dal Marocco.
Attualmente, vista la situazione politica, l'accesso a Tindouf dall'Europa non
è più consentito via terra, a causa del terrorismo integralista
islamico, ma solo attraverso voli da Algeri all'aeroporto militare di Tindouf.
Queste vie sono consentite solo a persone (saharawi, algerini
) con speciali
permessi.
Da Tindouf attraverso una strada asfaltata e un posto di blocco si varca quello
che in realtà è un confine di stato tra l'Algeria e la Repubblica
Araba Saharawi Democratica, ovvero i campi profughi. A circa 25 Km si può
arrivare a Rabuni, centro direzionale e governativo della RASD e sede del centro
di accoglienza per le delegazioni straniere.
Il territorio destinato ad ospitare i campi profughi è di circa 100 Kmq,
si spinge verso il Sahara Occidentale ed è completamente desertico con
piovosità quasi assente e che nel caso di pioggia origina i sabka,
veri e propri fiumi di durata brevissima a causa dell'evaporazione o dell'assorbimento
del terreno.
La temperatura varia nelle due stagioni: estate ed inverno; si raggiungono i
45°-50° in estate e i 5° sotto zero nelle notti d'inverno. L'intera
regione è spazzata dal vento di scirocco che soffia d'estate quasi sempre,
e, d'inverno, da un vento freddissimo simile alla nostra tramontana.
La vegetazione è assente eccetto dai rarissimi alberi a spine ed una
oasi naturale di poche vecchissime palme presso la tendopoli di Dakhla. L'acqua
è comunque reperibile a breve profondità (2-6 metri), ma ha una
elevata salinità fino a renderla non potabile e di difficile uso agricolo.
L'acqua potabile è invece reperibile solo in poche zone, vicino alle
quali sono state costruite le tendopoli dei rifugiati.
I campi sono strutturati in 4 province (wilayas) e 25 comuni (dairas)
e 3 scuole residenziali. Essendo stati costruiti per ospitare rifugiati da una
guerra in atto, risentono, nella dislocazione, di considerazione tattiche oltre
che di disponibilità di acqua. La tendopoli più distante è
situata a circa 160 Km dal centro dei campi e le altre sono raggiungibili in
un raggio di 30-60 km.
Le wilayas e le dairas hanno i nomi delle città del Sahara
Occidentale.
La RASD virtualmente si estende su tutto il territorio del Sahara Occidentale,
ma in realtà lo è solo nella parte liberata dall'occupazione marocchina.
La Carta Costituzionale risale al 1976, ed è stata rinnovata nel 1991.
Essa si fonda sul principio dell'unità del popolo e su quello di nazione,
cioè la comunità araba, volendo in tal modo sottolineare l'elemento
comunitario, che ha sempre costituito un tratto fondamentale della società
indigena. L'elemento più significativo va colto nella complessa struttura
politico-amministrativa della RASD, creata con lo scopo evidente di evitare
un vuoto di potere del quale potessero approfittare l'espansionismo marocchino
e quello mauritano.
Ogni anno si riunisce un Congresso popolare di base, uno in ogni daira
che elegge il "sindaco"; ogni quattro anni elegge anche i propri rappresentanti
al Congresso nazionale. Questo a sua volta designa i membri che compongono il
Consiglio della Rivoluzione ed i membri dell'Ufficio politico del Fronte Polisario
(partito unico).
Il Consiglio della Rivoluzione, che esercita il potere esecutivo, si fonde con
il Comitato esecutivo del Fronte Polisario, infatti il Segretario del Fronte
svolge anche le funzioni del Presidente della Repubblica. Inoltre, il Consiglio
della Rivoluzione procede alla nomina del Consiglio dei Ministri, la cui competenza
è di natura strettamente tecnica. L'attività giudiziaria è
svolta da un tribunale in ogni daira, una corte d'appello in ogni wilaya
e una suprema corte a livello nazionale. Tra le diverse strutture esiste una
stretta connessione, pur nella reciproca autonomia: ciò risponde all'esigenza
di evitare i rischi di disgregazione prodotti dall'esodo.
Nella daira la popolazione è raggruppata in cellule di 10 membri
che scelgono un responsabile incaricato della formazione ideologica. L'Assemblea
del popolo si riunisce ogni due anni per eleggere un Consiglio popolare con
funzioni amministrative. Inoltre, nell'ambito della daira sono previsti 5 Comitati
popolari, competenti nei settori chiave: educazione, sanità, affari sociali,
approvvigionamento alimentare, artigianato. In tal modo la popolazione è
inserita in 3 strutture:
- Congresso popolare di base
- Cellule (assolvono una funzione ideologica)
- Comitato popolare (competente in quanto a funzioni amministrative, economiche
e di gestione dei servizi)
Queste 3 strutture sono coordinate da:
- Consiglio popolare per l'amministrazione
- Dipartimento per l'orientamento ideologico
- Dipartimenti specializzati
La wilaya comprende un Consiglio popolare, formato dai presidenti dei
consigli delle dai ras, dai direttori dei dipartimenti e dal wali (prefetto
di nomina governativa che lo presiede). Non vi è una distinzione netta
tra il personale dei due organismi di base: chiunque abbia una carica a livello
di daira entra automaticamente a far parte degli organismi della wilaya.
In tal modo si garantisce l'efficienza amministrativa, attraverso la partecipazione
collettiva ai processi decisionali e senza dover far ricorso a mediazioni gerarchiche.
E' dunque in vigore un meccanismo di coordinamento e di consultazione tra le
varie istanze, a riprova del carattere democratico ed egualitario della società
saharawi.
Un ruolo decisivo è svolto dalla donna. La donna saharawi è impegnata
in tutti i campi dell'attività produttiva e della vita civile e riceve
anche un'istruzione militare. Questo fatto conferma anche la relativa indipendenza
dai codici islamici dei saharawi. Le donne sono la forza attiva di questa società
e portano avanti tutte le attività della famiglia e della maternità
e tutte le attività necessarie al mantenimento del buon funzionamento
dei servizi della daira. Quasi tutte le donne sono inserite in uno dei
5 comitati popolari, che sono giustizia, artigianato e produzione, approvvigionamenti
alimentari, educazione e salute.
L'insegnamento è svolto su 3 diversi livelli:
1- l'insegnamento prescolare (scuole materne o coraniche) dove si insegna l'alfabeto
e le prime nozioni di Corano;
2- l'insegnamento primario, nelle scuole elementari presenti in quasi ogni daira;
3- l'insegnamento secondario (corrispondente alla nostra scuola media).
La popolazione saharawi ospite dei campi profughi vive in tende tutte uguali,
costruite in loco con la stoffa dell'ONU o del nord Europa. Hanno una dimensione
variabile tra i 15 e i 30 mq. Con stuoie e tappeti per base e dei materassi
sintetici disposti a perimetro della tenda per sedersi e per dormire. Non ci
sono sedie e tavoli, si sta seduti sui materassi o per terra anche per mangiare.
Dentro le tende si può trovare qualche piccolo mobiletto, molte coperte
per il rigido inverno, cuscini e il necessario per il tè.
Il tè per i saharawi rappresenta la bevanda tradizionale per eccellenza,
viene fatto in un particolare modo che si può ritrovare anche in alcune
zone della Mauritania, dell'Algeria e della Tunisia. Ogni tenda ha a disposizione
un vassoio, bicchieri, teiera e zucchero per offrire il tè. Il modo tradizionale
di preparare questo tè necessità di circa un'ora di tempo perché
prevede che sia ripetuto per 3 volte (il primo bicchiere è amaro come
la vita, il secondo è dolce come l'amore, e il terzo è soave come
la morte). In questo modo il tè diventa un rituale che ripetuto diverse
volte al giorno serve a riempire le lunghissime giornate nel deserto ed a facilitare
la socializzazione.
Una tenda viene costruita ogni volta che si forma un nuovo nucleo familiare
e vicino a questa si costruisce anche una casetta in mattoni (fatti di argilla
ed essiccati al sole), coperta con metallo, che serve da cucina.
Da qualche anno molte famiglie hanno cominciato anche a costruire dei bagni
(con fosse a dispersione nel terreno) e delle ulteriori costruzioni, che vengono
utilizzate in inverno per proteggersi dal freddo.
Tutte le necessità primarie, materiali degli individui sono soddisfatte
dal governo che, attraverso il Comitato dell'alimentazione della daira,
distribuisce dal tabacco agli uomini al tè, dallo zucchero alla farina,
dal latte in polvere ai vestiti ed al gas per l'illuminazione e per la cucina.
In teoria ogni famiglia dovrebbe avere le stesse cose, ma in realtà,
si possono notare delle differenze che esistono tra tenda e tenda in virtù
di qualche soldo o capra o pecora in più che viene allevata ai margini
della tendopoli con i magri avanzi degli uomini. La situazione economica nei
campi è definibile come di "socialismo reale" (situazione che
al di là del convincimento ideologico è data dalla realtà
dei fatti), dipendendo tutto dagli aiuti umanitari, dal governo algerino e dalla
solidarietà internazionale.
Alcuni saharawi ricevono ancora una pensione dal governo spagnolo per i lavori
effettuati durante il colonialismo o perché i loro genitori hanno collaborato
con l'esercito spagnolo o per altri servizi durante il colonialismo, il che
consente di avere dei soldi (pochissimi) per comprare nelle boutiques
(piccoli bazar gestiti da privati, ma con materiali e prezzi imposti
dal governo) piccole cose ed alimenti diversi per le feste e le occasioni particolari.
La moneta che circola è il dinaro algerino; effettivamente, però,
si può affermare che non esiste moneta (poco diffuso anche lo scambio)
se non per acquistare beni di tipo occidentale come lampadine a batterie, radio,
pannelli solari, farmaci, etc.
In una daira si trovano anche il centro della daira, dove si fanno
le feste e dove hanno sede gli uffici amministrativi, il dispensario, una stanza
per le riunioni e i magazzini dei materiali.
Ci sono poi delle costruzioni facenti parte dell'organizzazione provinciale,
come le scuole, l'ospedale, la caserma della polizia, i magazzini, l'amministrazione,
la reception per le delegazioni di stranieri, gli orti.
Normalmente nei campi vivono donne, bambini, anziani e uomini adulti impegnati
in qualche settore: amministrazione, scuola, ospedale, agricoltura, polizia,
trasporto d'acqua. Gli altri uomini sono al fronte, nei territori liberati dal
Sahara.
Durante l'inverno ed i brevi periodi di primavera ed autunno, la gente è
attiva tutto il giorno; soprattutto le donne che devono svolgere i compiti di
gestione della tenda e della daira. Solo alla sera si concedono riposo
in compagnia della famiglia o in qualche festa da amici o dell'intera daira.
In estate, invece, molte attività si svolgono di notte ed al mattino,
lasciando il pomeriggio per il riposo.
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3.3 RISORSE ECONOMICHE DEL SAHARA OCCIDENTALE
Le possibilità economiche del Sahara Occidentale erano praticamente
sconosciute dal Governo spagnolo fino a che, nel 1947, si scoprì la presenza
di un importante riserva di fosfato situata nelle miniera di Bu Craa. Vennero
così potenziati gli investimenti nel Sahara. Gli studi realizzati dall'Istituto
Nazionale dell'Industria (INI) nella zona di Saguia el Hamra permisero la costituzione
di un capitale esclusivamente spagnolo di "Fosfato di Bu Craa, S.A. (FOSBUCRAA)"
che prese piede dagli anni Sessanta con l'inizio delle esplorazioni di un ricchissimo
giacimento localizzato nella valle di Bu Craa, le cui riserve sono stimate come
le maggiori del mondo. La miniera di Bu Craa è situata nel deserto a
100 km. a sud-est di El Aaiun. L'esplorazione del fosfato è talmente
semplice che può essere effettuata a cielo aperto.
Nel 1962, l'INI creò una filiale per raggruppare anche capitali stranieri,
come quello americano e inglese. La produzione di fosfato saharawi si convertì
nel vero rivale del fosfato marocchino che, fino a quel momento, giocava un
ruolo protagonista nei mercati internazionali dietro a Stati Uniti e Russia,
principali esportatori di fosfato.
Il Marocco nel 1975 e 1976 sperimentò una forte retrocessione nell'evoluzione
delle sue esportazioni, che colpì direttamente l'economia del paese,
basata sulla ricchezza di fosfato. La diminuzione della produzione e del prezzo
del fosfato negli anni Settanta fu una delle conseguenze della ritirata spagnola
dal territorio, con la successiva consegna a Marocco e Mauritania e la rottura
della cintura che trasportava il fosfato nel Sahara da parte del Fronte Polisario,
che non accettava la presenza marocchina nel territorio.
Si deve notare che il fosfato del Sahara dal 1976 non è più stato
sfruttato a causa dei reiterati sabotaggi portati avanti dal Fronte Poilisario
contro la cintura trasportatrice di Bu Craa. Per tanto, al momento è
una ricchezza neutralizzata.
E' importante segnalare che per il Marocco, nel caso del fosfato di Bu Craa,
è più importante il suo controllo, e non lo sfruttamento in sé,
affinché non cada nelle competenze dei saharawi.
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II. LA SPAGNA DAL 1973 AL 1991
1. IL CONTESTO POLITICO SPAGNOLO PRECEDENTE AL 1973
Nel 1939 ebbe fine la guerra civile spagnola e si installò la dittatura
di Franco, appoggiata dai regimi di Hitler e di Mussolini. Il dittatore si definì
come Caudillo, termine usato per definire la figura che rappresenta l'istituzione
capitale del regime autoritario. E' la suprema istituzione della gerarchia politica
che fonda in sé l'esaltazione personale del capo e la sua identificazione
col destino storico del popolo; la pienezza del potere è concentrato
nelle sue mani e vige l'assenza di qualsiasi controllo istituzionale, partendo
dal presupposto che Franco, in quanto capo, era responsabile solamente davanti
a Dio ed alla Storia. I poteri del Caudillo erano quelli di Capo dello
Stato, Capo del Governo, Capo del Partito Unico (il Movimento Nazionale) e Generalissimo
dell'Esercito.
Franco restò sempre fedele all'asse Roma-Berlino, fino al momento del
crollo avvenuto nel post-guerra dei regimi fascista e nazista; tuttavia la sua
dittatura non si può definire propriamente come un fascismo, in quanto
non giunse al potere a seguito dell'appoggio popolare e non predicò un
laicismo ufficiale, anzi fu legittimata fin dall'inizio proprio dalla Chiesa,
più specificatamente da Papa Pio XII, che fornì al franchismo
una famiglia politica di membri provenienti dal settore dell'Opus Dei, frangia
ecclesiastica più radicale. Altro ruolo fondamentale per il riconoscimento
della dittatura ebbe la dinastia dei Borbone, con Alfonso XIII prima e successivamente
suo figlio Juan de Borbòn; la speranza monarchica fu sempre quella di
recuperare il trono, per questo motivo, nonostante le numerose controversie
con la Dittatura, cercò il compromesso con Franco, che alla fine arrivò,
anche se non secondo le modalità sperate. Juan de Borbòn dovrà,
infatti, cedere i diritti dinastici a suo figlio Juan Carlos, cresciuto dal
regime franchista.
La condotta generale della dittatura fu sempre quella di reprimere qualsiasi
movimento si opponesse al regime costituito, e, pertanto, l'opposizione politica
visse per più di 30 anni nell'illegalità.
La preoccupazione primaria di Franco fu politica, e ben poco economica. Negli
anni Quaranta si stabilì il regime autarchico che comportò una
stanchezza generale dell'economia; caratteristiche di questi anni furono la
paralisi economica, l'accumulazione di grandi capitali dovuta allo sviluppo
senza limiti del mercato nero, la prolificazione degli scioperi, la crisi dell'agricoltura
e le continue limitazioni alle libertà industriali. Nacque anche la cosiddetta
"democrazia organica", cioè un'unità di potere operante
in uno Stato senza partiti, dove l'elite politica era costituita da falangisti,
militari e cattolici e propugnava l'assenza di opinione pubblica e la repressione.
Alla fine degli anni Cinquanta, nonostante i numerosi riconoscimenti internazionali
che conseguì il regime di Franco, si dovette procedere ad un cambio.
Innanzitutto, uno dei poteri legittimanti era già venuto a meno da un
bel po': la sconfitta dei regimi fascista e nazista avevano tolto un cospicuo
sostegno internazionale. Ora veniva a meno anche l'appoggio ecclesiastico. Nel
1958 morì Pio XII e come nuovo Papa venne eletto Giovanni XXIII, che
adeguò la Chiesa ai nuovi tempi, in cui il ruolo protagonista lo giocava
la liberalizzazione e l'accettazione dei principi della democrazia e della modernità.
Inoltre, ci fu anche il cambio generazionale, e cominciarono a farsi sentire
i giovani che non avevano partecipato alla guerra civile, dimostrando il loro
dissenso per la dittatura.
Gli anni '60 videro una crescita notevole dell'economia spagnola con l'istituzione
di una società tecnocratica, basata sui concetti di efficacia e razionalità,
e finalmente si raggiunse un'apertura commerciale e si pianificò lo sviluppo
economico; si cominciò ad intravedere anche la prospettiva di una modernizzazione
in seguito alla rottura definitiva tra Chiesa e Stato e alle continue proteste
contro il regime. Prese sempre più piede, inoltre, la questione successoria
e Franco decretò che il futuro passaggio di poteri sarebbe stato a favore
di Juan Carlos.
Negli ultimi anni Sessanta e all'inizio degli anni Settanta convergono una
serie di fattori che precipitano la scomposizione e il fracasso del regime dittatoriale,
concluso con la morte di Francisco Franco.
In seguito alla morte del dittatore si agevola, con molta fretta, lo smantellamento
delle istituzioni e la marcia verso la transizione politica.
I primi anni '70 sono caratterizzati da momenti alternanti di apertura e di
immobilità. In questa fase hanno un peso speciale il giudizio di Burgos
(dicembre 1970), e l'agonia e morte del Caudillo.
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2. LA LOTTA PER LA CONTINUITA': IL PERIODO DAL 1970 AL 1973
La società spagnola si affaccia a questo nuovo decennio con un contesto
economico decisamente favorevole: la crescita avvenne in seguito all'accumulazione
di grandi capitali negli anni '40 e '50, a scapito dei bassissimi salari che
erano stati imposti; in più la qualità della manodopera era cresciuta
notevolmente mantenendosi comunque poco costosa, questo a causa dell'inesistenza
dei controlli in materia di sicurezza sul posto di lavoro. Non bisogna, infine,
dimenticare lo sviluppo impressionante del turismo. L'abbandono del rigido intervenzionismo
statale nell'economia agevolò la riforma dell'amministrazione pubblica,
la meccanizzazione del settore agricolo e un maggior appoggio agli investimenti
industriali. Altri fattori rivoluzionari furono l'espansione dell'industria
navale e automobilistica e una grande mobilità delle migrazioni, soprattutto
interne, verso le regioni industrialmente più avanzate (Catalunya, Euskadi,
Baleari e Madrid); per finire, bisogna tener conto che questo fu il periodo
in cui si procedette alla liberalizzazione dell'economia.
Questo, però, è anche il momento in cui si rivela con forza l'impotenza
del Governo nel conseguire l'ordine pubblico, che venne rotto in risposta alla
traiettoria repressiva delle leggi sindacali governative; si generarono con
rapidità scontri tra polizia e scioperanti. Il fatto più grave,
allora, fu la coincidenza della crisi con la venuta a galla dello scandalo finanziario
che danneggiò gravemente il prestigio pubblico del regime stesso, dentro
e fuori la Spagna. L' affare Matesa domina la scena spagnola nel 1969
(Maquinaria Textil del Norte de Espana, S.A.); il governo spagnolo aveva concesso
a questa impresa un'ingente quantità di denaro, e lo scandalo scoppiò
quando si prese coscienza che la metà del capitale fu utilizzato indebitamente.
Fu necessario processare alcuni direttori e destituire diversi ministri e membri
vincolati all'Opus Dei gravemente implicati nella vicenda. La corruzione in
scena generava l'impressione di uno Stato in crisi, tanto più che all'interno
del Gabinetto si crearono frizioni in merito alla questione, resa pubblica da
parte di membri falangisti, storicamente anti-opusdeisti. Il risultato fu un
immediato cambio di governo, nel quale Franco favorì, ad ogni modo, gli
appartenenti all'Opus Dei, licenziando, ovviamente, i politici implicati nell'affare
Matesa.
Nel 1970 la situazione venne aggravata ulteriormente dal giudizio di Burgos,
processo contro alcuni membri dell'ETA; vennero emesse pene di morte e condanne
carcerarie, che suscitarono l'immediata reazione negativa del Vaticano e del
Mercato Comune Europeo. Franco fu, quindi, costretto a commutare le pene di
morte in carcerazione perpetua. Poco tempo dopo si celebrò la prima Assemblea
di Vescovi e Sacerdoti, nella quale la Chiesa decretò la sua rottura
col regime, approvando un a mozione in cui chiedeva "perdono al popolo
per non aver saputo essere i veri ministri della riconciliazione nazionale"(2).
La conflittualità sociale e il malessere politico andavano di pari passo
con il progressivo peggioramento dello stato di salute di Franco, colpito dal
parkinson; a causa delle condizioni di salute del Caudillo nel
1973 si procedette all'applicazione della Legge Organica dello Stato, che separava
la funzione di capo di Stato da quella di capo del Governo. Nel giugno 1973
Franco cede, in questo modo, il ruolo di capo del Governo a Carrero Blanco e
come vicepresidente viene nominato Fernandez Miranda, consigliere del re. L'attenzione
del nuovo capo di Governo si incentrò nell'ambito politico: egli optò
per la formazione di un Gabinetto ancora più duro e meno liberale dell'uscente.
Era un governo di carattere difensivo, volto al mantenimento dell'ordine e all'esercizio
di un controllo capace di sostenere la successione futura della monarchia di
Juan Carlos.
Risultava chiara l'agonia della dittatura, incapace di integrare nello Stato
gli ampi settori sociali che la politica del regime aveva allontanato quasi
dal principio. La manifestazione che culmina questa incapacità fu l'assassinio
di Carrero Blanco, avvenuto nel dicembre del 1973 per mano dell'ETA.
Nel gennaio 1974 il Ministro Arias Navarro venne nominato presidente del Governo.
Dovette affrontare, essenzialmente, due sfide: la crisi economica, in seguito
all'aumento dei prezzi del petrolio, e sistemare il futuro della dittatura in
previsione della morte di Franco.
Nel campo politico non ci fu alcun avanzamento, visto cha Arias Navarro formò
un Gabinetto di amici e collaboratori precedenti e di estrazione falangista.
Il vero problema di Arias fu che non riuscì mai a trovare un equilibrio
tra lealtà a Franco ed evoluzione; i suoi due anni di governo sono una
continua contraddizione tra apertura verbale e repressione reale. Il suo orientamento
politico può essere sintetizzato nello spirito del 12 febbraio che
propose davanti al Parlamento: il Movimento Nazionale deve ascoltare le diverse
correnti di opinione, ma a patto che siano animate dal sentimento nazionale
e dall'identificazione coi principi fondamentali del regime.
Nel frattempo, nell'estate 1974, Franco peggiora e delega i suoi poteri di capo
di Stato al principe Juan Carlos, per poi riappropriarsene a settembre.
La conflittualità sociale segue ininterrotta con numerosissimi scioperi
e l'accompagna anche il terrorismo dell'ETA e del FRAP (Fronte Rivoluzionario
Antifascista Patriottico). Si ricordi che l'opposizione continua a vivere in
clandestinità a causa dello spirito del 12 febbraio, ma si organizza
nella Piattaforma di Convergenza Socialista, che raccoglie in sé
i democristiani, i liberali e i socialisti. Nell'intento di dar vigore allo
spirito del 12 febbraio, nel 1975 Arias Navarro cambia nuovamente governo
(il tredicesimo della dittatura). Tuttavia, non si assistette a nessun miglioramento,
ed, anzi, anche l'economia si ritrovò in una fase negativa, in seguito
alla crisi energetica europea; gli emigrati ritornano in Spagna, cresce brutalmente
l'inflazione e la disoccupazione peggiora ulteriormente.
Nell'ottobre 1975 le condizioni di salute di Franco si aggravano e questo cede
definitivamente a fine mese il comando dello Stato a Juan Carlos. L'ultimo mese
di vita del Caudillo è quello in cui si sviluppano rapidamente
i fatti connessi al Sahara Spagnolo. Hassan II, re del Marocco, dà vita
alla Marcia Verde e il ministro spagnolo Solìs Ruiz, amico e socio del
sultano, gli consegna di sua propria iniziativa il territorio, nonostante il
governo precedentemente si fosse impegnato nel celebrare un referendum di autodeterminazione
della popolazione.
Franco, dopo esser stato mantenuto a lungo in vita artificialmente, muore il
20 novembre 1975.
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3. INIZIA LA TRANSIZIONE POLITICA. DALLA SALITA AL TRONO DI JUAN CARLOS I ALLA COSTITUZIONE
Due giorni dopo la morte del Caudillo, il principe di Spagna Juan Carlos
compare davanti al Parlamento per giurare la sua adesione ai principi fondamentali
della dittatura ed assume il titolo di re Juan Carlos I. Inizia, così,
la transizione verso la democrazia, periodo a cui alcuni danno termine con la
promulgazione della Costituzione del 1978, mentre altri lo fanno durare fino
all'arrivo dei socialisti al potere, nel 1982. L'interesse della monarchia fu
sempre quello di instaurare la pace sociale e creare stabilità politica,
assicurando allo stesso tempo l'accesso ordinato al potere delle distinte alternative
di governo in base all'espressione libera del popolo; la linea di condotta fu,
dunque, quella di adattare la vita politica ai cambi sociali, regnando assistito
dal popolo.
Il regno di Juan Carlos si aprì con la conferma di Adolfo Suàrez
in qualità di Presidente di Governo; quest'ultimo, con abili manovre,
cercò appoggi per smontare le istituzioni del regime di modo che fossero
costrette ad accettare i piani di riforma in ambito amministrativo, politico
ed economico. Inoltre, si assistette ad una sorta di risveglio dell'opposizione,
che viene legalizzata con la Riforma Politica del Governo. Viene selezionata
un'opposizione accettabile e istituzionalizzata nell'Opposizione Democratica,
composta soprattutto da socialisti e democristiani; i comunisti tarderanno un
po' ad essere riconosciuti. Si dà vita, così, ad una nuova oligarchia
politica, dove l'opposizione si fonda con il franchismo evoluzionista per creare
una monarchia parlamentaria.
Il primo anno di governo di transizione è segnato dall'approvazione della
Riforma Politica proposta da Suàrez; vengono riconosciute le peculiarità
regionali e si stabilisce la forma di governo che vede protagonisti il Congresso
dei Deputati affiancato dal Senato.
L'anno 1977 vede la scomparsa delle istituzioni della dittatura, come il Tribunale
di Ordine Pubblico e il Movimento Nazionale. Nel mese di giugno vengono indette
elezioni e si forma il primo governo eletto dalle urne; le linee guida del Governo
Suàrez sono: istituzionalizzazione delle regioni in regime autonomo,
riannodare le negoziazioni per entrare nell'OTAN e nella CEE, combattere l'inflazione
e il debito estero, affrontare la disoccupazione e disegnare una Costituzione.
La questione delle autonomie non incontrò ostacoli, mentre la degradazione
della situazione economica venne affrontata mediante i patti della Moncloa:
proprietari, sindacati e governo diedero vita ad una negoziazione volta a cercare
una distribuzione equa dei costi della crisi e riconvertire il sistema economico.
Nel frattempo cominciava l'elaborazione della Costituzione spagnola, approvata
tramite referendum il 6 dicembre 1978; era basata sui principi democratici e
pluralisti, che garantivano la partecipazione dei cittadini alla vita politica,
economica e sociale del Paese mediante partiti democratici, e lo Stato Nazione
non dimenticava l'importanza delle autonomie regionali. Assicurava, inoltre,
le libertà fondamentali e i diritti sociali. Sul fronte estero, iniziarono
le trattative per l'ingresso della Spagna nella CEE e nell'OTAN, e si dovette
affrontare la problematica del Sahara Occidentale, visto che la Spagna fu accusata
dalla comunità internazionale di non aver portato a termine le sue promesse
di decolonizzazione.
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4. DAL COLPO DI STATO ALL'ARRIVO AL POTERE DEL PSOE
Il periodo si apre nuovamente con una situazione economica difficile, dovuta
all'alzata del prezzo del petrolio. Numerose imprese chiusero i battenti e la
disoccupazione raggiunse un'altra volta livelli preoccupanti; come previsto,
l'andamento negativo risvegliò la conflittualità sociale, nella
quale il maggior peso l'ebbero i movimenti studenteschi.
Con l'inizio degli anni Ottanta Suàrez vide venir meno i suoi appoggi,
che si focalizzarono soprattutto attorno alla monarchia. Il suo feudo, l'UCD
(Unione di Centro Democratico), iniziò una pericolosa frammentazione
e perse la maggioranza parlamentare. La transizione venne ulteriormente messa
in pericolo dalla continua ondata terroristica dell'ETA e dall'attuazione insoddisfacente
del governo nei campi dell'educazione e del lavoro.
Alla fine del 1980 comincia a diffondersi l'idea di un colpo di Stato militare
in nome del costituzionalismo, che risolvesse la crisi. Adolfo Suàrez,
cosciente della sua incapacità di governare, presenta le sue dimissioni
al Re e nel febbraio 1981 viene nominato un nuovo capo di governo: Calvo-Sotelo.
Ma neppure per il nuovo personaggio l'inizio fu semplice. Calvo-Sotelo non ottenne
da subito l'appoggio parlamentare e fu costretto a richiedere nuovamente l'investitura
il 23 febbraio 1981. La sera del 23 febbraio, nel Congresso dei Deputati, irruppero
guardie civili e altri uomini armati capeggiati da Antonio Tejero; lo scopo
era quello di ribaltare il governo stabilendo l'autorità competente che
il popolo spagnolo stava aspettando: quella militare. Contemporaneamente a Valencia
il capitano Milans del Bosch decretò in tutta le regione lo stato di
guerra, sospendendo le libertà democratiche, dissolvendo i partiti politici
e occupando la città con carri armati. Quello che si cercò fu
l'appoggio del re, ma Juan Carlos I condannò la sommossa e confermò
la volontà democratica della corona. Milans del Bosch venne immediatamente
arrestato, mentre Tejero riuscì a resistere per un giorno, cercando di
venire a patti per un'uscita degna dalla situazione. Il tutto si concluse con
il processo dei due militari che vennero condannati a trenta anni di reclusione;
l'effetto immediato fu quello di un'ulteriore rafforzamento della monarchia
e la democrazia si salvò, anche se nessuno in quel frangente era uscito
in strada per difendere le libertà conquistate con tanta fatica.
L'anno 1981 si concluse con una rottura profonda in seno all'UCD, con l'avvio
consistente del processo di autonomia, con molteplici episodi violenti del terrorismo
e con una situazione economica internazionale instabile derivata dalla crisi
energetica. La popolazione spagnola, in compenso, iniziava ad incorporarsi alla
tendenza dei paesi europei sviluppati: la crescita demografica subì un
rallentamento e la popolazione attiva si trovò concentrata nel settore
dei servizi, in seguito al calo della produzione agricola ed industriale. Il
tarlo persistente fu quello del sempre bassissimo reddito pro-capite.
Nell'ottobre 1982 vennero indette nuove elezioni, nelle quali il PSOE vinse
in maniera prorompente, senza dover ricorrere ad alleanze per governare.
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Il PSOE, guidato dal presidente Felipe Gonzàlez e dal vicepresidente
Alfonso Guerra, arrivò al potere in un momento in cui il fallimento dell'URSS
e del suo comunismo cambiarono il contesto delle relazioni internazionali, sottomesse
da allora al neoliberalismo anglosassone della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.
Sorse il culto del mercato e del denaro, e dei poteri finanziari mondiali; si
procedette alla liberalizzazione dell'economia e all'uniformazione culturale.
I fronti basici della gestione socialista erano quello economico, quello del
terrorismo e quello della autonomie; dopo decenni in cui la preoccupazione principale
fu quella politica, ora il ruolo di primo piano era riservato all'economia.
Nei primi anni di governo vennero portati avanti diversi progetti di riforma,
nel marco del cambiamento liberale. Ebbero vita la riforma universitaria, quella
di assistenza al detenuto, si cominciò a guardare di buon occhio la questione
della permanenza nell'OTAN e si depenalizzò l'aborto, fatto che aggravò
ulteriormente le relazioni con la Chiesa, già in crisi a causa del passo
sempre più laico del governo, che aveva anche proibito l'uso del catechismo
nelle scuole senza autorizzazione ufficiale.
Nel 1985 si decretò la permanenza nell'OTAN (l'Alleanza Atlantica dell'Europa
Occidentale in materia di sicurezza) e la Spagna fece il suo ingresso nella
CEE. Con l'avvento di queste circostanze il morale nazionale si risollevò,
confidando nel fatto che le nuova situazione Europea avrebbe permesso di risanare
il vetusto sistema fiscale spagnolo e sarebbe stata lo strumento per combattere
l'inflazione e stimolare l'economia. Con il trionfo della CEE e dell'OTAN, il
governo convoca nuove elezioni legislative ed autonome per il giugno 1986, e
il PSOE mantiene la maggioranza assoluta. L'anno si conclude con una situazione
decisamente favorevole al governo in carica.
Nel successivo triennio, dal 1987 al 1989, si saldano le linee maestre della
gestione socioeconomica e dello stile di governo. I socialisti risanano le imprese
private con il generoso ricorso all'erario pubblico e portano avanti drastiche
riconversioni lavorative per adeguare l'industria spagnola ai parametri europei.
Cercarono sempre un equilibrio tra aiuto alle imprese e protezione sociale,
sebbene la disoccupazione continuasse ad aumentare. La faccia politica fu quella
di una durezza col sindacalismo e una resistenza a modificare il governo; in
quanto alla politica estera, questa assunse un ruolo protagonista, assieme all'ossessione
europeista del socialismo, culminata nel momento dell'assunzione della presidenza
della CEE, da parte di Gonzàlez.
Nel 1990 il PSOE perde la maggioranza assoluta e stringe alleanze con i partiti
nazionalisti conservatori basco e catalano. Gonzàlez continuò
ad occuparsi quasi esclusivamente della politica estera, e perse di vista due
grandi problemi che cominciavano ad attanagliare la scena spagnola: la smoderata
corruzione nell'ambito dei partiti politici e l'onda di delinquenza derivata
dalla crisi sociale. Nel frattempo comincia ad intravedersi una crisi interna
al PSOE, i cui membri si divisero tra guerristi (inclini alla politica
di riappacificazione col sindacalismo, di estrazione proletaria e con l'obiettivo
di conservare le loro nomine all'interno del partito) e rinnovatori (pro-Gonzàlez,
di estrazione universitaria che perseguivano obiettivi economici ed avevano
uno spiccato gusto per il potere).
Come dicevamo, la Spagna socialista lasciò un po' in penombra la situazione
interna, ma operò con grande efficacia sul piano internazionale. All'inizio
degli anni '90 venne rafforzata la presenza spagnola sul piano mondiale grazie
alla crisi del Golfo Persico; venne messo a disposizione il territorio nazionale
per gli usi degli americani. Inoltre, la Spagna fu teatro di negoziazioni giudeo-palestinesi
e stimolò l'incontro tra capi di Stato latino-americani. Per finire,
quattro città spagnole ospitarono importanti manifestazioni nel corso
del 1992: Barcellona fu la sede dei Giochi Olimpici, Siviglia dell'Esposizione
Universale, Madrid fu eletta Capitale Culturale Europea e Santiago de Compostela
ospitò l'Anno Giacobeo. Queste manifestazioni comportarono anche un rinnovamento
dell'assetto delle città, migliorandone notevolmente l'aspetto, soprattutto
di Barcellona, che può essere considerata il simbolo della miglior gestione
socialista.
Però, appena finirono i fasti di Barcellona e Siviglia, il sistema monetario
europeo si dislocò a causa dei grandi poteri economici internazionali.
Comparse, allora, l'altra faccia della medaglia, in cui la peseta subì
una fortissima svalutazione monetaria, e contemporaneamente comparsero anche
l'ombra della corruzione ed i problemi di gestione delle imprese statalizzate,
di cui l'esempio più eclatante fu il caso della RENFE.
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III. IL MAROCCO DAL 1973 AL 1991
Nella metà del VII secolo, gli arabi partono alla conquista del Nord-Africa
e si spingono fino all'Andalusia, grazie alla validità delle loro truppe
per lo più berbere. A metà dell'VIII secolo sorgono alcuni movimenti
di sommossa all'interno delle tribù berbere, ma Idris Idmo, discendente
da Fatima (figlia del Profeta) ed Ali, riuscirà a riprendere in mano
la situazione, uscendo dalla confusione creatasi e fondando il Regno Idrisside.
Con lui nasce la prima dinastia marocchina che regnerà fino al X secolo,
contribuendo notevolmente ad intensificare gli scambi commerciali della zona
e rendendo la capitale, Fez, un'importante centro culturale e religioso.
Dall'XI al XV si succedono tre grandi dinastie:
1. Almoravidi (XI - metà XII secolo): discendono da una tribù
di guerrieri religiosi che regnavano sulle rotte delle carovane del Sahara occidentale.
Verso la metà dell'XI secolo comincia la loro espansione, impadronendosi
della metà del Maghreb; danno vita ad un'intensificazione degli scambi
commerciali e rinnovano le arti, arricchendole con elementi andalusi, marocchini
e sahariani. Il loro impero, col tempo, verrà soggetto a forti pressioni
da parte dei cristiani di Spagna e delle piccole tribù non sottomesse
al loro giogo.
2. Almohadi (metà XII - metà XIII secolo): oriundi dell'alto Atlante
marocchino, arrivano al potere con un capo letterato, partigiano di una riforma
religiosa radicale, il cui intento era quello di dare all'Islam una nuova dottrina.
Sotto questa dinastia, il Paese viene dotato di un'amministrazione, di una rete
stradale e di una flotta marittima capace di condurre una guerra contro la Spagna,
il cui risultato fu quello di unificare l'Africa del Nord. All'inizio del XIII
secolo, la dinastia è all'apogeo dello splendore economico ed intellettuale.
Tuttavia, continua ad essere minacciata dalla spinta cristiana in Spagna e dalla
perdita di controllo sulle rotte del Sahara.
3. Merinidi (metà XIII - metà XV secolo): le loro origini sono
nomadi e partono alla conquista del potere verso la metà del XIII secolo.
I suo sultani furono in grado di rallentare la progressione dei cristiani nel
sud della Spagna; inoltre, fecero nascere l'arte ispano-moresca, di cui esempio
sono le numerosissime edificazioni di palazzi e monumenti religiosi. Col tempo,
però, la loro influenza si indebolisce e la dinastia si esaurisce.
Con la disgregazione della dinastia Merinide, raggiunse il potere la breve dinastia
dei Wattasidi, che permane nel territorio per meno di un secolo (metà
XVI secolo). Dovettero far fronte ad una grave crisi economica e politica, esasperata
dalle continue lotte interne, tenendo sempre d'occhio l'avanzata portoghese
e spagnola sulle coste marocchine. Dalla metà del XV secolo alla metà
del XVI il Marocco vive un periodo di agitazioni ed incertezze: si sviluppano
gli scambi marittimi con l'Europa a scapito del commercio sahariano, di modo
che il ruolo di intermediario del Marocco va regredendo.
Verso la metà del XVI secolo gli oriundi Saadiìn conquistano Marrakesh
e si avventurano in una guerra contro i cristiani, riuscendo a cacciarli da
alcune roccaforti; il loro capo diventa, così, il sultano del Paese.
Sotto il loro regno, il Marocco resiste all'impero ottomano, si pone termine
alle ambizioni portoghesi sul territorio, e viene conquistata la strada dell'oro,
che permetterà una ripresa economica importante. Dunque, sotto la dinastia
saadiana il Marocco vive un periodo fausto, si assiste anche al rafforzamento
dell'esercito, allo sviluppo dell'artigianato e dell'agricoltura, alla riforma
amministrativa ed alla crescita del commercio con l'Europa.
Con la dissoluzione della dinastia saadiana, rivendicano il trono gli Alawiìn,
oriundi discendenti di Ali. Sorge, così, la dinastia alawita, che regnerà
fino ai giorni nostri. Gli obiettivi primordiali furono quelli di instaurare
un impero sceriffiano e combattere gli usurpatori, identificati come le tribù
non ancora sottomesse e i Turchi e Cristiani. Viene creato un esercito potente
formato da discendenti da schiavi negri e da rinnegati, vengono erette fortezze
all'ingresso delle grandi città e si riconquistano la maggior parte delle
città della costa atlantica che si trovano in mano degli europei. Verso
la metà del 1700 comincia ad intravedersi le prime crisi che condurranno
il Marocco ad un vero e proprio ripiegamento nel 1800, dovuto alle crisi per
la successione, all'interruzione della politica marittima, al rallentamento
del commercio con l'Europa e ad alcune terribili epidemie.
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2. IL TERRITORIO MAROCCHINO A PARTIRE DAL XX SECOLO
Nella seconda metà del XX secolo, le potenze europee affermano sempre
di più la loro attrazione per le rotte del Mediterraneo. Già dalla
seconda metà del 1800, alcuni trattati europei avevano sancito la sconfitta
del Marocco davanti a tre potenze occidentali: Spagna, Francia e Gran Bretagna.
Il Marocco divenne protettorato francese a seguito di un accordo tra Francia,
Spagna e Gran Bretagna (Conferenza di Algeciras 1906) e della sottomissione
del sultano (Trattato di Fez 1912). Escluse dal protettorato francese
rimanevano la regione del Rif sulla costa mediterranea ( comprendenti Ceuta
e Melilla) e quella dell'Ifni a sud, sottoposte entrambe al dominio spagnolo,
e Tangeri il cui governo era garantito da uno speciale statuto internazionale.
Nonostante il doppio protettorato, il Marocco mantenne sempre un forte sentimento
nazionalista. Una prima accesa espressione del nazionalismo marocchino si ebbe
nel 1921 con la sollevazione di un emiro berbero, che portò alla proclamazione
della Repubblica delle Tribù Confederate del Rif. Nel 1926 le truppe
francesi, con l'aiuto spagnolo, riuscirono ad ottenere la resa dell'emiro ribelle.
La repressione della rivolta fu anche l'occasione per la Francia di completare
l'occupazione del Marocco.
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3. IL MAROCCO DURANTE LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA
Nel 1936 il generale Franco riuscì a lanciare il suo attacco alla Spagna
repubblicana partendo proprio dalla zona spagnola del Marocco e coinvolgendo
un gran numero di volontari marocchini, che lo servirono lealmente per tutta
la guerra civile spagnola. Negli anni 30 comparvero i primi gruppi nazionalisti,
presto organizzatisi nel Partito dell'Indipendenza (Istiqlal), che dopo
la seconda guerra mondiale conquisterà un ampio consenso presso le masse.
Durante la seconda guerra mondiale il sultano Mohamed V, benché ridotto
solo a funzioni formali, si fece portavoce del movimento nazionalista dell'Istiqlal.
Seguirono numerosi arresti dei leader nazionalisti, manifestazioni di piazza
represse con la violenza e un rafforzamento della popolarità del sultano.
Nel 1953 il contrasto venne radicalizzandosi in lotta armata su iniziativa dei
sindacati, in seguito al tentativo dei francesi di esiliare lo stesso sultano.
Ma proprio il sultano in esilio, ormai considerato un eroe nazionale, divenne
un simbolo unificante per la maggioranza dei marocchini.
Nonostante l'arrivo di un nuovo governatore la situazione non mutò.
Nel frattempo nasceva anche un esercito di liberazione con base nella zona spagnola,
ormai da tempo rifugio dei nazionalisti marocchini contro le persecuzioni francesi.
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Il 3 marzo 1956 le agitazioni nazionaliste e la pressione popolare sfociarono
nella proclamazione di indipendenza: il colonialismo francese, impegnato dal
1954 in una lotta senza quartiere contro il Fronte di Liberazione Nazionale
algerino, dovette abbandonare il Marocco e la Tunisia. Subito dopo, la Spagna,
benché colta di sorpresa dalla concessione di indipendenza da parte francese,
sanciva pacificamente la fine del suo protettorato, con l'esclusione delle sole
piazzeforti di Ifni (fino al 1969) e di Ceuta e Melilla.
Nel 1957 il sultano Mohamed V assumeva ufficialmente il titolo ereditario di
monarca del Regno di Marocco, formando un governo con vari rappresentanti berberi.
Egli intraprese un'ambizioso programma di rinnovazione che prendeva in considerazione
i seguenti punti cruciali: scolarizzazione, energia, sviluppo dell'industria
turistica, sviluppo dell'impiego, creazione di un esercito e adesione alla Lega
Araba.
Intenzione di Mohamed V era di avanzare a piccoli passi verso lo sviluppo economico,
per il quale poteva contare sulle infrastrutture costruite dai francesi, e la
modernizzazione delle istituzioni del paese. Anche l'Istiqlal entrava
in crisi e si spaccava in 2 parti: una più conservatrice e l'altra repubblicana
guidata da Ben Barka.
In un contesto socio-politico che Mohamed V stava gradualmente predisponendo
per la creazione di un vero Parlamento, si ebbe la sua improvvisa scomparsa
nel 1961. Il successore, suo figlio Hassan II (che regnerà per quasi
quaranta anni fino al 1999), nel 1962 introdusse una nuova Costituzione e bandì
finalmente nel 1963 le prime elezioni del Parlamento, vinte da una coalizione
di partiti favorevoli alla monarchia (Fronte per la Difesa delle Istituzioni
Costituzionali). Le due anime dell'ex Istiqlal, invece, andarono a formare
l'opposizione.
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Hassan II mostrò presto un atteggiamento più conservatore ed
autoritario del padre. Richiamandosi alle sue origini divine, ovvero rivendicando
la discendenza dalla famiglia del Profeta, il "Principe dei Credenti"
Hassan II nel 1964 scioglieva il Parlamento e si nominava Primo Ministro. Contando
sul sostegno dei notabili delle campagne, Hassan II sfruttò le divisioni
tra arabi e berberi e ridusse l'Islam ufficiale a strumento di controllo sociale.
Arrivò, poi, nel 1965 l'omicidio a Parigi di Ben Barka, leader in esilio
del potente partito di opposizione Unione Nazionale delle Forze Popolari (UNFP),
che reclamava l'applicazione di un programma economico e sociale a vantaggio
della popolazione operaia e contadina. A questo triste episodio fecero seguito
la repressione delle manifestazioni popolari di protesta e la messa al bando
dell'UNFP stesso.
Nel frattempo il nazionalismo anticolonialista, assumeva una natura aggressiva,
espansionista, guardando con favore i progetti di Hassan II di un Grande
Marocco, che comprendesse il Sahara spagnolo (rinominato negli anni 80 Sahara
Occidentale) ed eventualmente anche la Mauritania. Proprio l'idea del Grande
Marocco, che provocò il contrasto con la Spagna per il Sahara Occidentale,
permise ad Hassan II di costruirsi un largo consenso nel paese e di superare
le contestazioni interne della sinistra, come l'insurrezione di Casablanca del
1979 e l'attività del partito di Ben Barka, e della destra, come gli
attentati militari degli anni Settanta.
Gli abitanti indigeni del Sahara Occidentale, i nomadi saharawi, alleati dell'esercito
di Liberazione Nazionale marocchino fino alla dichiarazione di indipendenza
del 1956, dovendo fronteggiare da soli spagnoli e francesi, nel 1958 si arresero.
Nel 1973, però, ritornarono sulla scena con la costituzione del Fronte
Polisario, dedito alla lotta armata per l'indipendenza, o meglio alla guerriglia,
inizialmente contro la Spagna e poi contro Mauritania e soprattutto contro il
Marocco.
Nel 1975 il Marocco di Hassan II occupò il Sahara Occidentale con una
plateale dimostrazione di forza, passata alla storia come Marcia Verde sul Sahara:
350.000 marocchini oltrepassarono la frontiera meridionale, armati solo di Corano
e una bandiera verde. Alla fine dell'anno, per evitare lo scontro, la Spagna
accordò il suo ritiro dal Sahara Occidentale e, in cambio della concessione
dello sfruttamento di buona parte delle ricchissime miniere di fosfato, consegnò
il territorio ai due stati confinanti, Marocco e Mauritania.
Il Fronte Polisario proclamò poco dopo la Repubblica Araba Saharawi Democratica
(RASD). Per diversi anni il Fronte Polisario godrà segretamente del sostegno
militare e logistico di Algeria e Libia.
Nel frattempo la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia si era pronunciata
contro la legittimità delle pretese marocchine. La Mauritania si ritirò
dalla contesa nel 1979 sull'orlo del collasso politico ed economico, mentre
il Marocco, appoggiato anch'esso più o meno apertamente da Francia e
USA, proseguì nell'occupazione, pur in un momento di grave crisi economica
e socio-politica all'interno del paese. Hassan II aveva collocato, infatti,
tutto il suo prestigio sul Sahara Occidentale, strumentalizzandolo per nascondere
la crisi. La crisi economica era stata, però, determinata da quella stessa
guerra contro il Fronte Polisario, che era arrivata a costare un milione di
dollari al giorno, determinando un aumento spropositato del debito estero.
Inoltre anche l'ambito socio-politico mostrava diversi segni di crisi. Nei primi
anni 70 si era susseguita una preoccupante serie di colpi di stato militari
falliti, che aveva costretto più volte Hassan II a rinviare l'introduzione
di una nuova Costituzione. Mentre le elezioni politiche del 1977 erano state
caratterizzate da violenze e brogli a favore dei partiti vicino alla monarchia.
Nel 1983, poi, veniva misteriosamente assassinato il Comandante Supremo delle
Forze Armate Ahmed Dlimi, che sembrava essere disposto a trattare la fine della
guerra nel Sahara Occidentale, nonostante l'opposizione di una parte dell'esercito.
Le manifestazioni in piazza dell'UFSP contro il governo vennero represse nel
sangue (il cosiddetto massacro di Casablanca del 1979) e segnarono la
rottura definitiva con i movimenti di sinistra, in un periodo in cui la disoccupazione
era salita a livelli estremamente preoccupanti e la gioventù aveva cominciato
ad intraprendere la rischiosa strada dell'emigrazione clandestina. Nel 1983,
infine, si tennero nuove elezioni municipali, i cui risultati furono ancora
una volta palesemente manipolati dal governo.
Tra il 1981 e il 1986 nel Sahara Occidentale furono costruiti per 2.800 Km sei
muri. Al riparo dei muri, Hassan II incoraggiò una cospicua colonizzazione
di marocchini (200.000 nuovi coloni da aggiungersi ad una stima di quasi 300.000
già insediati in precedenza) e perseguì e deportò migliaia
di giovani saharawi.
Nel 1984 la RASD viene riconosciuta dall'OUA, mentre il Marocco rassegna polemicamente
le sue dimissioni. L'isolamento determinato da tale gesto portò ad un
effimero accordo di cooperazione economica e militare con la Libia, anch'essa
isolata (1984-86).
Nel 1991 si costituì, dunque, la Missione delle Nazioni Unite per l'Organizzazione
di un Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO); questa aveva il compito di
compilare le liste elettorali per il referendum secondo il censimento spagnolo
del 1974.
Nel frattempo, re Hassan II non cessava di considerare pubblicamente il possesso
del Sahara Occidentale come uno dei suoi più importanti obiettivi e di
stimare il Fronte Polisario come un gruppo di terroristi secessionisti.
Nel settembre del 1997 l'ex Segretario di Stato americano James Baker, dietro
incarico delle Nazioni Unite, riuscì a conciliare le parti in conflitto
che firmarono una serie di accordi, rimasti famosi come gli Accordi di Houston,
riguardanti le principali questioni sui criteri di identificazione dei votanti,
le modalità di registrazione, il ritiro delle truppe e il rilascio dei
prigionieri. Il referendum veniva fissato per luglio 2000. Ancora oggi, però,
sono in corso negoziati internazionali per un accordo su un piano di pace su
cui fondare l'organizzazione del referendum. Secondo i criteri della RASD gli
aventi diritto al voto sarebbero 70-80.000, secondo il governo di Rabat circa
170.000. Premessa, poi, per una qualsiasi soluzione è il rimpatrio dei
rifugiati, di cui si sta facendo carico l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite
(UNHCR) tra mille difficoltà. Stime dell'UNHCR attestavano 167.000 profughi
a Tindouf nel 1985, mentre dati più recenti del 1998 rilevano 105.000
saharawi nella zona desertica di Tindouf, 10.000 saharawi rifugiati in Mauritania
e altri 5.000 in altri paesi.
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6. LA MORTE DI HASSAN II E LA SALITA AL TRONO DI MOHAMED VI
Negli anni 90 la posizione dell'astuto monarca Hassan II era stabile e rispettata,
essendo ormai riuscito a salvaguardare la fragile unità del Marocco e
a preservare il paese dal fondamentalismo islamico, proprio facendo leva sulla
investitura religiosa della monarchia. Avevano poi giovato le ottime relazioni
con la Francia e con gli Stati Uniti, di cui il Marocco costituiva il costante
punto di riferimento negli affari del Medio Oriente e del mondo islamico. A
questo punto Hassan II poté permettersi di promuovere attivamente un
programma di liberalizzazione controllata per assicurarsi un più ampio
consenso politico. Una larga amnistia e una serie di riforme costituzionali
garantirono maggiore libertà politica e rispetto dei diritti umani. Malgrado
le riforma costituzionali del 1992 e del 1996, il re mantenne la sua preponderante
autorità politica, grazie alla elezione discrezionale del Primo Ministro
e al diritto di licenziare il governo. Ricordiamo che nel 1992 era stata adottata
una nuova Costituzione, e che nel 1996 un referendum sancì la presenza
di un'altra Costituzione che rafforzava i poteri del Parlamento.
A seguito delle riforme, nel giugno 1993 l'opposizione vinse le prime elezioni
parlamentari. Ma solo dopo le elezioni legislative del 1997 essa ebbe mano libera
per formare un governo guidato da Abd Ar-Rahman Youssufi, leader dell'Unione
Socialista delle Forze Popolari (USFP). Dopo quasi venti anni potevano considerarsi
finalmente sanate le ferite con le forze di sinistra. Il governo di Yousuffi
si è fatto carico della necessità di portare a termine il processo
di democratizzazione del paese. Per superare la fase di transizione Yousuffi
ha preso come modello, tra mille difficoltà, la Spagna post-franchista
e ha affrontato come priorità la riforma giudiziaria, la lotta alla corruzione
e la questione etica.
Nel luglio del 1999 il vecchio re veniva a meno. Gli succedeva il figlio trentaseienne
Mohamed VI, che, tuttora, pare proporsi secondo una linea di continuità.
Il giovane re sembra intenzionato a seguire le orme del padre che seppe procurare
centralità ad un paese geograficamente periferico, proponendosi con successo
come arbitro di controversie tra i paesi islamici e come ponte verso l'Europa.
Soprattutto va ricordata l'abilità diplomatica di Hassan II e la sua
opera moderatrice a favore del dialogo politico fra paesi arabi ed Israele che
sfociò negli Accordi di Camp David del 1978(3).
All'inizio del nuovo secolo si può solo intuire la volontà di
Mohamed VI di cambiare indirizzo alla politica interna indirizzandola verso
un atteggiamento più morbido e conciliatorio. Sembra poter andare d'accordo
con il governo dell'ex opposizione socialista in quanto alle aspettative di
giustizia sociale e di progresso economico e poter in futuro affrontare insieme
le sfide della disoccupazione, corruzione, analfabetismo, e arretratezza delle
aree rurali.
Nell'ambito della politica estera Mohamed VI ha espresso la volontà di
un partnership più stretta con l'Unione Europea e ha confermato
i rapporti di amicizia con gli Stati Uniti.
Per il momento lo Stato marocchino deve affrontare alcuni nodi, che mettono
in pericolo anche la legittimità del potere monarchico:
a) la ormai più che ventennale occupazione del Sahara occidentale e
di conseguenza le difficili relazioni con l'Algeria. A riguardo del Sahara
Occidentale Mohamed VI ha fatto capire chiaramente di voler difendere
a tutti i costi l'integrità territoriale del paese;
b) la questione dei presidi di Ceuta e Melilla, che la Spagna continua ad usare
come basi militari e che difende strenuamente. Il nuovo re ha lanciato un'altra
volta l'idea che fu di suo padre di costituire un gruppo di riflessione ispano-marocchino;
il governo spagnolo, nonostante i rapporti di amicizia continua a rifiutare,
ritenendo irrinunciabile il possesso delle due colonie africane, tra l'altro
di popolazione più spagnola;
c) il problema della droga: il Marocco è un rilevante produttore ed esportatore
di hashish verso l'Europa Occidentale;
d) la tensione crescente con gli integralisti islamici, contro la cui attività
il re sembra voler usare le maniere forti;
e) la questione berbera: il Marocco è lo stato con maggiore popolazione
berbera nel suo territorio, il cui controllo è di difficile attuazione
sia per la differenza etnica e culturale di tali popolazioni, sia per l'ambiente
geografico, che fraziona il Marocco il regioni isolate tra loro e poco accessibili;
f) l'emigrazione: ogni anno abbandonano il Marocco 200.000 persone. Si tratta
per lo più di immigrati clandestini che cercano in Europa miglior fortuna.
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1 passim F. Villar, El proceso de autodeterminación del Sáhara,
Valencia, Edit. Fernando Torres, 1982.
2 B. Muniesa, Dictadura y monarquía en España, Barcelona, Ed.
Ariel, 1996. p. 130.
3 gli accordi di Camp David sancirono la pace ufficiale tra Egitto ed
Israele, concedendo un certo grado di autonomia a Cisgiordania e Gaza; fondamentale
fu la mediazione americana che fece prevalere l'opinione israeliana.