Indice

CAPITOLO I


Colonizzazione e occupazione


-Il Sahara Occidentale
-Colonizzazione negli anni della decolonizzazione
-Rivendicazione del "Gran Marocco"
-Lo sguardo delle Nazioni Unite
-La politica spagnola del doppio binario
-L'isolamento sahrawi
-Gli anni 1973- '74 - '75
-L'atteggiamento dell' Organizzazione dell' Unità Africana (OUA)
-L'accordo tripartito di Madrid
-Il contesto internazionale
-La Mauritania


Il Sahara Occidentale
Il Sahara occidentale è situato nel nord- ovest del continente africano, fa parte di quell’insieme di paesi denominati “Maghreb” (Marocco, Mauritania, Tunisia, Algeria, Libia) che si trova a cavallo tra il bacino mediterraneo e il deserto. Il popolo sahrawi, che in arabo significa “originario del deserto”, è il legittimo abitante del Sahara Occidentale, territorio di circa 266.000 kmq che si affaccia sull’Atlantico, confina a nord con il Marocco, a est e a sud con la Mauritania e sul versante orientale per pochi chilometri confina con l’Algeria. E’ costituito da due regioni geograficamente distinte, la Seguiat al Hamra a nord, relativamente irrigua, e il Rio de Oro a sud, più arido. Nell’insieme il territorio è in gran parte desertico, benché ricchissimo di risorse minerarie; le coste sono pescosissime. I suoi confini sono largamente convenzionali, come tanti altri del continente africano; furono tracciati sbrigativamente dalle potenze europee che nella Conferenza di Berlino (dicembre 1884 – gennaio 1885) si spartirono l’Africa. Questa porzione di territorio venne assegnata alla Spagna anche per salvaguardare gli interessi iberici presenti nelle vicine isole Canarie.
Nonostante questi accordi i confini del Sahara Occidentale furono oggetto di lunghe trattative tra la Francia e la Spagna fino al 1912 (accordi del 1900, 1904 e del 1912), largamente ignorati dalle popolazioni nomadi locali.
Prima dell’arrivo degli spagnoli, il popolo sahrawi era composto da un insieme di tribù (che la tradizione indica in circa quaranta) riunite in una confederazione alquanto elastica che aveva il suo momento rappresentativo nell’ Ait Arbain (Consiglio dei Quaranta) che si riuniva per affrontare pericoli esterni o per celebrazioni collettive.
Queste tribù mantennero sempre la loro autonomia , con orgoglio e fierezza, non riconoscendo mai l’autorità del Sultano del Marocco; qualsiasi cosa possa affermare la propaganda marocchina, queste tribù non versarono mai tributi al Sultano che fino al 1886 ebbe anzi notevoli difficoltà a controllare le regioni intorno all’Oued Noun, a nord del Sahara Occidentale.
L’origine delle tribù sahrawi si può ricondurre all’immigrazione degli arabi Maqil, provenienti dallo Yemen, passati dall’Egitto in Tunisia nel XI secolo e insediatisi agli inizi del XIII secolo nella regione, abitata dalle tribù berbere (dal 1000 a.C.). I sahrawi, la cui lingua è l’hassanya, dialetto arabo caratteristico di molte popolazioni nomadi di tutto il Maghreb, soprattutto mauritane, sono il prodotto di fusioni e aggregazioni, sedimentate negli anni, tra queste due componenti. Il popolo sahrawi seppe coltivare con ostinazione il proprio amore per la libertà, l’indipendenza opponendosi sempre, e con successo, ai tentativi delle dinastie marocchine di allargare i domini del regno.
L’arrivo degli europei non portò, almeno per i primi anni, mutamenti significativi nella società sahrawi, la presenza spagnola era per lo più limitata alle zone costiere. Problemi maggiori li ebbero con i francesi, dal colonialismo senz’altro più aggressivo, che cercavano di limitarne la pericolosa autonomia e libertà di movimento che non considerava i confini stabiliti dagli europei. Leggendaria è la figura di Cheick Ma-al Aynin che si distinse nella resistenza anticoloniale, fondò la città santa di Smara nel 1895 e cadde in combattimento nel 1910. La Spagna iniziò a considerare la sua colonia soprattutto per cercare di limitare la fastidiosa ed invadente presenza francese nella regione. Le forze di Parigi si vedevano negare dalla Spagna l’autorizzazione all’inseguimento dei nomadi che razziavano e attaccavano le posizioni francesi in Algeria, Mauritania e Marocco per poi rifugiarsi nel Sahara Occidentale.
La Spagna, che non poteva vantare una sovranità effettiva esercitando unicamente il ruolo di potenza amministratrice, riuscì a stendere la cortina del silenzio sulla propria colonia. Il Sahara Occidentale visse del tutto isolato dal resto del mondo in una condizione né di guerra né di pace. Nel 1924 ottenne lo scioglimento della assemblea federale.
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Colonizzazione negli anni della decolonizzazione
Il conflitto interno riesplose negli anni Cinquanta del Novecento e non fu un caso: in quegli anni infatti in Africa ed in Asia vennero messi in discussione i rapporti coloniali. Nel 1954 in Indocina a Dien Bien Phu il colonialismo francese subì la prima dura sconfitta sul campo; poco dopo la rivolta si propagò alla Tunisia, al Marocco e all’Algeria. Nel 1956 il Marocco ottenne la concessione dell’indipendenza che il sultano Ben Jussf, Maometto V, contrattò sulla base della dissoluzione dell’Armata di liberazione nazionale.
L’esercito partigiano venne così disarmato: i combattenti marocchini rientrarono nella legalità e i numerosi guerriglieri sahrawi, che avevano partecipato all’Armata di liberazione, si ritirarono nei confini del loro paese, sgomentati per il tradimento del vecchio monarca. Alle radici dell’odio che oggi nutrono verso il nemico v’è il ricordo della loro dignità umiliata di combattenti per la causa di un popolo che vent’anni dopo verrà inviato contro di loro.
La loro partecipazione non restò senza frutto, infatti nel 1957 nasce la prima organizzazione di lotta clandestina contro la potenza coloniale intorno alla figura di Brahim M.Bassiri che, ancora studente, raccolse un movimento che si proponeva di aprire le idee al popolo sahrawi, chiuso nel deserto, al concetto di autodeterminazione, e su questo far leva per mobilitare le masse popolari.
Nel 1958, grazie alla scoperta dei favolosi giacimenti di fosfati di Bou Craa, la Spagna inizia un poderoso processo di colonizzazione in controtendenza con l’affermarsi della decolonizzazione nel resto del continente, avvelena pozzi d’acqua, massacra le greggi con l’intento di piegare la resistenza sahrawi e di costringere le popolazioni nomadi a divenire sedentarie. Ma questo non fece che riaccendere nell’animodella popolazione l’antico spirito d’indipendenza che sembrava sopito.
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Rivendicazione del “Gran Marocco”
Nel frattempo, nel 1958 la Francia accordò l’autonomia interna alla Mauritania, preludio dell’indipendenza che giungerà due anni dopo, e nel 1960, contemporaneamente alla costituzione della Repubblica islamica di Mauritania, il governo marocchino pubblicò un “Libro bianco” in cui precisava le proprie rivendicazioni sia sul Sahara Occidentale sia sulla stessa Mauritania. E’ la prima volta che il Marocco indipendente formula in modo compiuto e ricco di riflessi internazionali l’idea del Gran Marocco, fino ad allora agitata da Allal El-Fassi, segretario del hizb al Istiqlal, principale partito nazionalista marocchino nato nel 1943. Egli, durante una conferenza stampa a El Cairo il 3 luglio del 1956, parlò di confini storici e naturali del Marocco e presentò una mappa che includeva gran parte del Sahara algerino, il nordest del Mali, tutta la Mauritainia fino al Senegal e, naturalmente, Ifni, Tarfaya, Ceuta, Melilla, le isole Canarie e il Sahara spagnolo. Questa tesi diventa politica ufficiale della monarchia alauita. I confini dell’Algeria, indipendente nel 1962, diventano l’occasione di un breve scontro (“guerra delle sabbie”) nell’autunno del 1963, mentre l’indipendenza della Mauritania sarà riconosciuta da Rabat solo nel 1969. E’ anche il primo caso in cui vengono poste in discussione le frontiere coloniali da parte di uno stato africano che ha raggiunto l’indipendenza, frontiere che invece verranno sancite cometangibili dall’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) nel 1963.
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Lo sguardo delle Nazioni Unite
Il 1960 segna l’inizio della fase di decolonizzazione del Sahara occidentale in virtù di una risoluzione delle Nazioni Unite. La 15° assemblea annuale approva il 14 dicembre una risoluzione che afferma: “Delle misure immediate saranno adottate nei territori sotto tutela, i territori cioè non autonomi e tutti quelli che non hanno ancora raggiunto l’indipendenza, per trasferirne tutti i poteri ai popoli, senza alcuna condizione di riserva, conformemente alla loro volontà e alla loro voce liberamente espressa, senza alcuna distinzione di razza, colore o religione per raggiungere un’indipendenza e una libertà completa”. Occorreranno però altri quattro anni perché l’ONU si pronunci a favore dei diritti del popolo sahrawi in modo diretto: il 16 ottobre del 1964, il Comitato speciale ad hoc afferma che anche il Sahara occidentale ha diritto alla decolonizzazione e l’anno seguente, nel corso della 20° assemblea annuale, l’ONU approva una risoluzioneche invita la Spagna ad adottare ogni misura necessaria alla decolonizzazione del paese.Africana (OUA) nel 1963.
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La politica spagnola del doppio binario
Il comportamento del governo spagnolo è fin d’ora improntato alla politica del doppio binario. Da una parte si moltiplicano le dichiarazioni favorevoli ai diritti rivendicati dal popolo sahrawi e sanciti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, dall’altra si pongono le basi per una futura politica neocoloniale, alla quale tuttavia la stessa Spagna abdicherà nel 1975 in favore di Marocco e Mauritania Viene infatti istituita la Djemaa, un’assemblea di settanta tra capi tribù e alcuni notabili proposti dall’autorità spagnola , che sulla carta dovrebbe riprendere le funzioni dell’ Ait Arbain, ma di fatto si limitaad accettare passivamente le decisioni del governatore spagnolo.
L’unica spiegazione valida del comportamento del governo franchista, la si può trovare nelle continue pressioni che vengono esercitate da potenti holding finanziarie internazionali perché le grandi ricchezze minerarie del Sahara occidentale vengano preservate agli interessi multinazionali.
D’altra parte la 21° assemblea generale dell’ ONU (1966) aveva adottato una nuova risoluzione (2229) con la quale la Spagna veniva invitata a consentire alla popolazione sahrawi il libero esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione e a far rientrare nel paese gli emigrati e gli esiliati. Poiché la risposta spagnola fu in un primo momento la creazione della neocoloniale Djimaa (1967), l’allora leader dell’opposizione interna, Bassiri, intellettuale sahrawi che insegnava in una scuola coranica, rientrato dal Marocco a Smara, diede vita lo stesso anno al Movimento di liberazione di Seguit El Hamra e Ued Dahab. Come abbiamo visto in precedenza alla fine degli anni ’60 il mondo intero venne travolto da un vento nuovo dilibertà e giustizia che contribuì alla nascita di numerosi movimenti di liberazione.
Pochi giorni dopo, la 22° assemblea dell’ONU approvava un’altra risoluzione (2354) che ribadiva quella dell’anno precedente e questa volta il governo di Luis Carrero Blanco si piegava di fronte ad essa ed esprimeva all’ONU voto favorevole.
La politica del doppio binario era dunque portata a compimento: intese segrete col capitale internazionale per lo sfruttamento minerario del Sahara occidentale e ossequio formale alle risoluzioni dell’ONU che esigevano l’autodeterminazione del popolo sahrawi. La risoluzione 2428 del 1968 chiedeva infatti al governo franquista di indire al più presto un referendum per mezzo del quale il Sahara occidentale potesse manifestare la propria volontà di libertà e indipendenza, dopo una consultazione con Marocco, Mauritania e “tutte le altre parti interessate” cioè l’Algeria.
Le cose sembravano dover volgere al meglio: la risoluzione 2591 dell’ONU (1969) ribadiva i termini delle precedenti e in particolare che l’organizzazione del referendum venisse sorvegliata da una missione incaricata dal proprio segretario generale. L’anno seguente, l’8 giugno, il re del Marocco Hassan II (succeduto a Muhammad V nell’ottobre del 1963) e il presidente mauritano Moktar Uld Daddah firmavano un trattato di solidarietà che comportava il riconoscimentodella Repubblica di Mauritania da parte del Marocco e la fine delle pretese marocchine sulla parte meridionale del Grande Maghreb. Il trattato di Casablanca aprì la via ad un intesa generale tra Mauritania, Marocco e Algeria, i cui rappresentanti firmarono a Nouadhibou un accordo per “accelerare la decolonizzazione del Sahara spagnolo sulla base delle risoluzioni delle Nazioni unite”(settembre 1970).
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L’isolamento sahrawi
Ma ancora una volta gli eventi internazionali non ebbero che un influenza irrilevante sulla vita interna del Sahara occidentale. Nove giorni dopo il trattato di Casablanca, si diffuse all’improvviso per le vie di El Aaiùn la notizia che il governo di Madrid stava preparando un progetto di legge per trasformare il Sahara in una “provincia” spagnola, al pari delle enclaves di Ceuta e Melilla. Sotto la guida di Sidi Bassiri la popolazione scese nelle strade, affluendo dalla tendopoli che cingeva la piccola capitale, e inscenò una manifestazione di protesta che venne repressa nel sangue. Si contarono quaranta morti e centinaia di feriti. Mancava all’appello anche lo stesso Bassiri del quale non si ebbe più notizia.
L’eccidio di El Aaiùn non ebbe alcun eco immediato: in dicembre l’ONU approvò una risoluzione (2621), che riconfermava le precedenti e la strage del 17 giugno venne ricordata solo l’anno seguente, nella risoluzione 2711 del 19 gennaio, che esprimeva “costernazione per i sanguinosi eventi della regione” e puntualizzava tutte le precedenti richieste. I fatti successivi mostrarono che, pur essendo riconosciuti i diritti del popolo sahrawi nella più alta sede internazionale, non v’era tuttavia sin da allora alcuna concreta possibilità di renderli effettivi.
Il popolo sahrawi si trovava ancora in una condizione di isolamento quasi totale. Nel corso del 1972, per esempio, militanti sahrawi promossero manifestazioni nel sud del Marocco per denunciare il colonialismo spagnolo e vennero inviate lettere ai giovani di Rabat, Nouakchott, Algeri, Tripoli, Bagdad perché inviassero aiuti.
L’unica risposta positiva venne da Tripoli. All’aiuto libico si affiancherà quello algerino tre anni dopo, quando la lotta armata del Fronte Polisario contro le truppe coloniali spagnole era già viva da due anni e una commissione d’inchiesta dell’ONU aveva riconosciuto che esso era l’unico rappresentante del popolo sahrawi nella lotta all’autodeterminazione.
Alle prime azioni di resistenza sahrawi, sia il Marocco, sia la Spagna, risposero con le armi della provocazione: fiorirono così i movimenti nazionali che si dissolsero tutti senza lasciar traccia. L’intento del governo di Madrid e del governatore generale di El Aaiùn, Gomez de Salazar, fu di contrapporre forze politiche che dovevano tradurre in azione partitica ciò che la Djemaa rappresentava in senso istituzionale, cioè il passaggio dal colonialismo al neocolonialismo.
E’ significativo che mentre l’ONU reiterava la serie di risoluzioni favorevoli ai diritti del popolo sahrawi, approvandone ben due (2923 e 3126) durante la 27° sessione (nel 1972), pochi giorni più tardi la Djemaa redigeva un progetto che prevedeva l’autonomia amministrativa per il Sahara occidentale entro vent’anni e quindi il prolungamento della condizione coloniale.
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Gli anni 1973 – ’74 – ’75
La risposta popolare non si fece attendere: il 10 maggio 1973 si teneva il primo Congresso, costitutivo, del Fronte Polisario (fronte popolare per la liberazione del Saguiat al Hamra e Rio de Oro). E’ El Wali Mustapha Sayed che riuscirà a riunire i superstiti del Movimento di Liberazione del Sahara, i veterani dell’ Armata di Liberazione anticoloniale del 1956 e le nuove generazioni. Il Fronte non è ancora radicato tra la popolazione, ma già l’aggettivo popolare intende farsi interprete della volontà collettiva di liberazione dal colonialismo e pertanto si autoproclama “espressione unica delle masse”.
Nel manifesto approvato dal Congresso le linee ideologiche sono ancora indeterminate, e lo stesso termine di indipendenza non vi 38 compare; già chiara invece la scelta delle armi come strumento di lotta. Infatti la sera del 20 maggio veniva lanciata la prima azione armata contro la postazione militare spagnola di El Khanga. La “rivoluzione del 20 maggio” non è dunque un gesto disperato, ma la presa di coscienza di una nuova fase della liberazione del Sahara occidentale.
Intanto sul piano internazionale sembrava non si dovessero verificare mutamenti di rilievo, ma si trattava solo della calma prima della tempesta. Nell’ultima decade di luglio i capi di stato mauritano, marocchino e algerino si riunivano ad Agadir per riconfermare il loro appoggio al principio di autodeterminazione sahrawi.
Frattanto saliva alla presidenza della Francia Valery Giscard d’Estaing (1973) e, pur senza i clamori della grandeur gollista, il governo francese ridava vigore alla propria tradizionale politica nell’area francofona africana nordoccidentale, mentre allo sfruttamento dei giacimenti di fosfati sahrawi erano interessati inoltre due grandi enti finanziari francesi.
Gli effetti dell’interesse francese nella regione non tardarono a farsi sentire. L’8 luglio e il 20 agosto, Hassan II prese posizione contro i precedenti impegni da lui sottoscritti: rivolse un appello ai dirigenti dell’opposizione, tempestivamente riammessi nella legalità, perché venisse lanciata un offensiva diplomatica per il “recupero del Sahara” e quindi dichiarò di rifiutare in anticipo il referendum sahrawi nel caso si pronunciasse a favore dell’indipendenza e minacciò Mauritania e Algeria di rivedere gli accordi confermati un mese prima. La campagna per il recupero delle “storiche province sahrawi” era un rimedio per compattare il paese, in condizioni economiche e sociali disastrose, produrre illusioni attraverso la propaganda di un futuro di prosperità e allontanare da corte l’ esercito, che nei primi anni ’70 tentò per due volte il colpo di stato, col pretesto di impegnarsi per il bene e l’onore della patria. Con la nomina di un comandante della regione militare di Tarfaya, al quale affidò anche pieni poteri civili, il monarca marocchino diede inizio alla preparazione dell’invasione che compì l’anno seguente.
Sin dall’estate del 1974 si andava dunque delineando la spartizione del Sahara occidentale nonostante le numerose soluzioni dell’ONU a favore della sua indipendenza e autodeterminazione. Proprio in quel periodo un diplomatico statunitense diffuse la battuta: se Schmidt è il gendarme di Washington in Europa, Giscard ne è l’ambasciatore. Le pressioni del governo francese su Mauritania e Marocco perché rimettessero in gioco tutta la loro politica alla luce degli interessi economici trasnazionali, venivano esercitate di concerto con il dipartimento di stato statunitense. Ne è prova l’improvviso forte aumento dell’aiuto militare americano al Marocco: da 14 milioni di dollari nel 1975 a più di 30 milioni nel 1976.
Gli sforzi dell’Assemblea dell’ONU e del Comitato speciale per la decolonizzazione vennero sconfitti da quelli delle capitali mondialidegli affari.
La stessa politica del doppio binario del governo spagnolo, trae la sua origine, paradossalmente, da una parte dalla volontà del vecchio Caudillo di non cedere a nessuno il Sahara “spagnolo” (1) e dall’altra dalla presenza a Madrid degli stessi interessi economici che agitavano Parigi e New York in vista delle spartizione delle ricchezze.
Per il momento tutto lasciava intendere che fosse la volontà del primo a prevalere: ventiquattro ore dopo che Hassan II formulò le sue minacce a Mauritania e Algeria, il governo spagnolo consegnava una nota alla segreteria dell’ONU annunciando l’organizzazione del referendum entro il primo settembre del 1975.
Ormai, con le sue infinite doppiezze il governo di Madrid aveva definitivamente compromesso la credibilità agli occhi dei resistenti sahrawi. Nell’ultima settimana di agosto il Fronte Polisario tenne il suo secondo congresso e decise di combattere contro tutte le forme di colonialismo e per l’indipendenza completa del paese. La lotta armata, insieme al lavoro politico tra le masse, rimane lo strumento principale.
La risposta della diplomazia segreta internazionale non tardò: nell’ottobre dello stesso anno Moktar Uld Daddah e Hassan II firmavano un accordo segreto sulla spartizione del Sahara occidentale. Alla Mauritania toccava la regione meridionale, l’Ued Dahab (Rio de Oro), e al Marocco il Seguiat el Hamra, la metà settentrionale. La stessa diplomazia, sul piano ufficiale, cercando di guadagnar tempo, si adoperò per far adottare all’ONU una decisione che contraddiceva tutte le sue precedenti risoluzioni, ma che si risolse in un nuovo punto a favore del Sahara occidentale e del suo movimento di liberazione. Nella 29° sessione, l’Assemblea generale decise così di chiedere all’Alta corte di giustizia dell’Aja un parere consultivo sullo statutodel territorio sahrawi al momento della decolonizzazione spagnola (settembre 1974).
Il pericolo di un’ inversione di tendenza dell’ONU, indusse il Fronte Polisario ad intensificare la lotta di liberazione; combattimenti, sabotaggi, cattura di soldati spagnoli e diserzione dei sahrawi arruolati nelle tropas nomadas, costellano i primi mesi del 1975.
L’intensificarsi della guerra interna, indusse Giscard d’Estaing a compiere un viaggio a Rabat, al termine del quale il Marocco ottenne un’impressionante fornitura di armamenti francesi.
A partire da questo gli avvenimenti politici, diplomatici e militari assumono un ritmo convulso. V’è un fatto circoscritto che rientra nella sfera di congiuntura internazionale che la diplomazia segreta ha pazientemente tessuto dietro quella ufficiale. Al termine di uno dei settimanali consigli dei ministri viene pubblicato a Madrid un comunicato apparentemente incomprensibile nel quale si afferma che se il processo di autodeterminazione del popolo sahrawi sarà ritardato per ragioni indipendenti dalla volontà del governo spagnolo, “la Spagna è pronta a por fine alla sua presenza nel Sahara occidentale”.
Occorre fare un’ anticipazione. L’accordo tripartito di Madrid (14 novembre 1975), che consentì l’ invasione e la spartizione del Sahara occidentale da parte del Marocco e Mauritania, venne giocato dal ministro franchista Josè Solis Ruiz, che rappresentava a Madrid quegli stessi interessi economici cui accennavamo, mentre al ministro degli Esteri Pedro Cortina Mauri si lasciò il compito di continuare a difendere ufficialmente l’autodeterminazione del Sahara per mezzo del referendum.
Nel frattempo era in corso la missione d’inchiesta dell’ONU disposta dalla risoluzione della 29° assemblea (1974), presieduta dall’avoriano Simeon Ake, che pubblicherà il suo rapporto pochi giorni prima della pubblicazione del parere consultivo dell’Alta corte di giustizia. Spagna e Marocco- quest’ultimo con delle condizioni- si esprimono a favore del referendum; la Mauritania né si oppone né approva la risoluzione dell’ ONU e la decisione del governo spagnolo.Ma Marocco e Mauritania avevano lasciato intendere che si sarebbero potuti accordare per trovare una soluzione al “problema”. Era un modo anodino per manifestare la loro volontà di conquista e di spartizione del Sahara occidentale, senza contraddire gli impegni formalmente assunti. Impegni che assunse anche il governo spagnolo,quando nel 1968 il capo del governo franquista Luis Carrero Blanco aveva inviato un telegramma segreto all’allora governatore del Sahara,Perez de Lema, per escludere categoricamente qualsiasi spartizione o cessione ad altri dei diritti del popolo sahrawi (2).
L’Algeria, infine, non esprimeva nessuna rivendicazione sul Sahara occidentale e si pronunciava a favore dell’ autodeterminazione del suopopolo.
Quando la missione rientrò a New York e comunicò al segretario generale dell’ONU i risultati, Kurt Waldheim decise di sondare egli stesso l’ opinione dei governi interessati e visitò successivamente Algeri, Nouakchott, Rabat e Madrid, ricavandone, per quanto se ne sa, una conferma dei risultati della missione. Gli osservatori dell’ ONU furono accolti da una manifestazione popolare del Fronte Polisario; la missione constatò l’inconsistenza dei partiti “sahrawi”come il Partito dell’Unione Nazionale Sahrawi (unico partito legalmente riconosciuto dall’ amministrazione spagnola) e di altri movimenti filomarocchini e filomauritani ed indicò nel Fronte Polisario la forza politica in cui si riconosceva la maggioranza della popolazione.
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L’atteggiamento dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA)
Nello stesso periodo l’Organizzazione per l’unità africana riuscì ad adottare una timida risoluzione favorevole al Sahara occidentale, nella riunione di Mauritius (3 luglio 1975). Più tardi ad Addis Abeba (febbraio 1976) l’OUA denuncerà l’accordo tripartito di Madrid, senza accogliere la raccomandazione del comitato di liberazione, riunitosi a Maputo il 24 gennaio, per il riconoscimento del Fronte Polisario come movimento di liberazione e unico rappresentante legittimo del popolo sahrawi (cosa che la missione dell’ONU accettò senza alcuna esitazione), ma lascerà poi liberi gli stati aderenti di
riconoscere la RASD. Neppure due anni più tardi, al consiglio dei ministri riunitosi a Tripoli dal 20 al 22 febbraio del 1978, l’OUA riuscirà a riconoscere la legittimità del Fronte Polisario e dopo il rinvio del vertice di Libreville che doveva svolgersi nel marzo ’78, la questione è stata risolta a favore dei diritti sahrawi nel vertice di Monrovia apertosi il 17 luglio 1978.
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L’accordo tripartito di Madrid
La tarda primavera e l’estate del 1975 vedono dunque profilarsi il “tradimento” di Madrid del 14 novembre, senza che alcuna forza diplomatica o politica voglia o possa opporvisi. Si registra soltanto un fittissimo calendario di incontri bilaterali: in giugno il segretario generale del Fronte Polisario, El Uali Mustafa Sayed, si reca dal presidente mauritano Moktar, ignaro dell’accordo segreto da questi stipulato col Marocco, per rafforzare l’amicizia fra i due popoli; il luglio il ministro degli Esteri algerino Abdelaziz Buteflica si reca a Rabat e dichiara che l’Algeria non ha alcuna mira sul Sahara occidentale; in agosto Hassan II dà appuntamento ai marocchini nel Sahara entro la fine dell’ anno; in settembre El Uali Mustafa Sayed incontra segretamente il ministro degli Esteri spagnolo per trattare le modalità del ritiro delle truppe di Madrid e la consegna del territorio al Fronte Polisario.
Settembre è anche il mese in cui al Palazzo di Vetro si riunisce la sessione annuale dell’Assemblea generale dell’ONU e l’apposita commissione chiede formalmente l’organizzazione del referendum, visto che la Spagna ha mantenuto i propri impegni, sulla base della risoluzione 1554 della 15° sessione del 1960. Il 13 ottobre Moktar Uld Daddah e Hassan II si incontrano per discutere il compimento del disegno, ma lo fanno con molta discrezione e nessuno ne parla.
Il 16 ottobre la Corte di giustizia dell’Aja rende pubblico il suo parere. I giudici affermano innanzitutto che il Sahara occidentale non era “terra di nessuno” prima della colonizzazione spagnola; riconoscono l’esistenza di legami giuridici tra alcune tribù del Sahara occidentale e il sultano del Marocco e la Mauritania, ma la Corte nega l’esistenza di vincoli di sovranità tra il Sahara occidentale ed i suoi vicini, e conclude con la necessità di mettere in applicazione il principio all’autodeterminazione.
La sentenza sembra non avere alcun conto. Anzi, esponenti marocchini tenteranno di accreditare l’idea che la Corte dell’Aja abbia in sostanza accolto le tesi del governo marocchino. Hassan II, per resistere alle pressioni dei partiti politici, forza la situazione per svolgerla a suo favore e annuncia una marcia popolare e pacifica di 350.000 persone, sudditi marocchini, reclutati tra gli strati più poveri; all’operazione è dato il nome di marcia verde perché i marciatori ricevono una copia del Corano e bandierine verdi.
Il 21 ottobre Solis Ruiz si reca a Rabat per perfezionare con Hassan II la “vendita” del Sahara occidentale. Nel frattempo fra le tre capitali Madrid, Rabat e Nouakchott- interessate all’accordo segreto, si intavolano formali quanto inutili trattative che verranno sospese dopo che l’Algeria avrà esercitato un ultimo tentativo di mediazione inviando a Madrid un rappresentante del proprio governo.
Da lì a due giorni le truppe marocchine entreranno nel Sahara dalla frontiera nordoccidentale, con quattro giorni di anticipo sulla marcia verde, proprio mentre Juan Carlos ribadiva a El Aaiùn che “la Spagna manterrà i suoi impegni nel Sahara”(2 novembre).
In Spagna Franco è morente e Juan Carlos assume temporaneamente i poteri del Generalissimo; il paese iberico deve affrontare il difficile passaggio alla democrazia senza perdere tempo e risorse; solo i militari rimangono tenacemente contrari a cedere al ricatto di Hassan II, ma la decisione di abbandonare il popolo sahrawi era stata ormai presa; con gli accordi di Madrid, la Spagna, in cambio di garanzie economiche cede l’amministrazione del Sahara occidentale a Marocco e Mauritania.
Solo il 9 novembre l’ONU deplora l’organizzazione della marcia verde e due giorni dopo, quasi alla vigilia dell’accordo segreto tripartito di Madrid, Hassan II non ha alcuna difficoltà a ordinare alla massa confusa dei marciatori di ritirarsi, dopo aver raggiunto gli obbiettivi che si era prefissi.
Il Fronte Polisario dichiara nullo l’accordo; Algeri condanna l’invasione e il 18 novembre il governo invia un documento al segretario dell’ONU per ribadire la nullità. Il presidente Boumedienne compie un ultimo tentativo incontrando Uld Daddah, per metterlo in guardia contro i rischi di un compromesso con il Marocco.
Con la firma apposta alla Proclamazione di Guelfa, sessantasette membri dell’ Assemblea generale sahrawi, sessanta sceicchi e tre membri delle Cortes spagnole, assicuravano il 28 novembre 1975 il passaggio legittimo della sovranità sahrawi al nuovo Parlamento provvisorio, chiudendo la fase coloniale.
Questo non impediva a Marocco e Mauritania di continuare e far avanzare le proprie truppe da nord e da sud, anche contro le deliberazioni dell’Assemblea generale dell’ONU, che portava avanti la questione ma che nello stesso giorno, il 10 dicembre, approvava due risoluzioni contraddittorie (3458 A e 3458 B) (3). La prima sostiene l’organizzazione di un referendum e chiede alle parti in conflitto la sospensione di ogni atto unilaterale; la seconda afferma l’autodeterminazione, ma l’affida all’amministrazione tripartita, quindi, praticamente al Marocco e alla Mauritania.
L’occupazione marocchina e mauritana del Sahara occidentale era segnata da eccidi di massa e violenze di ogni tipo. La Spagna, abbandonerà il territorio addirittura con due giorni di anticipo (26 febbraio 1976) sul calendario fissato dall’accordo di Marid, dopo aver frettolosamente riunito una nuova Djemaa che ratifica il piano di spartizione del paese. Nessuna delle organizzazioni internazionaliinvitate, ONU, OUA, Lega araba e Conferenza islamica, accetterannodi partecipare come osservatori a questa farsa.
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Il contesto internazionale
Per meglio comprendere lo “scellerato patto” del 14 novembre 1975 fra Madrid, Rabat e Nouakchott, non va dimenticato il contesto internazionale nel quale venne consumato. Il 1975 fu un anno decisivo: il processo di decolonizzazione degli ampi possedimenti coloniali portoghesi in Africa, che un anno prima avevano contribuito in maniera determinante al rovesciamento del regime fascista di Lisbona, giungeva a conclusione; in Vietnam, Laos e Cambogia, l’avventura statunitense si consumava nella vergogna e nel disordine; in Spagna, la lunga agonia di Francisco Franco apriva una nuova ed incerta fase nella vita del paese.
Tutti questi elementi non sono estranei alla decisione spagnola di cedere l’antica colonia a Rabat e Nouakchott, così come è stato proprio sfruttando questi stessi elementi che Hassan II è riuscito a imporre il suo disegno, nonostante il parere contrario della popolazione sahrawi, ampiamente documentato nel rapporto della commissione delle Nazioni Unite che visitò il Sahara occidentale dal 12 maggio all’ 8 giugno del 1975, verificando sul terreno l’aspirazione all’autodeterminazione e all’indipendenza.
A confermarlo ci sono le deposizioni raccolte nel marzo 1978 dalla commissione degli affari esteri delle Cortes spagnole, che aveva chiamato a chiarire i motivi della decisione spagnola il primo ministro dell’epoca, Arias Navarro; l’allora ministro degli Esteri, Cortina Mauri; l’ex ministro della Presidenza, Carro Martinez; gli ambasciatori Areila e Nartin Garnero; il responsabile dei negoziati con Hassan II, Solis Ruiz; il comandante in capo delle truppe di Madrid nel Sahara occidentale, generale Gomez de Salazar; il segretario generale dell’amministrazione della colonia, Rodriguez de Viguri. Dalle loro deposizioni emerge un quadro che non lascia dubbi:
- Francia e Stati Uniti avrebbero esercitato forti pressioni sulla Spagna in favore del Marocco, poiché preferivano di gran lunga una sua preferenza nel Sahara piuttosto che la costituzione di nuovo Stato di  
   tendenza progressista e non allineato.
- La Spagna aveva interesse a cedere il territorio al Marocco, poiché in cambio Rabat avrebbe cessato di rivendicare le sovranità di Ceuta e Melilla e avrebbe impedito all’Algeria di avere accesso    all’Atlantico “attraverso un stato sahrawi compiacente”.
- La rivoluzione portoghese aveva dimostrato le possibili conseguenze dei conflitti coloniali sulla situazione interna della metropoli (secondo Arias Navarro “nonostante le sue ricchezze minerarie”, il Sahara non    valeva lo spargimento di sangue spagnolo)
- Il mantenimento di una presenza spagnola avrebbe potuto compromettere il consolidamento della giovane monarchia, al punto che, secondo Areilza, l’allora segretario di Stato Usa, Henry Kissinger,    avrebbe proprio per questo consigliato al governo di Madrid di disinteressarsi del Sahara.
Tutte queste considerazioni sarebbero alla fine prevalse su altre, di segno contrario:
- Secondo Rodrigo de Viguri, il Fronte Polisario era il solo movimento veramente rappresentativo della popolazione sahrawi, tranne “una piccola minoranza filomarocchina di commercianti”.
- Il segretario generale dell’ONU, Kurt Waldheim, aveva elaborato un piano che prevedeva l’invio di “caschi blu” nel Sahara e la costituzione di una commissione della Nazioni Unite per l’organizzazione di un    referendum.
- Le truppe spagnole di stanza nella colonia erano contrarie a cedere di fronte alla “marcia verde” promossa da Hassan II. Al punto che, prima di abbandonare il Sahara occidentale, avevano favorito il    passaggio dei tremila ausiliari sahrawi, con le loro armi ei loro mezzi, nei ranghi del Fronte Polisario.(4)
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La Mauritania
Come mai la Mauritania, tradizionalmente legata da vincoli fraterni con le tribù sahrawi ha accettato di tradirle? La Repubblica islamica di Mauritania (Rim) nasce nel 1960 dalla politica di decolonizzazione controllata. Il governo di Parigi aveva deciso di smembrare definitivamente l’Africa occidentale francese e tracciò i confini di Mauritania, Senegal, Mali, Chad, Algeria, Tunisia, senza prestare attenzione ai problemi etnici. Il Marocco rispose con l’istituzione di un Ministero per la Mauritania e il Sahara occidentale, questo significava non riconoscere la nuova repubblica e lasciava aperta la possibilità di riprendere a livello governativo l’idea di El Fassi.
In Mauritania agivano un’organizzazione giovanile, la Ajd, favorevole all’autodeterminazione di tutti i popoli della regione e un movimento nazionalista Nahda che si unificò col partito del popolo maritano (Ppm) nel 1961. Moktar Uld Daddah, leader del Ppm, devenne presidente della Rim. La sua posizione fu sempre ambigua: da una parte una spasmodica ricerca di alleanze all’insegna dei principi della Conferenza di Bandung, dall’altra una supina accettazione della presenza dominante francese nei punti nevralgici del paese (soprattutto dopo il fallimento del tentativo di nazionalizzazione delle risorse strategiche iniziato nel 1966) (5). In ogni caso non arrivò mai ad intralciare seriamente l’attività pro sahrawi e dei sahrawi stessi sul territorio maritano, fino all’autunno del 1974.
L’atteggiamento complessivo delle autorità e del popolo mauritano, indusse il regime marocchino a pubblicare il Libro bianco sulla Mauritania e il Sahara nel 1960, lo stesso anno della proclamazione della Rim. In quegli anni v’era anche un’interpretazione di parte della nozione di Maghreb. Marocco in lingua araba è Maghreb el Aqsa (estremo occidente o, letteralmente, terra estrema nella direzione in cui sorge il sole) mentre El Maghreb è l’Occidente, in contrapposizione a El Machrech che è l’Oriente. Confondendo i due significati di Maghreb, il Marocco sosteneva l’affrettata conclusione che il suo territorio fosse il medesimo di tutta l’Africa nord occidentale.(6)
Si produsse un’unificazione nelle forze politiche mauritane in funzione antimarocchina. La rivendicazione mauritana di una medesima indipendenza per il Sahara occidentale e la Mauritana era dunque un atteggiamento difensivo contro l’espansionismo marocchino.
Perché Moktar Uld Daddah si è lasciato convincere a mutare la tradizionale politica unitaria verso il Sahara occidentale, in una annessionistica? Moktar è sempre stato un esecutore della dominazione francese, questa la prima risposta. In secondo luogo forse ha cercato nella spartizione delle ricchezze sahrawi la soluzione dei problemi interni della Mauritania che non era riuscita a raggiungere l’autosufficienza economica e militare, la capacità di amministrarsi e di darsi strutture statali efficaci. In terzo luogo ha creduto di salvare l’indipendenza mauritana scongiurando un’occupazione totale del Sahara occidentale da parte del Marocco. Calcolo errato. Proprio in virtù della debolezza intrinseca del paese che le forze armate, insieme all’identità e dignità nazionale saranno spazzate via dai raid sahrawi, senza gli aerei francesi e i soldati marocchini dislocati in Mauritania ufficialmente per difenderla, in realtà per occuparla. La fragilità del governo di Moktar ha provocato infine
La fragilità del governo di Moktar ha provocato infine il golpe militare che ha portato al potere M. Uld Salek nel luglio del 1978 e aperto una dinamica di pace.
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  1. 1 Solo Ramon Criado in Sahara, pasion y ,muerte de un seuno colonial, Chatillon-sous-Bagneux, Editions Ruedo Ibérico, 1977, attribuisce a Franco in punto di morte il rovesciamento della politica spagnola nel Sahara.
  2. La notizia è contenuta nel saggio inedito di Jorge Marin Sahara saharawi – Radiografia de una trahicion, che doveva essere pubblicato a Madrid agli inizi del 1977. Ma la casa editrice “Quadernos para el dialogo” chiuse i battenti subito dopo la recensione del saggio di Marin, comparsa nel gennaio ’77 sull’omonimo settimanale.
  3. Alla conferenza nazionale di solidarietà con il popolo sahrawi, Brescia, 26- 27 ottobre 1979, Luigi Condorelli, nella sua relazione “Autodeterminazione ed indipendenza del popolo sahrawi” ha ricordato la “latitanza” dell’ ONU nei mesi cruciale della crisi ed il ricorso svariate volte alla tecnica delle risoluzioni “A” e “B” per eludere ogni decisione.
  4. Stefano Poscia, il maghreb e la questione sahrawi, Napoli, centro documentazione “El uali”, CUEN, 1986, p.11-12
  5. Howard Schissel, La Mauritanie dans l’engrenage saharien,« Le Monde Diplomatique» n. 279, giugno 1977.
  6. E’ l’equivoco di fondo su cui si basa Attilio Gaudio, nel suo Le dossier du Sahara Occidental, Parigi, Nouvelles Editions Latines, 1978.