Indice

Parte Prima

Le origini storiche del Fronte Polisario

 

1. Le radici storico-culturali del Sahara Occidentale                         
2. La colonizzazione spagnola                                                            
3. Il Movimento di Liberazione del Sahara                                         
4. Il Fronte Polisario, 1973-1974       

 

1. Le radici storico-culturali del Sahara Occidentale:

Il territorio denominato oggi “Sahara Occidentale” è situato nel Nord-Ovest del continente Africano e insieme al Marocco, all’Algeria, alla Mauritania, alla Tunisia e alla Libia costituisce quella parte di territorio nordafricano denominato “Maghreb”. La sua superficie è di 266.000 Km. quadrati e la sua popolazione conta circa 1.200.000 di persone, di cui 170.000 sono rifugiate nei campi profughi. I suoi confini sono i seguenti: a Nord confina con il Marocco, a Sud si estende fino a Capo Bianco confinando con la Mauritania, ad Ovest è bagnato interamente dall’Oceano Atlantico (con una costa di 1062 Km.) ed infine ad Est confina con la Mauritania, eccetto che in una sua minima parte a Nord-Est in cui confina con l’Algeria.

Questi confini sono puramente artificiali: durante la Conferenza di Berlino del 1884-1885 la Spagna vede riconosciuta la propria sovranità sul Rio de Oro dalle potenze europee. Ispirata infatti da un interesse prevalentemente commerciale aveva preso possesso della costa del Rio de Oro, tramite le spedizioni di Emilio Bonelli, membro della Società geografica di Madrid, durante la seconda metà del 1800. Una serie di trattati successivi vengono poi stipulati tra la Francia e la Spagna per stabilire le rispettive zone d’influenza nell’Africa Occidentale: con il Trattato di Parigi (Giugno del 1900) la Spagna si vede confermato il possedimento di Rio de Oro e ottiene la costa da Capo Bojador a Capo Bianco, la Convenzione di Parigi (Ottobre del 1904) include nei possedimenti spagnoli la zona di occupazione esclusiva del Saguiat al Hamra e la zona di Tarfaya, la quale era collocata sotto il controllo del Sultano marocchino a Tetouan (nel 1958 quest’ultima zona viene lasciata dalla Spagna al Marocco). Le trattative continuarono fino al 1912, anno in cui nel mese di Novembre venne stipulato un trattato franco-spagnolo: al Governo di Madrid viene ceduta la zona del Rif, con il riconoscimento del possesso delle enclaves più antiche di Ceuta e Melilla, vengono fissati i confini dell’enclave di Ifni e confermate le precedenti frontiere [1] .

         La capitale del Sahara Occidentale è El Aioun, situata a Nord-Ovest nei territori occupati dal Marocco. A Sud-Est della capitale si trova Bou

Craa, sede di uno tra i più grandi giacimenti di fosfati del mondo, scoperto nel 1947.

  Esistono all’interno del Sahara Occidentale due grandi regioni: a Nord la regione denominata “Saguiat el Hamra” (“fiume rosso”, dall’omonimo fiume di sabbia rossa) e a Sud quella chiamata “Rio de Oro”. La prima costituisce uno dei deserti più inospitali del pianeta ed è, infatti, la zona contigua all’Hammada algerina, un ampio deserto pietroso, dove sono sorti dal 1975 i campi profughi sahrawi, nei pressi della città algerina di Tindouf. La seconda è sempre un deserto ma sabbioso, più simile al territorio della confinante Mauritania. L’acqua rimane tuttavia reperibile ad una profondità non eccessiva, grazie alla presenza di falde acquifere nel sottosuolo [2] . La costa è per tutta la sua estensione molto pescosa [3] e ha sempre rappresentato una risorsa molto importante, anche se ad usufruirne non sono stati mai direttamente le popolazioni del territorio [4] .

Per comprendere il processo di formazione del popolo Sahrawi è necessario delineare le tappe più importanti della sua storia. Fra queste merita rilievo nel VII sec. l’apporto di una migrazione di beduini, provenienti per la prima volta dalla penisola Araba. Essi sono di religione musulmana e fra la fine del VII secolo e l’inizio dell’VIII sec. d.C, attraversando l’Ifriqia (l’attuale Tunisia), giungono in Marocco e, varcando lo stretto di Gibilterra, s’insediano anche in Spagna.Tuttavia, come ha osservato il Donini, non sono soltanto le prime ondate migratorie delle popolazioni arabe a portare l’Islam all’interno del deserto e in genere nell’Africa occidentale: ciò avvenne, a differenza dell’Africa mediterranea, lentamente, ad opera dei primi berberi islamizzati e non tanto tramite gli Arabi. “Esistevano rotte commerciali che l’avvento dell’Islam in Nordafrica e poi in Spagna contribuì a rivitalizzare. […] I primi islamizzatori della parte occidentale del Bilad al-Sudan [5] furono mercanti berberi che, risalendo piste carovaniere, indussero alla conversione capi tribù e mercanti neri (soprattutto tra i Sonike, l’etnia dominante in Ghana), i quali vedevano l’Islam come un fattore di prestigio […]. Ci vollero secoli prima che questo Islam elitario investisse anche la generalità delle popolazioni urbane, le campagne […] ” [6] .

In realtà gli arabi non sono molto interessati ad una zona inospitale come quella desertica e la lenta diffusione della religione musulmana ad opera di tribù berbere islamizzate avviene per due fattori:

            1) le popolazioni nomadi del deserto sono più disposte ad abbandonare le loro credenze animiste e a seguire una predicazione proveniente da una tribù berbera, quale è quella dei Sanhaja. “All’inizio del XII sec. vi fu una nuova invasione, sostenuta inoltre dal sultano marocchino, che provocò la reazione dei Sanhaja. Questo favorì un mescolamento delle popolazioni essenzialmente nomadi e l’adozione progressiva da parte dei berberi dell’Islam e della lingua araba” [7] ;

2) il diffondersi di un commercio regolare attraverso il deserto. La penetrazione araba modifica di molto il sistema tribale delle popolazioni sottomesse. In quanto sistema di vita per il credente musulmano, l’Islam determina una nuova simbiosi tra religione e cultura che genera una nuova organizzazione sociale. In seguito alla penetrazione araba i Berberi devono dividersi con gli Arabi i commerci: l’oro dall’Africa nera e gli schiavi neri vengono trasportati fino nel Magrheb, centro nevralgico per il commercio con il Mediterraneo. E’ evidente come la sfera economica sia fondamentale per la diffusione della nuova religione.

L’islamizzazione del Maghreb prosegue e anzi diviene più definitiva con la seconda migrazione araba del XII sec. Gli arabi Maqil, provenienti dallo Yemen, giungono nella regione dopo aver attraversato il Nord Africa, passando lungo la parte settentrionale del Sahara e poi dall’Egitto fino in Tunisia, fondendosi progressivamente e non senza resistenze con la popolazione locale di lingua berbera. Il risultato è una simbiosi tra il mondo berbero e il mondo arabo. Spesso i termini “beduino”, “nomade” e “berbero” vengono usati indifferentemente poiché il nomadismo come cultura di vita appartiene sia al beduino che al Berbero. E’ tuttavia interessante conoscerne i significati originari. Il termine “beduino” viene dall’arabo “badawi”: “abitatore della steppa”. In tutto il mondo arabo indica i nomadi delle steppe e dei deserti, non ha valore etnico preciso, come il termine “nomade”. La causa per cui il nomade si spostava era duplice: o per portare il bestiame a pascoli più freschi (si spostava solo una parte del gruppo) o per la cacciagione, di cui seguiva gli spostamenti. Il termine “berbero” invece ha un ulteriore valenza: i Berberi sono le popolazioni autoctone dell’Africa Settentrionale (vivevano in larghe zone dalla Tunisia al Marocco), la cui lingua continuava quella degli antichi Libi. Oggi esistono tanti dialetti ma la lingua scritta è l’arabo (ad eccezione dei Tuareg che hanno invece conservato una loro scrittura) [8] .

 Le popolazioni berbere si dividevano all’epoca in tre gruppi principali: gli Zenata, all’interno dell’attuale Tunisia, i Masmuda nella regione dei monti dell’Atlante, in Marocco, e i Sanhaja che vivevano in un’area desertica compresa tra il Sud dell’attuale Marocco, l’attuale Mauritania e l’attuale Mali [9] .

Nello specifico è dalla fusione tra i Beni Hassan, arabi appartenenti ai Maqil, e il gruppo berbero dei Sanhaja, (il quale si è scontrato con l’altro gruppo berbero a loro ostile, gli Zenata, facendolo rifugiare a Nord), che si può individuare la radice etnica del popolo Sahrawi (“abitante del deserto”); una nuova fusione, il cui ceppo etnico è misto tra la componente araba e quella di “carattere autoctono regionale”. Da una parte i berberi fanno da tramite per la cultura religiosa musulmana e dall’altra le tribù arabe impongono definitivamente l’uso della lingua araba. Un singolare risultato a tal proposito è il nascere del dialetto arabo della hassaniya, il quale ancora oggi costituisce la lingua parlata dai Sahrawi. Tale dialetto è di fondamentale importanza per la cultura sahrawi se si considera il suo utilizzo nella letteratura popolare orale, nella poesia, nelle feste e nei riti. La hassaniya è molto simile all’arabo classico ma molto diversa dai dialetti parlati oggi in Marocco o in Algeria, mentre è diffusa in quasi tutta la Mauritania. La lingua scritta rimane l’ arabo classico.

          L’organizzazione sociale delle qabail (“tribù”) è ben delineata e i valori tradizionali condivisi ne sono la base. Tali valori fanno riferimento alle attività svolte dalle tribù, le quali non sono quindi sottomesse a nessun potere centralizzato. Al vertice della gerarchia si collocano le tribù chorfa (“religiose”, perché vantano la loro discendenza da uomini santi o direttamente dal Profeta Muhammad), le quali in virtù del loro prestigio religioso possono contare su un riverente riconoscimento, forse superstizioso, dovuto alla loro devozione [10] . Subito dopo vengono le tribù guerriere: i Tekna, gli Ouled Delim e i Reguibat Lguasem [11] , seguite infine dalle popolazioni tributarie, che praticano la pesca o l’agricoltura, e che versano un tributo per ottenere in cambio protezione.

            Esiste una scala sociale anche all’interno di ogni tribù, i cui ultimi posti sono costituiti dai maallamin e da gli igguen, rispettivamente gli artigiani e i musicisti, e dagli haratin, cioè gli schiavi (servi, generalmente neri) o ex-schiavi. Queste ultime tre categorie non sono emarginate: gli schiavi spesso entrano a far parte della famiglia stessa; i musicisti e gli artigiani si mettono al servizio delle famiglie di bidan (“uomini bianchi”: le qabail infatti si consideravano uomini bianchi [12] , in cambio di protezione e di cibo. La zona di nomadizzazione di tutte le tribù è quella sahaeliana che andava dal sud del Marocco all’Adrar della Mauritania.

Ogni gruppo ubbidisce solo al proprio shaykh (“anziano”), scelto sulla valutazione dei suoi meriti personali e per i suoi servizi resi alla società; la carica non è perciò ereditaria. L’importanza del ruolo dello shaykh non è superiore rispetto a quello della Jama’a: l’assemblea composta dai rappresentanti delle maggiori famiglie, ovvero “i notabili” di ogni tribù. A questa assemblea spetta il potere legislativo, esecutivo e giudiziario tramite l’applicazione dell’orf, il codice orale dei comportamenti, e sulla base del codice islamico; essa ha anche il compito di nominare i Qadi (“giudici”). La legge seguita è la Shari’a (cioè la “legge Coranica”), la cui etimologia (via diritta) rappresenta tra l’altro un chiaro riferimento all’originaria vita nomade nel deserto [13] .

Esiste inoltre una assemblea di notabili, che sono i capi (shyukh) delle singole tribù: l’Ait Arba’in (“consiglio dei quaranta”), cioè i quaranta capi delle tribù). Questa assemblea si riunisce per specifici motivi: per la formazione di un unico esercito in caso di minaccia esterna, per risolvere la disputa circa un terreno fertile e per altre questioni contingenti. Il suo principio ispiratore si può individuare nell’offrire un minimo di coesione in una società quasi del tutto nomade.

L’indipendenza che le tribù chorfa rivendicano autodefinendosi libere per la loro discendenza da Maometto, il fiero rifiuto di sottomissione ad altri stati, la conflittualità intertribale, l’inesistenza di una effettiva struttura sovratribale e il nomadismo sono i caratteri dominanti del popolo del Sahara Occidentale. “Le popolazioni del Sahara Occidentale erano molto attaccate alla loro indipendenza e alla loro libertà. Questo gusto dei nomadi per l’indipendenza caratterizzava i rapporti delle tribù sia tra loro che con l’esterno. A Nord mantenevano e difendevano la loro indipendenza nei confronti del sultano marocchino [...], a Sud si battevano con la grande tribù degli Yahya ben Othman dell’Adrar mauritano e inoltre respingevano le incursioni degli europei che provenivano dal mare” [14] . Questo spirito di indipendenza non era anarchia: in sintesi, sono proprio gli elementi di coesione e di omogeneità che consentono di parlare di una specificità delle tribù che abitano il Sahara Occidentale in questo periodo, rispetto a quelle che vivono nelle aree dell’attuale Marocco e della attuale Mauritania.

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2. La colonizzazione spagnola

            I primi europei ad entrare in contatto con il Sahara Occidentale sono i Portoghesi e gli Spagnoli nel 1500 ma l’interesse verso lo sfruttamento delle coste per la loro pescosità o verso il controllo del territorio interno per le piste carovaniere s