I. IL SAHARA DOPO GLI ACCORDI DI MADRID
1. la risposta saharawi
1.1 origine e formazione del Fronte Polisario
1.2 nasce la Repubblica Araba Saharawi Democratica
2. l'inizio della guerra del Sahara
3. la guerra del Sahara negli Organismi Internazionali
3.1 il conflitto del Sahara all'interno dell'OUA
3.2 il conflitto del Sahara all'interno dell'ONU
II. EVOLUZIONE DELLA GUERRA
1. il fronte mauritano
2. il fronte algerino
3. il fronte marocchino
3.1 fase di dominio saharawi: 1976-1981
3.2 fase di dominio marocchino
3.3 dalla fine della costruzione dei muri al Piano di Pace
III. LA BATTAGLIA DIPLOMATICO-INTERNAZIONALE
1. prima fase: dominio saharawi
2. seconda fase: contrattacco marocchino
V. LA SOCIETA' SPAGNOLA NELLA PROBLEMATICA SAHARAWI DOPO L'ABBANDONO
DEL SAHARA OCCIDENTALE
1. la nazione senza l'Africa: la difficile decolonizzazione dei
possedimenti spagnoli
2. i governi spagnoli davanti al problema del Sahara
2.1 dagli Accordi di Madrid al Governo del PSOE
2.2 il Sahara e la Spagna sotto il Governo del PSOE
3. le conseguenze del problema saharawi nella società spagnola
3.1 conseguenze interne
3.2 conseguenze internazionali
I. IL SAHARA DOPO GLI ACCORDI DI MADRID
La ritirata del Governo spagnolo dal Sahara il 26 febbraio 1976 fece si che
il Fronte Polisario riorganizzasse le sue linee di azione. L'iniziativa politica
più significativa fu la proclamazione, il 27 febbraio 1976, della Repubblica
Araba Saharawi Democratica.
Ma prima di esporre gli avvenimenti che si produssero nel Sahara dopo la ritirata
spagnola, è conveniente approfondire l'evoluzione politica, ideologica
e sociale del Fronte Polisario dal momento della sua nascita, 1973, all'abbandono
spagnolo.
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1.1 ORIGINE E FORMAZIONE DEL FRONTE POLISARIO
Il movimento iniziò la sua attività già nel 1968, sotto
la guida di Mohamed Said Ibrahim Bassir.
Inizialmente, il Fronte Polisario contò con l'appoggio di organizzazioni
terroristiche spagnole ed anche con l'aiuto della Mauritania; quest'ultimo ritirò
immediatamente il suo appoggio nel momento in cui il Fronte rivendicò
il Sahara come territorio indipendente ed autonomo.
Durante il 1974 le operazioni militari furono scarse, ma si lavorò molto
sul piano diplomatico, stabilendo i punti base per portare a termine la decolonizzazione
del territorio. Nel Congresso tenutosi nell'agosto 1974, infatti, venne elaborato
il Programma di Azione Nazionale, i cui punti fondamentali furono:
1- Ritiro delle truppe spagnole e creazione di un contingente di forze popolari
del Fronte Polisario.
2- Rifiuto dell'intromissione di qualsiasi forza straniera.
3- Presenza dell'ONU e della Lega Araba nel processo di indipendenza.
4- Ritiro delle forze dei paesi vicini che sono in prossimità delle frontiere.
5- Ritorno dei rifugiati sotto il controllo del Fronte Polisario.
6- Liberazione di tutti i prigionieri politici.
7- Ritiro completo della popolazione civile straniera.
8- Cessazione dello sfruttamento delle risorse minerarie e peschiere.
9- Cambiamento dell'amministrazione del paese con l'incorporazione dei saharawi.
10- Referendum con una sola ed unica domanda: indipendenza totale e completa,
sì o no?
Nonostante il Fronte Polisario avesse mostrato la sua preferenza a continuare
sotto il dominio spagnolo piuttosto che essere annesso al Marocco, non seppe
giocare le carte politiche giuste per difendere i suoi propri interessi nel
Sahara. Probabilmente fu vittima della sua stessa inesperienza, ma commise anche
il grave errore di proclamare apertamente il rifiuto delle tesi spagnole nei
momenti trascendentali nel seno dell'ONU e promosse manifestazioni ed incidenti
nel Sahara contro la potenza amministratrice.
Il Fronte Polisario partecipa sempre alle azioni militari e si dedica all'operato
politico quando le circostanze lo richiedono. Per tanto alterna le attività
politiche con quelle guerrigliere.
Nell'agosto 1976 si celebra il Terzo Congresso del Fronte Polisario, che sarà
una delle tappe diplomatiche più importanti nella difesa del legittimi
diritti saharawi. Si elaborò un manifesto politico ed un programma nazionale
generale, e si dotò il nuovo Stato creato di una Costituzione; si elessero
gli incarichi costituzionali e il nuovo Segretario Generale del Fronte Polisario,
Mohamed Abdelaziz.
Il manifesto politico evocava la lotta del popolo saharawi e le battaglie che
l'esercito popolare di liberazione (ELPS) aveva condotto contro le truppe marocchine
e mauritane. Si insisteva anche nelle reazioni che la causa saharawi aveva suscitato
a livello mondiale: ottenne l'appoggio dell'ONU e dell'OUA, ma il rifiuto della
Lega Araba. Il Manifesto definì, poi, il suo orientamento ideologico
nei campi più importanti: politico, sociale, diplomatico, militare ed
economico.
A livello di politica interna si decise:
a) mantenimento di un sistema repubblicano e democratico;
b) mobilitazione di tutte le forze del paese affinché realizzino il loro
ruolo nella costruzione nazionale;
c) garantire le libertà fondamentali del cittadino.
A livello sociale si proposero i seguenti obiettivi:
a) soppressione dello sfruttamento;
b) giusta ripartizione delle risorse nazionali e soppressione delle differenze
tra i paesi e le città;
c) assicurare a tutti un alloggio;
d) protezione della famiglia ed elevazione del suo livello sociale, economico,
culturale e politico;
e) elaborazione e messa in marcia di una politica di insegnamento affinché
sia allo stesso tempo obbligatoria e gratuita per tutti;
f) realizzazione dei diritti e doveri politici e sociali della donna, accesso
a tutti campi sociali, economici, culturali e politici, affinché sia
capace di assumere le sue responsabilità nella costruzione della nazione;
g) messa in marcia una politica di sanità per tutti, che preveda la prevenzione
e la lotta contro le principali malattie, l'organizzazione di servizi gratuiti,
etc;
Sul piano economico:
a) costruzione di un'economia nazionale equilibrata, sviluppo del settore agricolo,
incentivazione della pesca ed allo stesso tempo sviluppo di una politica di
industrializzazione basata sulla ricchezza del paese. Controllo delle riserve
naturali e protezione delle risorse marittime.
Sul piano dell'organizzazione della difesa nazionale si constatava:
a) l'esercito popolare di liberazione saharawi è un servizio per il popolo,
assicura la difesa della patria e partecipa attivamente nella costruzione del
Paese;
b) è il braccio armato dell'organizzazione politica e costituisce ufficialmente
l'esercito popolare della RASD;
c) si assume la responsabilità di favorire la liberazione della patria,
la sua unificazione, la sua forza e la sua sovranità nazionale;
d) è garante della sovranità nazionale.
In questo Congresso si diede alla RASD una nuova Costituzione, dove si attenuava
il carattere socialista e si potenziavano al massimo i valori tradizionali.
Il regime politico del nuovo Stato era strutturato in tre organi:
- Consiglio del Comando della Rivoluzione: organo supremo del potere esecutivo,
che aveva competenza negli affari pertinenti alla sovranità e legislazione
e fissava la politica generale dello Stato. Era presieduto dal Segretario Generale
del Fronte Polisario.
- Consiglio Nazionale Saharawi: anch'esso esercitava il potere esecutivo.
- Consiglio dei Ministri o Governo: composto dai ministri e dai segretari generali
dei ministeri, veniva designato dal Segretario Generale del Fronte Polisario.
Questo nuovo governo si caratterizzava per la giovane età dei suoi membri,
tutti militanti del Fronte Polisario; la relazione tra RASD e Fronte Polisario
era molto stretta.
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1.2 NASCE LA REPUBBLICA ARABA SAHARAWI DEMOCRATICA
Con il ritiro dell'amministrazione spagnola dal territorio si venne a creare un vuoto giuridico nel territorio del Sahara, pertanto il popolo saharawi annunciò la nascita, il 27 febbraio 1976, della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), con il seguente comunicato:
"[ ] annuncia al mondo intero, in base alla libera volontà fondata nei principi dell'opzione democratica, la nascita di uno stato libero, indipendente, sovrano, retto da un sistema nazionale democratico, arabo di orientamento unionista, progressista e di religione islamica, chiamato Repubblica Democratica. La Repubblica Araba Saharawi Democratica lancia ugualmente un richiamo alla Comunità Internazionale affinché partecipi nell'edificazione e sviluppo del nuovo Stato, instaurando la legalità e la giustizia."(1)
La proclamazione della RASD costituì per i nazionalisti saharawi l'intenzione
di riempire il vuoto politico creatosi nel Sahara e permise l'organizzazione
della popolazione saharawi che era fuggita in Algeria. Il Fronte Polisario non
era esclusivamente un movimento di liberazione, ma aveva anche un compito molto
importante: farsi carico della numerosa popolazione che doveva organizzare ed
amministrare a Tindouf. Non esistendo statistiche della popolazione esistente,
eccetto il censimento spagnolo del 1974, è verosimile che la cifra dei
rifugiati a Tindouf nel 1979 si aggirasse tra i 60.000 e gli 80.000 saharawi.
Il nuovo Stato saharawi nasceva circondato da molteplici difficoltà e
la sua sopravvivenza dipendeva dal sostegno internazionale. Il Fronte Polisario,
appoggiato dall'Algeria (che riconobbe la Repubblica già nel marzo 1976),
organizzò un'ampia offensiva diplomatica per favorire il riconoscimento
della RASD.
La RASD non contò sull'appoggio della maggioranza dei paesi arabi, che
non desideravano la creazione di un nuovo Stato dato che le difficoltà
per raggiungere un equilibrio nella zona sarebbero incrementate con una nuova
nazione. Uno di questi Stati, però, dichiarò il suo appoggio al
Fronte Polisario, sebbene non avesse riconosciuto la RASD: la Libia di Gheddafi.
Inizialmente, i riconoscimenti al nuovo Stato si susseguirono con grande rapidità
e, analizzando la distribuzione geografica dei Paesi sostenitori della RASD,
si nota che il maggior appoggio avvenne dai paesi africani. Tra il 1976 e il
1979, infatti, 20 paesi africani riconobbero la RASD, 6 furono quelli asiatici
e 8 quelli dell'America Latina.
Nessuna reazione, invece, si ebbe tra i paesi europei nei primi anni di esistenza
della RASD: bisognerà aspettare il 1984 per vederne il riconoscimento
da parte della Jugoslavia. Se non altro, due Stati europei riconobbero la legittimità
del Fronte Polisario, negando, comunque, lo status di Stato africano indipendente
alla RASD: Spagna e Portogallo.
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2. L'INIZIO DELLA GUERRA DEL SAHARA
Il Fronte Polisario non accettò la firma degli Accordi Tripartiti di
Madrid e diede inizio alla lotta armata contro le nuove potenze amministratrici
del Sahara: Marocco e Mauritania.
In seguito all'occupazione del territorio, Marocco e Mauritania crearono nuove
strutture amministrative nel Sahara e procedettero all'incorporazione degli
abitanti del Sahara nelle strutture del proprio Stato. Nella zona marocchina
si costituirono tre nuove province: El Aaiun, Smara e Bojador; mentre in Mauritania
si crearono quattro dipartimenti: Dakhla, Assusert, Arghub e La Guera.
Dall'aprile 1976 fino al 1978 il Fronte Polisario segue tre fasi per cercare
di recuperare il territorio:
1- difensiva: inizialmente si cercò di mobilitare tutto il popolo, creare
una forza militare forte, assicurare la protezione della popolazione che fuggiva
dal Sahara e potenziare al massimo il ruolo della RASD nel mondo;
2- offensiva dell'estate del 1976: si potenziò il ruolo dell'Esercito
di Liberazione Popolare Saharawi (ELPS), che contava più o meno su 100.000
uomini. Caratteristiche di questa tappa furono l'estensione della guerra fino
ad entrare nel territorio nemico e la distruzione dell'organizzazione del nemico,
cercando di catturare il maggior materiale possibile. Le operazioni toccarono
praticamente tutti i punti del Sahara e distrussero definitivamente la cintura
trasportatrice del fosfato di Bu Craa;
3- offensiva Chadli El Ouali: nominata così in onore all'ex leader
del Polisario, organizzò i fronti di combattimento per evitare di essere
colta di sorpresa dal nemico ed intensificò l'azione militare contro
i punti nemici nevralgici.
Il Fronte Polisario obbligò, in questo modo, il nemico a stare in una
pura posizione di difesa e lo privò della possibilità di approfittare
delle ricchezze del territorio, dimostrando che la crisi economica dei regimi
espansionisti non sarebbe cessata fintanto che il conflitto non si sarebbe sistemato.
Come conseguenza di questa guerra, la Mauritania si vide sottoposta ad una forte
pressione che provocò costanti cambiamenti politici e confronti interni,
tanto più che la guerra nel Sahara non fu mai accettata dalla popolazione
mauritana. Questi inconvenienti condussero nel luglio 1978 ad un colpo di Stato
ed alla posteriore caduta del presidente Ould Daddah, sostituito al governo
dal colonnello Ould Salek. Il colpo di Stato provocò un cambiamento delle
tesi della Mauritania rispetto al conflitto del Sahara Occidentale, che lentamente
si avvicinò ai nazionalisti saharawi.
Il Marocco, come conseguenza delle ingenti spese militari investite nella guerra
del Sahara, si trovò sotto una fortissima crisi economica interna che
diede luogo a divergenze tra la popolazione, che riteneva che il prezzo da pagare
per la difesa del Sahara fosse troppo alto. La guerra del Sahara si ripercuoteva
negativamente nell'economia marocchina, l'inflazione era aumentata spaventosamente
e il Governo continuava a finanziare a dismisura il Ministero della Difesa.
Con il colpo di stato in Mauritania, il Fronte Polisario aveva decretato un
temporaneo alt al fuoco, ma già dopo poco tempo i combattimenti ripresero
ancora più violenti e frequenti nella zona. I combattimenti si svilupparono
soprattutto in tre settori: zona marocchina del Sahara Occidentale; sud del
Marocco; acque territoriali del Sahara. Nella zona marocchina del Saguia el
Hamra, il Fronte Polisario condusse una vasta offensiva militare chiamata "Houari
Boumedian" che aveva come obiettivo espellere i marocchini dalla zona
occupata; in questa offensiva l'esercito marocchino soffrì gravi perdite.
Per quanto riguarda le acque territoriali sahariane, il Fronte non ammetteva
la presenza di altre imbarcazioni che non fossero le sue e pertanto attaccò
numerosi pescherecci stranieri che pescavano nella coste del Sahara Occidentale,
giustificato dal fatto che la zona era in guerra ed apparteneva allo Stato saharawi.
Nel mese di agosto del 1979 avvenne un fatto che cambiò il corso della
guerra del Sahara: il 5 agosto il Governo della Mauritania, congiuntamente con
il Fronte Polisario, annunciava la cessazione delle ostilità tra i due
governi e si firmò un accordo di pace. In questo accordo, la Mauritania
rinunciava alla sua parte del Sahara, cedendola al Fronte Polisario e decideva
porre fine alla sua presenza nel territorio(2).
A partire da questo momento, la lotta si intensificò solo contro il Marocco.
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3. LA GUERRA DEL SAHARA NEGLI ORGANISMI INTERNAZIONALI
3.1 IL CONFLITTO DEL SAHARA ALL'INTERNO DELL'OUA
Il conflitto del Sahara venne preso in considerazione dall'Organizzazione per
l'Unità Africana a partire dal 1966 e da allora si elaborarono annualmente
diverse risoluzioni. Tutte le risoluzioni ricordavano al governo spagnolo la
necessità che permettesse ai territori sotto il suo dominio coloniale
di esprimere liberamente la sua volontà di permanere o no sotto l'amministrazione
spagnola. Nei primi tempi, il Marocco e la Mauritania, oltre che l'Algeria,
fecero molteplici dichiarazioni in difesa del diritto di autodeterminazione
della popolazione del Sahara Occidentale.
L'Organizzazione per l'Unità Africana espresse sin dall'inizio delle
difficoltà nel Sahara che l'unica soluzione valida era la celebrazione
di un referendum che lasciasse alla popolazione del Sahara la possibilità
di esercitare il suo diritto all'autodeterminazione, senza pressioni da parte
dei paesi vicini. Inoltre, l'OUA raccomandava sempre che ogni azione, intrapresa
a raggiungere l'autodeterminazione del popolo saharawi, doveva contare con l'appoggio
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Nel 1976 nel XIII vertice dell'OUA, il Consiglio dei Ministri elaborò
un progetto di risoluzione, nel quale si riaffermava il diritto all'autodeterminazione
del popolo saharawi, appoggiando la sua causa, e si esigeva la ritirata delle
forze straniere di occupazione e il rispetto dell'integrità territoriale
della regione. E' importante far notare che, ovviamente, durante questo vertice
Marocco e Mauritania avevano già cambiato la loro postura sul tema, visto
che avevano annesso il territorio, e negavano l'approvazione di qualsiasi risoluzione
che potesse cambiare la situazione. L'OUA emanò, comunque, una nuova
risoluzione dove ribadì il suo appoggio incondizionato alla causa saharawi
e alla sovranità del suo popolo, chiedendo il ritiro delle truppe straniere
di occupazione e il rispetto dell'integrità territoriale del Sahara.
Nel 1978 la Conferenza dei Ministri degli Affari Esteri dell'OUA si riunì
a Kartum nel mese di luglio e discusse il problema dei saharawi nella nuova
condizione, creatasi con la cessazione momentanea della guerriglia sulla frontiera
mauritana. Una delegazione del Fronte Polisario fu presente a Kartum, anche
se i suoi rappresentanti non furono ammessi al vertice. La Conferenza adottò
una risoluzione, che sarà la risoluzione AHG/93; con questa si decise
creare un Comitato ad hoc, composto da 5 capi di Stato ed incluso il
presidente della OUA, che avevano il compito di esaminare tutti i dati corrispondenti
alla questione del Sahara Occidentale(3).
L'Algeria e il Fronte Polisario non si trovarono d'accordo con la decisione
adottata in seno all'OUA; affermavano, infatti, che il problema del Sahara era
un problema di decolonizzazione che doveva risolversi tramite le Nazioni Unite
e denunciavano il tentativo del governo marocchino di trasformare la questione
in un semplice conflitto regionale tra Algeria e Marocco.
Il Comitato, ad ogni modo, si costituì nel novembre 1978 e dei sei Stati
che lo componevano, due erano favorevoli agli interessi marocchini, due a quelli
del Fronte Polisario, e gli altri due rimasero neutrali.
Inizialmente, come si è detto, l'Algeria e il Fronte Polisario non accettarono
la mediazione dell'OUA, ma in seguito cambiarono la loro posizione, dando un
appoggio incondizionato all'Organizzazione.
Il Comitato si riunì nuovamente a Kartum nel giugno 1979, esprimendo
le sue conclusioni e raccomandazioni in merito alla questione del Sahara; tra
queste distaccava che tutte le parti consultate per redigere il rapporto, eccetto
il Marocco, ritenevano che il popolo saharawi non aveva ancora esercitato il
suo diritto all'autodeterminazione e che gli Accordi Tripartiti di Madrid non
avevano nessuna validità. Si raccomandava, inoltre, la creazione di un
Comitato di cinque membri dell'OUA, incaricato di definire le modalità
e supervisionare l'organizzazione di un referendum in collaborazione totale
con l'ONU.
Dopo questa risoluzione, si celebrò nel luglio 1979 il vertice di Monrovia,
durante il quale l'OUA ordinò al governo marocchino di negoziare con
il Fronte Polisario, affinché si giunga ad una conclusione sul futuro
del Sahara, e rifiutò la presenza del Marocco nel Sahara, legittimando
l'esistenza del Fronte Polisario. Il Marocco rifiutò la decisione adottata
dall'OUA, la Mauritania, al contrario l'accettò; il Fronte Polisario
si trovò in parte in disaccordo con la risoluzione, tenendo in conto
che nella stessa non veniva fatto nessun riferimento all'evacuazione delle truppe
marocchine dal territorio e che nelle varie risoluzioni i rappresentanti del
popolo saharawi non erano stati consultati. A fine anno, il vertice si riunì
nuovamente a Monrovia e vennero accettati anche i rappresentanti saharawi; questa
azione provocò il rifiuto marocchino che non assistette al vertice. In
questa riunione l'OUA espresse la sua soddisfazione per il raggiungimento dell'accordo
di pace tra Mauritania e Polisario; si raccomandò ad Hassan II che collaborasse
con il Comitato ad hoc ed entrò in vigore una nuova risoluzione,
nella quale si ordinava al Marocco di ritirare le sue truppe dal Sahara e di
riconoscere il Fronte Polisario come l'unico rappresentante legittimo del popolo
saharawi. Il Marocco non accettò e si paralizzò la possibile soluzione
al conflitto, dando, così, luogo a continue discussioni tra i paesi appartenenti
all'Organizzazione e motivando, in seguito, l'abbandono del Marocco dell'Organizzazione
Africana.
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3.2 IL CONFLITTO DEL SAHARA ALL'INTERNO DELL'ONU
L'Organizzazione delle Nazioni Unite si interessò al conflitto del Sahara
Occidentale a partire dal momento in cui concesse l'ingresso al suo interno
dello Stato spagnolo nel 1955, e principalmente dal momento della Dichiarazione
relativa ai Territori non Autonomi del 1960. Per capire le risoluzioni approvate
dall'Organizzazione, è interessante dare un'occhiata alla Carta delle
Nazioni Unite e ai riferimenti che questa fa rispetto ai territori non autonomi.
La Carta delle nazioni Unite mostra l'esistenza di tre tipi di norme differenti
relative al problema coloniale:
1. Articolo I, paragrafo secondo e articolo 55: si riferiscono al principio
di libera determinazione dei popoli del mondo. Secondo l'articolo I bisogna
"fomentare tra le nazioni relazioni di amicizia basate sul rispetto
del principio di uguaglianza dei diritti e di libera determinazione dei popoli."
L'articolo 55 insisteva ugualmente nella necessità di raggiungere l'uguaglianza
tra i popoli, affermando che tutti gli Stati devono fornire alle proprie colonie
un livello di vita sufficiente affinché in un futuro possano essere capaci
di provvedere al proprio sostentamento e dirigere la loro vita politica.
2. Capitolo XI, articoli 73 e 74: introducono la dichiarazione relativa ai Territori
Non Autonomi. "[
]si obbliga a sviluppare il Governo proprio del
territorio, a tenere debitamente conto delle aspirazioni politiche dei popoli
ed aiutarli nell'evoluzione progressiva delle loro libere istituzioni politiche".
3. Capitolo XII e XIII, articoli 75 e 91: regolano il regime internazionale
di amministrazione fiduciaria.
Questi tre tipi di norme relative al problema coloniale mostrano una contraddizione
all'interno della Carta delle Nazioni Unite, dove da un lato si accetta il fatto
coloniale, espresso attraverso i Territori Non Autonomi, mentre dall'altro si
afferma la necessità e il diritto di tutti i popoli alla libera determinazione.
Inoltre, nella Carta si parla di Territori Non Autonomi senza definirne precisamente
il significato; questo verrà chiarito più tardi in una risoluzione
che diceva
"il Territorio non autonomo ha una condizione giuridica distinta e separata da quella del territorio dello Stato che lo amministra, e questa condizione distinta e separata esisterà finché il popolo della colonia non avrà esercitato il suo diritto alla libera determinazione"(4)
Nel 1960, venne poi approvata la risoluzione 1514(5),
il primo passo importante in materia di decolonizzazione, che indicò
che i Territori Non Autonomi dovevano assumere tutti i poteri affinché
possano godere di una libertà e di un'indipendenza assoluta; inoltre,
dichiarò che la mancanza di preparazione nell'ordinamento politico, economico
o sociale non serviva in alcun caso da pretesto per non concedere l'indipendenza
ad un popolo.
Coincidendo con la risoluzione 1514, venne ne venne approvata anche un'altra
contraddittoria, la 1541:
"può considerarsi che un territorio non autonomo abbia raggiunto la pienezza del proprio governo: a) quando passa ad essere uno Stato indipendente e sovrano; b) quando stabilisce una libera associazione con uno Stato indipendente; c) quando si integra con uno Stato indipendente."
Questa risoluzione provocò molteplici interpretazioni da parte dei
governi marocchino e spagnolo per difendere la sovranità sul Sahara Occidentale;
il Marocco utilizzerà il punto c) come pilastro basico delle sue rivendicazioni
territoriali sul Sahara.
La prima risoluzione concernente al problema del Sahara spagnolo fu adottata
nell'ottobre 1965, dove si chiedeva alla Spagna di adottare le misure necessarie
alla liberazione del territorio.
A partire dal 1966, cioè con la sua indipendenza, il Marocco si impegnò
nel recuperare il Sahara, ma vedendo che il governo spagnolo si rifiutava a
consegnargli i territori sotto il suo dominio coloniale, decise presentare la
questione all'ONU ed insistette affinché il popolo saharawi esercitasse
il suo diritto all'autodeterminazione. Da questo momento, la libera determinazione
del popolo saharawi si convertirà in una costante delle risoluzioni ONU.
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Dal momento della consegna del Sahara, a fine 1975, il Fronte Polisario comincia
a confrontarsi militarmente con Marocco e Mauritania. L'ELPS (Esercito di Liberazione
del Popolo Saharawi), braccio armato del Polisario, si organizzò in battaglioni
composti da tre o quattro compagnie sotto la direzione di ex-soldati autoctoni,
antichi componenti della Polizia Territoriale spagnola.
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All'inizio della guerra gli attacchi più duri vennero diretti contro
la Mauritania, l'anello più debole; concretamente, l'obiettivo erano
le miniere di ferro ed i treni che trasportavano il materiale. La pressione
militare era fortissima per un paese debole come la Mauritania, che dovette
aumentare spropositatamente il numero dei suoi soldati, accettando anche l'instaurazione
nel suo territorio di truppe marocchine; inutile dire che questo costituiva
un pericolo in più per la Mauritania, tenendo in conto l'ambizione marocchina
del Grande Maghreb.
La Mauritania non aveva la forza necessaria per portare avanti una guerra, e
tra l'altro, i negri, che costituiscono la maggior parte della popolazione,
opposero resistenza a quella che per loro era una guerra civile tra mori e che
avrebbe messo in pericolo la coesistenza etnica del paese. Così nel luglio
1978 il presidente Uld Dadà fu destituito con un colpo di Stato diretto
dal colonnello Uld Salek, con l'obiettivo di tirar fuori la Mauritania dalla
guerra.
Si provò, così, a giungere ad un accordo con il Fronte Polisario,
non con la RASD, visto che la Mauritania non l'aveva ancora riconosciuta per
non danneggiare il Marocco; il Polisario, come gesto di buona volontà,
dichiarò l'alt al fuoco e dopo diverse trattative, il 5 agosto 1979 si
giunse all'accordo di pace stipulato ad Algeri. Si procedette all'evacuazione
della zona mauritana del Sahara, ma il Marocco non perse tempo ad occupare militarmente
anche questo territorio. Dopo l'accordo, la Mauritania, anche se riconobbe la
RASD appena nel 1984, difese la causa saharawi nel foro internazionale, specialmente
nell'ambito dell'ONU.
L'abbandono della Mauritania avrebbe dovuto presupporre un trionfo saharawi,
invece, diede occasione al Marocco di raggiungere i suoi obiettivi, occupando
tutto il Rio de Oro, e, quindi, considerare suo tutto il Sahara. La Mauritania,
da parte sua, avrebbe potuto optare per due soluzioni, invece che abbandonare
semplicemente il territorio: consegnare l'amministrazione del territorio formalmente
e direttamente al Polisario, oppure creare una confederazione mauritano-saharawi.
Forse non agì nel modo migliore perché, da una parte, temeva la
nascita di un nazionalismo mauritano-saharawi, e dall'altra, temeva di essere
invasa dal Marocco.
Tanto l'accordo di pace tra la Mauritania e il Fronte Polisario, quanto il posteriore
riconoscimento della RASD nel 1984, sono atti che equivalgono ad una denuncia
degli Accordi di Madrid, quindi, tali accordi, divennero nulli a partire dal
1979. Questo significa che l'amministrazione del territorio tornava nelle mani
spagnole; in realtà, si può persino dire che la Spagna non ha
mai cessato di essere la potenza amministratrice de iure secondo il parere dell'ONU.
L'abbandono da parte della Mauritania consentiva, pertanto, alla Spagna la possibilità
di tornare ad occupare il territorio per esercitare anche de facto l'amministrazione.
Se il governo Suàrez avesse occupato nuovamente il territorio, questo
non avrebbe sicuramente causato una reazione negativa del Polisario, visto che
il governo spagnolo non aveva le stesse pretese di annessione del Marocco; inoltre,
la presenza spagnola avrebbe favorito il processo di decolonizzazione ed avrebbe
consentito ai saharawi in esilio di ritornare nel loro Stato.
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In seguito all'invasione marocchina del Sahara, si produssero scontri armati
tra l'esercito marocchino ed algerino. Le possibilità per risolvere il
conflitto erano due: riconoscere la diretta implicazione algerina nella guerra
del Sahara, o evitare nuove implicazioni. La prima soluzione sarebbe stata quella
più pericolosa per il Marocco, che avrebbe dovuto scontrarsi anche su
un altro fronte, ma la più vantaggiosa per Algeria e Polisario, dal punto
di vista militare. La seconda soluzione era quella che avrebbe beneficiato il
Marocco; il presidente Boumedian scelse proprio questa. Probabilmente accettò
la via peggiore, perché gli venne fatta pressione in merito a due questioni:
i paesi arabi volevano evitare il confronto diretto di due paesi appartenenti
al loro blocco, perché il contrario avrebbe forse provocato una guerra
araba generalizzata; in secondo luogo, fecero pressione i grandi blocchi, cioè
gli USA incitarono l'URSS ad impedire ad Algeri di intervenire direttamente
nel conflitto. Con la morte di Stalin, l'URSS perse un dirigente intelligente
ed abile, e non seppe calcolare bene i suoi interessi.
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Per quanto riguarda l'aspetto militare, la battaglia si strutturò in
due fasi: la prima in cui dominò il Fronte Polisario, e la seconda che
vide la netta preminenza del Marocco.
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3.1 FASE DI DOMINIO SAHARAWI: 1976-1981
Già dai primi momenti dopo l'abbandono spagnolo, la popolazione saharawi,
terrorizzata dalla brutale repressione marocchina, fugge verso le parti più
interne del paese, nei territori liberi dall'occupazione. Tuttavia, l'aviazione
marocchina va a bombardare con napalm e fosforo bianco gli accampamenti dei
rifugiati, dando inizio ad una campagna di genocidio; ai bombardamenti si aggiungono
le azioni terrestri per bloccare la somministrazione di viveri ed avvelenare
i pozzi. Tutto ciò indusse il Polisario a dirigere la popolazione verso
l'unico posto sicuro: l'Algeria, dove la popolazione si stabilì in condizioni
estremamente dure nell'hammada, l'altopiano desertico di Tindouf, il
luogo più inospitale del deserto.
Già dall'inizio si produssero scontri tra l'ELPS e le Forze Reali al
servizio di Hassan II, che pensava di ottenere una rapida vittoria, grazie ala
sua aviazione. Non fu così, perché ben presto i missili di fabbricazione
sovietica in possesso dei saharawi abbatterono aeri marocchini. Nell'ottobre
1976, poi, si svolse l'offensiva El Ouali, con la quale si procedette alla distruzione
della cintura trasportatrice del fosfato di Bu Craa.
All'inizio del 1979 il Polisario procedette all'offensiva Ouari Boumedian,
che raggiunse numerose città del Sahara, incluso il Marocco. La situazione
fisica e psicologica del Marocco non era la migliore per sostenere una guerra
in un deserto con temperature che sorpassavano i 60 gradi, alle quali i marocchini
non si abituavano, ed in cui le piccole guarnigioni marocchine si sentivano
isolate. La situazione peggiorò per il Marocco nel momento in cui la
Mauritania abbandonò il conflitto.
Nel 1981, resosi conto dell'impossibilità pratica di difendere le guarnigioni
disseminate per tutto il territorio, il governo di Rabat decise di ripiegarsi
nel "triangolo utile"(6), lasciando quasi tutto
il territorio nelle mani del Polisario. Inizia, però, ad essere cospicuo
l'aiuto nordamericano fornito da Reagan, che rifornì di ingente materiale
militare Hassan II, includendo anche le proibite bombe di frammentazione. Inoltre,
mentre nel 1981 l'ELPS era costituito da 10.000 o al massimo 12.000 uomini,
le Forze Armate Reali di Hassan II erano di 100.000-140.000 membri.
Ad ogni modo, la situazione vide come protagonista il Fronte Polisario, che
portò avanti sia azioni terrestri che marine, per evitare lo sfruttamento
della pesca nelle acque che gli appartenevano. La guerriglia navale pregiudicò,
soprattutto, la Spagna. I pescherecci spagnoli furono obbligati da Hassan II
a innalzare la bandiera marocchina, e di conseguenza vennero sottoposti agli
attacchi del Fronte Polisario.
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3.2 FASE DI DOMINIO MAROCCHINO
L'andamento sfavorevole al Marocco proseguirà cambiando man mano che
si costruirono diversi muri nel territorio del Sahara Occidentale. Gli obiettivi
di questi muri erano molteplici:
1. conseguire l'effettivo dominio del territorio, cominciando dal territorio
più utile economicamente e dalle città principali;
2. avvicinare il più possibile i muri ai confini con Mauritania ed Algeria
per dimostrare che il Polisario agiva da postazioni in territorio non liberato;
3. cerca di fare in modo che l'opinione pubblica internazionale si dimentichi
di una guerra su cui non esiste informazione sufficientemente attrattiva per
alimentare il sensazionalismo dei media;
4. isolare la popolazione saharawi dei territori occupati rispetto al Polisario;
5. conseguire la "marocchinizzazione" dei territori occupati e favorire
l'insediamento della popolazione marocchina.
Si è discusso intorno alla paternità intellettuale dei muri, e
l'opinione più accreditata è che siano stati gli Stati Uniti e
la Francia ad aver consigliato questi muri, che erano già stati usati
nella guerra del Vietnam, ad Hassan II. Dato che un piano del genere richiedeva
un potenziale tecnologico ed economico ingente, che il Marocco non possedeva,
è verosimile pensare che sia stata l'intelligence nordamericana che ha
formulato il progetto.
La struttura dei muri è la seguente: sono costruiti con pietra e terra,
di 2 o 3 metri d'altezza. Davanti si trovano campi di mine, mentre dietro, ci
sono fossati anticarro, postazioni di artiglieria media e pesante, postazioni
di missili anticarro, infrarossi per la visione notturna e sistemi radar, che
inviano dati ai sistemi di tiro della varie batterie. Ogni 700-1000 metri c'è
una postazione di osservazione con una quindicina di uomini; ci sono plotoni
ogni 2,5 km ed ogni 20 km gruppi di intervento rapido. In più ci sono
aerei che realizzano una vigilanza con radar.
Il primo muro si cominciò a costruire nell'agosto 1980, isolando la zona
sud del Marocco, con l'obiettivo di proteggere la popolazione marocchina dalla
guerriglia e garantire lo sfruttamento del fosfato, difendendo il triangolo
utile. Nel 1981 si procedette alla costruzione del secondo muro, che rafforzò
ulteriormente la protezione di Aaiun e Smara. Il terzo muro si costruirà
nel 1984. Come risposta all'accordo tra Hassan II e Gheddafi, nell'ottobre del
1984 l'ELPS lanciò un'offensiva durissima, che ebbe come risultato la
dimostrazione che il sistema del muro era vulnerabile. Un quarto muro fu edificato
tra il 1984 e il 1985; il quinto, tra il 1985 e il 1986. Entrambi ampliarono
la zona sotto dominio marocchino. L'ultimo muro, il sesto, si costruisce nel
1986, con l'intento di chiudere la frontiera marocchina con la Mauritania.
La tattica saharawi, ovviamente, dovette modificarsi per far fronte alle nuove
circostanze della guerra. All'inizio, la costruzione dei muri provocò
sconcerto tra i saharawi, ma dal 1986, quando cominciarono a capire i segreti
dei muri, l'ELPS passò a nuove offensive, che produssero perdite marocchine.
Gli attacchi si producono, in questa fase, di notte: i saharawi si avvicinano
con grande rapidità a qualsiasi parte del muro e con un gran numero di
carri armati, con l'obiettivo di distruggere il più possibile il muro.
Questi attacchi possono durare solo poche ore e penetrare nel territorio al
massimo per una 20 di km, altrimenti si rischierebbe l'annichilazione delle
truppe saharawi.
Questa guerra dei muri, che si è prolungata fino al 1991, quando viene
deciso l'alt al fuoco, provoca enormi spese e spreco del materiale militare
ad entrambe le parti, ma soprattutto al Polisario che aveva meno finanziamenti
rispetto al Marocco.
Hassan II non si limitò alla strategia dei muri, bensì realizzò
anche un sorprendente patto sopresa con Gheddafi nell'agosto 1984, quando firmò
il Trattato di Unione libico-marocchina. Hassan conseguì, con
questo Trattato, che Gheddafi tagliasse la sua fornitura, importantissima, di
armi e denaro al Polisario, e che appoggiasse, all'interno del mondo arabo,
la causa marocchina. A breve termine, Hassan II trasse benefici dall'accordo,
ma ben presto si fece vedere la protesta nordamericana: gli Stati Uniti si avvicinarono
all'Algeria.
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3.3 DALLA FINE DELLA COSTRUZIONE DEI MURI AL PIANO DI PACE
La guerra continua ininterrotta fina al 1988, quando, nella primavera di quest'anno,
le circostanze nel seno dell'ONU cominciano a cambiare e tutto sembra indicare
che si apra per il Sahara un processo di pace. A partire dai primi di maggio
del 1988 il Segretario Generale dell'ONU, Pèrez de Cuèllar cominciò
ad intavolare una negoziazione tra il Marocco ed il Fronte Polisario, con lo
scopo di porre fine al conflitto. Il Segretario Generale concluse con Hassan
II l'accettazione di un referendum che si sarebbe svolto sulla base del censimento
spagnolo del 1974.
In quel periodo le condizioni internazionali del Marocco andavano migliorando,
dato che erano appena stati firmati accordi con la CEE, la Spagna e il Portogallo,
soprattutto in materia di pesca; inoltre, si riallacciavano le relazioni diplomatiche
con l'Algeria, rotte dal 1976.
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La Spagna, invece, si trovava ancora in una situazione statica
di fronte al problema del Sahara, offrendo, però il suo contributo
aggiornando il censimento del 1974. Il Fronte Polisario rafforzava la sua posizione davanti all'opinione pubblica spagnola con la celebrazione nelle Canarie, nell'ottobre 1988, della XIV Conferenza Europea di Coordinazione dell'appoggio al popolo saharawi, con la partecipazione di centinaia di delegati europei, americani e dei gruppi politici spagnoli, eccetto il PSOE. L'ONU, nel novembre 1988, approvò una risoluzione secondo la quale si riaffermava il diritto del popolo saharawi all'autodeterminazione ed all'indipendenza. I voti a favore furono 87, e tra le 53 astensioni si trovavano quelle dei paesi arabi pro-marocchini, Stati Uniti, Giappone, Canada e la Comunità Europea, con l'eccezione di Spagna, Grecia ed Irlanda. Nel maggio 1989 venne, invece, promossa a Roma una Conferenza di Parlamentari Europei intitolata "Pace ed Indipendenza per il popolo saharawi", che riunì 200 parlamentari provenienti d Austria, Belgio, Spagna, Francia, Gran Bretegna, Olanda, Italia, Repubblica Federale Tedesca, Svezia e Svizzera. I parlamentari si impegnarono a promuovere tutte le azioni utili davanti ai loro governi per ottenere i voti favorevoli ale risoluzioni dell'ONU sui diritti del popolo saharawi, sollecitando la ripresa del dialogo tra Marocco e Fronte Polisario. L'anno 1990 vide la maturazione delle successive proposte dell'ONU e Cuèllar nominò lo svizzero Johannes Manz come il suo rappresentante personale per il problema del Sahara. A partire da questo momento si accelerò il processo per arrivare al Piano di Pace del 1991. Nell'aprile 1991, infatti, il Segretario Generale presentava un rapporto definitivo sulla situazione del Sahara e delle parti implicate nel conflitto, stabilendo un completo Piano di Pace per il referendum. Secondo questo Piano il Marocco ed il Fronte Polisario riconoscevano alle Nazioni Unite la responsabilità unica nell'organizzazione e realizzazione del referendum. Si stabiliva, inoltre, una Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, chiamata MINURSO, sotto la dipendenza del rappresentante speciale Manz, e composta da un gruppo civile, uno di polizia ed uno militare. A partire dal giorno dell'alt al fuoco, sarebbe cominciato un periodo di transizione di venti settimane, che sarebbe terminato con la proclamazione dei risultati del referendum, le cui opzioni erano indipendenza o integrazione al Marocco. Il 29 aprile 1991 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU approvò il rapporto del Segretario Generale con la storica risoluzione 690, esprimendo il suo totale appoggio agli sforzi fatti fino a quel momento e chiedendo alle due parti che cooperassero pienamente con il Segretario Generale. Il Piano di Pace prevedeva un presupposto di 200 milioni di dollari per un'operazione senza precedenti; l'alt al fuoco e il referendum dovevano essere supervisionati dalla MINURSOIl Piano di Pace consta di cinque stadi: 1. da giugno al 6 settembre 1991: il Governo del Marocco e il Fronte Polisario accordano un alt al fuoco che sarà effettivo a partire dal 6 settembre 1991. Personalità ufficiali della Commissione d'Identificazione della MINURSO arriveranno nel Sahara Occidentale ed aggiorneranno il censimento realizzato nel 1974 dalla Spagna. Questo censimento di 74.000 persone è la base della lista dei votanti per il referendum; 2. la MINURSO supervisionerà la ritirata della metà delle forze dell'esercito marocchino che attualmente occupano il Sahara Occidentale. Le unità armate del Fronte Polisario resteranno confinate in località prefisse dall'ONU. Verrà effettuato uno scambio di prigionieri di guerra, sotto gli auspici del Comitato Internazionale della Croce Rossa. La Commissione d'Identificazione verificherà e pubblicherà la lista definitiva dei votanti; 3. sotto la supervisione della MINURSO, i 165.000 rifugiati che sono fuggiti dall'invasione marocchina del Sahara Occidentale, nel 1975, saranno trasporati dai loro accampamenti del deserto, vicini a Tindouf, fino a località sicure dentro al territorio del Sahara Occidentale. Osservatori internazionali saranno inviati alla zona per controllare la campagna elettorale e le votazioni; 4. si programmano 3 settimane di campagna elettorale regolamentari; 5. il referendum si farà durante un periodo di più di un giorno. I saharawi registrati saranno chiamati a votare sotto la supervisione della MINURSO. Decideranno per la loro indipendenza legale o per la piena integrazione nel Regno del Marocco. |
Tanto il Marocco come il Fronte Polisario diedero il loro consenso per realizzare
la celebrazione della consulta elettorale nelle condizioni previste dal Piano
di Pace e acconsentirono a stabilire la data del 6 settembre 1991 come giorno
definitivo dell'alt al fuoco.
Si apriva, così, un nuovo periodo nel lungo conflitto del Sahara. I saharawi
avevano ottenuto sul piano militare la stabilizzazione delle forze marocchine
lungo i muri difensivi, e sul piano diplomatico ottennero il riconoscimento
internazionale pieno del loro diritto all'autodeterminazione ed indipendenza.
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III. LA BATTAGLIA DIPLOMATICO-INTERNAZIONALE
1. PRIMA FASE: DOMINIO SAHARAWI.
Il punto 3 degli Accordi Tripartiti di Madrid diceva esplicitamente che "sarà rispettata l'opinione della popolazione saharawi, espressa attraverso la Yemaa". Proprio per evitare che questo organo fosse utilizzato con male intenzioni, la Yemaa si riunì nella località saharawi di Guelta Zemmur ed elaborò un comunicato, la Proclamazione di Guelta. Diceva che
"la Yemaa non è stata eletta democraticamente dal popolo saharawi, pertanto non può decidere l'autodeterminazione di questo popolo[ ] affinché non venga fatto nessun uso da parte del colonialismo spagnolo di questa istituzione[ ]l'Assemblea decide la sua dissoluzione definitiva[ ] e che l'autorità unica e legittima del popolo saharawi è il Fronte Polisario".
La Proclamazione di Guelta venne consegnata al Segretario Generale dell'ONU
nel dicembre 1975, e successivamente all'OUA, alla Lega Araba ed alla Conferenza
Islamica, assieme ad un messaggio del Consiglio Nazionale Saharawi che denunciava
l'invasione brutale e il genocidio di cui era vittima il popolo saharawi.
Come era prevedibile, le autorità marocchine e mauritane sollecitarono
una riunione della Yemàa nel febbraio 1976, invitando ad assistere
osservatori dell'ONU, dell'OUA, della Lega Araba e della Conferenza Islamica,
con lo scopo di procedere ad una sorta di autodeterminazione. Le organizzazioni
citate non parteciparono, ed anche la Spagna si negò all'atto. L'autodissoluzione
fu un'intelligente misura preventiva per evitare la legittimazione dell'occupazione
marocchina tramite la Yemàa.
Nella prima fase i saharawi ottennero grandi trionfi sul piano diplomatico-intrenazionale.
In primo luogo, riuscirono a proclamare formalmente la loro indipendenza e creare
uno Stato. In secondo luogo, la RASD conseguì il riconoscimento della
sua esistenza da parte di altri Stati. In terzo luogo, la RASD fu ammessa come
membro a pieno diritto all'OUA. In quarto luogo, la questione saharawi conquistò
sempre più sostegni all'interno dell'ONU, che sancì importantissimi
principi in merito:
1. la questione del Sahara è un problema di decolonizzazione;
2. riconobbe la legittimità della lotta saharawi per l'esercizio del
suo diritto alla libera determinazione ed indipendenza;
3. deplorò l'occupazione marocchina del Sahara;
4. riconobbe il Fronte Polisario come rappresentante del popolo del Sahara Occidentale;
5. chiese al Polisario e al Marocco di stabilire negoziazioni dirette per arrivare
ad un accordo definitivo.
Il Marocco bloccò tutti i tentativi dell'ONU, sebbene più tardi,
a fine anni '80, vennero mantenute alcune riunioni private tra delegazioni marocchine
e del Polisario.
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2. SECONDA FASE: CONTRATTACCO MAROCCHINO
Il 13 agosto 1984 Hassan II sorprende il mondo con la firma del trattato dell'Unione
Araba Africana a Uxdà, più conosciuto come Trattato di Unione
libico-marocchina, che non ottenne il favore degli Stati Uniti. Nel campo diplomatico,
questo trattato permise ad Hassan di raggiungere due obiettivi: privò
il Polisario di uno dei suoi due fondamentali alleati (l'altro era l'Algeria),
isolandolo politicamente nella regione nordafricana, e tolse una fortissima
fonte di finanziamenti ai saharawi.
Una volta che Hassan II ebbe raggiunto i suoi obiettivi, Gheddafi diventò
un alleato pesante; era necessario trovare una scusa per rompere il patto, e
questa si presentò nell'aprile 1986. In quel mese si produsse un attacco
aereo nordamericano contro la Libia. Hassan avrebbe dovuto prestare il suo aiuto
armato all'alleato, ma si rifiutò, dichiarando di essere contrario all'uso
della forza per risolvere i problemi. Affermazione piuttosto curiosa, vista
il genocidio che stava conducendo contro la popolazione saharawi.
Poco dopo, cominciò anche a stabilire un dialogo con Simòn Peres,
Primo Ministro israeliano. La Libia, considerò questa manovra come un
tradimento, ed Hassan II approfittò per rompere unilateralmente il trattato
che univa i due paesi. L'avvicinamento ad Israele era inevitabile per Hassan,
visto che la Spagna aveva già stabilito relazioni diplomatiche con Israele,
e lui non poteva permettere che il governo spagnolo sfruttasse questo vantaggio
diplomatico.
Il Marocco intraprese anche l'offensiva diplomatica contro i saharawi. Dalla
posizione di firza che gli conferiva il dominio assicurato dai muri, il Marocco
venne a patti sul Piano di Pace con il Polisario e con il Segretario Generale
dell'ONU, Pèrez de Cuèllar.
Nel 1988 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU autorizzò il Segretario Generale
a nominare un rappresentante speciale per il Sahara Occidentale (Manz), con
il compito di elaborare un rapporto sulla possibilità di portare a termine
il referendum di autodeterminazione. Questo rapporto fu approvato nella risoluzione
658 del 1990 e diede alcune rivincite al Marocco, come il mantenimento delle
truppe marocchine nel territorio e la permanenza dell'amministrazione marocchina.
Il rapporto, assieme ad una relazione addizionale, costituirà il Piano
di Pace, che passerà al voto del Consiglio di Sicurezza il 1 aprile 1991,
approvandolo come la risoluzione 690.
Nell'estate successiva all'approvazione del Piano di Pace (risoluzione 690/91),
Hassan II cominciò a mettere degli ostacoli ed ordinò un'ampia
operazione militare contro i territori liberati. Il Polisario non pose resistenza
a questi attacchi per non offrire un pretesto al Marocco per alterare il calendario
del Piano di Pace. Il 6 settembre 1991, come previsto nel Piano, entrò
in vigore l'alt al fuoco.
L'operazione di trasformismo diplomatico intrapresa dal Marocco ora gli risultava
molto più redditizia, che il semplice confronto. In primo luogo, l'alt
al fuoco ha fermato i combattimenti da entrambe le parti (nonostante le violazioni
da parte dello stesso governo marocchino), frenando il grave collasso economico
e psicologico che supponeva la guerra, e, soprattutto, provocando l'esasperazione
nel popolo saharawi, che si rende conto che la pace non giunge a compimento
e nemmeno si fa più la guerra. In secondo luogo, il Piano di Pace ha
deciso la riduzione dell'esercito marocchino nel territorio a "solo"
65.000 soldati, cifra scandalosa se si pensa che la cifra delle truppe spagnole
era stata di 30.000 soldati e che la popolazione censita nel 1974 era di 74.000
abitanti. Oltre ad una ingente presenza militare nel territorio, sotto la cui
attenzione si dovrebbe svolgere il referendum, bisogna tener conto della repressione
delle forze di polizia.
Il Marocco, inoltre, continuava sistematicamente a ritardare il referendum,
attaccando il censimento fatto dal governo spagnolo nel 1974, che dovrebbe servire
da riferimento per le liste dei votanti nel referendum. Hassan II considerava
il censimento incompleto ed annunciò la sua pretesa di includere nella
lista nuovi saharawi. Per procedere in questo intento, venne effettuata una
seconda Marcia Verde, questa volta occultata, che fece arrivare nel territorio
del Sahara Occidentale ben 170.000 presunti saharawi, cifra che si andava ad
aggiungere ai già 150.000 marocchini che si era stabiliti precedentemente
nel Sahara.
Il Marocco provò, così, a ritardare il processi di identificazione
e, di conseguenza, bloccare il Piano di Pace. Le sue intenzioni, purtroppo,
trovarono l'appoggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Pèrez
de Cuèllar, al chiaro servizio del Marocco, che manipolò a favore
di questo il Piano di Pace; prima di lasciare il suo incarico, infatti, modificò
sostanzialmente i criteri e procedimenti per la selezione dei votanti, per soddisfare
le pretese marocchine di ampliare il censimento. In realtà, le innovazioni
di Cuèllar non ebbero l'unanimità del Consiglio di Sicurezza,
dato che diverse nazioni si opposero alla modificazione del piano di Pace, mentre
altre, come la Francia, proposero un progetto di risoluzione inclinato verso
l'approvazione del nuovo lavoro di Cuèllar. Alla fine, venne emessa una
risoluzione che manteneva una postura ambigua: non approvava espressamente il
rapporto con le modifiche di Cuèllar, ma si limitava a dargli il "benvenuto";
pertanto, giuridicamente il rapporto di Cuèllar non modifica il Piano
di Pace, ma apre la possibilità di modificarlo attraverso vie poco chiare.
Su questa strada, sfortunatamente, si incamminò il nuovo Segretario Generale
dell'ONU, Butros Gali, provocando la posticipazione, sine die, della
data del referendum.
Per quanto concerne ai criteri per poter partecipare al referendum, inizialmente
il Piano di Pace ne prevedeva solo uno: essere saharawi, intendendo per questo,
non gli appartenenti all'etnia saharawi, bensì gli appartenenti al popolo
del Sahara Occidentale, che erano scritti nel censimento spagnola del 1974 e
che in quel momento avevano almeno 18 anni. A questo criterio vennero aggiunti
altri quattro, frutto del lavoro di Cuèllar:
1. aver risieduto nel territorio come membro di una tribù saharawi nel
momento del censimento del 1974, ma non esser stato censito;
2. essere un famigliare diretto (madre, padre, figlio) di una persona considerata
saharawi secondo i punti 1 e 2;
3. avere padre saharawi nato nel territorio;
4. essere membro di una tribù saharawi appartenente al territorio ed
aver risieduto nello stesso prima del 1 dicembre 1974 (data censimento) per
un periodo di 6 anni consecutivi o 12 discontinui.
I punti 4 e 5 suscitarono delle obiezioni da parte del Polisario. In più
sorsero discrepanze in merito alla prova della testimonianza orale, prevista
del rapporto per certificare lo status di saharawi. Il Polisario esigeva che
questa non fosse usata per l'identificazione dei votanti che facevano riferimento
al punto 5, che non potesse supplire la prova scritta, e che potesse essere
fatta solo da parte dei sceicchi della sottofrazione dell'interessato, figuranti
nella lista degli sceicchi redatta precedentemente dalle autorità spagnole.
In seguito il Polisario, comunque, si dichiarò disposto ad accettare
i criteri del rapporto di Cuèllar, sperando di portar a compimento il
Piano di Pace, ma con una sola condizione: l'uso esclusivo di documentazione
spagnola come mezzo di prova da esibire per partecipare al censimento. Il Consiglio
di Sicurezza, però, da questo momento adotta una posizione tiepida riguardo
le divergenze tra Marocco e Fronte Polisario ed invita ad iniziare il processo
di identificazione partendo dalle liste aggiornate del censimento del 1974.
Il Segretario Generale, Butros Gali, agendo secondo il suo orientamento pro-marocchino,
fece arrivare nel 1993 al Polisario una "Proposta di compromesso del
Segretario Generale", che raccoglie tutte le pretese marocchine, dal
valore della testimonianza orale a quello della filiazione tribale. Il Polisario
si è trovato costretto a cedere su quasi tutti i punti del rapporto Cuèllar,
ma nega due criteri della Proposta di compromesso: 1- si considera che una sottofrazione
tribale è impiantata nel territorio solo se la maggioranza dei suoi membri
appartiene al censimento del 1974, quindi non è sufficiente la presenza
di un solo membro per accettare tutta la sottofrazione; 2- solo gli sceicchi
eletti nel territorio nel 1973 o i loro primogeniti possono depositare la prova
orale.
Un'altra linea dell'offensiva diplomatica marocchina è stata quella di
attirare a sé importanti esponenti del Polisario per la causa marocchina,
offrendogli alte cariche pubbliche o, peggio, ricattandoli sopra il futuro dei
loro familiari. Il Marocco vuole dare l'immagine che il regime saharawi è
monolitico e dittatoriale; per questo la RASD ha sostituito la sua Costituzione
con una nuova, nella quale si sottolinea il suo carattere democratico, si eliminano
i riferimenti al socialismo e si garantiscono i diritti fondamentali. Inoltre,
pretende tramutare il conflitto internazionale Marocco-Sahara, in un conflitto
interno, di modo che Hassan II sia l'unico arbitro nel contenzioso.
Sebbene il Marocco si sia ritirato dall'OUA nel 1984, a conseguenza della definitiva
ammissione della RASD, continua ad avere importanti agganci che tutelano i suoi
interessi nel seno dell'Organizzazione, come Zaire e Senegal.
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IV. LE TESI A FAVORE DELL'AZIONE MAROCCHINA
Risulta necessario, a questo punto, dare anche una breve occhiata alle argomentazioni
di coloro che hanno sostenuto, e sostengono tuttora, l'azione marocchina nel
Sahara Occidentale. Per completezza analizzeremo, quindi, le idee che giustificano,
per parte del Marocco, la guerra del Sahara.
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1. GIUSTIFICAZIONE DELL'AZIONE MAROCCHINA
1.1 FONDAMENTI STORICI DELLA MAROCCHINITA' DEL SAHARA
Riportiamo di seguito un documento relativo ai fondamenti storici e giuridici che sono alla base della presunta marocchinità del Sahara.
FONDAMENTI STORICI.
a) a livello interno.
I fondatori delle dinastie in Marocco provenivano spesso direttamente da una
delle tribù del Sahara Occidentale, come nel caso degli Almoravidi e
della dinastia Alawita.
Il potere centrale è esercitato dal sultano, che allo stesso tempo è
capo religioso della comunità dei credenti, di cui ne assicura la difesa
ed il governo temporale. L'accettazione della persona del sultano si effettua
attraverso la bah'ia, o giuramento di fedeltà che obbliga coloro che
l'effattuano ad obbedire al Sultano. Di conseguenza il giuramento di fedeltà
è sinonimo di sovranità. Per quanto riguarda la tribù del
Sahara, esse hanno giurato fedeltà ad alcuni sultani della dinastia alawita,
pertanto esistono dei legami giuridici, riconosciuti dalle Corti Islamiche,
tra il Sahara ed il Marocco, o più specificatamente dei legami di sovranità.
L'esercizio di questa sovranità appare a più livelli nel Sahara,
dalla nomina dei responsabili locali (governatori, giudici, capi militari) alla
definizione della missione che viene loro affidata.
Esempio concreto della sovranità marocchina esercitata sul Sahara, prima
dell'occupazione spagnola, sono le spedizioni portate avanti da Hassan I tra
il 1882 e il 1886, che misero fine alle mire straniere su quel territorio ed
installarono ufficialmente i qaid (governatori) e i qadi (giudici).
b) a livello internazionale.
l'analisi di alcune convenzioni diplomatiche prova che le potenze straniere
hanno fatto ricorso sempre al sultano per proteggere le attività dei
loro cittadini nel Sahara Occidentale. Si tratta di trattati conclusi con la
Spagna nel 1861, con gli Stati Uniti d'America nel 1786 e 1836, e con la Gran
Bretagna nel 1856. Altri strumenti riconoscono esplicitamente la sovranità
del Marocco sul Sahara; in particolare il trattato anglo-marocchino del 1895,
di cui l'articolo 1 recitava: "nessuna potenza potrà avanzare
delle pretese sui territori che si estendono dal Draa a Capo Bojador, perché
questi territori appartengono al Marocco".
La Corte Internazionale di Giustizia ha avuto conoscenza di questi documenti
ed ha ritenuto che durante la colonizzazione spagnola ci siano stati legami
giuridici di fedeltà tra il sultano del Marocco ed alcune tribù
abitanti nei territori del Sahara Occidentale.
FONDAMENTI GIURIDICI
La legittimità giuridica di annettere il territorio del Sahara Occidentale,
il Marocco l'ha ricavata dalla sentenza del Tribunale di Giustizia dell'Aia.
Rispondendo negativamente alla domanda se il territorio del Sahara era terra
nullius prima della colonizzazione spagnola, il Tribunale ha riconosciuto l'esistenza
di eredi nel momento dell'abbandono della Spagna e che, quindi, non c'era alcuna
vacanza di poteri. La Corte ha poi confermato che esistevano legami giuridici
di sudditanza tra il Sahara e il Marocco. Secondo l'interpretazione marocchina,
quindi, il Sahara Occidentale faceva parte del territorio sul quale si esercitava
la sovranità dei sultani del Marocco e le popolazioni di quelle zone
si consideravano e venivano considerate come marocchine.
Il Marocco, inoltre, considera che gli Accordi Tripartiti di Madrid del 1975
sono in totale conformità con le norme del Diritto Internazionale e con
la Carta della Nazioni Unite.
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1.2 IL CONTRIBUTO DI EDOUARD MOHA. "SAHARA: RISTABILIRE I FATTI NELLA LORO ESATTEZZA E RICORDARE GLI ELEMENTI DI VALUTAZIONE CHE SONO STATI OCCULTATI"(7)
La manipolazione algerina.
Agli inizi degli anni 70, il regime algerino di Houari Boumedienne ha intrattenuto
dei legami sempre più stretti con l'Unione Sovietica e con l'insieme
dei paesi comunisti. Nel 1971 il partito unico algerino, il FLN, diventa, con
un accordo, un "partito fratello" del partito comunista dell'Unione
Sovietica.
In quell'occasione i due paesi definiscono una strategia comune relativa all'Africa
e al Maghreb e mirante in particolare a destabilizzare il Marocco.
Nel 1973 Algeri stipula con Madrid un accordo segreto sul Sahara occidentale.
Questo accordo prevede di organizzare un referendum per l'autonomia del territorio
e la creazione di un'entità politica distinta dal Marocco. Di fatto,
per i dirigenti spagnoli ed algerini, si tratta soprattutto di evitare la riunificazione
del Sahara al Marocco e di accordarsi per esercitare una sorta di doppio protettorato.
Questo accordo è stato denunciato dal Morehob (Mouvement de Rèsistance
des Hommes Blens) che è in quel momento l'unica organizzazione saharawi
favorevole alla partenza degli occupanti spagnoli e alla riunificazione della
provincia al Marocco. E' in questo contesto che il regime algerino sostiene
l'apparire di un nuovo movimento, ad esso totalmente sottomesso, il Polisario.
Il Polisario usufruisce immediatamente un appoggio massiccio dell'Algeria, sul
piano finanziario, diplomatico e materiale. Concepito come una macchina da guerra
contro il Marocco, questo gruppo trova anche sostegno presso tutti coloro che
militano, nel mondo, per l'ideologia rivoluzionaria e marxista.
Pertanto, alcuni media occidentali gli daranno ampia pubblicità
e gli permetteranno di fare il suo ingresso sulla scena internazionale quando
invece non rappresenta in nessun modo gli abitanti del Sahara.
Moha continua ad usare la carta dell'anticomunismo che il Marocco ha più
volte esibito davanti gli Stati Uniti, per ottenere il loro appoggio nella causa
dell'annessione del Sahara. Ricordiamo che Edouard Moha è stato il fondatore
del Morehob, movimento nato a Rabat come creazione dei servizi informativi marocchini.
Il parere della Corte internazionale.
Il Marocco porta la questione del Sahara Occidentale davanti alla Corte internazionale
di giustizia. La domanda essenziale è se il Sahara Occidentale al momento
della colonizzazione spagnola era un territorio terrae nullius e, nel
caso in cui la risposta sia negativa, quali erano i legami giuridici di questo
territorio col regno marocchino.
Nell'ottobre 1975 arriva la risposta della Corte Internazionale di Giustizia.
Alla prima domanda risponde che non era terrae nullius all'epoca della
colonizzazione. Sulla seconda domanda, ammette che esistevano dei legami giuridici
di fedeltà tra le tribù locali e il sultano del Marocco. Questo
parere era dunque soddisfacente per il Marocco, perché esso riconosceva
la sovranità tradizionalmente esercitata sul territorio dalla Monarchia
marocchina, sotto forma di giuramento di fedeltà.
Da allora, il Marocco era legittimato a recuperare questa provincia. Il 16 ottobre
1975, il Re Hassan II prende atto del parere della Corte e annuncia l'organizzazione
di una Marcia Verde destinata a recuperare la provincia sahariana.
La Corte internazionale di giustizia non negato che esistessero dei legami giuridici tra alcune popolazioni nomadi saharawi ed il sultanato marocchino, ma ha sempre chiarito che questi non possono in nessun modo significare che il Marocco ha esercitato sovranità territoriale sulla zona.
La Marcia Verde: reazione spontanea di una popolazione.
La Marcia Verde, avvenuta il 6 novembre 1975, deve essere analizzata come la
reazione spontanea di un popolo che difende il suo diritto. E' un processo nuovo
di decolonizzazione: la riconquista pacifica e una sorta di referendum militare
ove tutto il popolo marocchino si è trovato coinvolto, compresi i Saharawi.
La Spagna decide quindi di ritirarsi dal territorio e apre dei negoziati col
Marocco che vi coinvolge la Mauritania.
Il 14 novembre un accordo tripartito è firmato a Madrid tra la Spagna,
il Marocco e la Mauritania. Esso prevede di trasferire al Marocco le province
sahariane. L'Assemblea generale delle Nazioni Unite prende atto di questo accordo.
La questione sarebbe potuto essere risolta senza problemi. La popolazione aveva
per altro ratificato la riunificazione con l'aiuto della sua assemblea rappresentativa,
ma l'Algeria ostacolò questo processo.
Avvedendosi che il Polisario era incapace di opporsi alla riunificazione al
Marocco, il regime algerino ordina al suo esercito di entrare sul territorio
e di occupare le posizioni abbandonate dagli spagnoli. L'esercito marocchino
si trova di fronte alle truppe algerine che dopo alcuni combattimenti vengono
respinte. Nella loro ritirata, però, trascinano con la forza anche migliaia
di saharawi che sono trasferito sino in Algeria, nella regione di Tindouf.
Grazie a qualche migliaia di persone che sono state portate via dal Sahara ed
installate a Tindouf, crea la finzione di un popolo al quale darà un
rappresentante, nella persona di una presunta "Repubblica Saharawi"
(RASD) fondata ad Algeri il 28 febbraio 1976.
Non si può negare il consistente aiuto che l'Algeria ha dato alla RASD, ma non è certo una sua creazione. Totalmente falso è, poi, il fatto che i profughi che vivono a Tindouf siano stati rapiti dal Polisario; si tratta di un popolo che è dovuto fuggire dalla durissima repressione di Hassan II, lasciando la propria terra nelle mani marocchine, e che ha trovato come unico rifugio il deserto dell'Hammada. Discutibile risulta, inoltre, la dichiarazione che la popolazione abbia scelto di riunificarsi con il Marocco tramite la sua Assemblea; ricordiamo che l'Assemblea del popolo saharawi era la Yemàa, creata dalla Spagna, ma questa, per evitare di essere manipolata dal nuovo occupante marocchino, si dissolse subito dopo gli Accordi di Madrid. Pertanto la Yemàa che il Marocco dice di aver consultato fu solo una sua creazione, cercando di legittimare, un'altra volta con l'inganno, la sua presenza in territorio saharawi.
La realtà.
Il Marocco resiste all'aggressione militare che subito si esaurisce. A partire
dagli inizi degli anni '80, un muro di protezione ed una strategia di contro-guerriglia
permette di mantenere il territorio a riparo dalle minacce. Parallelamente la
nuova provincia, che era stata lasciata senza fondi dagli spagnoli, è
valorizzata: vengono costruite strade, restaurate città, edificate scuole,
ospedali ed alloggi, installate linee elettriche e telefoniche e dei circuiti
di distribuzione di acqua potabile. La popolazione è totalmente integrata
nella vita pubblica marocchina, essa elegge i deputati ed è rappresentata
in tutti i settori politici o amministrativi.
Più volte il governo marocchino e l'associazione rappresentativa dei
Saharawi del Marocco, l'AOSARIO, hanno lanciato un grido di allarme per sensibilizzare
la comunità internazionale sulla sorte degli ostaggi di Tindouf. Ma le
pressioni algerine li hanno resi vani.
Da qualche anno la comunità internazionale comincia a scoprire la verità.
Il conflitto nel Sahara è stato un'invenzione del regime algerino contro
il Marocco.
Esso mirava ad un doppio obiettivo:
1- assicurare l'egemonia algerina nel Maghreb e permettere al sistema del FLN
di appagare la sua volontà di potenza;
2- costituire un fattore di destabilizzazione del Marocco nel contesto dello
scontro est-ovest.
Bisogna aggiungere che alcuni ambienti algerini hanno ottenuto importantissimi
vantaggi in seguito ad un traffico sugli aiuti umanitari e sulle consegne di
armi e che hanno reso questo conflitto del Sahara un affare proficuo.
Gli obiettivi che vengono attribuiti all'Algeria coincidono perfettamente con quelli che il Marocco si è prefisso da lungo tempo.
In conclusione, bisogna rendere giustizia al Marocco.
Il Marocco non vuole saldare nessun conto, chiede semplicemente che il suo diritto
sia riconosciuto e che gli si renda giustizia nell'interesse della pace e della
stabilità del Maghreb ma anche nell'interesse della sua popolazione saharawi
che non deve più essere la posta di calcoli e di intrighi e deve poter
vivere tranquillamente in un paese riunificato, interamente volto al progresso
e allo sviluppo.
Edouard Moha
Inizio Pagina
1.3 IL CONTRIBUTO DI MOHAMED FENNANE. "AUTODETERMINAZIONE E INTEGRITA' TERRITORIALE: IL MAROCCO HA ATTUATO I DUE PRINCIPI"(8)
Con diverse risoluzioni, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si oppone
ad ogni atto mirante a distruggere parzialmente o totalmente l'unità
politica e territoriale di uno Stato. Anche l'Organizzazione per l'Unità
Africana conferisce al principio dell'integrità territoriale l'importanza
che merita. Forte dei suoi diritti storici legittimi, il Marocco ha attuato
il principio, tenendo nel debito conto anche il diritto all'esercizio dell'autodeterminazione.
Le popolazioni del Sahara erano state consultate più volte dopo l'accordo
di Madrid che trasferiva al Marocco l'esercizio della sovranità sul Sahara.
Il governo marocchino afferma che fu innanzitutto la Yemàa, unica
Assemblea saharawi, a completare la decolonizzazione dichiarando che il Sahara
faceva parte integrante del Regno. In seguito, delle elezioni libere segnarono
l'occasione per i saharawi di manifestare la loro volontà di rimanere
legati al Marocco. Infine e soprattutto, ha aggiunto Hassan II "tutte le
province del Sahara recuperate prestarono più volte un giuramento di
fedeltà".
L'accademico Maurice Droun, durante un suo intervento nell'ambito dei dibattiti
della sessione del 1994 dell'Accademia del Regno del Marocco, ha specificato
che
"le rivendicazioni di autodeterminazione possono essere raggruppate
in tre grandi categorie:
1. quando una collettività umana antica vuole liberarsi di una dipendenza
che le è stata imposta;
2. quando una collettività vuole separarsi da un insieme che volente
o nolente le è stato imposto;
3. quando un uomo o un partito, ovvero un paese straniero, mosso da un'ambizione
o da un'ideologia, tenta, facendo ricorso ad argomenti geografici, etnici o
culturali, reali o inventati, di provocare la costituzione di una comunità
nuova e di portarla a rivendicare l'indipendenza."
Ha sottolineato che le rivendicazioni avanzate dal Polisario si riferiscono
unicamente al punto 3. Il Sahara marocchino è uno Stato antico? No. Presentava
le caratteristiche di una Nazione? No. Costituiva un'entità giuridica
usufruendo della riconoscenza internazionale? No. La sua popolazione possiede
caratteri etnici, religiosi, culturali perfettamente distinti dalle popolazioni
circostanti? No.
E' necessario che il diritto vinca, il Marocco è a casa sua, non teme
il referendum. Il recupero delle sue province del Sud si è effettuato
in base alla legalità.
Mohamed Fennane
Giornalista
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2. LE ACCUSE CONTRO IL FRONTE POLISARIO
Il governo marocchino ed i sostenitori della causa di Hassan II non si sono
limitati, nel corso di questi anni, a rivendicare il Sahara Occidentale esibendo
motivazioni piuttosto discutibili che giustificassero la loro azione, ma hanno
portato avanti anche una campagna di denigrazione del Fronte Polisario. Gli
attacchi condotti per la via dei mezzi di informazione si sono concentrati soprattutto
dopo il 1991, visto che l'alt al fuoco decretò la fine della guerriglia
armata, ma anche l'inizio di una guerra forse ancora più sporca, quella
fatta di accuse ed insinuazioni nel seno delle organizzazioni che si occupano
del problema del Sahara, sperando, in tal modo, di togliere qualsiasi appoggio
e mezzo di sostentamento al popolo saharawi.
Le accuse sono state rivolte su più campi.
Uno di questi, è stato quello di pubblicare rapporti che denunciassero
le condizioni di detenzione dei prigionieri di guerra marocchini nelle galere
di Tindouf. Il Marocco, accusato da sempre di detenere segretamente civili e
militari saharawi e di torturali fino alla morte, non potendo smentire queste
tesi, è passato al contrattacco accusando, a sua volta, il Polisario.
Ha dichiarato che diverse missioni internazionali di inchiesta, soprattutto
francesi (non dimentichiamo che la Francia continua a difendere il governo marocchino,
visti i cospicui interessi economici riposti in questa nazione), hanno indagato
sulle condizioni di detenzione dei prigionieri di guerra marocchini nelle carceri
del Polisario, ed hanno constatato la terribile situazione in cui sono costretti
a vivere. Sono sottoposti a lavoro forzati per la costruzione di edifici, strade,
etc, utili al Polisario, vengono torturati, le condizioni igieniche sono pessime,
viene vietato loro pregare, ed in alcuni casi vengono praticate esecuzioni.
A queste esecuzioni parteciperebbero anche militari algerini, e di conseguenza
l'Algeria viene condannata assieme al Polisario per le gravi infrazioni commesse
per quanto riguarda il campo dei diritti umani.
Un'altra accusa riguarda il dirottamento, da parte dei dirigenti del Polisario,
dell'aiuto alimentare internazionale destinato alle popolazioni sequestrate
nei campi di Tindouf. Infatti, alcuni, come l'ex ministro degli Interni del
governo del Marocco Hamid Charbar, sostengono che il Polisario viola sistematicamente
i diritti umani e che è un movimento fantoccio, che è dovuto ricorrere
al sequestro della popolazione saharawi, rinchiusa nei campi profughi di Tindouf,
per darsi l'aspetto di un movimento vero e proprio ed ingannare, in questo modo,
le organizzazioni internazionali.
Testimonianza, in questo senso, ci viene anche da Omar Hadrami, membro fondatore
del Polisario, che dichiarò quanto segue a Strasburgo:
3. LA RISPOSTA DEL FRONTE POLISARIO
A questo punto è necessario far notare due aspetti: il primo sono le
condizioni reali in cui i prigionieri di guerra marocchini vivono nel territorio
del Polisario; il secondo sono le dichiarazioni rilasciate dai saharawi che
sono stati detenuti nelle carceri marocchine.
Innanzitutto, i prigionieri marocchini godono di un regime di semilibertà,
non essendo circondati da nessun filo spinato o da torrette di sorveglianza.
Vivono in piccole case costruite bene, ciascuno coltiva il proprio orticello
e passa la sua giornata a discutere con i compagni o a guardare la televisione.
La Croce Rossa Internazionale li visita regolarmente e non è mai stato
redatto un rapporto sfavorevole sulle loro condizioni. Sono anche liberi di
ritornare a casa loro. Il sultanato continua a dichiarare che il Fronte Polisario
non ha mai catturato soldati marocchini, quindi sembra che questi uomini non
esistano.
In secondo luogo, le dichiarazioni, false, per parte marocchina sulle condizioni
atroci dei loro compatrioti detenuti nelle carceri del Polisario, sembrano rispecchiare
esattamente quelle a cui, invece realmente, i saharawi sono sottoposti nelle
prigioni segrete del governo di Rabat. Come esempio vengono riportate le parole
tratte da due interviste fatte a Moulag el Kanti, detenuto per 5 anni, ed a
Daoud El Khadir, detenuto per 15 anni(10).
M.E.K.: " [
]Non pensavo che i marocchini mi lasciassero
in vita. Ma quello che ho vissuto dopo è stato peggio della morte. I
primi otto giorni c'è stata l'inchiesta, cioè la tortura[
]Puoi
resistere per qualche giorno. Ma quando rimani per nove mesi in un angolo, i
pugni legati e gli occhi bendati, sei cosciente che si cerca di infliggerti
la morte più terribile, la morte lenta[
] D'altronde tutti ci credevano
morti. Non c'era nessuna speranza di rivedere i saharawi scomparsi. C'è
stata solo una liberazione di detenuti, quella di cui ho fatto parte, nel 1991.
Alcuni dei liberati erano spariti dalla faccia della terra da sedici anni[
]
Molta gente non ha mai creduto ai "giardini segreti" che Hassan II
ha costruito per i saharawi[
] Abbiamo censito circa 800 scomparsi e solo
300 liberazioni, questo significa che circa mezzo migliaio di persone è
ancora imprigionato in Marocco[
] Dalla nostra liberazione abbiamo la prova
che esistono dei centri di detenzione segreti nel Sahara Occidentale ed in Marocco[
]"
D.E.K.: "[...] Sono stato trasferito con altri cinque saharawi al tristemente
celebre centro di interrogatori Derb Moulay Cherif a Casablanca. Questo centro,
specializzato nelle torture, è un passaggio obbligato per ogni detenuto
per reati d'opinione in Marocco[
] Dopo 4 mesi sono stato trasferito in
un altro centro segreto di detenzione[
] Prima della data fissata per la
liberazione abbiamo ricevuto cure per migliorare il nostro stato fisico, per
essere presentabili[
] In Marocco nessuno è al riparo dagli eccessi
del Makhzen, il potere centrale."
Per evitare di risultare morbosi, sono stati omessi i particolari macabri sulle
detenzioni, ma credo che queste testimonianze siano più che sufficienti
per capire gli orrori che accadono tuttora nelle carceri marocchine.
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V. LA SOCIETA' SPAGNOLA NELLA PROBLEMATICA SAHARAWI DOPO
L'ABBANDONO DEL SAHARA OCCIDENTALE
Prima di iniziare ad osservare le conseguenze del problema saharawi nella società spagnola, analizziamo il processo di decolonizzazione dei possedimenti spagnoli, così come lo ha spiegato Calchi Novati(11).
1. LA NAZIONE SENZA L'AFRICA: LA DIFFICLIE DECOLONIZZAZIONE
DEI POSSEDIMENTI SPAGNOLI.
I rapporti fra i territori e i popoli oggetto della conquista, occupazione
e amministrazione di tipo coloniale e l'ex-potenza coloniale non si sono neppure
esauriti con la decolonizzazione. Nell'immaginario della Spagna è rimasto
un complesso di colpa che l'esito della decolonizzazione mancata del Sahara
Occidentale non ha fatto che esasperare. Forse qualcuno sperò di poter
scaricare tutte le responsabilità sul regime morente, ma non basta accusare
Franco, perché tutta la società spagnola fu in qualche modo complice
di una politica incerta, contraddittoria, subordinata sempre a calcolo di mera
opportunità, ed alla fine vile e remissiva.
Il colonialismo della Spagna e specificatamente la decolonizzazione dei possedimenti
spagnoli sono poco studiati dalla letteratura. La Spagna fu precisamente una
delle vittime della distribuzione del potere e delle risorse, che, in termini
generali, penalizzò i paesi latini - la Spagna e il Portogallo erano
in piena decadenza - a tutto vantaggio dei paesi anglosassoni, della Francia
e della Germania.
Un colonialismo per rivalsa
Nella storia e nella storiografia della Spagna l'Ottocento è un secolo
di crisi. L'impero si dissolve e negli ultimi anni del secolo c'è la
sconfitta finale con la dolorosissima deprivazione dei "fiori della Corona":
Cuba, Porto Rico, Filippine. La spinta espansionistica verso l'Africa deriva
dalla volontà di compensare la perdita di Cuba.
La catastrofe del 1898 tolse alla Spagna i suoi ultimi possedimenti oltremare,
mise in pericolo la stessa struttura territoriale dello Stato spagnolo e innescò
un processo di autocritica. Alla Spagna rimanevano solo alcune posizioni insulari
lungo il continente africano più un piede sulla costa fra l'Atlantico
e l'Atlante.
L'Africa occidentale non vide una presenza continuativa della Spagna, che inviò
solo occasionalmente viaggiatori, missionari o agenti commerciali. Sono troppe
le guerre coloniali perse dalla Spagna perché l'ideologia ufficiale possa
farsi troppe illusioni sull'espansionismo coloniale. L'occupazione effettiva
del Sahara Occidentale iniziò negli anni della prima guerra mondiale
e si completò soltanto nel 1934, l'anno anche dell'occupazione dell'Ifni.
Più in generale "i territori ottenuti dalla Spagna dai trattati
internazionali non furono occupati per intero che nel decennio del 1940.
Nell'Africa a sud del Sahara, la Spagna arriva tardi. Non disponeva di capitali
da investire in Africa e non aveva una base industriale con cui impostare e
sostenere una politica di valorizzazione su vasta scala.
Inoltre, la Spagna non aveva coloni da inviare in Africa: la fame di terra si
era esaurita in America meridionale e nella stessa Cuba. Fino al 1898 Cuba assorbì
tutte le potenzialità migratorie della Spagna a causa dell'enorme bisogno
di manodopera da impiegare nelle piantagioni di zucchero.
Alla fine, il vero movente del colonialismo spagnolo in Africa fu l'orgoglio
nazionale, la volontà di trovare qualche vittoria a buon mercato per
dimenticare il Novantotto. Nel Nord Africa la Spagna procedette a fissare la
sua presenza avendo in mente una specie di gara con la Francia, ma nei momenti
cruciali -sia della conquista che della decolonizzazione- dovette venire a patti
con Parigi.
La Gran Bretagna fu abbastanza vicina alla Spagna, non fosse altro perché
Londra doveva farsi perdonare lo strappo di Gibilterra e perché il suo
scopo era di evitare l'insediamento di una potenza come la Francia sulle coste
africane in faccia alla roccaforte di Gibilterra.
Con il colonialismo l'Europa trasmise all'Africa la sua organizzazione, il suo
sistema produttivo, le sue conquiste tecniche, la sua cultura, la sua sanità,
la sua religione. La contraddizione essenziale del colonialismo è il
suo effetto autodistruttivo. Man mano che modifica gli assetti produttivi e
organizzativi del sistema precoloniale, il colonialismo promuove funzioni economiche
ed élites che si rivolteranno contro il colonialismo per abbatterlo.
L'obiettivo principale
In Africa nessun possedimento ha mai avuto per Madrid la medesima importanza
del Marocco, tre volte vicino alla Spagna: per la sua distanza geografica, per
la sua collocazione, come contenitore dell'ormai secolare insediamento di Ceuta
e Melilla, e per il controllo a distanza delle isole Canarie. Come gli arabi
e i berberi del Marocco avevano conquistato in passato la Spagna, ora toccava
alla Spagna portare la civiltà moderna nel declinante impero sceriffiano
attraverso il Mediterraneo. Obiettivi mercantili e culturali, quindi.
L'occupazione militare del territorio marocchino di spettanza della Spagna avvenne
fra il 1912 e il 1927 e lo stabilimento effettivo del protettorato si concluse
addirittura solo con la fine della guerra civile nel 1939. Negli anni 20, era
così scarsa l'attrazione dei possedimenti africani che persino figure
di spicco delle cosiddetta corrente "africanista" dell'esercito, fra
cui lo stesso Franco, avevano manifestato propositi di abbandono, ma dopo che
il Marocco divenne la base di raccolta e di partenza dell'insorgenza dei nazionalisti
contro il governo repubblicano, l'Africa del Nord assunse un ruolo propulsivo
e il colonialismo entrò di diritto a far parte dell'ideologia ufficiale.
Francisco Franco, il futuro Generalissimo, avrebbe sviluppato in Africa quell'istinto
al comando che lo portò, sempre e ovunque, ad agire, anche in Spagna,
come l'onnipotente comandante militare di una colonia.
Il regime franchista si adopererà per far credere all'opinione pubblica
interna che il sostanziale fallimento della decolonizzazione dl Marocco era
stato un successo. In effetti, la Spagna riuscì salvare solo le roccaforti
di Ceuta e Melilla, soggette periodicamente al nemmeno velato ricatto da parte
del Marocco.
Ancora alla vigilia della seconda guerra mondiale, nel clima malsano della guerra
civile, i militari e alcuni gruppi oligarchici legati al regime di Franco con
interessi in Marocco rinverdirono l'entusiasmo colonialista facendo sogni di
grandezza per allargare il Marocco verso l'Algeria, e la Guinea Equatoriale
verso i paesi limitrofi (sognando addirittura la Nigeria), ma queste rivendicazioni
non calarono in profondità nel gruppo dirigente. Nel suo opportunistico
oscillare fra neutralità e belligeranza, Franco diede sempre la priorità
al rafforzamento delle posizioni in Nord Africa.
Il recupero di Gibilterra era un obiettivo a sé. Quella di Franco per
l'Impero era una vera fissazione. Nell'universo marocchino, oltre al protettorato,
la Spagna aveva una serie di altri possedimenti con statuti diversi uno dall'altro:
il protettorato meridionale (Ifni); la colonia composta da Saguia el-Hamra e
Rio de Oro (il Sahara Occidentale costituito nel 1884); le roccaforti di Ceuta
e Melilla.
I progetti economici più ambiziosi, come lo sviluppo delle miniere e
l'infrastruttura de trasporti, cessarono dando via libera alle piccole imprese
e al commercio.
Con la scoperta del fosfato nel 1947, anche il Sahara Occidentale, la Cenerentola
del sistema coloniale spagnolo, trovò una sua valorizzazione economica,
che divenne intensiva intorno al 1960 dopo repressa la conflittualità
della fase più turbolenta della decolonizzazione.
Il progetto di Grande Marocco
Non appena il governo francese, nell'agosto 1953, ruppe con la corte deponendo
il sultano ed esiliandolo, la Spagna cercò di speculare sulla frattura
fra Rabat e Parigi flirtando con il governo marocchino. Una politica che non
avrebbe fatto molta strada.
L'errore fondamentale fu di cadere nella contraddizione di appoggiare il nazionalismo
durante il periodo della detronizzazione e dell'esilio del sultano Mohammed
V, negli anni compresi fra il 1953 e il 1956, senza desiderare l'indipendenza
marocchina. L'attività dei partiti nazionalisti nella zona spagnola fu
autorizzata a certe condizioni, mentre vennero aiutati con armi e fondi i ribelli
della zona francese. La Spagna si aspettava di riceverne i cambio gratitudine
e favori, non comprese a tempo che gli Stati Uniti volevano l'indipendenza del
Marocco per questioni di principio e per insediarsi nelle basi militari in territorio
marocchino con più autonomia della Francia. Fu così che, paradossalmente,
mentre il nazionalismo marocchino si formò contro la Francia, la pressione
si spostò sopra la Spagna, che, malgrado l'appoggio a Mohammed V, perse
l'occasione di uscire dalla decolonizzazione con un rapporto preferenziale con
Rabat.
Dopo l'indipendenza del Marocco,per i resti del sistema coloniale spagnolo fu
abbozzato un regime di provincializzazione a copertura dell'azione coloniale.
Sullo sfondo urgeva il progetto del Grande Marocco, che costringeva la
Spagna sulla difensiva e ipotecava il futuro dei possedimenti coloniali che
mano a mano si sarebbero liberati.
Il Marocco pretendeva il Sahara Occidentale e andava oltre, rivendicando tutta
la Mauritania, un ampio tratto del territorio algerino e le regioni nord-occidentali
del Sudan francese (ora Mali). Tutte le rivendicazioni si iscrivevano perfettamente
nello spirito della decolonizzazione, sia dell'Africa che della nazione arabe,
di cui il Marocco era l'estremo lembo occidentale. Le successive cessioni dei
vari territori portarono in primo piano la questione del Sahara Occidentale.
Autoassegnandosi il ruolo di "sentinella dell'Occidente", la Spagna
-che per altri versi si appoggiava all'America Latina e al mondo arabo per dare
una patina di "terzomondismo" alla sua diplomazia- condizionò
la sistemazione dei suoi possedimenti in Africa agli imperativi della guerra
Fredda, contrastando in particolare ogni parvenza di comunismo. All'atto pratico,
sia quando si trattò di riconoscere l'indipendenza al Marocco sia quando
a Madrid si ventilò la possibilità di far intervenire l'esercito
contro la marcia verde nel Sahara Occidentale, proprio la scelta politica degli
Stati Uniti obbligò la Spagna a piegarsi.
In un estremo tentativo di difendere l'apparato coloniale in Marocco, la Spagna
non esitò a coalizzarsi con la Francia, impegnata per suo conto dalla
rivolta del FLN in Algeria. Se per la Francia l'operazione combinata che le
due potenze europee condussero nel febbraio 1958 nei territori sahariani con
il nome in codice di Ouragan (o Ecouvil-Ion), superando le obiezioni
oltre che del Marocco anche della NATO e degli Stati Uniti, aveva di mira la
lotta del FLN in Algeria e la difesa della Mauritania, per la Spagna contò
soprattutto l'eliminazione della presenza dell'Esercito di liberazione del Sahara.
Dopo l'indipendenza, nel Marocco si verificò una graduale omogeneizzazione
dei rapporti simbolici, di nuovo a vantaggio del sovrano.
Hassan II, che ascese al trono dopo la morte del padre nel 1961, ha costruito
sul Sahara la sua base di consenso nel mondo politico. Fra peripezie e ricadute,
il Marocco ha portato a termine la transizione, forse ancora incompleta, da
uno Stato assolutista ad una monarchia quasi costituzionale e democratica. Anche
le sinistre si sono riconciliate con il regime monarchico e con la costituzione
il 5 febbraio 1998 del governo presieduto dal socialista Abderrahman Yousouffi.
Purtroppo, invece di permettere l'apertura del campo politico, questo consenso
attorno al Sahara, bloccò il processo di contestazione. Privati di ogni
competizione politica, i partiti si sono rinchiusi in una funzione di inquadramento
del cittadino, esclusi da una partecipazione reale alla vita politica.
Il caso del Sahara Occidentale
La sorte del Sahara Occidentale fu decisa al tramonto del regime franchista
negli ultimi giorni di vita del suo capo. Morto il 20 dicembre 1973, in un terribile
attentato organizzato dall'ETA, l'ammiraglio Luis Carrero Blanco, elemento di
punta del gruppo africanista delle forze armate, Franco era rimasto solo in
balia degli eventi. Le posizioni più inclini alla decolonizzazione persero
mordente favorendo la tattica dilatoria del Marocco. In quella corsa contro
il tempo, gli interlocutori scelti dalla Spagna erano il Marocco e la Mauritania.
Invano il Polisario proponeva i suoi diritti in nome di una nazione saharawi.
Per alzare il livello del confronto, nell'ottobre 1975, preso atto del verdetto
dell'Aia, il re del Marocco indisse un movimento di massa che denominò
la "marcia verde" così da accrescere il senso di coinvolgimento
con un tocco di misticismo ( verde è il colore del Corano). Le condizioni
di salute del Generalissimo precipitarono quando fu raggiunto dalla notizia
dell'imminente invasione dell'ultima colonia della Spagna, da parte dei soldati
o volontari marocchini. Il caso ha voluto che il trattato a tre fra Spagna,
Marocco e Mauritania, firmato il 14 novembre, con il quale la Spagna spartiva
fra i due paesi africani vicini il territorio del Sahara Occidentale, sia stato
pubblicato sul Bollettino Ufficiale spagnolo il 20 novembre 1975, giorno della
morte di Franco.
Il trattato partiva da un atto di pretesa decolonizzazione ma istituiva un'amministrazione
temporanea del territorio che di fatto la vanificava. Il Marocco e la Mauritania
subentrarono alla Spagna fingendo che l'autodeterminazione si fosse espressa
a loro favore. Il ritiro della Spagna venne portato a compimento nei tempi previsti
il 28 febbraio 1976 lasciando dietro beni privati, pubblici e militari in quantità.
L'intesa a tre può aver evitato una guerra col Marocco, in un momento
molto critico per la Spagna e il regime franchista, ma è stata vissuta
come un tradimento, anche all'interno della cultura e della politica spagnola.
Dopo quella sistemazione del territorio conteso, il Polisario si è dotato
di una nuova ideologia, in cui un posto centrale è tenuto dalla lotta
armata. La risposta all'invasione da parte dei due eserciti stranieri fu la
proclamazione della Repubblica araba saharawi democratica (RASD). Nella Carta
istitutiva della RASD si trovano riferimenti all'arabismo e all'Islam, ma per
qualificare lo Stato e la nazione saharawi il termine impiegato è soprattutto
quello di popolo. All'obiettivo dell'indipendenza immediata faceva da supporto
un bagaglio di valori ripresi soprattutto dall'antimperialismo e dal non-allineamento
terzomondista. Una volta che il Marocco si impossessò della capitale
del Sahara e degli impianti modernizzati (le miniere, la ferrovia), la guerra
di liberazione è diventata una guerra nel deserto e per il deserto.
Il solo elemento coloniale ritenuto dal Polisario è il territorio perché
oggetto della sua rivendicazione è lo Stato stabilito dal colonialismo
spagnolo, con quei confini e con quella funzione economico-strategica. Il Sahara
Occidentale non esiste prima dell'omonima colonia spagnola ed è legato
in qualche modo al destino del potere coloniale che lo ha inventato. E' la comune
appartenenza al territorio così definito che consente al Polisario di
parlare di una nazione nel Sahara, somma dei due territori di Saguia el-Hamra
e Rio de Oro, dove sono concentrati gruppi etnici e culturali diversi, 8 tribù
e 45 frazioni.
La soluzione di un conflitto sull'identità o sul potere dovrebbe essere
l'autodeterminazione.
I paesi dell'Unione Europea non si sono certo prodigati per una soluzione equa.
La Spagna è pressoché isolata ormai fra le potenze occidentali
a battersi ancora per la realizzazione del referendum, come se solamente il
rito di una manifestazione diretta della volontà del popplo a cui le
sue scelte politiche hanno reso torto nel 1975 possa assolverla dalla "colpa"
e dal complesso che ne è il risultato.
Un piccolo serbatoio fra mare e terra
Senza avere la stessa rilevanza del Nord Africa, i possessi spagnoli in Africa
nera sembravano fatti apposta per appagare la vocazione di una nazione, o di
un impero, che ha assaporato il gusto di un potere pluricontinentale.
Nata dall'unione di Fernando Poo e Rio Muni, la Guinea Equatoriale aveva un'identità
molto precaria.
Il boom si verificò nel periodo fra le due guerre. Fernando Poo sembrava
la nueva Cuba con il cacao al posto dello zucchero. Ad ogni modo col
passare del tempo, le capacità integrative e di sviluppo del modello
spagnolo di colonizzazione si dimostrarono assolutamente inadeguate. Negli anni
60 la Guinea Equatoriale era giudicata più un peso che un vantaggio.
Si dice che Franco chiamasse la penisola "colonia della Guinea" perché
la madrepatria assorbiva i suoi prodotti (cacao e caffé) a prezzi superiori
a quelli del mercato.
Nell'Africa Occidentale il passaggio di regime negli anni della guerra civile
fu piuttosto turbolento: la parte insulare della Guinea Equatoriale, Fernando
Poo, aderì al movimento franchista, mentre Rio Muni sul continente, inizialmente
restò fedele alla Repubblica. La seconda Guerra Mondiale mise alla prova
l'abilità diplomatica della Spagna, che dichiaratamente neutrale, dovette
destreggiarsi tra Gran Bretagna, Francia e Germania. In compenso i rapporti
fra la madrepatria e la Guinea si fecero più stretti.
I primi movimenti nazionalisti in Guinea si formarono nel 1948, su base locale.
La Spagna cercò sempre di contrapporre gli isolano ai continentali e
viceversa. Dopo aver cercato di sottrarsi agli obblighi di decolonizzazione,
sotto continue sollecitazioni dell'ONU, le autorità spagnole dovettero
affrontare il tema coloniale: il 12 ottobre 1968 venne proclamata l'indipendenza
della Guinea Equatoriale al termine di un quinquennio di autonomia iniziato
con un referendum popolare nel dicembre 1963.
La decolonizzazione non aveva avuto molto successo: nel marzo 1969, appena dopo
6 mesi dall'indipendenza, la Costituzione fu sospesa e la Guinea Equatoriale
piombò nell'illegalità e nel marasma. I coloni spagnoli rimasti
nell'ex-possedimento vennero imbarcati in tutta fretta e riportati in patria.
Il governo del Presidente Ferdinando Macias rivelò tutta la sua natura
autoritaria e imprevedibile. La nuova Costituzione del 1972 proclamava Macias
presidente a vita. Il suo governo venne però rovesciato nel 1979 da una
congiura di palazzo che portò alla presidenza suo nipote. Iniziò
così la seconda dittatura, non meno dispotica. Ferdinando Macias venne
processato e condannato a morte, un gesto politico che cercò di chiudere
una pagina imbarazzante. Collegando la Guinea al Sahara, l'altra medaglia del
demerito della politica coloniale della Spagna, si può sottolineare che
il plotone di esecuzione di Macias fu composto da soldati marocchini che il
nuovo governo si era fatto inviare da Rabat in cambio di rinunciare a parteggiare
per il Polisario.
Le sorti della Guinea Equatoriale sono cambiate nettamente nel 1992 quando è
cominciato lo sfruttamento di ricchissimi giacimenti petroliferi.
La Spagna puntò molto in alto quando decise di spostare le sue ispirazioni
imperiali verso l'Africa, ma il colonialismo non ha dato risposte pari alle
attese. Malgrado l'impianto di migliaia di coloni, l'impresa d'oltremare della
Spagna fu più militare che civile.
Il legame coloniale contribuì in forma decisiva a configurare l'immagine
di distorsione economico-sociale, politica e culturale delle società
africane contemporanee, che si manifesta nell'impoverimento delle popolazioni,
la crisi politica dello Stato post-coloniale, l'intensificazione del rigetto
della cultura occidentale, la subordinazione delle economie dipendenti nel sistema
economico mondiale e, in definitiva, l'approfondimento del divario che separa
il Nord dal Sud.
Il fallimento della politica con cui la Spagna ha accompagnato la decolonizzazione
dei suoi possedimenti in Africa può essere misurato valutando la politica
della Spagna nell'Africa post-coloniale. L'esigenza principale della politica
estera spagnola in tutta la fase della transizione era di non rompere gli equilibri
globali. L'opinione pubblica spagnola mostra indifferenza per i problemi dell'Africa
e soprattutto dell'Africa nera. Qualche attenzione in più è riservata
all'Africa del Nord, anche perché qui sopravvivono i presidi, chiusi
dentro recinti difensivi volti a tenere lontani gli emigranti alla ricerca di
un visto e di un passaggio per l'Europa. A livello di classe politica, l'Africa
non figura come priorità fra le grandi aree geopolitiche del mondo extra-europeo,
soverchiata di gran lunga dall'America Latina e posposta anche al Medio Oriente.
Nell'Africa a sud del Sahara la politica estera della Spagna brilla per un'assenza
rassegnata, nella convinzione di non poter competere con Francia e Gran Bretagna.
Anche nella Guinea Equatoriale l'influenza di Madrid è in calo: la piccola
ex-colonia, che grazie ai suoi giacimenti petroliferi ora ha assunto le sembianze
di un "emirato" d'Africa, ha aderito nel 1985 alla zona del franco
ed è entrata nella comunità francofona.
La politica della Spagna nel Maghreb ha certamente una maggior consistenza,
malgrado le peripezie del rapporto conflittuale fra Marocco e Algeria e i contraccolpi
della crisi arabo-israeliana. La Spagna è parte attiva di un dialogo
politico su basi istituzionali, da ultimo soprattutto in sede di Unione Europea,
e ha impostato una politica di cooperazione economica e culturale a vasto raggio
che le ha meritato di organizzare, a Barcellona nel 1955, la Conferenza che
ha lanciato il programma di partenariato euro-mediterraneo.
Tuttavia, l'aiuto pubblico allo sviluppo elargito dalla Spagna è rimasto
sempre a livelli molto bassi. Il programma di aiuti per l'Africa è di
poca consistenza e in Africa nera è quasi tutto concentrato in Guinea
Equatoriale.
L'impegno della scuola e delle università spagnole per approfondire e
diffondere la conoscenza delle realtà politiche e culturali delle nazioni
africane è scarso.
Nel nuovo sistema mondiale la Spagna si trova ad occupare una posizione cruciale,
un ponte fra Nord e Sud, una punta avanzata da una parte verso il mondo arabo-islamico
e dall'altra verso l'America Latina; è uno degli anelli dell'Europa a
diretto contatto con il mondo in via di sviluppo.
Ma i rapporti di forza non concedono molti margini. I muri intorno a Ceuta e
Melilla, lo stillicidio di morti senza nome nel braccio del mare che separa
la Spagna dalle coste marocchine, sono forse l'epicedio di un destino multinazionale
alla ricerca degli obiettivi e dei modi per riconciliarsi con se stesso.
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2. I GOVERNI SPAGNOLI DAVANTI AL PROBLEMA DEL SAHARA
2.1 DAGLI ACCORDI DI MADRID AL GOVERNO DEL PSOE
Nel momento dell'abbandono del Sahara, da parte della Spagna si assume una posizione intermedia, che ha variato poco negli anni successivi. Il primo governo della monarchia, presieduto dallo stesso Arias Navarro che aveva firmato gli Accordi di Madrid, non impugna questi ultimi basandosi sulla loro nullità, sebbene fossero in opposizione con le norme del Diritto Internazionale. Nel frattempo, però, il rappresentante di Spagna nelle Nazioni Unite, Piniès, diresse una lettera al Segretario Generale dell'ONU che riassumeva la posizione ufficiale spagnola:
"d'accordo con ciò che è previsto nel paragrafo 2 della Dichiarazione dei Principi di Madrid del 14 novembre 1975, il Governo spagnolo con data di oggi pone termine definitivamente alla sua presenza nel territorio del Sahara e ritiene necessario lasciar chiaro che: a) la Spagna si considera slegata nel futuro da qualsiasi responsabilità di carattere internazionale con relazione all'amministrazione del territorio; b) la decolonizzazione del Sahara Occidentale culminerà quando l'opinione della popolazione sarà stata espressa validamente."(12)
Con questo, la Spagna non smise di essere la potenza amministratrice de iure,
solo de facto del Sahara, in quanto Marocco e Mauritania erano le potenze occupanti.
La nascita della RASD non suscitò in Spagna nessuna reazione ufficiale,
come nemmeno avvenne negli USA, URSS e Francia; ma le reazioni a livello popolare
crearono una forte corrente di malessere contraria agli Accordi di Madrid. Ci
furono numerose manifestazioni in diverse città, nacquero associazioni
amiche del popolo saharawi, ed anche i diplomatici spagnoli e i militari provenienti
dalle guarnigioni del Sahara resero pubbliche le loro lamentele causate dalla
triste scelta del governo. I partiti di sinistra, ancora in clandestinità
per molto tempo, alzarono comunque le loro voci, ripudiando il tradimento nei
confronti del popolo saharawi. Solo i momenti delicati che il paese stava attraversando
all'epoca della transizione, fecero che l'abbandono del Sahara non raggiungesse
il picco di scandalo nazionale e di alterazioni pubbliche.
L'adesione alla causa del popolo saharawi e il rifiuto degli Accordi di Madrid
furono il comune denominatore delle organizzazioni progressiste e di sinistra
all'epoca della transizione spagnola. Senza dubbio, il Partido Socialista
Obrero Espanol fu quello che acquistò maggior protagonismo in questa
campagna, compromettendosi politicamente con le organizzazioni della Repubblica
Araba Saharawi. Nel 1976, infatti, una delegazione del PSOE si incontrò
col Fronte Polisario gettando le basi per la consolidazione di legami di amicizia
e solidarietà e stabilendo un parallelismo tra la lotta del popolo saharawi
e quella del popolo spagnolo per la democrazia e la libertà. Il discorso
di Felipe Gonzàlez è altamente significativo: "sappiamo
che la vostra esperienza è quella di aver ricevuto molte promesse mai
compiute; io voglio, di conseguenza, non promettere nulla, ma compromettermi
con la Storia: il nostro partito sarà con voi fino alla vittoria finale."(13)
Tutte queste manifestazioni e dichiarazioni del PSOE svaniranno, però,
quando il PSOE accederà al potere negli anni successivi.
L'opposizione spagnola (PSOE, Comunisti, Socialisti Popolari e Carlisti) pubblicarono
nel marzo 1977 un manifesto comune sollecitando il Governo a denunciare gli
Accordi di Madrid ed esigere il ritiro immediato dal Sahara di tutte le forze
di occupazione.
Nel marzo 1978 la Commissione degli Affari Esteri del Congresso dei Deputati
fece comparire diverse personalità che erano state gli attori dell'abbandono
del Sahara; da tutte le dichiarazioni resto chiaro solo che la consegna era
stata realizzata in un momento di crisi nazionale per la malattia di Franco
e sotto la pressione di determinati settori pro-marocchini, che non si riuscì
bene ad identificare e ai quali non s'imputò responsabilità politica
o militare.
Con la consegna del territorio, inoltre, le grandi prospettive di pesca che
erano state contemplate negli Accordi di Madrid si rivelarono come puro fumo.
Nel febbraio 1977 il governo spagnolo si trovò obbligato ad accettare
un trattato di pesca nel quale si prevedeva la formazione di società
miste ispano-marocchine, cosa che supponeva la "marocchinizzazione"
della flotta autorizzata a pescare, più grossi crediti spagnoli, che
avrebbero permesso alla Spagna di pescare in acque sotto la giurisdizione marocchina.
Sulle acque del Sahara, però, non fu mai riconosciuta la sovranità
del Marocco. La Spagna, ad ogni modo, accettò il trattato con la nuova
potenza amministratrice, che si rivelò pregiudizievole per i propri interessi
ed in più, mise da parte l'autentica sovranità del popolo saharawi,
sovranità riconosciuta dal Diritto Internazionale. Il Fronte Polisario,
come reazione, attaccò diversi pescherecci spagnoli, arrivando a catturare
i membri del peschereccio "las Palomas" nell'aprile 1977. Il
governo dell'UCD iniziò una serie di negoziazioni con il Polisario per
liberare i marinai, ma la reazione del Marocco non si fece aspettare: rispose
rivendicando mezzo stampa Ceuta e Melilla, ed apparse un movimento patriottico
marocchino che collocò bombe in diverse città. Tuttavia, l'accordo
tra il Fronte e l'UCD si concluse nel novembre 1977.
Se le relazioni con il Marocco erano negative e di sottomissione, quelle con
l'Algeria erano ancora peggiori. A partire dalla consegna del Sahara gli algerini
avevano iniziato tutta una serie di azioni antispagnole, che nel momento della
transizione risultavano molto preoccupanti. Da Algeri crebbe una corrente nazionalista
che appoggiò il MPAIAC, il movimento per l'autodeterminazione e l'indipendenza
delle isole Canarie. Di forma ancora più grave, il Comitato di Liberazione
della OUA, sotto influenza algerina, adottò nel febbraio 1978 una risoluzione
chiedendo la decolonizzazione delle Canarie e sollecitando gli Stati africani
ad appoggiare materialmente il MPAIAC; la risoluzione venne approvata qualche
giorno dopo dal Consiglio dei Ministri dell'OUA.
I risultati della politica pro-marocchina seguita con l'abbandono del Sahara
erano totalmente negativi e mai la Spagna svolse un ruolo tanto basso e ridicolo
nel Nord Africa. Nel Parlamento i partiti dell'opposizione si unirono all'UCD
per votare una risoluzione che condannò quella del Comitato di Liberazione
dell'OUA, dato che la sua ingerenza non era giustificabile negli affari interni
dello Stato spagnolo.
Dopo gli incontri dell'UCD con il Fronte Polisario per la liberazione dei marinai
de "las Palomas", le relazioni si fecero più normali
e Spagna ed Algeria si scambiarono di nuovo ambasciatori alla fine del 1978.
Per contrappesare, però, gli incontri del Governo col Fronte Polisario,
il re Juan Carlos visitò il Marocco nel giugno 1979; si stabilirono accordi
con Hassan II di cooperazione tecnica e scientifica e per la costruzione di
un tunnel nello Stretto di Gibilterra. Naturalmente, come di consueto, nessuno
dei progetti arrivò a prendere forma e l'accordo di pesca non fu mai
ratificato, concedendo, così, ad Hassan II la possibilità di usarlo
per far pressione sulla Spagna se avesse appoggiato il Fronte Polisario.
Nel 1979, dopo l'alt al fuoco tra Fonte Polisario e Mauritania, il portavoce
del gruppo socialista Felipe Gonzàlez, inviò al Congresso dei
Deputati una proposta, non di legge, nella quale si faceva un riassunto dei
fatti accaduti nel Sahara e si sollecitava il governo a procedere alla denuncia
formale degli Accordi di Madrid, sia perché la Mauritania aveva rinunciato
espressamente a tali accordi, sia perché il Marocco aveva violato in
maniera evidente gli stessi. Ma, né quel governo dell'UCD, né
il governo, tre anni più tardi, del PSOE, denunciarono gli Accordi di
Madrid, né presero iniziative importanti per trovare una soluzione al
conflitto del Sahara. La reazione algerina e del Fronte Polisario, al veder
le nulle azioni dell'UCD in merito al conflitto, considerarono le relazioni
col governo spagnolo sull'orlo della rottura.
Con l'arrivo del PSOE al governo nel 1982, la Spagna continuò a cercare
di soddisfare le intenzioni marocchine e la stabilità del trono alawita.
Quello che il PSOE temeva, lo stesso che l'ultimo governo di Franco e i successivi
della monarchia, era che un regime rivoluzionario radicale potesse sostituire
Hassan II in Marocco, creando un pericolo nella zona dello Stretto ed una minaccia
seria e reale contro Ceuta e Melilla. Il PSOE congelò, in questo modo,
le relazioni con Il Fronte Polisario allo stesso tempo che la Spagna entrava
nel mercato comune europeo e che il trattato di pesca della CEE con il Marocco
firmato posteriormente alleviavano le imbarcazioni spagnole di un gran numero
di preoccupazioni nelle acque sahariane.
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2.2 IL SAHARA E LA SPAGNA SOTTO IL GOVERNO DEL PSOE
Quando il PSOE arriva al potere nell'ottobre 1982 tutto faceva pensare che
si avvicinava un cambiamento importante nella politica spagnola rispetto al
Nord Africa, non sacrificando l'equilibrio delle relazioni col Marocco, ma neppure
rivolgendosi all'estremo opposto.
La politica estera spagnola, però era condizionata già da molto
tempo dalla sua inclusione nell'orbita occidentale. Le potenze occidentali insegnarono
ben presto alla Spagna che la stabilità del Governo marocchino era fondamentale
per l'Occidente, al fine di evitare che s'installasse nel Nord Africa un sistema
rivoluzionario, ovvero un regime fondamentalista islamico. Si impose anche la
considerazione che l'uscita dalla guerra del Sahara avrebbe supposto per il
Marocco maggiori pericoli di instabilità che la sua stessa continuazione,
perché risultava evidente il sentimento di frustrazione popolare che
avrebbe generato. Inoltre, era probabile che Hassan II, una volta liberatosi
dal labirinto saharawi, avrebbe impugnato le FAR per dirigersi verso altre imprese
liberatorie, contando sull'appoggio politico di numerosi paesi arabi e con il
silenzio degli altri.
Per non perdere di vista gli aspetti economici, Algeria, Marocco ed Egitto erano
i migliori clienti della Spagna in Africa.
Nel 1983 iniziano le negoziazioni tra il Partito Socialista e il Regime marocchino.
Felipe Gonzàlez viaggiò a Rabat, dichiarando che desiderava stabilire
un clima di fiducia tra i due paesi. Il tema di Ceuta e Melilla è trattato
nella riunione con il re, il quale afferma che le sue rivendicazioni su quelli
che vengono chiamati i "presidi" rimarranno congelate finché
Gibilterra non sarà restituita alla Spagna. Questo accomodamento porta
con sé l'occulto prezzo della sparizione dell'appoggio ufficiale socialista
al Fronte Polisario. In ogni momento in cui il presidente toccava il tema dell'autodeterminazione,
con riferimento all'applicazione delle risoluzioni dell'ONU e OUA, la stampa
dell'Istiqlal ricordava il contenzioso di Ceuta e Melilla.
Parallelamente, si danno anche i primi passi per l'accordo di pesca che sarà
firmato nell'agosto 1983 ed avrà durata fino al giugno 1987; alla fine
dello stesso anno, inoltre, si procedette anche a trattare la firma di un trattato
di pesca tra Marocco e Comunità Economica Europea.
Dal punto di vista militare, il nuovo governo cominciò un'importante
collaborazione con il Marocco. A fine 1984 ebbero luogo le prime manovre combinate
tra forze aeree marocchine e spagnole, col fine di assicurare il dominio dello
Stretto di Gibilterra. In quanto all'armamento leggero spagnolo fornito al Marocco,
è evidente che era diretto alla guerra del Sahara e buona prova ci offre
il popolo saharawi esibendo le armi catturate. L'iniziativa del PSOE, che era
ben accolta anche dalla destra spagnola, suppose l'abbandono della tendenza
precedente a cercare un intendimento con l'Algeria.
Nelle relazioni estere si sacrificò l'appoggio ideologico al Fronte Polisario
per non dare ad Hassan nessun motivo di discrepanza, limitandosi a raccomandare
di accettare le risoluzioni dell'ONU e dell'OUA.
Il Partito Socialista si trovò in una posizione incomoda con l'Algeria
a causa di un contratto firmato nel 1975 con una compagnia algerina, secondo
il quale la Spagna avrebbe dovuto comprare da questa ogni anno un quantitativo
spropositato di gas; le necessità spagnole erano nettamente inferiori
alla quota stabilita nel 1975, ma, sebbene il PSOE fosse alieno a quelle trattative,
basate su un'erronea statistica della politica energetica, si arrivò
comunque al peggioramento delle relazioni ispano-algerine. La separazione ideologica
del Partito Socialista dalle posizioni del Fronte Polisario e del FLN algerino
si manifestò nella sua pienezza in quell'epoca.
Nel 1985 si verificò l'incidente del banco peschereccio "Junquito",
che suppose la rottura delle relazioni con il Fronte Polisario. Durante la notte
del 20 settembre 1985, il peschereccio canario "Junquito" venne
attaccato da terra, risultando incendiato e praticamente distrutto, e scomparse
l'equipaggio. Tre giorni più tardi il Fronte Polisario dichiarò
la sua responsabilità in merito all'incidente, dichiarando che sei marinai
si trovavano in territorio saharawi e che il settimo era morto durante l'azione;
dichiarò anche la sua miglior predisposizione politica per risolvere
quell'incidente, che si verificò in zona di guerra. Il governo del PSOE
considerò come obiettivo primario la liberazione dei sequestrati e il
loro rapido ritorno in patria; una volta restituiti i pescatori al governo legittimo,
quest'ultimo annunciò la sua decisione di chiudere gli uffici del Fronte
Polisario in Spagna, ordinando l'espulsione dei suoi rappresentanti entro 72
ore. Il Fronte Polisario accusò successivamente il PSOE di aver cambiato
la sua posizione rispetto al problema del popolo saharawi, procedendo a provocazioni
militari e dimostrazioni di forza nella costa.
Terminava, allora, e per molto tempo, la comprensione tra socialisti e Polisario.
Gli incidenti sanguinari, però, continuarono nel banco sahariano negli
anni posteriori, soprattutto contro le imbarcazioni camuffate sospettate di
spiare a favore del Marocco o di portare soldato a bordo.
Nel giugno 1987 venne prorogato fino alla fine dell'anno l'accordo di pesca
tra la Spagna e il Marocco, in attesa di arrivare ad una conclusione di un accordo
di pesca tra il Marocco e la CEE. Alla fine di dicembre, i pescherecci spagnoli
e portoghesi furono espulsi militarmente dal banco