Indice

 

 Parte seconda:         

La proclamazione della Rasd           

(28 febbraio 1976)

1. Verso gli Accordi di Madrid                                                                   
2. Gli Accordi di Madrid e l’occupazione marocchina del Sahara Occidentale                                    
3. La posizione dell’ONU e l’occupazione del Sahara                        
4. La fondazione della Rasd: il significato politico e  le istituzioni, 1973-1976

 

 

1. Verso gli Accordi di Madrid:

         Nell’ottobre del 1964 il Comitato per la Decolonizzazione delle Nazioni Unite, come si è visto, affronta la “questione del Sahara Occidentale” per la prima volta. Le Nazioni Unite assumono, nel tempo, toni sempre più duri nei confronti della Spagna. Tuttavia il Governo di Madrid non sembra voler rispondere positivamente alle richieste dell’ONU. Il suo scopo è di prender tempo [1] per avviare un processo di autonomia formale nel Sahara Occidentale. La Spagna mira a creare, così, uno Stato indipendente la cui politica sia però legata alle esigenze della ex “madrepatria”. In questo contesto merita attenzione il processo di avvicinamento fra i Governi di Madrid e di Rabat. L’incontro tra le due diplomazie avviene, paradossalmente, quando al governo marocchino partecipano ancora i nazionalisti dell’Istiqlal [2] .

 Nell’Autunno del 1962, dopo uno scambio di visite tra Ahmed Balafrej, Ministro degli Esteri marocchino e membro dell’Istiqlal e il Vicepresidente del Governo spagnolo, il Generale Munoz Grandes, viene annunciato un vertice fra il Generale Franco e Hassan II. L’incontro costituisce il primo summit spagnolo-marocchino dopo la fine del Protettorato spagnolo nel Nord del Marocco, nel 1956, e si svolge a Madrid nel Luglio del 1963 [3] . “Lo spirito di Barajas” [4] prevede di stabilire un rapporto durevole per affrontare varie questioni ancora aperte fra i due Stati, quali l’enclave di Ifni, i presidi a Ceuta e Melilla, il confine delle acque per i diritti di pesca [5] e il Sahara Occidentale.

Dopo il summit di Barajas, la Spagna fornisce il proprio supporto all’ industria in Marocco (settori tessile, farmaceutico, chimico, del ferro) determinando poi la firma di un accordo commerciale, nel giugno del ’64.

Tony Hodges sottolinea come, per i dieci anni successivi, i negoziati sulle questioni territoriali siano stati condotti in maniera privata e diretta tra il generale Franco e Hassan II, senza pressioni esplicite da parte marocchina [6] . Hassan II aspetta che siano le Nazioni Unite ad avanzare alla Spagna la richiesta di decolonizzazione riguardo Ceuta e Melilla, non spinge il suo Governo ad avanzare la rivendicazione direttamente. Per il Sahara Occidentale ed Ifni la questione viene invece sollevata dal governo marocchino ma solo alcune volte e in occasione di convegni diplomatici.

Nel 1965, la creazione, da parte marocchina, del Ministero per gli affari della Mauritania e del Sahara Occidentale, con al vertice Moulay Hassan Ben Driss, un cugino del re, determina una prima frizione nelle relazioni fra i due paesi. Nel ’66 il Ministro acconsente alla creazione del Fronte di Liberazione del Sahara sotto dominazione Spagnola (FLS), che invia una delegazione alle Nazioni Unite, capeggiata dallo sceicco Mohammed Laghdaf, figlio di Ma El Ainin, in vista della prima risoluzione sul Sahara Occidentale. La nascita del Fronte provoca un incidente diplomatico: il Ministro degli Interni marocchino, il Generale Mohammed Oufkir, indispettisce Madrid affermando che le tribù del Sahara Occidentale sono pronte a liberarsi dal dominio straniero. Il Fronte è in realtà di ispirazione sahrawi, costituito da un esiguo gruppo di esuli in Marocco, non appoggiati dalla Monarchia. In effetti, la fondazione del Fronte è la risposta al disinteresse che Rabat manifesta nei confronti della popolazione del Sahara spagnolo.

Il FLS viene sciolto nel 1969, al momento della cessione di Ifni al Marocco, ed anche il Ministero per gli affari della Mauritania e per il Sahara Occidentale termina la propria attività in quell’anno [7] .

         Nel 1966 l’ONU approva una risoluzione indirizzata alla Spagna, che spinge il Marocco a rivedere le relazioni con i paesi confinanti. Le Nazioni Unite chiedono alla Spagna di porre in essere le premesse per lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione nel Sahara Occidentale, sulla base di consultazioni con il Marocco e di “tutte le parti interessate” [8] .

In seguito alla Risoluzione ONU il Marocco avvia una calcolata deténte diplomatica ed economica, oltre che verso la Spagna, anche nei confronti dell’Algeria e della Mauritania, cioè verso le “parti interessate” incoraggiata dalle Nazioni Unite, in quanto Stati confinanti con il Sahara Occidentale.

I primi passi del Marocco in questo senso sono il già citato trattato di Ifrane, con il quale chiude la controversia territoriale con l’Algeria [9] e il riconoscimento della Repubblica Islamica della Mauritania, nel 1969:

 “L’interesse di re Hassan sulla questione del Sahara Occidentale diminuisce negli ultimi anni ’60, insieme al suo entusiasmo per la causa del Grande Marocco. Egli iniziò ad accettare che [sue] le pretese territoriali sulla Mauritania e parti dell’Algeria fossero utopistiche e che costituissero un ostacolo alla cooperazione, potenzialmente benefica, con il nuovo governo militare in Algeria, capeggiato da Houari Boumedienne, il quale aveva preso il potere da Ben Bella nel 1965” [10] .

Questo nuovo atteggiamento di Hassan si concretizza in alcuni colloqui con Boumedienne, durante un summit dell’OUA in Algeria, nel Settembre del 1968, nei quali vengono auspicate soluzioni prossime alle irrisolte questioni tra i due paesi. Hassan II spiana così la strada per un incontro ufficiale con Boumedienne, nel gennaio del 1969, durante il quale viene firmato ad Ifrane un accordo ventennale tra i due paesi. In tale accordo il Marocco e l’Algeria si impegnano a raggiungere soluzioni riguardo “tutte le questioni in disaccordo tra loro, tramite commissioni bilaterali” [11] .

Nel Maggio del 1970 segue un nuovo incontro a Tlemcen, in Algeria, al fine di istituire una commissione comune per la definitiva delimitazione della linea di confine tra i due paesi, comportante infine il riconoscimento dell’intangibilità delle frontiere. Il Marocco rinuncia dunque alle sue pretese territoriali in Algeria ma in cambio ottiene la partecipazione ad una società, in comune tra i due Stati [12] , per lo sfruttamento della miniera di ferro nella zona di Gara Djebilet, alcuni km. a Sud-Est di Tindouf [13] . D’altra parte l’Algeria si fa promotrice della società algero-marocchina anche per esportare il ferro delle sue miniere all’Atlantico, attraverso il Sud del Marocco e diminuire, in questo modo, i costi e la tempistica d’esportazione.

 La distensione diplomatica tra i due paesi prosegue: nell’estate del 1970 è ipotizzata la costruzione di un metanodotto dall’Algeria alla Spagna, attraverso il Marocco; nel maggio del 1972 viene stipulato un accordo per la costruzione di una linea ferroviaria da Gara Djebilet a Tarfaya e viene definitivamente stipulata la convenzione sul confine [14] ; nel 1973 è firmato un accordo commerciale di lunga durata tra i due paesi.

         Anche nei confronti della Mauritania il Marocco avvia una politica estera improntata allo stabilimento delle relazioni diplomatiche.

Nel Settembre del 1969 Hassan II riconosce ufficialmente la repubblica Islamica di Mauritania. Il Re e il Presidente Mokhtar Ould Daddah si incontrano per la prima volta a Rabat, in occasione di un summit delle nazioni islamiche. Il colloquio ha luogo durante una cena, in presenza anche del presidente Boumedienne, ed ha un esito positivo. L’indomani Ould Daddah dichiara che non esistono ostacoli per lo sviluppo di relazioni bilaterali tra Marocco e Mauritania. Inizia una serie di incontri tra le due diplomazie che portano ad ottimi risultati: nel febbraio del 1970 il Marocco nomina il primo ambasciatore in Mauritania, nel giugno dello stesso anno si arriva alla stipula di un “trattato di amicizia, vicinanza amichevole e cooperazione” [15] e poco tempo dopo alla firma di quattro accordi di cooperazione nel commercio, nell’industria, nella pesca e nei trasporti aerei e marittimi.

            Agli inizi degli anni ’70 si assiste dunque ad un riavvicinamento graduale, da parte del Marocco, nei confronti dell’Algeria e della Mauritania. Fino a questo momento le intese sono bilaterali ma nel settembre 1970 si giunge all’Accordo di Nuadhibou, in Mauritania, che rappresenta il primo accordo tripartito tra i tre paesi [16] . Il comunicato congiunto, emesso alla conclusione della Conferenza, per quanto riguarda il territorio del Sahara Occidentale, ribadisce la volontà dei tre paesi di ottenerne la decolonizzazione e di favorire il diritto all’autodeterminazione dei suoi abitanti, secondo quanto espresso dalle risoluzioni dell’ONU [17] . In realtà le posizioni assunte in questi anni dal Marocco e dalla Mauritania “nascondono l’intenzione di ottenere l’assenso dell’Algeria ad una soluzione negoziata” [18] che escluda l’indipendenza del Sahara Occidentale. In cambio della distensione dimostrata verso la Mauritania e l’Algeria, Hassan II spera di ottenere il via libera alle sue pretese sul Sahara Occidentale. La ricchezza del territorio suscita però il vivo interesse anche della Mauritania, che comincia a rivendicarne il possesso. Ciò si evince già durante la stessa Conferenza di Nuadhibou: Hassan abbandona, deluso nelle sue mire espansionistiche, la Conferenza prima che finisca e Ould Daddah conferma, infatti, le sue rivendicazioni sulla colonia spagnola, “lasciando intravedere per la prima volta l’eventualità di una spartizione del Sahara Occidentale” [19] . Non bisogna dimenticare che la Mauritania avanza pretese sul Sahara Occidentale anche perché forte dell’appoggio che riceve dalla Libia di Gheddafi, il rivale di Hassan II [20] . Il presidente libico porge il suo aiuto militare al presidente Ould Daddah per liberare il Sahara Occidentale dagli spagnoli, offrendogli anche assistenza economica.

Quindi il summit di Nuadhibou preannuncia in realtà una possibile tensione tra i tre stati e lo sviluppo della Conferenza è emblematico riguardo le posizioni assunte dai tre paesi: il Marocco e la Mauritania hanno un atteggiamento strumentale verso la decolonizzazione del Sahara Occidentale e verso i rapporti di cooperazione nella regione, l’Algeria non avanza rivendicazioni territoriali e sostiene il diritto di autodeterminazione del popolo sahrawi.

Luciano Ardesi sottolinea, però, come Algeri aspiri ad un ruolo di leadership nella regione e, quindi, come sia conveniente per il Governo algerino sottrarre al dominio marocchino una zona come quella del Sahara Occidentale, ricca di risorse minerarie e fondamentale passaggio verso il mare per la sua produzione mineraria nella zona di Tindouf [21] .

In realtà in questo periodo l’Algeria non ha una posizione ancora “di parte” riguardo la questione del Sahara Occidentale: se da un lato partecipa attivamente all’intesa con il Marocco e più in generale alla cooperazione regionale ed non sostiene ancora il Fronte Polisario [22] , dall’altro si dimostra favorevole alla realizzazione delle soluzioni auspicate nelle risoluzioni ONU e non rivendica diritti sul territorio del Sahara Occidentale.

Anche il Marocco e la Mauritania pubblicamente si uniscono all’Algeria nell’accettare le risoluzioni delle Nazioni Unite per un referendum di autodeterminazione ma nel giugno del 1972, segretamente raggiungono una soluzione bilaterale sulla questione [23] . Nell’intesa è ipotizzata l’idea di due zone di influenza nel Sahara Occidentale: una nel Nord per il Marocco e l’altra nel Sud per la Mauritania. Questo accordo, puramente verbale tra il re Hassan II e il presidente Ould Daddah, ha luogo a Rabat durante un summit dell’OUA, alla presenza anche del presidente Boumedienne [24] . E’ forse proprio in questa occasione che il presidente algerino dà prova della sua posizione “di mezzo”: egli di fatto non aderisce all’intesa, ma lo fa implicitamente firmando in quei giorni la comune dichiarazione di pace e amicizia con Hassan II. La dichiarazione afferma infatti la necessità di solidarietà da parte dell’Algeria al Marocco, proprio per ristabilire la sovranità marocchina nei territori ancora sotto dominazione coloniale.

Tuttavia il disappunto del Marocco continua a manifestarsi. Per Hassan II l’Algeria e la Mauritania dovrebbero approvare apertamente i diritti del Marocco sul Sahara Occidentale, ed invece l’Algeria assume una posizione indefinita e la Mauritania avanza le stesse pretese marocchine.

Durante un nuovo vertice nel Luglio del 1973 ad Agadir, in Marocco, questo malcontento di Hassan II continua a manifestarsi: il presidente algerino e quello mauritano manifestano la loro riluttanza, a differenza del Marocco, nell’abbandonare il principio di autodeterminazione per il Sahara Occidentale.

La politica di Hassan II nei confronti del Sahara Occidentale risulta, ad una prima analisi, contraddittoria. Il Re dichiara, e non solo a Nuadhibou [25] , di voler seguire le risoluzioni dell’ONU ed inoltre il Governo marocchino esprime il voto favorevole a quasi tutte [26] le risoluzioni pro-referendum adottate dalle Nazioni Unite tre il 1967 e il 1973. Tuttavia Hassan II avanza anche un’ufficiosa rivendicazione all’Algeria e alla Mauritania riguardo il territorio sahariano e la sua politica di distensione verso i due paesi è attentamente finalizzata ad ottenere il loro consenso.

Hassan II è consapevole che le Nazioni Unite non avrebbero accettato la richiesta di “riunificazione” del Marocco, specialmente da quando la Mauritania avanza le stessa richiesta. Il Re marocchino accetta “[…] la politica delle Nazioni Unite di autodeterminazione come la seconda migliore ipotesi per vedere riconosciute le pretese del Marocco sul Sahara Occidentale” [27] .

Hodges evidenzia anche come Hassan II ignori ancora il nascere di un nazionalismo sahrawi. Egli probabilmente sottovaluta i cambiamenti sociali ed economici in atto all’interno del Sahara spagnolo all’inizio degli anni ’70, ed è convinto che qualora ci fosse un referendum il risultato sarebbe scontato: è sicuro del voto favorevole della popolazione per il ritorno al Marocco, per lui “il carattere marocchino del Sahara è storicamente e geograficamente scontato” [28] .

Con la sua nascita, nel Maggio del ’73, il Fronte Polisario smentisce questa convinzione.

Finora si è analizzato l’interesse del Marocco e della Mauritania per il Sahara Occidentale ma le ragioni di questo interesse esulano da qualsiasi motivazione storica. Dietro le rivendicazioni del Marocco e della Mauritania in nome dei “diritti storici” dei due paesi all’annessione territoriale del Sahara Occidentale, si celano ragioni di politica interna e soprattutto motivazioni di carattere economico. In particolare, il controllo del giacimento di fosfati di Bou Craa, da parte del Marocco, avrebbe permesso al paese di essere il terzo produttore mondiale e il primo esportatore mondiale.

 Le miniere di Bou Craa iniziano ad essere sfruttate nel 1972, dopo la costruzione del nastro trasportatore (la cui lunghezza è di circa 100 km. [29] ) che parte dal giacimento fino ad arrivare al porto di El-Ayoun. Costruito rapidamente dagli Spagnoli per consentire l’esportazione dei fosfati, il porto può accogliere mercantili con una capienza di 100.000 tonnellate. La costruzione del porto e delle infrastrutture viene finanziata dalla FOSBUCRAA, società spagnola che si avvale del concorso di capitali stranieri, sia statunitensi che francesi e tedeschi. I fosfati vengono utilizzati prevalentemente per la produzione di concimi: l’80-85% della produzione mondiale viene impiegata a questo fine [30] . Negli anni ’70 si verifica un boom nella richiesta di fosfati, per due motivi: “alcuni giacimenti in USA e nell’ex URSS si esauriscono ed inoltre l’introduzione dei concimi nell’agricoltura, che fino ad allora non era stata rilevante, conosce un’estensione importante anche in Europa” [31] .

L’ambizione espansionistica del Marocco, paese con difficoltà economiche, si rivolge al Sahara Occidentale per questioni di profitto commerciale. La Mauritania, invece, con la realizzazione delle sue rivendicazioni, otterrebbe, oltre che un ampliamento dei suoi confini territoriali, anche un riconoscimento sul piano della politica interna e regionale.

In un territorio con un così alto potenziale economico, e che non riguarda solo i fosfati [32] , la possibile nascita di uno Stato sahrawi indipendente non è in alcun modo considerata positivamente, né dai due stati confinanti né dagli stati occidentali a loro alleati, la Francia e gli USA, che investono da subito nella FOSBUCRAA.

Le esportazioni cessano nel 1976 a causa della guerriglia tra il Fronte Polisario e l’esercito marocchino, ma riprendono nel 1982, alla fine della costruzione del primo muro. Dal 1980 il Marocco avvia infatti la costruzione di sei muri elettrificati nel deserto, isolando la costa del Sahara Occidentale e la zona “utile” di Bou Craa. Grazie all’annessione di questa parte di Sahara Occidentale il Marocco detiene i 2/3 delle riserve mondiali di fosfati [33] .

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2. Il Sahara fra l’indipendenza e gli Accordi di Madrid:

In seguito alla forte pressione internazionale proveniente sia dalle rivendicazioni marocchine e mauritane, sia per le sollecitazioni alla decolonizzazione formulate dall’ONU, la Spagna sviluppa un “piano di reazione” col quale tenta di modificare la propria politica coloniale al fine di poter continuare ad esercitare un certo controllo sul Sahara Occidentale. Nel gennaio del 1973, le autorità coloniali inducono la Jama’a ad inviare a Franco una richiesta di maggiore partecipazione e responsabilità nella gestione del territorio “riservandosi il diritto di autodeterminazione, senza interventi esterni” [34] .

Il progetto spagnolo prevede il rapido passaggio ad una formale indipendenza del Sahara Occidentale, allo scopo di evitare la formazione di forze realmente nazionaliste. Tutto avviene molto rapidamente: l‘attuazione del disegno spagnolo risente di una accelerazione, oltre che per le pressioni internazionali, anche a causa dell’inizio della lotta armata del Fronte Polisario, nel 1973 [35] .

Per Hassan II la manovra della Spagna è un colpo inatteso. Dopo la conferenza di Nuadhibou, e a seguito dei vari incontri tenuti con Ould Daddah e Boumedienne, il Re ritiene che il suo tentativo di barattare la rinuncia all’idea del “Grande Marocco” con il sostegno dei due paesi alle sue pretese sul Sahara Occidentale non è più fattibile. Il Sovrano marocchino tenta allora un’altra strada: quella dei negoziati con Madrid, per raggiungere un accordo sul Sahara Occidentale simile a quello raggiunto per la restituzione dell’enclave di Ifni. Ecco perché la concessione di una relativa autonomia alla colonia è inaccettabile per Hassan II, e la sua replica è immediata. Nel Marzo del ’73, poche settimane dopo la petizione della Jama’a, il Sovrano marocchino firma tre emendamenti che colpiscono gli interessi della Spagna in Marocco, nonché alcune migliaia di spagnoli ivi residenti: vengono ampliati i confini marocchini delle acque, sono espropriati i terreni posseduti da stranieri e revocati i permessi, concessi sempre a stranieri, per lo svolgimento di determinate attività [36] . “Lo spirito di Barajas” non ha più motivo di esistere.

 Tuttavia la Spagna è intenzionata a perseguire il suo intento. Nel settembre del ’73 Franco conferma alla Jama’a l’accordo per un “regime di partecipazione progressiva del popolo sahrawi all’amministrazione dei propri affari” [37] e la decisione di rispettare il loro diritto di autodeterminazione, qualora essi avessero voluto esercitarlo. Il disegno spagnolo prosegue anche nell’anno successivo.

Nel luglio del ’74, si svolge a Madrid un incontro tra gli ambasciatori del Marocco, dell’Algeria e della Mauritania. Ad organizzarlo è il Ministro degli Esteri spagnolo, Cortina Mauri, il quale comunica l’intenzione del suo Governo di avviare lo statuto di autonomia per il Sahara Occidentale. Un mese dopo, nell’agosto del ’74, il governo di Madrid informa l’ONU [38] della sua volontà di organizzare, entro 12 mesi, un referendum. Nell’autunno seguente viene eseguito il primo censimento della popolazione, dal quale viene fuori la cifra di 20.126 Europei e 73.497 Sahrawi, residenti nei centri urbani o in prossimità di questi [39] .

La Spagna si preoccupa anche di organizzare, all’interno del Sahara Occidentale, una forza politica locale che le permetta di governare indirettamente. Le autorità coloniali non ritengono che “i rappresentanti della Jama’a siano adatti a creare una moderna classe politica” [40] . Nasce così il Partito dell’Unione Nazionale Sahrawi (PUNS), nell’ottobre del ‘74. Il PUNS viene subito denunciato dal Fronte come un organizzazione neo-coloniale e fasulla. D’altra parte, l’effimera durata della sua attività conferma questa lettura. Il PUNS si scioglie nell’ottobre del ’76 su “insistenza” del Polisario: viene definito da quest’ultimo come “una leadership senza seguito”. In realtà entrambi cooperano insieme in alcuni momenti (l’ultimo è l’annuncio di una contromarcia a quella marocchina il 21 ottobre del ’75) ma costituisce da subito un organismo fantoccio e poco efficace creato dalla Spagna per un suo eventuale tornaconto. [41] .

            La principale conseguenza della politica spagnola è una crescente tensione tra Madrid e Rabat. Hassan II vede vanificati i suoi disegni ed inizia ad assumere toni minacciosi nei confronti della Spagna. La reazione del Re deve essere contestualizzata anche nella crisi della politica interna marocchina, acutizzatasi in particolare dopo i due attentati al Re, del ’71 e nel ’72, ai quali partecipa l’Esercito, tradizionalmente fedele alla monarchia, attento, in questa occasione, a cogliere la frattura fra il Palazzo e la società [42] . Hassan II ha bisogno di ricreare fiducia e credibilità intorno alla Casa reale. Per farlo, convoglia l’attenzione sul tema dell’integrità della nazione: il recupero del “Sahara marocchino” diventa il suo escamotage che il Sovrano utilizza per dar nuovo credito al potere ‘alawita.

Da questo punto di vista, il successo dell’operazione è indubbio: quasi tutti i partiti si alleano con il Sovrano [43] , che ottiene anche il sostegno dell’Esercito, non senza subire, però, una forte epurazione al suo interno.

Per Hassan II il rischio è molto alto: la perdita del Sahara Occidentale equivale ormai alla perdita del trono. Il re promuove la mobilitazione patriottica con una campagna di stampa anti-spagnola dai toni molto duri. Le sue dichiarazioni hanno lo stesso vigore. Il giorno dopo l’annuncio spagnolo all’ONU, il Re afferma che l’eventuale referendum annunciato dalla Spagna sarebbe nullo. La scelta, afferma Hassan II, è fra il mantenimento dello status quo o il ritorno del Sahara Occidentale al Marocco; la possibilità dell’indipendenza per il territorio del Sahara Occidentale non è dal Re nemmeno presa in considerazione.

            Il Governo marocchino è però consapevole che lo scontro con la Spagna non può avere, come epilogo, la guerra fra i due Stati. Il Re adotta quindi una tattica dilatoria, riuscendo a rinviare il referendum previsto per il primo semestre del 1975, nella speranza di trovare un accordo con Madrid. Il Marocco richiede, dunque, alla Corte Internazionale dell’Aja, di pronunciarsi sullo status giuridico del Sahara Occidentale, prima della colonizzazione.

 Nel dicembre del 1974 l’ONU invita dunque Madrid a rinviare la tenuta del referendum, fino alle conclusioni della Corte dell’Aja. Nel gennaio del 1975, il Governo spagnolo annuncia il rinvio del referendum [44] . Bisogna ricordare che la pressione esercitata nei confronti dell’ONU non viene solo dal Marocco ma anche dalla Mauritania: il Governo mauritano mantiene, infatti, il proprio sostegno a quello marocchino. L’appoggio di Nouakchott a Rabat è dato da un ultimo accordo segreto, stipulato tra i due paesi poco prima della richiesta del Marocco alla Corte dell’Aja, nell’ottobre del ’74. L’accordo viene raggiunto a Rabat durante un vertice dei paesi arabi e riguarda la spartizione del Sahara Occidentale tra i due paesi.

            La risoluzione 3292 delle Nazioni Unite accoglie la richiesta marocchina del dicembre del ’74 con 88 voti a favore e 43 astenuti, tra cui la Spagna. Il documento chiede alla Corte dell’Aja di stabilire se il Sahara Occidentale era “terra di nessuno” al momento della colonizzazione e se esistevano “rapporti giuridici” con il Marocco e la Mauritania. Non va dimenticato che Hassan II avanza questa istanza solo per temporeggiare: il Re mira ad ottenere l’appoggio dal Governo di Madrid. La rapidità con cui, da questo momento, si susseguono gli eventi è indicativa di come il Marocco voglia trovare il modo di preservare il Sahara Occidentale prima che la Corte dell’Aja si pronunci.

Nel Maggio del 1975 gli osservatori dell’ONU visitano il Sahara Occidentale [45] . In occasione del loro arrivo, si svolgono manifestazioni a favore dell’indipendenza [46] . Ad El-Ayoun la commissione è accolta da una grande manifestazione del Polisario: il Fronte è ben attivo, ha iniziato a raccogliere adesioni per l’autodeterminazione e del resto, in questo momento di attesa per il responso della Corte Internazionale, la sua propaganda riesce ad attecchire maggiormente tra la popolazione.

Il parere consultivo della Corte dell’Aja è reso noto il 16 ottobre del 1975 [47] . La Corte non rileva l’esistenza di alcun vincolo di sovranità tra il Sahara Occidentale e il Marocco o la Mauritania. La relazione della Corte  sentenzia che “[…] il Sahara Occidentale (Rio de Oro e Saquiat el-Hamra) non era un territorio senza proprietario al momento della colonizzazione da parte della Spagna” [48] e che gli elementi e le informazioni portati a conoscenza della Corte “[…] non stabiliscono l’esistenza di alcun vincolo di sovranità territoriale tra il territorio del Sahara Occidentale da un lato e il regno del Marocco o l’insieme mauritano dall’altro. La Corte non ha dunque constatato l’esistenza di vincoli giuridici di natura tale da modificare l’applicazione della risoluzione 1514 (XV) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per quanto riguarda il Sahara Occidentale ed in particolare l’applicazione del principio di autodeterminazione grazie alla libera ed autentica espressione della volontà delle popolazioni del territorio” [49] .

Inoltre il rapporto della Commissione dell’ONU afferma che “[…] la missione ha constatato che la popolazione, o almeno la quasi unanimità delle persone che ha incontrato, si è pronunciata categoricamente a favore dell’indipendenza e contro le rivendicazioni territoriali del Marocco e della Mauritania” [50] . Dunque è rilevata l’inconsistenza di partiti come il PUNS e riconosciuto invece il Fronte Polisario come forza politica in cui si riconosce la maggioranza della popolazione.

Esponenti marocchini tentano di avvalorare l’idea che la Corte abbia accolto la tesi di Rabat nel momento in cui, nel suo verdetto, afferma “l’esistenza, al momento della colonizzazione spagnola, di vincoli giuridici di sottomissione tra il sultano del Marocco ed alcune tribù che vivevano sul territorio del Sahara Occidentale […] e certi diritti relativi alla terra che costituivano dei vincoli giuridici fra la Mauritania e il Sahara Occidentale” [51] . Questo tentativo di alterazione di contenuto della sentenza dell’Aja, sostenuto da alcuni membri del Governo marocchino, non impedisce ad Hassan II di cogliere subito il vero significato che la sentenza rappresenta per il Marocco.

 Durante l’attesa del responso della Corte Internazionale il Re non è rimasto inattivo. Il 16 ottobre 1975, medesimo giorno della sentenza della Corte, il Re annuncia di voler organizzare una pacifica marcia popolare di 350.000 persone, diretta ad oltrepassare il confine con la colonia spagnola per “liberare” il Sahara Occidentale. L’iniziativa incontra il sostegno delle forze politiche e della popolazione. Ai partecipanti alla marcia viene richiesto di portare una copia del Corano e bandierine verdi, il colore dell’Islam, che dà il nome all’iniziativa.

Il Governo di Madrid considera la Marcia Verde una provocazione ed inizialmente risponde mantenendo la “linea dura”: le truppe al confine con il Sahara Occidentale ricevono l’ordine di allerta. Ma anche in questo caso l’idea di uno scontro diretto tra Spagna e Marocco appare inverosimile. Negli stessi giorni, la situazione interna della Spagna precipita. Il 17 ottobre del ’75 il Generale Franco inizia la sua agonia, che lo porterà alla morte il 20 novembre. L’esecutivo spagnolo è diviso riguardo la questione del Sahara Occidentale. L’esercito sembra disposto a compromessi con Rabat, ed una corrente liberale, capeggiata dal Ministro degli Esteri Cortina Mauri, è favorevole ad una soluzione di autodeterminazione per il popolo sahrawi. Gli ufficiali militari nella colonia sono sgomenti all’idea di cedere al Marocco: sono convinti che la Spagna possa preservare i suoi interessi nel Sahara in una cornice neo-coloniale. Ritengono, inoltre, che l’arrendersi alle minacce di Hassan II costituisca un affronto all’onore e alla dignità della Spagna e dell’Esercito. Sono d’altra parte consapevoli che, in caso di scontro armato, le forze marocchine non sarebbero in grado di competere. L’Esercito ottiene il sostegno di Cortina Mauri, inflessibile nel sostenere l’indipendenza del Sahara. Il ministro teme che la Spagna possa perdere il rispetto di cui gode a livello internazionale ed in particolare agli occhi dei paesi arabi. E’ inoltre in gioco una posta economica molto alta: gli Spagnoli rischiano di perdere il controllo sui giacimenti di Bou Craa e i diritti di pesca lungo le coste del Sahara [52] .

Viceversa il capo del Governo, Arias Navarro, “è favorevole ad un compromesso che consenta di mantenere buoni rapporti con il mondo arabo e pensa sia possibile accordarsi col Marocco sullo sfruttamento economico del territorio” [53] . Navarro vuole evitare uno scontro militare che avrebbe, come conseguenza principale, l’inimicizia nel mondo arabo. Inoltre spera che giungendo ad un accordo con Hassan II, il Marocco abbandoni le rivendicazioni su Ceuta e Melilla. Navarro è appoggiato dalle correnti franchiste, legate agli interessi economici della FOSBUCRAA, e da Francia e Stati Uniti, preoccupati della salvaguardia dei capitali investiti nella società di estrazione di fosfati.

In effetti, le forti pressioni di Francia e Stati Uniti giocano un ruolo importante. I due Stati non solo hanno investito importanti capitali nella FOSBUCRAA, ma preferiscono la presenza del Marocco nel Sahara al posto di uno nuovo stato progressista e non allineato [54] . Anche il contesto internazionale spinge la Spagna a “liberarsi” della colonia: nel ’75 si conclude il processo di decolonizzazione dei possedimenti portoghesi in Africa, e finisce la guerra del Vietnam con il ritiro delle truppe americane.

Il 30 ottobre, il Principe Juan Carlos di Borbone, assume temporaneamente i poteri di Capo di Stato, a causa delle pessime condizioni di salute di Franco. Il 2 novembre si reca ad El-Ayoun per confermare all’Esercito la disponibilità a mantenere gli impegni precedentemente presi con la Jama’a. Ma è la visione di Navarro a prevalere: il 21 ottobre Josè Solis Ruiz, nominato responsabile dei negoziati con il Marocco, e re Hassan II si incontrano per un negoziato segreto. L’accordo raggiunto prevede che la Spagna, in cambio della cessione di 2/3 dei territori del Sahara Occidentale, riceva il 60% delle quote di sfruttamento delle miniere di Bou Craa ed ottenga agevolazioni per la pesca nelle acque a largo delle coste del Sahara [55] ; mentre la parte restante del Sahara Occidentale spetta alla Mauritania. Spagna e Marocco pattuiscono inoltre lo svolgersi della Marcia Verde: Hassan II ha così modo di soddisfare l’attesa di migliaia di persone.

Dal 24 ottobre al 5 novembre, in un’ondata di nazionalismo, migliaia di persone si accampano alla frontiera con il Sahara Occidentale. Le truppe spagnole vengono fatte arretrare dal confine per evitare eventuali scontri [56] . Il 6 novembre, pochi giorni dopo le affermazioni di Juan Carlos , i marciatori marocchini entrano per alcuni kilometri nel territorio del Sahara Occidentale.

La condanna di Algeri arriva subito. Il tentativo di Boumedienne di distogliere il presidente mauritano dal suo proposito non ottiene alcun risultato: nel giro di una settimana la Spagna e il Marocco giungono all’accordo finale con la Mauritania. Il 14 novembre del 1975, a Madrid, la Spagna segretamente consegna l’amministrazione del Sahara Occidentale al Marocco e alla Mauritania. L’intesa passa alla storia come “Accordo tripartito di Madrid”. A seguito di tale accordo, il 18 novembre le Cortes approvano la legge sulla decolonizzazione del Sahara. La Spagna abbandona la contesa sulla sua ormai ex-colonia. Sei giorni dopo muore Francisco Franco e Madrid si ritiene soddisfatta per essersi liberata di una spinosa questione di ambito internazionale e in un momento così delicato per il paese. Il 22 novembre del ’75 il testo dell’accordo viene diffuso dal quotidiano “Le Matin”. Nel testo si legge: La Spagna afferma la sua decisione di decolonizzare il Sahara Occidentale, ponendo fine alla responsabilità ed ai poteri di cui essa dispone in tale territorio in quanto potenza amministratrice. […] In conformità ai negoziati raccomandati dalle Nazioni Unite la Spagna procederà alla istituzione di una amministrazione interinale nel territorio [57] con la partecipazione del Marocco e della Mauritania e la collaborazione della Jama’a [58] […]. A tal fine è stato convenuto di nominare due governatori aggiunti, uno su proposta del Marocco e l’altro della Mauritania [… ]. La presenza spagnola nel territorio terminerà definitivamente prima del 28 Febbraio 1976. L’opinione della popolazione sahariana espressa dalla Jama’a sarà rispettata. I tre paesi contraenti dichiarano di essere giunti alle conclusioni precedenti nel migliore spirito di comprensione e rispetto dei principi delle Nazioni Unite e come contributo da parte loro al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali” [59] .

I Governi di Madrid e Rabat raggiungono inoltre un’intesa segreta su alcune questioni chiave, come la cooperazione economica [60] . Per quanto riguarda la delimitazione delle acque, il Marocco concede il diritto di pesca alla Spagna nelle sue acque per 15 anni lungo la costa atlantica con un massimo di 600 barche; e lungo la costa mediterranea con massimo di 200. Viene proposto l’obbiettivo di risolvere le problematiche relative all’indennizzo delle terre di proprietà spagnola in Marocco (colpite dagli emendamenti del Marzo del ’73 [61] ) ed infine i due paesi decidono di dar vita a delle “joint ventures” nel settore delle ricerche minerarie [62] .

            La reazione di condanna dell’Algeria non si fa attendere. Il 14 novembre, il portavoce del Ministero degli Esteri algerino afferma che l’Algeria non può ripudiare “la più preziosa conquista dei popoli ed il principio cardinale dell’ONU rappresentato dal diritto all’autodeterminazione” [63] . Algeri ribadisce che solo l’ONU può procedere ad una equa e giusta decolonizzazione del Sahara Occidentale. Nel novembre del 1975, in un’intervista a “Le Nouvel Observateur”, il presidente algerino Boumedienne denuncia le pressioni francesi e statunitensi sul governo spagnolo. E’ in questa delicata fase che si delinea con precisione la posizione di Algeri riguardo la questione del Sahara Occidentale. Precedentemente i rapporti di distensione instaurati con la monarchia marocchina non permettono a Boumedienne di “esporsi” in tal senso; ma, d’altra parte, il presidente algerino non si era schierato esplicitamente nemmeno contro il Polisario, appoggiando le risoluzioni ONU. E’ bene specificare l’esistenza di due fattori che portano l’Algeria ad allinearsi a favore di quest’ultimo. Da una parte un’ ideologia di base comune tra il Fronte di Liberazione Nazionale algerino e il Fronte Polisario. L’affinità tra il Fronte Polisario è il FLN fa riferimento ad “una visione che, nella distruzione dell’ordine coloniale, vuol porre le basi del rifiuto di quello neocoloniale” [64] . Il loro nazionalismo è ben diverso da quello del Marocco che “è il tipico cliente neocoloniale, che lega le sue sorti all’antica metropoli” [65] . D’altra parte è anche il mutare precipitoso della situazione, negli ultimi mesi del ’75, a definire “le parti”. Algeri guarda con timore all’estensione del Marocco nel Sahara Occidentale: l’occupazione marocchina rappresenta la negazione dell’unità maghrebina, che si costruisce con il consenso e non con prese di possesso [66] , nonché un attentato alla sua sicurezza [67] . L’alleanza tra Marocco e Mauritania lascia isolata l’Algeria nella politica della regione. La Mauritania ha la possibilità di veder riconosciute le sue rivendicazioni [68] e acquista credibilità sul piano interno. L’Algeria invece non trae nessun vantaggio dall’occupazione marocchina e mauritana, anzi, non può più contare su uno stato sahrawi, ideologicamente affine, sicuro accesso all’Atlantico.

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3. La posizione dell’ONU e l’occupazione del Sahara   Occidentale

Dopo aver disposto il rientro dei marciatori “poiché gli obbiettivi sono stati raggiunti”, Re Hassan II disloca l’esercito all’interno del Sahara Occidentale, dando il via all’occupazione marocchina del territorio. Nel dicembre del 1975 inizia l’evacuazione dell’esercito spagnolo ed il passaggio di consegne da una amministrazione all’altra. Le forze spagnole abbandonano il Sahara definitivamente il 28 Febbraio del 1976.

L’iniziativa marocchina provoca la condanna delle Nazioni Unite. Sei giorni dopo l’annuncio marocchino di voler compiere la Marcia Verde, cioè il 22 ottobre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU approva una risoluzione [69] in cui viene richiesto al Segretario generale Kurt Waldheim un immediato giro di consultazione dei governi della regione, con lo scopo di permettere al Consiglio di adottare i provvedimenti adeguati, per far fronte alla situazione nel Sahara Occidentale. Nella risoluzione viene auspicato ritegno e moderazione da parte dei governi implicati, per permettere al Segretario di svolgere la sua missione. Lo stesso giorno un portavoce del Ministro degli esteri algerino ribadisce la piena adesione dell’Algeria alla missione ONU. Le consultazioni confermano la gravità della situazione: tutti i governi mantengono le loro posizioni.

Quando il 6 novembre si svolge la Marcia Verde, il Consiglio di sicurezza dell’ONU rivolge al Re Hassan II un appello perché ponga immediatamente fine alla Marcia. Il Re risponde ribadendo il carattere pacifico dell’iniziativa. Nella tarda serata il Consiglio approva la risoluzione n. 380-1975, nella quale si deplora l’esecuzione della Marcia e si chiede al Marocco e a tutte le parti implicate di cooperare pienamente con il Segretario Generale, per il compimento dei mandati affidatogli nella precedente risoluzione. Il susseguirsi degli eventi non soddisfa le prospettive delle Nazioni Unite. L’occupazione marocchina e mauritana inizia il 27 Novembre del ’75, con l’ingresso dei loro eserciti, dal Nord e dal Sud del Sahara Occidentale [70] .

            In questa fase l’ONU assume un atteggiamento contraddittorio. Il 10 dicembre il Consiglio di Sicurezza vota una prima risoluzione, la numero 33/31, di ispirazione algerina, nella quale la Marcia Verde è condannata e in cui si insiste sul diritto di autodeterminazione della popolazione sahrawi. Al contempo, viene chiesto alla Spagna, come potenza amministratrice, di prendere provvedimenti necessari affinché gli abitanti del territorio possano esercitare tale diritto [71] . Poi, sempre lo stesso giorno, viene votata anche la risoluzione 33/31-B, caldeggiata dal Marocco e dalla Mauritania, e dai toni più moderati. Nella seconda risoluzione si chiede ai tre paesi firmatari degli Accordi di Madrid di vigilare sul rispetto delle aspirazioni liberamente espresse dalla popolazioni sahariane e di adottare i provvedimenti necessari affinché possano esercitare il loro diritto di autodeterminazione. Numerosi paesi votano entrambe le risoluzioni. Nell’approvare entrambe le due risoluzioni, contrastanti fra loro, l’ONU manifesta certamente le oscillazioni presenti al suo interno. Nel Consiglio di Sicurezza il Marocco è sostenuto da Francia e USA e la Mauritania ne è temporaneamente membro. E’ proprio a causa delle pressioni di questi paesi che le Nazioni Unite non riescono a votare un’unica risoluzione, lineare e indicativa della loro volontà .

            Tony Hodges nota come anche altre risoluzioni adottate dall’ONU, prima degli anni ’70, contengano una certa equivocità che ritorna utile al Marocco nel 1975. La risoluzione 1514, applicata al Sahara Occidentale nel 1963, afferma il diritto di autodeterminazione per tutti i popoli. Questa risoluzione stabilisce anche che “qualsiasi proposito rivolto alla parziale o totale distruzione dell’unità nazionale e integrità territoriale di un paese è incompatibile con i propositi e i principi della Carta delle Nazioni Unite” [72] . Quindi il Marocco, proprio sulla base della risoluzione 1514, ha modo di sostenere la violazione della sua integrità territoriale e della sua unità nazionale con l’occupazione spagnola del Sahara Occidentale (e prima ancora di Ifni). Nel 1960, l’ONU aveva approvato un’altra risoluzione, la numero 1541, la quale stabiliva che la necessità di decolonizzazione di un territorio non implicava la sua nascita come Stato o sovranità indipendente e che ciò poteva realizzarsi con la libera associazione o con l’integrazione ad uno Stato già autonomo. E’ proprio quest’ultima opzione che il Marocco propone per il Sahara Occidentale ed Ifni, ignorando tuttavia il prosieguo della risoluzione 1541 che aggiunge che i confini possono essere alterati solo su richiesta degli abitanti.

Hodges sottolinea poi come il principio di autodeterminazione sia favorito anche dalla Dichiarazione del Cairo del 1964, e di come, anche in questo caso, il Marocco avesse tentato di trasformare il documento in una carta a suo favore. La Dichiarazione prende il nome dal primo summit dell’OUA, svoltosi proprio al Cairo dal 17 al 24 Luglio 1964. Gli stati partecipanti al summit avevano promesso il rispetto delle frontiere “esistenti al momento della loro indipendenza” [73] . Tuttavia nella dichiarazione era stata aggiunta una clausola nella quale si legge che parti del territorio amputate dai poteri coloniali, per il perseguimento dei loro interessi, “devono ritornare al paese che ha ottenuto l’indipendenza” [74] . L’OUA non esita ad applicare la clausola, nei confronti del Marocco, per l’enclave di Ifni, ma per il Sahara Occidentale approva l’approccio adottato dalle Nazioni Unite, contrariamente al Marocco che invece include nella clausola anche il Sahara spagnolo.

            Si evince, dunque, come l’ONU non riesca, in questa fase, a fornire una indicazione univoca ed operativa. Prima la Spagna e poi il Marocco ne approfittano, riuscendo ad arrogarsi diritti e territori che non gli spettano. La fondazione della Rasd rappresenta l’alternativa con cui il Fronte Polisario fronteggia la mancata decolonizzazione che gli Accordi di Madrid rappresentano; l’istituzione con cui difende la sua legittimità e quella dei diritti del popolo sahrawi.

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4. La fondazione della Rasd: il significato politico e le  istituzioni

            L’avvio del disimpegno spagnolo nel Sahara Occidentale avrebbe dovuto aprire la strada al riconoscimento del movimento di liberazione, cioè del Fronte Polisario, come unico legittimo rappresentante del popolo sahrawi in lotta per la propria indipendenza. Il Fronte avrebbe dovuto prendere parte ai negoziati per l’indipendenza, come nella maggior parte dei casi di lotta per l’autodeterminazione nazionale.

Nel caso del Sahara Occidentale questa fase è del tutto ignorata dalla Spagna e superata dalla politica dei fatti compiuti, formalizzata negli Accordi di Madrid e messa in atto nell’occupazione e spartizione del territorio. Non a caso il Fronte risponde costituendosi esso stesso in Stato, con la proclamazione della RASD.

La protesta del Polisario contro la Marcia Verde è immediata. Il 6 novembre stesso la stampa algerina critica aspramente l’iniziativa di re Hassan II e pubblica un comunicato del Polisario in cui la Marcia è definita un’invasione. Il 15 novembre, durante una conferenza stampa ad Algeri, il Segretario Generale del Fronte, El Wali, afferma: “Il nostro popolo, che attualmente deve far fronte all’invasione marocchina, considera l’accordo concluso a Madrid tra la Spagna, il Marocco e la Mauritania nullo e non avvenuto, e lo ritiene un atto di aggressione e di brigantaggio” [75] . L’occupazione marocchina prosegue ed ha inizio l’esodo del popolo sahrawi verso la parte sud-occidentale dell’Algeria, nella regione di Tindouf. Il Polisario approfitta del ritiro dei militari spagnoli per tentare di estendere il suo controllo su alcune zone ed in parte ci riesce [76] ma la preoccupazione del Fronte diviene presto un’altra: la difesa della popolazione civile.

Dalla fine del 1975 alla primavera del 1976 si verifica un esodo di massa in condizioni drammatiche, sotto i bombardamenti dell’aviazione marocchina, nonostante la difesa Fronte Polisario ed anche dell’esercito algerino. Tra il 18 e il 23 gennaio 1976, l’aviazione marocchina bombarda con napalm, fosforo bianco, bombe a frammentazione le colonne di profughi in fuga attraverso il deserto ed anche la prima tendopoli sorta oltre la frontiera algerina.

Già a fine novembre del ’75, la Jama’a (oltre la metà dei membri) si era riunita e aveva deciso il proprio autoscioglimento [77] , il Fronte aveva creato allora un Consiglio nazionale provvisorio di 40 membri ed Ould Ziou viene eletto suo presidente: è il preludio della fondazione della nuova Repubblica. Luciano Ardesi sottolinea come il Consiglio intendesse richiamare l’antica struttura dell’Ait Arba’in. La scelta di Ould Ziou non è casuale: esprime una scelta di costituzione nazionale opposta a quella che si profila come una nuova minaccia colonialista. Lo scioglimento della Jama’a fa venir meno uno dei meccanismi giuridici previsti dagli Accordi di Madrid per legittimare la spartizione del Sahara Occidentale. Sciolta la Jama’a, Re Hassan II non riesce più a creare un’elite tribale a lui fedele [78] .

La Spagna anticipa la data ufficiale di ritiro delle sue truppe di due giorni, al 26 Febbraio, per non partecipare al pronunciamento di quei pochi membri ancora fedeli alla Jama’a, che il Marocco e la Mauritania avevano voluto far riunire per far approvare gli Accordi di Madrid e conferire legalità alla spartizione del Sahara Occidentale, con una cerimonia di giuramento di fedeltà. Né l’ONU, né l’OUA e né la Lega Araba, organizzazioni invitate come osservatori, prendono parte alla cerimonia [79] .

 Quella stessa notte il Fronte Polisario avvia un dibattito interno che ha luogo presso l’oasi di Bir Lahlu, la prima località liberata dal Fronte, ed il cui esito è la proclamazione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (Rasd), è il 27 febbraio 1976. Il Fronte dà vita alla Repubblica con il preciso intento di colmare il vuoto istituzionale derivato dal ritiro spagnolo. La nuova repubblica si definisce araba, islamica, democratica e socialista e si designa inoltre non allineata. Gli obbiettivi proposti dalla nuova Repubblica sono: l’unità dei popoli del Maghreb, la costruzione del socialismo, non in senso ideologico bensì come richiamo alla giustizia sociale, e la presa di possesso delle proprie risorse e ricchezze naturali. La Rasd dichiara subito la sua adesione alla Carta delle Nazioni Unite, dell’OUA, della Lega araba e alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. La religione di stato è l’Islam e la lingua araba “hassaniya” è la lingua ufficiale. La Rasd lancia subito un appello alla comunità internazionale per il proprio riconoscimento [80] .

Pochi giorni dopo la fondazione della Rasd, il 4 marzo, viene completata la formazione del Governo, al cui vertice è designato Mohammed Lamine Ould Ahmed [81] . Si tratta del primo governo in esilio della nuova Repubblica. La Rasd nasce, dunque, come completamento di un processo politico complesso, il cui soggetto principale è il Fronte Polisario.

            Nel maggio del ’76 viene completato il trasferimento dei profughi nei campi a pochi chilometri da Tindouf, nel deserto della Hammada. Il Polisario riprende poi, con maggiore determinazione, gli attacchi armati e definisce la propria strategia. Le azioni militari hanno un certo esito ma non riescono ad impedire alle truppe marocchine l’occupazione dei maggiori centri urbani, tra i quali la città di Smara, occupata dalle truppe marocchine il 27 Novembre ’76. La battaglia di Guelta Zemmour è poi particolarmente cruenta: il Fronte si ritira dalla città sotto i bombardamenti al napalm dell’aviazione marocchina. Anche la resistenza nello scontro di La Guera è epica: il 10 Dicembre ’76 il Polisario si ritira dopo 10 giorni di bombardamenti.

Il Fronte perde dunque le città più importanti ma la ripresa dei suoi attacchi nel Maggio del ‘76 e la sua strategia sono sorprendenti. La tattica adoperata dai combattenti sahrawi è quella della guerriglia [82] , adattata alle condizioni locali. La loro conoscenza del territorio (privo di strade) è supportata dall’introduzione di un mezzo di trasporto utilissimo: la Land Rover [83] . Il Polisario riesce a compensare i suoi scarsi armamenti grazie alla mobilità e al mimetismo. Le piccole unità sahrawi si muovono di notte, colpiscono rapidamente e poi si disperdono. Quando le città sono invase dalle FAR la popolazione fugge nelle zone liberate, mentre le colonne sahrawi procedono con l’attacco [84] .

Grazie alle sue incursioni che prendono di mira il nastro trasportatore di Boua Craa, il Fronte riesce a far cessare le esportazioni di fosfati. Tuttavia è contro la Mauritania che il Polisario concentra le sue energie in questa prima fase, reputandola, a ragione, l’anello politicamente e strategicamente più debole. L’esercito mauritano è infatti esiguo [85] , male equipaggiato e deve controllare un territorio molto vasto. Per la Mauritania le miniere di ferro di Zouerate, e la ferrovia che le collega al porto di Nouadhibou, sono l’elemento strategico della sua economia [86] . Il Polisario ne è consapevole e dunque sposta le sue offensive oltre i confini mauritani. In particolare vengono attaccate le postazioni minerarie e la ferrovia stessa, nella tratta Nuadhibou-Zouerate.

Le azioni più eclatanti sono rivolte contro Nouakchott, la capitale mauritana. Il primo attacco è sferrato il 9 Giugno del ’76: durante la ritirata del Polisario El Wali, leader del Fronte, perde la vita. Un secondo attacco è sferrato nel luglio ’77. Nel luglio 1978, il governo di Ould Daddah è rovesciato e la Mauritania si ritira dal conflitto [87] . Nel ’79 è firmata la pace separata tra la Mauritania e il Fronte Polisario. L’uscita di scena della Mauritania permetterà d’ora innanzi al Fronte di concentrare le sue forze solo contro il Marocco.

            Tra il 26 e il 30 Agosto del ’76 si svolge il terzo Congresso del Fronte Polisario, che in ricordo di El Wali, porta il suo nome. Il Congresso è il primo a partecipazione popolare, con il fine immediato “di approfondire la coscienza e la mobilitazione del popolo nella sua lotta per l’indipendenza” [88] , il che equivale alla libera partecipazione popolare alla guerra di liberazione. Viene approvato il Programma di Azione Nazionale che riprende i punti del precedente Congresso. E’ prevista la realizzazione del socialismo, tramite la democrazia e un equo sistema di ripartizione della ricchezza e l’eliminazione di ogni forma di sfruttamento. E’ ribadito anche l’impegno dell’insegnamento in arabo, obbligatorio e gratuito, e il rispetto della tradizionale cultura religiosa.

Il Congresso fissa alcuni obbiettivi anche sul piano diplomatico. La Libia e l’Algeria sono considerate come riferimento per la formazione di un fronte progressista arabo africano: un primo possibile passo verso un polo di unità maghrebina, di esempio per le popolazioni arabe e africane [89] . Il Fronte considera infatti l’unità dei popoli del Maghreb una premessa indispensabile dell’unità araba. La Rasd ambisce ad un rafforzamento dei legami con quelli che definisce i “suoi alleati naturali e storici” [90] nel mondo arabo e africano. Il Congresso si propone anche l’impegno affinché la Rasd abbia la giusta considerazione in quanto stato sovrano, nell’ambito delle relazioni internazionali.

Viene inoltre definita la struttura del Fronte. Importante è chiarire una sua caratteristica: il Fronte e la Rasd possiedono una struttura biunivoca. La loro compagine è duplice perché il Fronte rappresenta l’istanza politica del popolo sahrawi e la Rasd lo Stato: “Le due strutturazioni si integrano e si compenetrano, superando il rischio di avere da un lato una realtà determinata dal partito unico, come in gran parte degli stati della regione, e dall’altra di creare una serie di istanze burocratiche, contrarie al mantenimento della mobilitazione di massa e alla mobilitazione popolare” [91] .

Il Polisario ha una sua organizzazione articolata “in livelli”. Alla base della struttura si trovano delle cellule, le quali, volendo fare una corrispondenza con l’organizzazione statale, corrispondono ai Comitati di base della Rasd. All’interno della compagine del Fronte si riflette la struttura della Rasd anche tramite la suddivisone in due Dipartimenti: quello delle da’ira e quello delle wilaya. I responsabili delle cellule di base appartengono, infatti, ad un “livello superiore” della struttura, ovvero al Dipartimento di Orientamento delle dà’ira. Questo Dipartimento è a sua volta integrato in quello delle wilaya. Procedendo nella successione, dal Dipartimento delle wilaya scaturisce l’Ufficio Politico del Fronte. L’Ufficio Politico ha un suo Segretario, il quale partecipa all’istanza più alta che è costituita dal Comitato Esecutivo. L’Ufficio Politico ed il Comitato Esecutivo sono le massime istanze del Polisario. Il Comitato Esecutivo del Fronte è poi incluso nel Consiglio del Comando della Rivoluzione, che elegge il Presidente della Repubblica e il Governo. Il Segretario generale del Fronte rappresenta anche il Presidente della Repubblica, che Presiede anche il Governo. La validità di questa triplice carica presieduta da una sola persona non vige da subito. Nel ’65 Lamine è Capo di Governo e Abdelaziz Presidente della Repubblica e Segretario generale del Fronte. E’ con le successive modifiche alla Costituzione del ’76 che il Presidente della Repubblica diviene anche Capo di Governo [92] . La Rasd diviene, quindi, una Repubblica Presidenziale in cui, oltre al Capo di Governo, esiste anche un Primo Ministro.

Anche lo Stato anche ha una struttura suddivisa “in livelli”. Alla base sono previsti dei Comitati popolari, per l’Educazione, la Sanità, la Giustizia, l’Artigianato e per i Rifornimenti, che in realtà ripetono, al livello più basso, l’articolazione dei Ministeri: Sanità, Giustizia, Commercio, Cultura, Educazione, con l’aggiunta del Ministero degli Interni, degli Esteri e della Difesa. A seguire c’è il Consiglio popolare delle dà’ira, il cui presidente appartiene al Consiglio popolare delle wilaya. Infine esistono due Congressi: uno per le dà’ira e l’altro sempre per le wilaya, nei quali sono eletti i responsabili e in cui vengono programmate le linee politiche ed operative. Il vertice della struttura della Rasd è costituito dal Congresso Popolare Generale, che ha luogo ogni tre anni, e che a sua volta elegge il già citato Comitato Esecutivo del Fronte e il Consiglio del Comando della Rivoluzione.

Il potere legislativo è proprio invece di un organo a parte: il Consiglio Nazionale sahrawi, che include 25 membri dell’Ufficio politico del Fronte e i 20 presidenti delle dà’ira, eletti dai Consigli popolari [93] . Il Consiglio nazionale è il Parlamento della Rasd.

            Il sistema del Fronte e della Repubblica prevede quindi una stretta interrelazione tra apparato ideologico-politico e apparato statale. Questo tipo di struttura è una scelta mirata di “reciproca autonomia”, dettata dall’esigenza di evitare rischi di disgregazione a causa dell’esodo e per rafforzare la coesione sociale e la mobilitazione popolare. Un sistema doppio ma integrato che in questi anni ha sempre dimostrato funzionalità ed efficienza.

La duplice struttura del Fronte e della Rasd ed i principi enunciati nel Congresso del ’76 si riflettono nell’organizzazione dei campi presso Tindouf. Per impedire alla popolazione di sentirsi esuli profughi [94] e per evitare lo smembramento socio-culturale tipico di questo tipo di situazioni, nelle tendopoli è ricostituita la stessa struttura virtuale che la Rasd avrebbe nel suo territorio occupato dal Marocco, ed anche la stessa toponomastica. La Rasd si divide in tre wilaya (dipartimenti), che prendono il nome dalle tre principali città sahariane, c